“FOLLIE DI BROOKLYN” di Paul Auster, Einaudi, traduzione di Massimo Bocchiola

Anche l’occhio vuole la sua parte, recita un’antica citazione. Ed è vero, esiste un legame forte tra colori, forme e grafiche che noi lettori seriali amiamo particolarmente quando scegliamo un libro. Qualcuno ama grafiche semplici, altri sono più attratti da ritratti, paesaggi, colori sgargianti o tenui. Il mio occhio, come potrete facilmente immaginare, cade su rappresentazioni dolci e golose, su fotografie che ritraggono tavole imbandite e piatti ricchi di sapori e colori.

Riuscite a immaginare cosa ho provato quando, spolverando i libri della mia libreria, mi sono imbattuta in “Follie di Brooklyn” la cui copertina riporta un’immagine di una tavola calda affacciata su una tipica strada newyorkese? Ho avuto un doppio tuffo al cuore. Il primo per i rimandi culinari che questo fortunato romanzo di Paul Auster ha evocato, il secondo per la dolce suggestione che la trama mi ha ricordato.

“Follie di Brooklyn” è uno dei romanzi più piacevoli che abbia mai letto. Il punto di vista di Nathan Glass, il narratore-personaggio-protagonista a metà, crea una voce ironica e pungente, empatica e sincera. Nathan ci introduce se stesso, Brooklyn, Tom Wood (suo nipote), Lucy (sua nipote), Harry (lo stravagante capo di Tom) e Aurora (la madre di Lucy); Nathan è il mago dei racconti, crea sinergie, sposta l’attenzione sui personaggi con l’abilità di un esploratore alla ricerca di un luogo magico, irrorando le vicende di ciascuno con sapore e gusto.

La tavola calda rappresentata in copertina è uno dei luoghi che aprono la trama. E’ il rifugio di Nathan, il luogo in cui nascono i suoi pensieri, la narrazione, gli incontri più improbabili. Davanti a un caffè nero e lungo immagino Nathan concentrato in lettura, convinto della sua scelta di solitudine. Le stesse pareti, gli stessi banconi lucidi e le poltrone in finta pelle cambiano sostanza quando, dopo qualche pagina dall’incipt, diventano lo scenario perfetto per i lunghi pranzi con Tom e per le confidenze che iniziano a nascere, tra i due.

E poi c’è la trattoria che sforna le migliori pizze di New York dove Nathan porta Lucy, nella speranza che la bambina interrompa il gioco del silenzio che lo tormenta; ci sono i tramezzini e i caffè freddi che Nathan e Tom si riducono a ingurgitare tra un cliente e l’altro, quando la libreria diventa di proprietà di Tom.

Lo scenario culinario rappresenta, in questa fase, il ritrovamento della semplicità, del senso di famiglia e appartenenza che i personaggi hanno perso nei meandri della loro non facile esistenza.

Il livello culinario sale, quando Harry e Nathan scelgono un raffinato ristorante per discutere di ciò che sono stati e di ciò che diventeranno. Le ostriche e il vino concorrono all’analisi dei fatti e a sancire un’amicizia duratura. E, sale ancora quando, in un’altra occasione, al gruppo si aggiunge Tom e davanti a un’abbondanza di antipasti e main dishes le confidenze prendono forma e aprono scenari per la trama che si andrà a scoprire nelle pagine a venire.

La svolta gastronomica continua quando Nathan, Tom e Lucy viaggiano verso Nord e sono obbligati a una sosta di qualche giorno all’interno di una grande tenuta che non è mai diventata un hotel di lusso. Le cene con aragosta, crescione, lombo di maiale, verdure e crème caramel diventano base per una storia d’amore, per amplificare il senso di famiglia e per dimostrare, ancora una volta, come le sfortune possano diventare autentiche fortune e come il destino sia un giocoliere stravagante.

Paul Auster non ha bisogno di tanti elogi. La sua scrittura è una porta aperta sulla società, sull’animo umano e sul continuo vagare; è un’altalena che si lascia spingere dal vento delle opportunità e della libertà che ogni suo personaggio cerca; è la follia umana che esaspera illusioni e incertezze, insoddisfazioni e sogni, paure e opportunità.

“Follie di Brooklyn” è l’inno a lasciarsi sorprendere e a non pensare che sia finita. Un inno che mai come oggi dovremmo fare nostro. 

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