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“Natale con amore” di Elena Andreotti.

L’atmosfera natalizia è una delle più versatili, in letteratura. Sarà per via del calore che contrasta il freddo stagionale, delle luci o dell’attesa, dei buoni sapori che consolano o del bisogno degli Altri, … insomma l’Avvento genera un clima speciale, così unico che la penna dello scrittore sa cogliere e trasformare in gradevoli letture.

“Natale con amore” di Elena Andreotti ne è un valido esempio. L’autrice, già ospite del blog in passato, è una giallista, come ricorderete. Il suo stile di scrittura schietto e sintetico ha raccontato molte indagini e continua a coinvolgere i lettori ma, al tempo stesso, sta dando prova di un’autentica e molto interessante prova di ampliamento delle sue capacità, anche in altri generi, più soft e romantici. “Natale con amore”, infatti, non ha nulla a che vedere con la suspence che rapimenti e omicidi generano: è più da considerarsi una dolce novella, una storia d’amore semplice, di quelle che hai bisogno di leggere, di tanto in tanto, per ritornare ai momenti lieti e quel briciolo di speranza che è indispensabile, nella vita di tutti i giorni.

In questa trama, l’autrice ha affidato il ruolo di protagonista ad Alexandra. Lei è una donna che ha raggiunto il successo lavorativo a New York e che sta per tornare a casa – nella fredda e selvaggia Alaska – per guardare il suo passato da una nuova angolazione. Il Natale alle porte, la neve, il vento tagliente, il villaggio della sua infanzia, i sapori ritrovati (salmone, pudding, bevande al cioccolato, carne alla brace, vino ai mirtilli), i giochi da tavolo che allietano e strappano sorrisi, l’amicizia e il senso di comunità sono tutti elementi che riempiono la trama e spingono Alexandra – e il lettore – verso un finale lieto, in cui l’Amore si guadagna il ruolo di nuovo protagonista della novella.

Lo scenario che l’autrice ha creato è un ulteriore elemento di spessore, invitante e affascinante, che spicca nel racconto e che ne diventa parte integrante.

Il ruolo della donna, inoltre, come già ho colto in passato nelle opere di Elena Andreotti, qui torna con determinata dolcezza, con coraggio, con audacia e con una spinta verso il futuro ben delineata, chiara, comprensibile.

Infine la scelta: è un tema ricorrente, che insegue la protagonista per gran parte della trama e che alimenta la curiosità del lettore, fino all’ultima pagina, fino all’ultima riga.

Consiglio di lettura. Leggete “Natale con amore” per scoprire qualche curiosità circa una terra lontana come l’Alaska e, soprattutto, quando sarete prossimi a compiere una scelta d’Amore.

Si ringrazia l’autrice per il file lettura in omaggio e per la foto.

Nota biografica dell’autrice:

Elena Andreotti
Sociologa con perfezionamento in bioetica.
Ha lavorato per circa venti anni nella P.A. dove si è occupata a lungo di informatica, partecipando a progetti riguardanti il sistema informativo aziendale e curando la formazione dei colleghi.
Attiva nel volontariato, attualmente cura la formazione dei volontari.
Ha collaborato per una decina d’anni con un periodico locale, occupandosi della rubrica di bioetica.
Appassionata di pittura, fotografia e macrofotografia che pratica dilettantisticamente, ma con buoni risultati. Lettrice onnivora, predilige la letteratura gialla’ e fantascientifica.

Libri già pubblicati
Due collane e un romanzo rosa che trovate dettagliatamente nella Pagina autore di Amazon
• Blog personale: Non Solo Campagna – Il blog di Elena
• Blog personale: Elena Andreotti ‒ scrittrice
• Profilo Facebook: Elena Andreotti
• Pagina Facebook: Non solo
Campagna – Il blog di Elena
• Profilo di Instagram: @elena.andreotti.autrice

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“Non ho mai visto inciampare l’amore” di Chiara Briani, Augh Edizioni.

“…Ci sono momenti della vita in cui il tempo di ferma e le circostanze diventano eventi…” Citazione tratta dal libro.

Un’affermazione intensa, questa tratta da “Non ho mai visto inciampare l’amore” di Chiara Briani, Augh Edizioni. L’ho scelta senza dubbi, perché credo fermamente in questo concetto: la vita è fatta di momenti nei quali il tempo si prende il ruolo di protagonista e proprio in questi frangenti avviene il cambiamento, quello che non ti aspetti, quello che determina il prima e il dopo. Un tempo che separa o unisce, che sbiadisce o colora, che insegna o che insegue.

Andrea ed Elena, i protagonisti del romanzo, sono una coppia normale, una tra tante. Un amore nato per caso, o per via del destino; una promessa strappata con un sorriso – quella di rivedersi al museo, in un futuro lontano ma ben visibile -, un progetto di vita insieme; una cucina ampia, dove le spezie di Andrea emanano profumi lontani legati a tempi lieti. Un figlio, un’ottima posizione sociale e professionale per entrambi, la passione per l’arte, per le cose belle. Una vita perfetta, insomma.

Andrea ed Elena vivono, si amano, si tendono la mano, si sorreggono. Andrea dichiara che la vita è fatta di momenti semplici: una pizza con gli amici, una zuppa calda, l’amore. Elena ama gli impressionisti, l’arte è una delle sue più grandi passioni.

Il tempo, tuttavia, si ferma ed è una fermata ingiusta che cambia l’ordine delle cose, il loro valore, inevitabilmente, senza pietà.

Chiara Briani, con una scrittura intensa, ti trascina all’interno di una trama commovente e coinvolgente. Il dolore viene elargito in dosi massicce ma con una dolcezza struggente che lascia, nel lettore, una scia di emozioni e suggestioni. L’autrice ha usato la tecnica di narrazione mista: la prima voce è quella di Elena, poi subentra quella dolce di un narratore che afferra momenti di un passato felice e li inserisce nel presente sbagliato. Appare anche la forma epistolare, una forma che, in questo contesto, ho apprezzato molto. Tra passato e presente non troverete un percorso statico e questo aspetto crea una danza tra fatti, impressioni, emozioni (tante, tantissime) e la personalità dei personaggi che diventa sempre più delineata, certa. Mentre leggi affronti il tema dell’Amore, del rapporto tra figli e genitori, della solitudine e dei silenzi, dell’accettazione, del tentativo di sopravvivere in compagnia di un peso ingiusto, della speranza, della vicinanza e del sostegno. E degli eventi che diventano circostanze, appunto, dai quali fuggire è impossibile.

Consiglio di lettura. Leggete “Non ho mai visto inciampare l’amore” quando avete bisogno di ritrovare il senso delle cose, quello più autentico.

Si ringrazia Valentina Petrucci dell’ufficio stampa per il file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Chiara Briani è nata a Padova. Vincitrice del premio giovani di critica letteraria “Giovanni Comisso” e di altri premi minori, ha lavorato come giornalista pubblicista. Con Alter Ego ha già pubblicato Voglio potermi arrabbiare(2016), Mrs Grace (2017) ed è presente nell’antologia 80 voglia di ammazzarti (2020) con il racconto Flashdance.

Il sito della casa editrice è: http://www.aughedizioni.it

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“Sarai Solo Mia – Le indagini del detective Lynda Brown” di Marcella Nardi.

Mi chiamo Lynda Brown e sono americana, del Massachussetts…” Citazione tratta dal romanzo.

Questa è una parte dell’incipit tratta del romanzo giallo dal titolo “Sarai Solo Mia – Le indagini del detective Lynda Brown” dell’autrice Marcella Nardi. Ho scelto di proporvi questa breve frase perché credo che queste poche parole siano molto rappresentative e siano un ottimo spunto per introdurvi questa lettura.

Marcella Nardi ci porta a conoscere uno dei tanti protagonisti che ha creato con la sua penna precisa: Lynda Brown è una donna che ha fatto del suo mestiere – il detective – uno stile di vita, un bisogno, una sorta di estensione di sé. Il guaio è che ha raggiunto il traguardo tanto ambito: la pensione. Una bella illusione, per una donna come lei che, pur essendosi creata una vita ricca di interessi, resta nel profondo una donna di giustizia e dovere, di princìpi e valori. La “pensione” e l’Italia – Ostia Antica, per la precisione, alle porte della Capitale – dovrebbero essere la sua nuova vita: tranquilla, morbida, familiare.

Invece…

La classica coincidenza, che nel genere giallo è una componente di particolare interesse, accade e Lynda si trova un caso tra le mani che la coinvolge subito, senza attese, senza titubanze: la figlia di una delle sue più care amiche, infatti, viene brutalmente assassinata. Questo sarà solo il primo omicidio sul quale la detective dovrà indagare e, nel farlo, la sua forte personalità dominerà piacevolmente la trama.

Marcella Nardi inizia il racconto dando voce alla sua protagonista: il primo capitolo è narrato in prima persona e questo conferisce al testo una nota intima ma già piena di suspence. Dal secondo in poi, un narratore dalla voce fluida entra in scena per accompagnare il lettore in una storia a tratti cruda, dalla quale emergono molti aspetti psicologici di grande rilievo.

Primo tra tutte l’amicizia. Le amiche sono un gruppo coeso, che si ritrova al solito bar, per iniziare la giornata con piacevoli scambi di opinioni a base di caffè espresso, succo d’arancia fresco e dolci evasioni. Nel loro piccolo mondo vive un mondo più grande, più profondo, perché è nei legami che si trovano le risposte, la forza e la determinazione ad andare avanti. L’intenso legame – quello che è parte fondamentale del team – si percepisce con ulteriore coinvolgimento quando Lynda inizia a lavorare all’indagine insieme a Isabella Rigolli, un altro personaggio di grande spessore. 

Un altro aspetto che emerge dalla lettura e come si evince dal titolo, è l’evidente riferimento all’atto di violenza ai danni delle donne. L’autrice spazia, scava, porta alla luce tradimenti, segreti, silenzi, vite parallele. La sicurezza, il senso di famiglia e l’impegno costante che ciò richiede vengono messi in discussione, a tratti tagliati di netto, come una lama che separa. La narrazione accelera ulteriormente, nel corpo del romanzo, e il lettore si trova ad affrontare un viaggio pieno di salite, di domande, di ipotesi e il bisogno che si percepisce è lo stesso di Lynda e Isabella: arrivare prima che il peggio accada.

Un ulteriore elemento interessante, in questo libro, è legato alla sfera personale della protagonista. L’autrice presenta una donna autentica: forte ma piena di dubbi e contrasti; determinata ma dolce e attenta ai bisogni della sua famiglia. Una donna che lotta, che non si arrende, che non evita la sofferenza e che guarda alla solitudine con gli occhi saggi di chi ha capito che è una parte fondamentale della vita.

E, infine, l’autrice scrive la violenza con tagliente precisione, senza eccessiva brutalità, ma porta al lettore un quadro completo di rabbia e dolore che coinvolge e che lascia trapelare molte riflessioni.

Consiglio di lettura. Leggete “Sarai Solo Mia” – Le indagini del detective Lynda Brown” quando avete voglia di immergervi in una storia avvincente e quando avete bisogno di ritrovare il senso del dovere.

Si ringrazia l’autrice per l’invio del file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Marcella Nardi nasce nel ridente borgo Medievale di Castelfranco Veneto. Si laurea in Informatica, campo in cui lavora per ventidue anni, tra Segrate e Milano. Nel 2008 si trasferisce a Seattle, USA, dedicandosi all’insegnamento dell’italiano, alle traduzioni tecniche e alla scrittura di romanzi. Molte sono le sue passioni: la Storia antica e medievale, la fotografia, i viaggi, la lettura, il modellismo storico e, soprattutto, una grande fantasia nella stesura di romanzi. Come amante di “gialli” e di Medioevo, Marcella si è classificata al terzo posto, nel 2011, al concorso “Philobiblon – Premio letterario Italia Medievale” con uno dei sei racconti che hanno dato vita al suo primo libro, un’antologia, dal titolo di “Grata Aura & altri gialli medievali”, la cui prima edizione si chiamava “Medioevo in Giallo”.

Nel dicembre 2014 ha vinto il Primo Premio al concorso “Italia Mia”, indetto dalla Associazione Nazionale del Libro, Scienza e Ricerca, con un racconto ambientato a Gradara.

Continua a scrivere e dal 2013 ha al suo attivo oltre 15 pubblicazioni. Ha creato due serie poliziesche: “Le indagini del commissario Marcella Randi(6 romanzi in cui la detective è proprio lei: quasi lo stesso nome e con le sue stesse caratteristiche, fisiche e caratteriali) e Le indagini del detective Lynda Brown. Ha anche creato una serie di genere Legal thriller, ambientato a Seattle, USA: “Le indagini dell’avvocato Joe Spark”. Sulla scia dei mitici “gialli per ragazzi” degli anni ’60 e ’70, ha dato vita a una serie di Gialli Young Adult: Le indagini di Étienne e Annabella, dove due studenti universitari si cimentano a fare i detective.

Marcella Nardi ha anche scritto un romanzo mystery/storico dal titolo “Joshua e la Confraternita dell’Arca”, un paranormale, un romance/erotico e alcuni racconti. Ultimi lavori: “Virus – Nemico Invisibile”, Spionaggio/Thriller & Suspense e la seconda indagine della detective Lynda Brown, dal titolo “Io Non Dimentico”.

Il suo sito web ufficiale è: www.marcellanardi.com

La sua pagina autore su Amazon è: Clicca qui

La sua bacheca Facebook è:

https://www.facebook.com/Marcella.nardi.5

Il suo gruppo Facebook di Cultura e Libri:

https://www.facebook.com/groups/Marcella.nardi.scrittrice/

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“Case” di Helena Molinari, Pentàgora

…“Si fugge dentro le case per fuggire la vita, trascurando quanto esse facciano i conti con la vita stessa, quanto esse siano ripiene delle presenze, ma anche delle assenze.”…Citazione tratta dal romanzo.

Ci sono molti modi differenti per viaggiare: c’è chi ha bisogno di una meta definita o, al contrario, di un viaggio senza destinazione; c’è chi insegue un sogno, una nuova esperienza, un brivido; chi si merita riposo e svago; chi fugge e ha necessità di respirare un’aria più nuova, tersa, libera.

Chiara, la protagonista dell’ultimo romanzo di Helena Molinari, pubblicato da Pentagora, fa parte di quel gruppo di viaggiatori un po’ spaesati, coloro i quali stanno per affrontare uno dei passaggi più delicati di sempre: la scelta della propria casa.

Helena Molinari ci porta in una epoca contemporanea: Chiara ha perso il padre, vittima della pandemia e della solitudine che essa ha generato, un padre che le ha lasciato una casa in Alto Adige, una delle tipiche abitazioni in pietra, profumata di legno e di erbe aromatiche. Chiara ha perso anche “l’innominabile”: l’uomo che faceva parte della sua vita ma che, approfittando del lockdown e del distanziamento sociale, si è allontanato da lei. Vive a Milano, si occupa di redazione editoriale, ha una zia che vive a ridosso del mare, in Liguria, in una casa che profuma di focaccia e torta di riso.

Il tema chiave dell’intera trama è racchiuso in una lettera che Chiara riceve da suo padre: cerca il luogo che chiamerà “casa”, lo stesso che parlerà di te, ancor prima che sia tu a farlo. La protagonista, dunque, si muove nel testo portando con sé il bisogno di trovare un luogo che l’accolga e che la faccia sentire viva. Non è sola, Chiara, anche se all’apparenza potrebbe sembrare. Intorno a lei ci sono molti personaggi che hanno un ruolo ben preciso: quello di indicarle la strada, la direzione, la luce che cerca.

La voce dell’autrice è intima, dolce, poetica, ricca di suggestioni che ti restano addosso e che soddisfano la lettura; usa dialoghi brevi per ampliare le descrizioni vive ed esplora molti temi, oltre quello già menzionato, temi che diventano sfondo e riflessione, vista la loro complessità. Si sfiorano le difficoltà economiche legate al lockdown, le restrizioni e il bisogno concreto di trovare soluzioni alternative per evitare il peggio; si legge la spiritualità cara all’autrice che, in quest’opera, trova le sue risposte nella Basilica di San’Ambrogio, a Milano; ci si imbatte nel ruolo dei ricordi, della famiglia; della donna come amministratrice di sé, delle sue capacità di scelta. Infine i luoghi: la montagna, il mare, la città. Tre luoghi distanti che raccontano storie diverse, eppure così strettamente legate.

Il punto di vista gastronomico è un tripudio di sapori e aromi, tanti quanti sono i ricordi che essi stessi evocano: le mele, lo strudel, lo speck, i formaggi, il sidro; le meringhe, il panettone anche se non è Natale, la frutta fresca appena colta, la puccia, e molto altro ancora.

L’ultima nota positiva va dedicata al prodotto completo: la copertina, i ringraziamenti, una serie di illustrazioni bianco e nero che aprono alcuni capitoli e una originalissima concessione privata dell’autrice, nelle ultime pagine, fanno di “Case” un piccolo gioiello.

Consiglio di lettura. Leggete “Case” quando sentite il bisogno di fare un viaggio in alcune delle località più affascinanti del nostro Paese; quando vi sentite persi e avete bisogno di ritrovare la strada attraverso le cose più semplici.

Si ringrazia l’autrice per il file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice.

Helena Molinari (Chiavari, 1969). Scrittrice e conduttrice radiofonica. Ideatrice del Festival della Parola (Chiavari, dal 2014). Con Pentàgora ha pubblicato il romanzo Emma (2019).

Il sito internet della casa editrice è: www.pentagora.it

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“Niente come prima” di Silvana Da Roit, Edizioni Convalle.

”… Cosa credi, i pensieri sono di tutti, anche se quelli dei bambini non fanno rumore. …”

Qualche volta vi sarà capitato di vedere un fiore sbocciare tra le faglie dell’asfalto. Vi sarà successo di osservare i suoi petali (bianchi per le margherite, dei più svariati colori per le viole) e vi sarete chiesti come la nascita, la crescita e la resistenza siano state possibili in un terreno tanto ostile. Domanda lecita e logica che non prevede una risposta, ma molte, tutte ricche di riflessioni, coincidenze, emozioni, commozioni e ingiustizie. Ho pensato a un fiore solitario, forte e di straordinaria bellezza, durante la lettura di “Niente come prima” di Silvana Da Roit, una delle ultime novità pubblicate da Edizioni Convalle.

Questo romanzo narra una storia tutta al femminile, lungo tre generazioni: Maria, Bianca, Miria, Ilaria. Maria è nonna, la sua è la tempra tipica delle donne che, durante il secolo scorso, ha dovuto affrontare il sacrificio, la solitudine, il silenzio; Bianca è una bambina che sembra conoscere le dinamiche dell’amore meglio degli adulti; Ilaria e Miria sono due anime distanti l’una dall’altra eppure straordinariamente vicine nei desideri e nelle ombre che solo la sopraffazione sa generare. Maria, Bianca, Miria sono tre donne per una famiglia e Ilaria è la luce, destino e opportunità, a voi la scelta. Proprio lei, Ilaria, un giorno, alla stazione, si ritrova coinvolta in un incontro casuale, incontro dal quale nella sua vita entra la bambina. La presenza di Bianca è decisa, semplice, dolce, autentica come solo quella dei bambini sa essere.

Ilaria – Lili – e Bianca ripiegano sulla piacevole sazietà che generano i dolciumi e il latte caldo per allontanare un dolore fresco e si lasciano avvolgere dal sapore confortevole della pizza per suggellare la loro amicizia che diventerà così forte e unica da far comprendere alla perfezione il concetto espresso dal titolo. Niente sarà come prima, e questa certezza ruota attorno a tutti i personaggi che partecipano alla trama. Non c’è modo di fermare la forza del cambiamento: l’autrice ha deciso che il Bene – quello vero che nasce dal Dolore – esiste. Per Lili inizia la rinascita e insieme alla sua nuova direzione ci sono risposte, c’è coraggio e desiderio di non arrendersi. Renata e Giacomo – gli amici di sempre– sono presenze indiscusse: la sera della farinata ci sono ricordi e sorrisi indispensabili per guardare avanti e per gettare le basi di un futuro insieme, più determinati a restare ancorati alla vita e alle sue discese impervie.

Silvana Da Roit spinge il lettore in una trama commovente: l’innocenza violata, il dolore e il sacrificio di essere madre, la violenza e l’impotenza, i segreti e i silenzi, il tradimento e la violenza fisica nonché psicologica. C’è poi il migrare in un viaggio che corre lungo l’Italia: Roma, Bologna e la Carnia dove i personaggi esplorano luoghi e ricordi per affrontare sé stessi, le proprie frontiere, e convinzioni.

In tutto questo l’autrice, attraverso una scrittura travolgente, calda, fluida ed emozionante, accende fiamme, luci, devia i destini; spalanca i cuori e sparge solidarietà; dimostra che anche in situazioni estreme è l’Amore – sempre e il solo –  valore per cui vale la pena lottare. Sempre.

Consiglio di lettura. Leggete “Niente è come prima” quando sentite il bisogno di riaccendere una luce, una speranza, quando vi sentite persi, quando avete bisogno di ritrovare l’essenza di voi stessi.

Si ringrazia l’editore per il file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Silvana Da Roit è nata nel 1960 a Domodossola, nella provincia del Verbano Cusio Ossola. Dal 2015 scrive articoli sul sito “I racconti del viandante”, storie della valle Ossola per parlare della sua terra. Nel 2019 decide di seguire il Laboratorio di Scrittura Creativa di Stefania Convalle e nel 2020 partecipa al Premio Letterario “Dentro l’amore” ottenendo una menzione speciale. Ha pubblicato nel 2020 “I tunnel di Oxilla”, il suo primo romanzo.

Il sito dell’editore è: http://www.edizioniconvalle.com

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“Sorelle 2.0” di Marcello Morgera, Pathos Edizioni.#boodinterviste #boodperglialtri

Raccontare storie è un bisogno? Scrivere racconti è una necessità, una sorta di dovere verso i personaggi e la trama? Mi piacerebbe conoscere il vostro parere, cari lettori, perché questa è una delle domande fondamentali alle quali, secondo me, uno scrittore dovrebbe rispondere. Il mio parere è senza dubbio che sì, sono le storie a chiamare gli scrittori e non il contrario. Mi piace immaginare le voci dei personaggi, gli intrighi che si celano nella costruzione del loro percorso all’interno della trama, del loro passato che si affaccia a volte in modo diretto altre volte in maniera più velata, i loro dialoghi che alimentano la narrazione e, in tutto questo, vedo lo scrittore come un mezzo attraverso il quale una semplice trama diventa una storia completa.

Leggere “Sorelle 2.0” di Marcello Morgera, edito da Pathos, ha sigillato questa mia convinzione.

Prima di scendere in profondità sul ruolo dell’autore, però, vi propongo una breve nota sul romanzo. Siamo in un’epoca moderna, a Roma, ma la trama è iniziata da lontano, durante la guerra dei Balcani, dove un gruppo di militari trova una bambina, nel pieno di una scarica di bombe. Le bambine sono due in realtà, ma solo una di loro verrà adottata da Attilio Martinelli, ora Generale dell’Arma, all’epoca a comando delle operazioni sul campo. La bambina, ora donna, è Angela, un personaggio costruito con grazia e determinazione, che ti conquista all’istante. Anche lei ha scelto l’Arma, per mestiere, ed è coraggiosa e ribelle. Mentre la trama viaggia, il lettore s’imbatte in Gabriella. Lei è una donna che sta subendo violenza, che vive nella paura e nella povertà più dura da accettare. Il legame è palpabile, vicino, potrebbe sembrare ovvio, e proprio per questo l’autore ha creato un intreccio ben riuscito e molto gradevole che non ha nulla di banale, anzi.

“Sorelle 2.0” racconta una trama originale con una scrittura originale e, a mio avviso, molto coraggiosa.

Ora, però, vorrei passare la parola direttamente all’autore che ha accettato l’invito a raccontarci il suo progetto.

Buongiorno Marcello. Benvenuto, raccontaci qualcosa di te.

Valeria buongiorno a te e buongiorno a tutti coloro che ti seguono con affetto. Sono una delle persone più “normali” di questa terra, parlare di me è una cosa estremamente facile, se non addirittura banale. Sono il classico padre di famiglia, e marito totalmente innamorato perso da quasi trent’anni della stessa unica donna, da cui trae ispirazione e fonte di vita. Oltre gli affetti, nella mia vita ho due grandi passioni (se non veri e propri bisogni): la prima sono i libri e la letteratura in generale; la seconda è quella per le cause perse quando sembrano irrimediabilmente perse. Ecco perché le mie storie si snodano sempre sulla tematica dei diritti civili, soprattutto quelli negati alle donne. Molte volte chi si dedica ad una causa persa e colui che non ha idea che sia persa, ed è così sprovveduto ed inconsapevole, che in rari casi riesce a cambiarne l’esito. Ecco io spero e mi batto affinché un giorno non ci siano più donne violate nel corpo o nell’anima.

Dopo aver letto la scheda introduttiva del tuo libro, e per tutta la durata della lettura, ho pensato a quanto sia vero il fatto che scrivere una storia sia un’esigenza. Vorresti raccontare ai lettori la tua esperienza e perché questo progetto è così importante per te?

Questo progetto per me è molto importante per due essenziali risvolti. Il primo, come ho accennato prima, è il rispetto dei diritti delle donne (calpestati brutalmente da tempo immemore), il secondo è a carattere un pò più  personale e si lega a quelle patologie, oggi comunemente chiamate, disturbi specifici dell’apprendimento  “DSA”, con cui anch’ io convivo. Molte volte chi è affetto da DSA, non essendo compreso, si allontana dalla cultura, o peggio dalle scuole, ed è questo il principale motivo per cui ho voluto presentare al pubblico questa opera in maniera non del tutto editata e lasciando in evidenza alcune imperfezioni che contraddistinguono noi DSA. Del resto come ho detto, io sono un amante delle cause perse, e quando mi è stato ripetuto, più volte sarcasticamente, che le donne non hanno bisogno d’aiuto e che un autore dislessico è una cosa che in natura non esiste, io ho risposto che in natura non esisteva nemmeno un compositore sordo, (lungi da me di paragonarmi con il grande Beethoven ) ed ho sentito forte l’esigenza di dire – o meglio di scrivere –  ciò che io penso. Il riscontro che ho avuto mi rincuora e mi fa ben sperare, perché mi ha dimostrato che le persone sono molto meno superficiali di quanto le si dipinga.

Come e quando hai avuto l’ispirazione per questo tuo romanzo?

Purtroppo i casi di maltrattamento che ho letto sono davvero tanti, tra questi, due mi hanno ispirato in modo particolare. Il primo era quello di una giovane donna montenegrina, che dopo aver vissuto gli orrori della guerra ed essere rimasta sola con sua sorella minore, si è ritrovata a vivere gli orrori di una relazione distruttiva, perché legatasi inconsapevolmente ad un compagno violento. La seconda scelta, più che a un caso di maltrattamento, mi è rimasto impresso per la risposta d’aiuto che hanno dato le forze dell’ordine, nello specifico i Carabinieri, ad una donna perseguitata ed in pericolo di vita. Non potendo agire a tutela della vittima per via istituzionale, un gruppo di appartenenti all’arma, finito il loro turno di lavoro, hanno stazionato per più di un anno, assolutamente non retribuiti, sotto casa di lei, fin quando il giudice non ha potuto definitivamente allontanare l’aggressore. E da questo intreccio è nata l’idea di SORELLE 2.0.

Ho percepito rispetto e stima nei confronti della donna e nel quadro generale emerge la tua grande sensibilità narrativa. Vorresti raccontarci qualcosa a riguardo, magari una curiosità circa la creazione del personaggio di Angela e/o Gabriella?

In realtà, Angela e Gabriella rappresentano ciò che per me è la donna nel suo intero essere, la forza di superare limiti ed ostacoli, di non arrendersi mai e, soprattutto, ho cercato di mettere in luce un tratto tutto femminile –  che ahimè – è molto carente se non a tratti inesistente in noi uomini, ossia il puro e nobile SPIRITO DI SACRIFICIO. Ovviamente qui ho avuto gioco facile perché, per costruire sia Angela che Gabriella, mi è bastato guardare negli occhi di mia moglie.

Avrai notato l’#boodperglialtri, sotto al titolo del tuo romanzo. Come sai, in questa sezione raccolgo le opere i cui diritti (anche parziali) vengono devolute in beneficienza. Il tuo è uno di questi. Vuoi parlarci di questo ulteriore progetto-nel-progetto?

Sì, con molto piacere. A dire il vero questo è uno dei fattori che ha contribuito a legare me e Pathos Edizioni (nelle persone di Luigia Gallo, Claudio Sturiale e Davide Denegri). Loro sono delle splendide e solidali persone, e di comune accordo, come è giusto che sia, si è deciso di dare una mano ha chi ne ha più bisogno. Anche quando si è parlato di progetto DSA a favore dei giovani, loro sono stati subito concordi e partecipi con la mia idea, ed insieme abbiamo dato forma ad un progetto mai realizzato prima, senza mai minimamente porci il problema di non essere capiti da una parte di lettori che pretende una forma letteraria impeccabile, e anche  per stimolare ed aiutare una persona affetta da disturbi dell’apprendimento: bisogna aiutarlo a credere fortemente in se stesso. Quale migliore messaggio potevamo dare, se non quello che alcune volte bisogna saper andare oltre la forma per apprezzare il contenuto? Ovviamente è di assoluta importanza ribadire che i giovani con disturbi del tipo DSA devono sempre avvalersi dell’aiuto di professionisti che operano in questo campo.

Hai a disposizione uno spazio per lasciare un messaggio ai lettori che ti conoscono e a chi ancora non ha letto i tuoi romanzi.

Ho già ampiamente parlato del messaggio che cerco di lanciare nei miei scritti, che in definitiva si lega al rispetto dei diritti umani, per cui voglio concludere lanciando un ulteriore messaggio, che è quello dell’incentivo alla lettura e rimarco questa cosa perché davvero ci credo molto.

Leggete, leggete, leggete! Non importa se sceglierete Marcello o qualsiasi altro autore, ogni volta che regalate o leggete un libro, state arricchendo non solo voi stessi, ma anche me e tutto il mondo, perché la cultura è davvero l’unica cosa che ci rende liberi.

Si ringrazia l’autore per il file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autore:

Marcelo Morgera, nato il 20 giugno del 1972, a Cava de’ Tirreni. Da sempre risiede in una cittadina della provincia di Salerno, che l’autore ha molto a cuore, Nocera Inferiore. Città che più volte lo ha sostenuto e incentivato per il suo impegno sociale, soprattutto a favore dei diritti civili negati alle donne e contro la violenza di genere. Amante assoluto dei libri, e storico, tema a cui non ha mai smesso di dedicarsi.

Il suo primo romanzo UNA DONNA TRA DUE MOSTRI, sempre sulla scia della tematica violenza di genere, ha ottenuto non pochi riconoscimenti, facendolo conoscere da una buona fetta di pubblico che come lui ama pensare che uno scrittore, non sia né più né meno che un sognatore che ha avuto la fortuna di saper trascrivere i propri sogni.

Il sito web dell’editore è: http://www.pathosedizioni.it

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“Solo cinque” di Gaia Valeria Patierno. #boodinterviste – #boodperglialtri

C’è una figura professionale che è nata per soddisfare i sogni dei bambini: è la Baby Party Planner. Si tratta di un professionista che si colloca tra il Wedding Planner e il più generico Party Planner ma, appunto, vista la categoria di utenti alla quale si rivolge, questa figura, negli anni, si è specializzata, affinando le mansioni al fine di rispettare e garantire le richieste e i desideri dei più piccoli. Starete immaginando palloncini festosi a forma di unicorno o torte a strati a forma di astronavi o automobili, festoni allegri e luci colorate… sì, è proprio così. Questa professione rappresenta a tutti gli effetti l’ilarità, l’innocenza, i sorrisi e la spensieratezza e, non credo sia un caso, che sia stata usata in “Solo cinque” di Gaia Valeria Patierno.

Irene, la protagonista, è mamma di due gemelli di tre anni prossimi all’ingresso alla scuola materna, è fedele moglie di Mauro, e si è costruita un’attività indipendente che gestisce con impegno. Il suo mondo è fatto di zucchero, cacao, farina, nuove idee e allestimenti all’alba, di una moka gorgogliante e di colazioni avvolgenti, di merende al parco e di gelati che consolano come solo sanno fare. Questo è il mondo in cui lei appare, si muove, si sveglia, chiede a sua madre quel pasticcio che rende i pranzi speciali. Ma un mondo non basta, a volte, ed è proprio questo che accade a Irene. Mentre la vita le ruota attorno, lei mette un piede fuori dal cerchio: inizia a concedersi un brivido alcolico, a sfidare lo sguardo superficiale di Mauro, a domandarsi se sia giusta, quella solitudine, il bisogno di scoprire il suo ruolo diventa sempre più solido e reale mentre un’ossessione s’impadronisce di lei, l’avvolge, la spinge in una direzione che la confonde. La spinta, tuttavia, è troppo forte per essere domata: Irene diventa presto qualcuno che non avrebbe mai pensato di poter diventare.

L’autrice ha creato un mondo parallelo, occulto, violento, eroico, nel quale la giustizia e l’ingiustizia corrono lungo il ciglio di un burrone, nel quale la verità e la bugia si scambiano di posto e nel quale le vittime e i carnefici s’incontrano sulla stessa strada. Il ruolo della donna, inoltre, è narrato attraverso ruoli e posizioni: c’è la maestra dei gemelli – ambigua e gelida –, la mamma di Irene – pilastro tenace – e Sofia – energica e sicura di sé. In questo stesso mondo l’autrice, con coraggio e ardore, ha scelto di spingersi tra le ombre della violenza nel mondo dell’infanzia.  Il risultato è un libro complesso ma originale, la cui lettura, a volte, diventa gravosa, non certo per lo stile narrativo, quanto per le domande e le emozioni che scaturiscono, le stesse che sono opera di una penna di grande talento.

Dopo questa premessa, vi voglio portare a conoscere l’autrice che, con grande disponibilità, ha accettato di rispondere a qualche domanda.

Buongiorno Gaia Valeria e benvenuta. Raccontaci di te.

Ciao io sono Gaia, ho 47 anni, sono sposata e ho due bimbi, di 10 e 6 anni. Lavoro da anni in un Ministero e per passione … mi sono scoperta autrice!

Innanzitutto, vorrei che ci raccontassi come e dove hai trovato l’ispirazione per “Solo Cinque”.

La storia da cui prendono spunto gli avvenimenti di Solo Cinque è realmente avvenuta nell’estate del 2019 a pochi passi da casa mia. Come Irene, la mia “eroina”, anche io sono rimasta spiazzata da un evento così brutale e ne è scaturita, a poco a poco, l’intera trama del libro. Del resto, non solo la vicenda della bimba gettata nel fiume è reale ma lo sono tutte le storie narrate nel romanzo tranne, ovviamente, quella dei protagonisti, che lo è solo in minima parte. Sono tutte vicende di cronaca nera italiana, alcune tristemente note e facilmente riconoscibili.

Ho introdotto la professione di Irene. Ho inteso la tua scelta di affidarle questo ruolo così festoso e gioioso per “bilanciare” la brutalità nella quale lei si ritrova protagonista. È giusta, questa mia osservazione?

Sì, hai colto nel segno e, inoltre, c’è dentro anche un elemento fortemente autobiografico… Proprio sabato scorso alle 7 di mattina io stessa annodavo palloncini sotto il gazebo di un parco pubblico per il compleanno del mio figlio minore…

Nel libro tratti anche il tema del lavoro delle mamme, un tema sempre molto attuale perché pone in essere il principio del conflitto eterno che investe le donne. Ci vuoi dire qualcosa in più?

Il mio libro si sofferma sulla condizione femminile, la donna all’interno della famiglia, ad una prima lettura sembra inneggiare fortemente all’emancipazione poi, però, se ci si addentra ci si rende conto che la stessa Irene … non ha cognome, se non quello del marito!

Forse le catene che stringono certe realtà sono più radicate di quanto si pensi …

Quali sono le tue passioni, oltre la scrittura?

Realizzo cake design per le feste di bambini e mi piace allenarmi in palestra, sono una piccola Irene anche io!

Raccontaci, se puoi, i tuoi prossimi progetti letterari e non.

Solo Cinque ha un suo seguito che si chiama Lo Spettacolo, che è uscito il 28 agosto scorso e sta seguendo brillantemente le orme del suo predecessore; sto lavorando a un breve spin off natalizio che spero di riuscire a portare a termine, ma non dico di più per scaramanzia.

Ci tengo a ricordare che tutti i miei romanzi devolvono la totalità dei proventi in beneficienza, a vantaggio delle famiglie di bambini affetti da malattie rare o gravi disabilità; nel corso del 2020 abbiamo raccolto circa 15000 euro per un totale di quasi 5000 copie vendute tra cartaceo ed ebook. Spero di bissare questo successo anche quest’anno.

Lo speriamo anche noi!

Si ringrazia l’autrice per il file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Gaia Valeria Patierno nasce a Roma nel 1974. Nel 1992 consegue il diploma di liceo classico, successivamente si laurea tre volte: nel 1998, in giurisprudenza, nel 2004 in politiche pubbliche e nel 2006 in pubblica amministrazione. Dal 2001 è specialista del settore giuridico presso il Ministero della Salute. È sposata e madre di due figli. Il suo romanzo di esordio è “Solo Cinque”, pubblicato nel luglio 2020 e collegato a un progetto di solidarietà che ha devoluto tutti i proventi a bambini affetti da gravi disabilità o patologie rare. “Lo Spettacolo” è il seguito del precedente romanzo e sposa la stessa causa.

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“Tutto il bene, tutto il male” di Carola Carulli, Salani Editore

Siete stressati? Dormite poco e il vostro sonno è spesso agitato? Siete protagonisti di risvegli arrabbiati e giornate pesanti come una coperta bagnata sulle spalle a ferragosto? C’è un rimedio naturale che forse non avete ancora provato: latte caldo e vaniglia la sera, prima di coricarvi. Consiglio valido sempre: non esagerate con la bevanda e in caso di allergie presunte o sospette contattate il vostro medico, altrimenti il risultato che otterrete sarà una notte tutt’altro che lieta. La vaniglia è un frutto della terra che è di uso comune, pur essendo piuttosto costoso per via della sua raccolta. La usiamo prevalentemente nei dessert e il suo aroma dolce e avvolgente è stato elaborato da molte case cosmetiche, per la realizzazione di profumi e prodotti di vario genere, anche per la casa, pensate alle bacchette di incenso, alle candele o ai detersivi. Insomma, potremmo dire che la vaniglia – dal Messico, suo paese d’origine – è riuscita a conquistare il Mondo, a suon di scie profumate e sapori caldi. Se ora vi dicessi che è stata usata anche per un libro, come reagireste? Non intendo in senso letterale, ma mi riferisco a un filo conduttore che è stato adattato con grande abilità e che ha saputo emergere con dolcezza negli attimi più coinvolgenti della narrazione.

Non vi è chiaro? Forse lo sarà dopo aver letto la seguente citazione, tratta direttamente dal libro: una delle ultime pubblicazioni dell’editore Salani intitolata “Tutto il bene, tutto il male” di Carola Carulli.

 “…Quando apro i suoi libri c’è quel profumo di vaniglia, se lo faceva preparare apposta da una specie di alchimista fiorentino che aveva una bottega puzzolente tanto era profumata…  Ne ho ancora due boccette, una è sigillata, l’altra l’annuso quando mi manca…”

Siamo solo a pagina dodici… e continuando la lettura, il legame tra il personaggio a cui si riferisce la voce narrante e un profumo che la contraddistingue diventa ancora più forte.

I personaggi che compongono la trama sono raccontati attraverso la voce diretta e istintiva di Sveva: una giovane donna divisa tra la ricerca di sé, lo studio, il teatro e i rapporti famigliari non proprio semplici. Sarah è sua madre, una donna che vive di silenzi e abiti firmati; il nonno Emanuele intelligente e fiero e Alma, la zia ribelle. C’è suo padre, il cui legame è bloccato da distanza e indifferenza; Dafne la stravagante amica di Alma e altre anime, ognuna con il proprio ruolo ben preciso. Ruolo che non intendo svelarvi.

La narrazione è composta da un’alternanza di capitoli brevi che rendono la lettura dinamica, empatica. Sveva è in preda al bisogno impellente di raccontare il suo rapporto con Alma e così ti trovi catapultato in una storia in cui un personaggio dipende direttamente dall’altro. Sveva racconta di sé attraverso Alma: ci sono i periodi nella villa al mare dove la libertà, il sostegno e la presenza sono ovunque; le confidenze a base di uova al bacon; i bicchieri di vino che spezzano la solitudine; la carbonara per raccontare un viaggio e le trattorie per avvertire quel calore tipico delle cose semplici. Sveva spiega, si arrabbia, mostra tutta la sua delusione, il suo rancore, l’amore che prova per Alma attraverso una delle strategie narrative più emozionanti: i ricordi. Sono come una valanga, questi suoi ricordi: invadenti, coraggiosi, sinceri. E poi c’è il futuro: una luce in lontananza che Alma vede prima di Sveva.

Carola Carulli affronta il tema della maternità e della genitorialità senza sconti. Non ha lesinato sul distacco, sulla perdita (quella più definitiva di sempre), sulle incomprensioni, sulla possibilità di essere madri fuori dai canoni prestabiliti. Non si è risparmiata sul significato di famiglia: un ampio mondo in cui l’amicizia, il sostegno e l’amore coesistono. Non ha dimenticato il rapporto che genera il passato all’interno del futuro, né il bisogno di appartenere, di trovare le risposte, di accettarsi, di accogliere le fragilità, di ascoltarsi e di saper ascoltare. Infine, l’autrice è riuscita a raccontare il coraggio di vivere e di uscire dagli schemi per essere sé stessi fino in fondo. Ci è riuscita lasciando libera Sveva di esprimersi, di vagare tra i ricordi lontani e vicini, nella quotidianità e nei sogni, nella speranza e nel fallimento e tra le dolci note della vaniglia che hanno invaso – con estrema dolcezza– la narrazione.

Consiglio di lettura. Consigliato a chi ama le storie di famiglia – complesse e non lineari (sempre che ne esistano); a chi ama la narrazione intima, in prima persona e non convenzionale, empatica e libera; a chi ama la commozione che solo le storie al femminile sanno suscitare.

Si ringrazia l’ufficio stampa per il file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Carola Carulli è giornalista, si occupa di cultura da molti anni. È conduttrice del Tg2, cura le rubriche Achab e Tg2 Weekend dedicate alla lettura. Segue come inviata i più grandi eventi musicali, letterari e cinematografici. È autrice di diversi documentati.

Il sito della casa editrice è: http://www.salani.it

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“Nomadland – Un racconto d’inchiesta” di Jessica Bruder – traduzione di Giada Diano – Edizioni Clichy

“… La verità, per come la vedo io, è che le persone sono capaci di lottare e allo stesso tempo di conservare il proprio ottimismo, anche davanti alle sfide più dure. Non significa negare la realtà. Piuttosto, dimostra la notevole capacità del genere umano di adattarsi, di cercare un significato e un senso di affinità di fronte alle avversità…”

Le parole che avete appena letto sono tratte da “Nomadland” di Jessica Bruder, edito per il nostro paese da Edizioni Clichy e tradotto da Giada Diano: non è un caso che io abbia scelto di iniziare l’articolo con questa citazione. Ne ho selezionate molte, in verità, durante la lettura e come faccio d’abitudine ormai, ma, nonostante ciò, anche dopo l’ultimo capitolo, sono tornata, ancora, su questo concetto che, per me, rappresenta “Nomadland”.

Jessica Bruder, giornalista statunitense nativa della East Cost, è l’ideatrice di un’inchiesta coraggiosa: vivere a bordo di un van e guidare lungo il territorio americano per narrare la vita di un infaticabile gruppo costretto alla vita nomade. Un genere di persone che si inserisce in un contesto ben preciso: sono coloro i quali hanno subito gli effetti più devastanti della crisi economica. Sono laureati, professionisti, dipendenti, imprenditori. Sono uomini, ragazzi, nonne, coppie, single. Gente normale, insomma, con un futuro diverso da ciò che avevano immaginato. Persone che si sono trovare a dover prendere una decisione: abbandonare la propria casa per sopravvivere.

La voce della giornalista è la presenza costante dell’opera: è un timbro che irrompe, narra e trascina. Il racconto è fedele, come lo sono le storie d’inchiesta: ci sono cifre, statistiche, luoghi, annotazioni, ma questo non interrompe – anzi accentua – la conferma che tutto ciò che hai tra le mani è reale, tangibile, provato. Questo aspetto mi ha coinvolta, molto più di quanto vorrei ammettere. Perché “Nomadland” è una costruzione di esperienze, di anime, di vite che sono state realmente lì, in quell’ambientazione, in quel tempo. Loro hanno davvero sofferto, si sono rialzati, si sono inventati un nuovo modo di abitare per continuare a esistere.

Nei primi passaggi dell’opera incontri lei, Linda May, la donna che si è prestata come personaggio chiave dell’inchiesta: una donna forte, sorridente, intelligente, colta, instancabile, ingegnosa. Un’anima che ha deciso di intraprendere un viaggio nomade per non essere di peso alla sua famiglia e per portare a termine un sogno: risparmiare denaro per costruire una Earthship (una casa a energia zero, totalmente indipendente, provvista di un orto). L’amicizia tra Jessica e Linda non è scontata eppure nasce, cresce, si rinforza fino a diventare un sentimento solido, attivo. Loro percorrono strade pericolose, dormono sotto lo stesso cielo, dividono uova, bacon, verdure e tortilla. La semplicità e la resilienza di Linda diventano gli ingredienti perfetti per alimentare, di continuo, il loro rapporto di stima e fiducia.

L’amicizia e il sostegno sono entrambi elementi che ricorrono spesso, nell’opera. Durante i viaggi, all’arrivo nei campeggi per i lavori stagionali, o nei magazzini, la forza del gruppo dei workamper dirompe. Mi sono convinta – ancor più –  di quanto sia indispensabile tendere la mano, a volte afferrarla, e tutto questo non ha nulla a che vedere con la debolezza, anzi, è forse vero il contrario: la forza sta nel fare rete, soprattutto quando la situazione è precaria.

La precarietà è un ulteriore pensiero che mi ha accompagnato durante la lettura. È la netta sensazione di essere sul ciglio del burrone, laddove è sufficiente un passo falso e si cade nel vuoto. La precarietà che si racconta in “Nomadland” è, però, come una moneta: ha un doppio aspetto che durante la narrazione esplode in forma piacevole, per la narrazione stessa, e di particolare rilievo per la sorte della community. Si tratta di una forma di unione, di spinta, che genera un equilibrio che non ti aspetti: tutti – e dico tutti – i workamper sono legati da un unico grande sistema che – come ho scritto nel paragrafo precedente – emerge con forza. In sostanza, appare evidente il bisogno di accettarsi, sostenersi, aiutarsi. Perché il baratro è lì vicino, e tutti ne scorgono il profilo ingiusto.

Questo costante moto di collaborazione torna puntuale, durante l’intera narrazione, come la raccolta delle barbabietole, un evento che genera il viaggio di centinaia di lavoratori stagionali che, sulle loro case mobili, oltre a lavorare, si uniscono per studiare un metodo di risparmio alternativo; leggere blog ricchi di suggerimenti pratici su come affrontare l’inverno seguente, e si ingegnano per tutelare la propria salute al fine di evitare incidenti o malattie perché ammalarsi significa, inevitabilmente, perdere l’unica opportunità di lavoro.

Questi sono solo alcuni dei temi che “Nomadland” ha esplorato, ce ne sono molti altri per cui vale la pena una sana riflessione: la disparità, i rapporti familiari, i sogni, la paura, il tormento, il diritto, l’appartenenza a un gruppo e a un luogo, le denunce, i soprusi.

Converrete con me: ci sarebbero tutti gli ingredienti per una trama dal sapore amaro, pietoso, irrisolto. Indubbiamente la drammaticità degli eventi è commovente, ma l’autrice – complice anche il sorriso di Linda che non si vede ma si avverte – è riuscita a bilanciare le emozioni e i fatti in modo egregio, rendendo la speranza e la sfida qualcosa in cui credere, fino in fondo. Qualcosa che ti fa pensare che il senso di ottimismo nella citazione non è follia, ma anzi un valore da conservare e divulgare.

Nota: la trasposizione cinematografica di “Nomadland” ha ottenuto una serie di riconoscimenti, tra i quali: vincitore di tre Premi Oscar 2021 (Miglior Regia, Film e Attrice), vincitore del Leone D’Oro 2020, del Golden Globe 2021, del BAFTA. 2021. Tra i premi vinti dall’opera narrativa si ricorda il Discovery Award 2017.

Nota biografica dell’autrice:

Jessica Bruder è una giornalista che si occupa di sottoculture e questioni sociali. Per scrivere Nomadland ha vissuto per mesi in un camper, documentando la vita degli americani itineranti che hanno abbandonato la loco casa per vivere la strada a tempo pieno, unica via per non essere travolti da un’economia sempre più precaria, nella completa assenza di un welfare state. Il progetto ha richiesto tre anni e più di quindicimila miglia di guida – da costa a costa, dal Messico al confine canadese.

Il sito della casa editrice è: http://www.edizioniclichy.it

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“Rinascere a Midsommar” di Elena Andreotti.

Quanto tempo è necessario per guarire dalle proprie ferite, quelle più profonde e taciute? Quali sono i mezzi attraverso i quali possiamo provare ad attuare la famosa svolta? Quali sono le spinte che ci inducono a prendere una direzione piuttosto che un’altra?

Queste sono solo alcune delle domande che ho affrontato durante la lettura di “Rinascere a Midsommar” di Elena Andreotti. L’autrice, questa volta in una veste insolita e molto diversa dai gialli tecnici ai quali ci ha abituato, racconta una trama che mi ha tenuta incollata alle pagine per un lasso di tempo breve ma intenso. Siamo in un’epoca moderna e Linda, la protagonista, si rende conto di aver vissuto (e di continuare a vivere) una vita schiava, tossica, dipendente. Un’esistenza che l’ha spinta all’angolo delle sue possibilità, tra ombre e incertezze e, forse per un consequenziale risultato, ad affrontare una malattia che la rende ancora più sola. Sarebbe facile abbandonarsi al dolore, ai silenzi, alla quiete della tristezza, ma lei è una donna che vuole vivere, che ha nel sangue la passione di esistere, che trova il coraggio di dire quel “no” che tante volte è stato taciuto. Linda ha una seconda possibilità: in Svezia, nel paese in cui ha trascorso le vacanze da ragazza, nella casa in cui la zia le aveva insegnato a dipingere e a essere felice.

Siamo di fronte a una storia moderna di rinascita – come del resto recita il titolo – è a tutti gli effetti l’autrice focalizza l’attenzione su molti degli aspetti che inducono a tale processo: il viaggio, la lotta contro i sensi di colpa, la sana attenzione verso sé stessi, la spiritualità e la tradizione, la motivazione, il bisogno di mettere distanza tra un passato malato e lo spiraglio di luce che si apre quando c’è speranza. Tuttavia, c’è un aspetto che mi ha colpito maggiormente rispetto a tutti gli altri, che restano comunque di grande spessore: la malattia di Linda. Non è mia intenzione svelarvi aspetti della trama che è giusto scopriate in autonomia, ma, nonostante ciò, il legame psicologico-emotivo nel quadro fisico generale, in questo contesto, diventa un tema nel tema. È una scoperta, una fase interessante, una rispettosa forma di riflessione che non mancherà di coinvolgervi.

La scrittura di Elena Andreotti si conferma completa e, anche in questo genere letterario, riesce a essere lineare e precisa così che la lettura procede senza intoppi. In generale, le descrizioni essenziali, le informazioni pratiche di cui l’autrice cita anche la fonte e l’intreccio tra i personaggi sono tutti fattori ben costruiti, a mio avviso.

L’aspetto gastronomico non delude: il lettore si aspetta di captare i sapori e i profumi di una terra affascinante come è la Svezia ed è piacevolmente accontentato. Ci sono gli sgombri conditi con salsa di mirtilli che compongono una delle cene a base di ricordi; decotti misteriosi che aprono la mente e il cuore; un picnic per celebrare la tradizionale e propizia festa di Midsommar a base di polpette, salmone, aringhe, fragole e acquavite.

Non è tutto. Linda resta legata al suo passato perché non tutto è da archiviare. Cosi la pasta, il vino bianco, il caffè sono sapori che continua ad amare.

E proprio attorno all’Amore l’autrice tesse la sua trama, e riesce bene a trasmettere ciò che la protagonista prova. Non aspettatevi, però, la magia delle favole: per Linda il viaggio sarà costellato di rinunce, domande, riflessioni, strappi, lacrime, certezze e delusioni.

Nel complesso, “Rinascere a Midsommar” è una lettura che mette in evidenza tratti psicologici di grande rilievo attraverso una narrazione delicata e sublime.

Consiglio di lettura: Inserirei questa lettura nella mia casella personale “evergreen”: per la scelta stilistica, i temi affrontati e la magia che si sprigiona è un libro che può essere letto in qualsiasi “stagione” della vita. Una lettura al femminile che sarebbe appropriata anche per un pubblico maschile.

Si ringrazia l’autrice per il file lettura inviato in omaggio e per la foto copertina.

Nota biografica dell’autrice:

Elena Andreotti è sociologa con perfezionamento in bioetica. Ha lavorato per circa venti anni nella P.A. dove si è occupata a lungo di informatica, partecipando a progetti riguardanti il sistema informativo aziendale e curando la formazione dei colleghi. Attiva nel volontariato, attualmente cura la formazione dei volontari.

Ha collaborato per una decina d’anni con un periodico locale, occupandosi della rubrica di bioetica.

Appassionata di pittura, fotografia e macrofotografia che pratica dilettantisticamente, ma con buoni risultati. Lettrice onnivora, predilige la letteratura ‘gialla’ e fantascientifica classica.

Da circa due anni scrive libri gialli, pubblicati su Amazon. Da poco si è cimentata in un sick_romance.

Libri già pubblicati

Li trovate nella Pagina autore di Amazon

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“Amare una volta” di Davide Mosca, Salani Editore.

L’autunno è arrivato, e con lui i colori caldi della Terra: l’arancio deciso delle foglie, le sfumature intense dei sempreverdi, la scia della nebbia che scende calma e il cielo azzurro che cede spazio ad albe, tramonti e a nuvole talvolta dense.

Questa è una delle stagioni più celebrative, in termini naturalistici, e uno dei luoghi dove l’Uomo può ammirare al meglio lo splendore è sicuramente il bosco: un ecosistema affascinante, quasi mistico, dove la calma e il silenzio fanno da padrone e dove ogni vita ha un suo spazio definito. Il bosco che si sviluppa tra le colline, poi, in autunno ma non solo, esprime un fascino ancora più autentico: pensate a quei saliscendi naturali che ricordano un andamento simile alla vita, alle ombre che si avvicinano e si allontanano dal sole che rimandano a gioie e dolori e, anche, quel paesaggio che, da lontano soprattutto, cattura lo sguardo spezzando la monotonia della pianura per dimostrare che abbiamo bisogno di stimoli, di cambiamenti.

Il bosco, la collina, i colori e i profumi sono alcuni dei protagonisti del romanzo “Amare una volta” di Davide Mosca, edito da Salani: siamo nelle Langhe, un territorio che, data la sua naturale bellezza, è diventato Bene protetto dall’UNESCO. La struggente presenza di questo luogo è – appunto – una costante: l’autore ha usato una scrittura descrittiva, ricca di particolari, quasi fotografica: il risultato è un quadro nel quale il lettore s’immerge e, nella sua natura semplice e visiva, resta fino alla fine. Il luogo è sempre lì, accanto al lettore, nelle pagine che si rincorrono, nella lettura che ti avvolge e che ti arricchisce.

Se l’area naturale è uno degli aspetti che maggiormente ho percepito, la casa è uno degli altri luoghi che non dimentichi facilmente, quando hai terminato questo romanzo. Si tratta di un ambiente grande, dove la cucina è il fulcro della famiglia, dove la famiglia fonde le sue origini. La casa è come un faro – e come potremmo esprimere il contrario – e, anche in questo, l’autore esprime una notevole delicatezza narrativa: le descrizioni saziano e i sentimenti che nascono sono di spessore, autentici, e rispecchiano l’essenza dei personaggi che ci vengono raccontati da una voce senza eguali. Lei è Virginia – Ginia – ed è lei che conduce il lettore nella sua famiglia, i Costamagna, nella sua casa, una grande villa attorno alla quale ci sono filari d’uva e bacchi da seta, alberi da frutta rigogliosi e orti da curare, nella sua terra, quel basso Piemonte che a ridosso della fine della seconda guerra mondiale era ancora un punto nascosto ma strategico.

L’ambientazione temporale, lo avrete capito, è proprio la metà del secolo scorso quando il nostro Paese soffriva perdite umane e povertà, quando il benessere di un tempo era stato reso nullità a causa del conflitto mondiale (come è successo alla famiglia di Ginia) e le donne erano una forza indispensabile, anche se loro non ne erano consapevoli.

Il ruolo delle donne, in questo romanzo, è un tema che ritroviamo spesso e che, a mio avviso, è stato trattato con grande rispetto. In primis, la sensibilità dell’autore che si cala nei panni di una voce narrante femminile è stata una gradevole scoperta (scoprirete da soli l’immensa empatia di Ginia). L’autore, infatti, non ha timore di affrontare il suo personaggio: asseconda la sua ribellione, traccia la sua furbizia, narra i suoi ricordi, accende il suo desiderio ed esprime ogni sua riflessione. Il tutto con semplicità e naturalezza e, così facendo, la narrazione risulta omogenea, fluida. C’è poi un altro personaggio femminile che ho amato: la mamma di Ginia. Sempre attraverso gli occhi della ragazza, conosciamo una figura matriarcale perfettamente in linea con il periodo storico: una fine intelligenza e uno spirito di adattamento da far invidia, un contenitore umano ed ermetico di confidenze e un cuore mite, inspiegabilmente. La sua presenza, la sua vicinanza, le sue parole dolci sono stati un altro gradevole incontro. La terza figura femminile è la Duchessa, la nonna di Ginia. L’altro lato dell’essere donna, direi. Una miscela di rigore e autorevolezza, di infelicità e strigliate gratuite, di solitudine e incomprensioni, di rammarico e nostalgie taciute.

“Amare una volta” potrebbe essere, al primo sguardo, una storia d’amore e per certi versi lo è. L’amore che travolge Ginia è certamente il perno del racconto, un amore acerbo ma totalizzante, come solo il primo amore sa essere. Tuttavia mi permetto di dire che parlare solo di amore, in riferimento a questa lettura, sarebbe riduttivo. I temi che ho letto meriterebbero, tutti, un articolo a parte: il ricordo degli avi che costituisce le nostre radici che, anche lontani, sono vivi; la violenza verbale e fisica che mette in luce situazioni di disagio; il ruolo della famiglia nella sfera sociale, comunitaria, e nei confronti dei componenti stessi; la crisi economica (che in ogni epoca torna, puntuale e severa); la libertà, la morte, la guerra (e non solo quella che si compie al fronte); l’istruzione e il sapere come diritto di ognuno; il futuro che qualche volta fa a pugni col passato e la voglia di riscatto; la felicità che crediamo ci debba appartenere e, infine, il bisogno di casa, quel bisogno che, ancora oggi, qualche volta, non trova la giusta definizione. Ne ho citati alcuni, ma questo spazio è davvero troppo esiguo per implementare l’analisi. Lascio a voi, lettori, la possibilità di scovarne altri e di apportare le giuste riflessioni.

Infine, la nota gastronomica. In un contesto letterario come questo, complesso e strutturato, i sapori costituiscono un aspetto irrinunciabile. Ci sono i frutti dell’orto e del frutteto: peperoni e fichi; i frutti della natura: i preziosi noccioli; i frutti del lavoro: le marmellate, le conserve, il moscato, il dolcetto e il barbera, il grano e i legumi. L’autore usa piatti di minestra per riscaldare la cucina resa gelida da uno degli interventi della Duchessa; vassoi di robiola e toma per far ritrovare l’appetito al padre di Ginia; colazioni a base di latte caldo e pane, per iniziare una giornata nuova e il brasato, a cena, per celebrare una giornata proficua.

Consiglio di lettura: “Amare una volta” è una storia di famiglia, densa di ricordi e sentimenti, ingiustizie e scoperte. Una trama gradevole, e un’ottima compagnia, in vista delle fresche sere d’autunno.

Si ringrazia l’ufficio stampa per l’invio della copia elettronica in omaggio.

Breve biografia dell’autore:


Davide Mosca è nato a Savona e vive a Milano, dove dirige la libreria Verso. Ha pubblicato vari romanzi, l’ultimo è Breve storia amorosa dei vasi comunicanti (2019).

Il sito internet dell’editore è: http://www.salani.it

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“Dentro l’amore” di Stefania Convalle, Edizioni Convalle.

L’edizione 2021 del premio letterario “Dentro l’amore” sta per dirigersi verso la serata finale, durante la quale conosceremo titoli e autori vincitori. L’evento culturale, giunto ormai alla sesta edizione, è ideato da Stefania Convalle. La notizia, giunta qualche giorno fa sul Gruppo Facebook di Edizioni Convalle circa l’impossibilità di premiare i vincitori in teatro e di assistere a una serata in presenza, non ha certo impedito all’acuta Stefania di portare a portare a termine il suo intento: ha annunciato, infatti, con il giustificato dispiacere, che la serata finale sarà in diretta, proprio sulla pagina Facebook, e che non ci saranno più limiti ai posti disponibili. Insomma, siamo tutti (ma proprio tutti) invitati a partecipare a un evento che ci condurrà in racconti, poesie, fotografie e molto altro ancora.

“Dentro l’amore” è un titolo avvincente per un premio letterario, e lo è ancor più per una raccolta di racconti: Stefania Convalle lo scelse per la sua seconda opera edita da Demian nel 2013, e più recentemente, nel 2019, con una nuova edizione dalla casa editrice di cui è fondatrice.

Quando ho iniziato la lettura di questa raccolta, ho avvertito subito una forte componente sentimentale. Il titolo è un chiaro rimando al sentimento principe –  il protagonista indiscusso della storia della letteratura –e in apparenza potrebbe sembrare solo questo a coinvolgere il lettore. Non è così. Io l’ho capito subito, quando nel primo racconto, ho trovato questa frase “Non so se l’amore esista, ma esito io”. Ho letto e riletto, e ancora lo sto facendo mentre scrivo, questa frase. Breve ma complessa e, soprattutto, un insieme così vasto di significati che, con molta probabilità, non sono nemmeno riuscita a cogliere per intero.

La prima cosa che ho provato è stata quella punta di orgoglio che tratta spesso, la penna di Stefania. Non è arroganza né presunzione, semmai è il risultato di un viaggio che si presenta sempre arduo, articolato e mai semplice. L’amore, in fondo, è proprio questo: una sfida, un percorso, una perdita, un ritrovamento.

Una seconda osservazione è relativa alla consapevolezza di sé che, nelle opere dell’autrice, ho spesso ritrovato, tra le tante figure femminili che sono state protagoniste di vicende amorose dalla straordinaria complessità psicologica: tra i racconti di “Dentro l’amore” questa capacità deriva da un destino avverso, da prove, da viaggi fisici e mistici.

Una terza considerazione deriva dal verbo scelto: esistere. Un significato forte, determinante, perché esistere significa affermare la propria presenza nonostante tutto, anche se la vita ci ha messo davanti un muro, anche se noi, quel muro, non siamo certi di poterlo scavalcare. Eppure… esistiamo. Se siamo vivi, insomma, un motivo c’è. Ed è in questo che si trova la forza reattiva, la scelta, la destinazione, la ripartenza.

Non vi racconterò trame né vi presenterò i personaggi che brillano nell’opera. Non ho intenzione di farlo perché in ognuno di loro ho trovato una forza distinta, una determinazione all’esistenza che mi ha riportato, spesso, alla frase che vi ho evidenziato ed è giusto che i lettori che sceglieranno quest’opera ci arrivino vergini, senza influenze da parte mia.

Mi preme invece raccontarvi di come l’autrice abbia spaziato nelle tecniche di scrittura, creando così un patchwork narrativo di grande spessore: narratori che come un soffio di vento raccontano la storia di un uomo e di una donna (come accade per Anna e Ettore); la prima persona singolare, una delle più intime e personali, che esalta il considerevole lavoro psicologico che ha compiuto l’autrice (come nel racconto che chiude l’opera “Gli occhi non invecchiano mai”). Alcuni di questi racconti sono brevi e delineano una presenza maschile forte (“Amami” per esempio); altri seguono lo schema-libro e si compongono di prologo, corpo ed epilogo (“L’osteria dell’oppio”); altri appaiono come un esempio di come si possa giocare, con le parole, quando la padronanza della lingua è tale (“Cento parole: una storia”). Ogni racconto è un universo a parte, nel quale il denominatore comune è, senza dubbio, l’Amore. Chi conosce la scrittura di Stefania Convalle sa anche che il suo raccontare l’amore non è quasi mai una fiaba principesca dalle tinte rosa antico: le esperienze che porta al lettore sono forti, dense di significato e di sfide, di coraggio, di dolori taglienti, di perdite e di amicizia, di amore per la scrittura, di famiglia convenzionale o meno, del rapporto con gli Altri (adulti o piccini). Questo è “Dentro l’Amore”: una testimonianza autentica del sentimento più famoso al mondo.

Infine, la nota gastronomica che, in questo insieme, ha la forza di un’àncora: i bicchieri di whisky sono necessari per accompagnare un sogno nel quale la protagonista del primo racconto deve credere; il tè bollente – dal sapore deciso – è una rivelazione per la protagonista del racconto “Tutto in una stanza”; una “cena leggera e del buon vino rosso” sono entrambi complici dell’amicizia che nasce tra Elisa e Sofia, due donne che mi hanno commossa, durante la lettura del racconto intitolato “Verde Pistacchio”.

Difficile trovare una conclusione degna di questo nome, e che possa essere adatta a rappresentare l’opera, perché l’autrice è entrata davvero nella profondità del sentimento a cui il titolo fa riferimento. Non c’è modo di evitare il viaggio né il percorso che lei ha creato per il lettore e questa capacità crea una fortissima empatia. Una lettura a tutto tondo, insomma, che vale la pena.

Consiglio di lettura: per la sua notevole quantità di stili di scrittura, consiglio “Dentro l’amore” a chi vuole imparare; per la sua innata capacità di scendere nel profondo, inoltre, è una lettura che vi permetterà di avvicinarvi alle tante forme di amore, alcune delle quali, forse, non avreste mai considerato.

Si ringrazia l’autrice per la copia cartacea in omaggio.     

Nota biografica dell’autrice:

Stefania Convalle ha al suo attivo numerose pubblicazioni: romanzi, poesie, opere sperimentali a più mani e un manuale di scrittura. Tra i riconoscimenti più importanti, il Premio Giovani “Microeditoria di qualità”: nel 2017 con il romanzo “Dipende da dove vuoi andare” e nel 2018 con “Il silenzio addosso”; entrambe le opere sono state presentate nel programma “Milleeunlibro” di Rai Uno. Nel 2020 “Anime Antiche” si aggiudica il “Marchio della Microeditoria”.

Scrittrice, organizzatrice di eventi culturali, ha fondato il Premio Letterario “Dentro l’amore”. Writer Coach, Talent Scout, Stefania Convalle è anche editrice dal 2017, anno di fondazione della Edizioni Convalle, “una casa editrice col cuore d’autore”, come ama definirla.

Il sito dell’editore è: www.edizioniconvalle.com

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“Anime” di Maria Cristina Buoso, Lettere Animate Editore.

Nella botte piccola c’è il vino buono” recita un antico proverbio che, sembrerebbe, sia nato nell’ottocento, quando i viticoltori si resero conto che il vino più aromatico nasceva da un più stretto contatto con il legno. Insomma, minore era lo spazio più grande era il risultato. Un detto semplice ma significativo, perché a volte perdiamo di vista l’essenziale e ci troviamo a navigare in uno spazio grande che ci disorienta. In letteratura, l’essenziale è giudicato un valore, un sinonimo di maestria e tecnica. Quando ho iniziato la lettura di “Anime” di Maria Cristina Buoso, edito da Lettere Animate, il primo pensiero è caduto proprio sulla brevità dell’opera: si tratta infatti di circa ottanta pagine. Un’altra curiosità, che mi ha colpita prima di iniziare la lettura, risiede nella copertina: c’è una farfalla in primo piano, il cui corpo e le cui ali sono divise a metà e, per questo, la scala cromatica delle due sezioni cambia del tutto. Il lato destro a colori, il sinistro in bianco e nero; nel primo si coglie la bellezza e la luce, nel secondo un’ombra piuttosto esplicativa. Nel simbolo – la farfalla, appunto – io ho visto la libertà, il volo, l’aria. Tuttavia, l’effetto specchio nella forma ma non nel colore ha messo in evidenza una sorta di oscurità obbligatoria con la quale, è stato evidente, il lettore si sarebbe scontrato.

Nelle prima fasi della lettura è apparso lo stile narrativo che ha coinvolto l’intera opera. Si tratta di una scrittura intima, personale, affidata alle parole dei protagonisti, come una sorta di diario. Si tratta di una famiglia composta da padre, madre e figlia che s’imbatte in un cambiamento radicale tutt’altro che semplice. Angelo è l’anima che deve affrontare la parte di sé che ha messo a tacere tempo addietro: è un avvocato, ed è nell’ambiente lavorativo che avviene la sua svolta, inaspettata ma travolgente. Quando il processo inizia, subentra anche la voce spezzata dei suoi affetti più cari che esplode con rabbia e dolore. È un lutto vero e proprio perché una parte di Angelo se ne andrà per sempre.

L’analisi di questa lettura non è facile perché l’autrice – attraverso la presenza costante dei suoi personaggi – guida il lettore in una discesa ardua. La rabbia, l’incomprensione, la diversità, la paura, il cambiamento, l’affetto e l’amore sono sentimenti ed emozioni che traspirano con forza e precisione. La sfera temporale è creata su un breve passato che estrapola i fatti salienti e, nel presente, c’è un’abbondanza di riflessioni, domande, insicurezze, vuoti che stentano a riempirsi. Anche dell’ambientazione geografica si saprà poco o niente e, in questo caso specifico, mi è parsa una buona scelta proprio per trattenere il lettore nella sfera emotivo-sentimentale.

L’universo femminile è marcato, analizzato con precisione, così come il mondo della coppia: è un ulteriore viaggio molto intimo e coinvolgente, a tratti commovente.

La sfera gastronomica, nel contesto generale, è molto esplicativa. L’autrice ha affidato al (giovane) Angelo il ruolo di panettiere: il pane, nella sua semplicità, è considerato l’alimento base, comune, ma essenziale, appunto. Un elemento di indiscutibile valore che aggiunge significato alla sintesi di cui si accennava in premessa e che gioca un ruolo di semplificatore nella complessità che è dentro il personaggio Angelo.

Infine, “Anime”, per le caratteristiche citate, ha tutte le caratteristiche de “il vino buono”: un concentrato di intensità e dolcezza, novità e passato, amore e pazienza, cambiamento e solidità.

Consiglio di lettura: “Anime”, pur essendo un libro “breve” contiene molti significati: uno fra tutti il coraggio di accettare sé stessi. Si consiglia ai lettori che hanno necessità di ritrovare coraggio, a chi teme che il giudizio altrui sia l’unico metro di misura, a chi ha bisogno di ritrovare la speranza.

L’ultima nota la voglio riservare alla nobiltà che ha dimostrato l’autrice nell’affrontare un tema così delicato con precisione, attenzione e infinita dolcezza.

Si ringrazia l’autrice per il file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Scrive le prime cose quando era giovanissima, inizia con fiabe e poesie, crescendo amplia la sua scrittura con racconti brevi, copioni, romanzi e gialli.

La poesia “Aiutami” è stata inserita nell’Antologia Multimediale “Una poesia per Telethon”, a scopo benefico (2004). La poesia “Pace in Guerra” nel concorso indetto da A.L.I.A.S.  (Melbourne – Australia), ha ricevuto la Menzione D’Onore. La poesia “Bugie” (Stones of Angles) è stata inseritanel Vol. 6 – In Our Own Words: A Generation Defining Itself – Edited by Marlow Perse Weaver U.S.A. (2005).

Ha vinto il terzo premio nel Concorso Letterario “Joutes Alpines” dell’Associantion Rencontres Italie Annecy (Francia) per la Sez. Prosa (Italia) con il racconto “Il vecchio album” (1997). Questi sono solo alcuni dei vari riconoscimenti che ha ricevuto.

Ha pubblicato diversi libri, nel 2017 “Anime” e nel 2021 Vernissage.

I suoi contatti social & blog sono:

https://mcbuoso.wordpress.com/

https://www.instagram.com/mcbmipiacescrivere/?hl=it

https://www.facebook.com/groups/366743647118908/

L’autrice ci informa che il libro è disponibile su Amazon e Youcanprint.

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“La Bestia – Le indagini dell’avvocato Joe Spark” di Marcella Nardi.

Qual è la domanda che vi accompagna per tutta la lettura di un giallo, cari lettori?

Mi spiego meglio. Io non nasco come giallista, tuttavia sto iniziando ad apprezzare sempre più questo genere letterario ad alta precisione stilistica e logica. Detto ciò, quando affronto un giallo (Legal Thriller, Noir, Spy o simili) cerco di raggruppare le mie forze mnemoniche e intuitive per seguire lo svolgimento della trama e per anticipare le mosse del cattivo di turno e del detective. Ammetto che trovo i gialli letture impegnative e, proprio per questo, come una sorta di equilibrio tra impegno e risultato, riesco a farle diventare una gradevole gratificazione, anche se, molto spesso, non riesco nell’intento di scovare il colpevole in largo anticipo. Ma questa è un’altra storia…

Dunque, nel mio mondo giallo, io cerco risposte, prevalentemente. Risposte che trovo all’interno di una scrittura schematica e decisa, una sorta di calamita che mi permette di riprendere la narrazione, anche a distanza di giorni, e di ritrovarmi esattamente dove sono stata interrotta. Se poi, ancora prima dell’incipit, trovo una mappa della città (che non conosco) nella quale si svolge il dramma, allora sono altamente motivata ad arrivare in fondo e ad affiancare il protagonista nell’indagine. 

Questa lunga premessa serve per presentarvi “La Bestia”, l’ultima pubblicazione di Marcella Nardi che, come scritto e già dalle prime battute, si è rivelata un’ottima compagnia.

Ma, andiamo con ordine, c’è molto da dire su quest’opera.

Innanzitutto, permettetemi di rubarvi qualche minuto per ricordarvi che il protagonista – l’avvocato Joe Spark – è già stato ospite del blog e l’autrice lo è stata con molte altre sue opere. Questo è un fatto piuttosto importante, per me: leggere opere di uno stesso autore crea inevitabilmente un legame con l’autore stesso. Un legame di fiducia reciproca che significa apprezzare ulteriormente il lavoro che l’autore svolge, nella creazione di tutto ciò che noi chiamiamo libro. Assomiglia alla scelta della stessa località, durante le vacanze, quella certezza che ti mette tranquillità e che ti fa tradurre un qualsiasi imprevisto in novità da vivere.  

Ritrovare Joe Spark, dunque, è stato come ritrovare una gradevole certezza. Lui resta un personaggio complesso: non è solo un avvocato, non è solo un uomo. È un’anima che, mi permetto di dire, in quest’opera è stata resa ancora più forte e umana, più intelligente e sensibile, più arguta e fine. La sfera emotiva del personaggio è stata ulteriormente ingrandita e studiata e il risultato rivela una gradevolissima immagine che ti resta in mente, anche oltre la fine della lettura. Perché l’avvocato è determinato ma qualche volta inciampa nei suoi stessi tormenti. La solitudine, per esempio, che ogni tanto gli appare davanti come uno specchio nel quale non vorrebbe specchiarsi; oppure la logica del business, lui che è a tutti gli effetti un uomo d’affari e che, stavolta, deve accettare le regole del gioco; il ruolo della famiglia, che nonostante la sia singletudine, resta comunque un perno sul quale erge certezze o sconfitte. E poi, il rapporto con le donne che, in questo romanzo, appaiono come vittime e quel senso di impotenza che lo spinge dentro al caso con coraggio. Lo avrete capito, già nel titolo è evidente, lui, “La Bestia” è colui che semina violenza ai danni di giovani donne indifese, in una Seattle che ha sempre più paura. Sullo svolgimento della trama e dei fatti in essa narrati, non vi dirò altro perché sarebbe difficile evitare dettagli circa lo svolgimento dei fatti.

Mi soffermerò, invece, come feci con altre opere dell’autrice, sui temi che lei ha deciso di inserire e sui quali è molto preparata. Innanzitutto, la mente criminale. Un groviglio di rabbia, vendetta, menzogne che vive di vita propria e che, purtroppo e in alcuni casi, è destinata a vincere sull’emisfero del bene. Inoltre, il ruolo della donna, un che le è molto caro all’autrice e che ha già trattato in altre sue opere. In questo romanzo, nello specifico, la donna diventa un oggetto, un mezzo, un trofeo. Non solo. Con le vittime, l’autrice si spinge nel profondo della loro paura, senza aggredire, portando in luce dolore e terrore.

E poi ci sono le domande. Tante, impegnative. Nella narrazione ne sorgono parecchie grazie alle voci e alle vicende dei personaggi. In seguito ne citerò solo alcune.

Joe mentre pensa alla cena vegetariana che ha in mente per conquistare la bella Amy, si sente chiedere perché accade ancora che le donne debbano avere paura ad attraversare un parco, nelle ore buie della sera; accetta un bicchiere di birra, quando il suo facoltoso cliente – David Harrison – gli chiede di partecipare a una visita completa della sua tenuta lussuosa e chic ma all’apparenza vuota di calore, il calore tipico delle famiglie; ci sono le birre fredde che aiutano il flusso di risposte, quando si ritrova seduto a guardare il mare, in compagnia dell’amico ex poliziotto; e poi c’è il Johnnie Walker notturno che lo obbliga a chiedersi perché è rimasto solo, ancora.

E poi, infine, la domanda che vibra tra le pagine, tra le vie di Seattle, nei ristoranti dove si serve la zuppa di vongole che tanto piace a Joe, nel silenzio della sera e tra i rumori di fondo dell’ufficio legale, quella che io, lettore, non sono riuscita a risolvere, fino alla fine: chi è la Bestia?

Consiglio di lettura: un libro per chi ama la suspense, il brivido, l’indagine; per chi vuol conoscere una Seattle diversa dalle solite guide turistiche e per chi vuole avere un assaggio di cultura americana.

Si ringrazia l’autrice per l’invio del file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Marcella Nardi nasce nel ridente borgo Medievale di Castelfranco Veneto. Si laurea in Informatica, campo in cui lavora per ventidue anni, tra Segrate e Milano. Nel 2008 si trasferisce a Seattle, USA, dedicandosi all’insegnamento dell’italiano, alle traduzioni tecniche e alla scrittura di romanzi. Molte sono le sue passioni: la Storia antica e medievale, la fotografia, i viaggi, la lettura, il modellismo storico e, soprattutto, una grande fantasia nella stesura di romanzi. Come amante di “gialli” e di Medioevo, Marcella si è classificata al terzo posto, nel 2011, al concorso “Philobiblon – Premio letterario Italia Medievale” con uno dei sei racconti che hanno dato vita al suo primo libro, un’antologia, dal titolo di “Grata Aura & altri gialli medievali”, la cui prima edizione si chiamava “Medioevo in Giallo”.

Nel dicembre 2014 ha vinto il Primo Premio al concorso “Italia Mia”, indetto dalla Associazione Nazionale del Libro, Scienza e Ricerca, con un racconto ambientato a Gradara.

Continua a scrivere e dal 2013 ha al suo attivo oltre 15 pubblicazioni. Ha creato due serie poliziesche: “Le indagini del commissario Marcella Randi(6 romanzi in cui la detective è proprio lei: quasi lo stesso nome e con le sue stesse caratteristiche, fisiche e caratteriali) e Le indagini del detective Lynda Brown. Ha anche creato una serie di genere Legal thriller, ambientato a Seattle, USA: “Le indagini dell’avvocato Joe Spark”. Sulla scia dei mitici “gialli per ragazzi” degli anni ’60 e ’70, ha dato vita a una serie di Gialli Young Adult: Le indagini di Étienne e Annabella, dove due studenti universitari si cimentano a fare i detective.

Marcella Nardi ha anche scritto un romanzo mystery/storico dal titolo “Joshua e la Confraternita dell’Arca”, un paranormale, un romance/erotico e alcuni racconti. Ultimi lavori: “Virus – Nemico Invisibile”, Spionaggio/Thriller & Suspense e la seconda indagine della detective Lynda Brown, dal titolo “Io Non Dimentico”.

Il suo sito web ufficiale è: www.marcellanardi.com

La sua pagina autore su Amazon è: Clicca qui

La sua bacheca Facebook è:

https://www.facebook.com/Marcella.nardi.5

Il suo gruppo Facebook di Cultura e Libri:

https://www.facebook.com/groups/Marcella.nardi.scrittrice/

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“La crisi colpisce anche di sabato” di Christophe Palomar, Ponte alle Grazie.

Era il dicembre 2014 quando venne pubblicato un singolo che scalò le classifiche, posizionandosi al top, come solo una hit di successo sa fare: “Sabato” era il titolo e Lorenzo Jovanotti Cherubini era il cantautore. Il sound elettronico, spinto, psichedelico, abbinato a un testo a tratti malinconico, che raccontava l’Italia del sabato sera, appunto, in un paese di provincia che si fida più di un giorno della settimana piuttosto che delle proprie forze, formarono un insieme armonico di grande spessore, tant’è che il cantautore vinse il prestigioso Disco di Platino.

Il sabato è, nell’immaginario collettivo, il giorno più propenso, il fortunato: il lavoro si è fermato o sta per fermarsi, la famiglia si riunisce, è concesso fare tardi, il divertimento è un dovere. Ma allora, mi chiesi a suo tempo, perché proprio il sabato era diventato oggetto di dubbio, di scomposizione dell’attesa? Il perché era evidente: il premio del riposo non è per tutti, e non lo è soprattutto per chi ha perso una fetta consistente di obiettivi e certezze. È nell’universo di queste anime che la festività (o anche semplicemente l’attesa) diventa un macigno che trascina a fondo, così a fondo che per riemergere serve una forza che non tutti possiedono.

Questo concetto viene oggi ripreso in un romanzo di recentissima pubblicazione che ho avuto l’onore di leggere in anteprima: “La crisi colpisce anche di sabato” di Christophe Palomar, Ponte alle Grazie. Ciò che mi ha colpito, in prima analisi, è stato proprio il titolo. In una frase, infatti, si celano ben tre concetti che, a mio avviso, costituiscono una entrée calda e gustosa. “La crisi”: non una qualsiasi né un concetto vago di smarrimento. In questo caso, l’articolo determinativo rappresenta la precisione che non dà adito a dubbi. Si tratta, certamente, della crisi globale – economica con l’aggiunta della pandemia – che ha travolto le nostre vite, il nostro futuro. Il verbo “colpire”: in questo caso, il significato applicato è “centrare senza pietà”. Non c’è scampo, aggiungerei, a questa crisi e nessuno può sentirsi al sicuro.  Infine, il tanto discusso “sabato” che, ancora, rimedia un posto d’onore tra le vicende tristi che coinvolgono l’animo umano. Inutile tornare su concetti già detti.

Già nell’incipit, il lettore viene “colpito” da una voce originale, trasparente, sincera e molto intima: quella del narratore. Un narratore che scava, che porta a galla, che riduce a pezzettini, che s’intromette e che conosce tutto ciò che c’è da conoscere:

“Adriano sente freddo. Non il freddo indubbio di gennaio e nemmeno quello di marzo. Tutto mentale il freddo di marzo, sempre in bilico fra le cose come stanno e le cose come dovrebbero essere…”

E, nel proseguo della lettura, il tono non cambia, resta fedele a questa coraggiosa indagine che l’autore svolge, tra le pieghe di una società che si sta accartocciando su di sé, vittima delle sue stesse azioni, cosciente (o incosciente) di ciò che sta per accadere, di quella spada che sta per cadere e spezzare fili invisibili e sottili.

Il romanzo si può definire corale anche se, in principio, il lettore si prepara a vivere tre esistenze: Adriano di Testaccio, un ex dipendente pubblico che vive di solitudine, rimorsi e fughe; Gioia, una donna manager finita in una crisi d’identità e un gruppo di giovani innominati (per loro, infatti, basta una lettera identificativa) che a Ferrara si trova davanti alla solita pizza, nella solita serata piatta che genera la consueta certezza ormai più simile alla noia che ad altro.

All’interno delle vicende, il lettore vive principalmente il presente nel quale cascano a pioggia riferimenti circa un passato denso di ombre e un futuro immediato che, in virtù di una crisi già in atto, sta per travolgere tutto e tutti, irrimediabilmente. La trama, dunque, comprende storie diverse, vite al limite, fughe e ribellioni, anime psicologicamente instabili e strettamente legate a quella condizione di “crisi” logorante nella quale chi sopravvive deve avere il coraggio di considerarla un nuovo punto di partenza.

Nella costruzione dei personaggi il carico emotivo è un nucleo sul quale l’autore non ha lesinato. Non entrerò nei particolari per non svelarvi parti salienti, ma vorrei proporvi una breve nota su Gioia, il personaggio che mi ha maggiormente commossa. Nel suo monologo, un fiume inarrestabile in prima persona –  a differenza del resto dell’opera –  porta a galla la condizione della donna moderna, il sacrificio, la solitudine, l’incertezza, quel sentirsi fuori luogo che è solo nostro e la maternità che entra in conflitto con la carriera, la lotta quotidiana per l’affermazione e quelle incomprensioni che anticipano la gravità della situazione nella quale una donna come lei può cadere. Questo flusso di ricordi brucianti e di prospettive devastanti mi ha colpito, in modo particolare (e non perché il resto dell’opera non lo abbia fatto, sia chiaro). Tuttavia, mentre leggevo il suo sfogo sincero e rabbioso, un pensiero ricorrente mi ha accompagnato: un autore che riesce in un’analisi così chiara e veritiera della sfera psicologica femminile è certamente una persona (prima che essere uno scrittore, s’intende) di grande umanità e sensibilità.

Nel complesso dell’opera, un altro aspetto mi ha colpito positivamente: la sfera gastronomica fa emerge un quadro complesso ma reale e, proprio per questo, l’autore è stato molto bravo nell’usare il cibo come mezzo di comunicazione. La Roma di Adriano è un pranzo completo, coi suoi mercati e botteghe, e Testaccio viene addirittura definito “lo stomaco di Roma”. Lui è l’unica mano nella sua cucina, ormai, e i suoi piatti sono sempre gli stessi, per sua ammissione: “… alici impanate con mozzarella e piatti di spaghetti aglio e olio …”. Ma la cucina, luogo indiscusso della famiglia, torna spesso, nel racconto su Adriano. Questo simbolo di condivisione, infatti, è la causa iniziale di uno strappo che non si ricucirà. Per Gioia il rapporto con il cibo si presenta sotto forma di fiumi di vodka, vino e patatine alla curcuma. Ma non finisce qui, perché da lontano, nella sua famiglia, appare una figura che, proprio attraverso la cucina, ha tratto ispirazione e molta saggezza.

In conclusione, “La crisi colpisce anche di sabato” descrive un paese che sta per affrontare il sabato più difficile della sua storia. I riferimenti economici e sociali, la condizione della donna, la genitorialità, la sconfitta, il fallimento, i giovani in cerca di sé stessi, la cultura, il business coi suoi ideali malati e le lotte interne, le bugie, l’amore, i tradimenti, il ruolo della famiglia (anch’essa vittima di una crisi indelebile): i valori messi in campo sono di grande attualità e sono stati trattati con abilità, sensibilità, profondità e conoscenza.

Consiglio di lettura: si consiglia a un pubblico che desidera penetrare nei traumi del nostro paese con una giusta dose di ironia.

Si ringrazia Matteo Columbo dell’ufficio stampa per la copia cartacea in omaggio.

Nota biografica dell’autore: Christophe Palomar è nato in Alsazia da padre italiano e madre spagnola, cresce a Tunisi. Studia alla HEC di Parigi e alla Bocconi prima di intraprendere la carriera di manager. Dal 2017 divide il suo tempo fra la consulenza per le aziende e la letteratura. Dopo la partecipazione al libro collettivo Occhi mediterranei (Pendragon, 2019) pubblica per Ponte alle Grazie Frieda (2020), che ottiene ampi e qualificati consensi. La crisi colpisce anche di sabato è il suo secondo romanzo.

Il sito internet della casa editrice è: http://www.ponteallegrazie.it

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“Piccolo mondo antico” di Antonio Fogazzaro, Bur Rizzoli. #boodclassici

Vi è mai capitato di entrare nel regno che ha visto nascere un capolavoro letterario? Vi è mai successo di varcare la soglia di una casa antica, nella quale l’aria è rimasta impregnata di ispirazione e talento? A me è successo e, in questo breve articolo, vi condurrò in un paese che, nel caso non lo conosciate, potrebbe diventare una delle mete di un vostro prossimo viaggio. La destinazione è Oria, un caratteristico e ordinato borgo che si specchia nel lago di Lugano, in una valle – la Valsolda – che si trova in una posizione da sempre strategica. Mettere piede in un borgo simile, silenzioso e composto, mi ha rimesso in pace col mondo: è stato come passeggiare in un luogo che è rimasto autentico, che non ha subito mode, che non si è arreso alle leggi del turismo di massa. La strada scende, ricordo, verso il lago e il dolce gorgoglio delle onde che danzano aggiunge pace alla pace, il viale lastricato continua e quando sono giunta davanti a una costruzione chiusa sotto a un arco, non ho afferrato, subito, il senso di ciò che avrei visto. Una cosa è certa: ho avvertito, di nuovo, quel senso di pace che mi sarei tenuta addosso per tutto il giorno e una forza che non saprei descrivere a parole, ma che mi ha spinto a varcare la soglia della casa con lo stupore tipico dei bambini: leggero e sincero. Qualcuno di voi avrà già capito dove sono stata, tempo fa… Ebbene sì, si tratta di Villa Fogazzaro Roi, uno dei beni tutelati dal FAI, a Oria, in provincia di Como, in quel confine estremo che sfiora la Svizzera. È proprio qui che Antonio Fogazzaro trasse l’ispirazione per “Piccolo mondo antico”, forse il suo romanzo più famoso. Ecco, dunque, svelata la fitta e spessa scia di letteratitudine che mi ha avvolto, durante la visita del paese e della villa.

Gli interni della dimora sono stati restaurati dal pronipote dello scrittore e, proprio per custodire e continuare a testimoniare la bellezza di questo luogo, è stata affidata alle cure del FAI, la cui opera consiste proprio nel mantenere attiva la volontà dei donatori e, in questo caso, continuare a divulgare ciò che significò, per il famoso autore, questo luogo. Le stanze, dunque, sono come un tempo ma rimodernate e, quando sono giunta di fronte al lago, sul famoso terrazzino che si protende verso i colori decisi delle montagne che dividono cielo e acqua, mi sono trovata a immaginare personaggi, trame, intrighi, amori e misteri, come se avessi dovuto scriverlo io, un libro di eterna bellezza.

Da lì, in quello spazio angusto ma vasto, li ho visti. Il primo è stato Franco. Il suo sguardo è ricco di futuro: la luce che brilla nelle sue pupille è quella del coraggio, di chi non teme il sacrificio pur di vedere la luce dei diritti splendere nella propria vita. L’ho visto nel suo giardino, tra le piante da frutta, sicuro di sé, con le braccia tese e il sole che illumina i suoi prossimi passi. Dal fondo, inevitabilmente, è giunta lei, Luisa. La donna che ama Franco, la donna che lo ricambia con tutta se stessa.  

Nel mentre, la breva ha preso vigore, l’aria è diventata più spessa, e io mi sono ricordata la trama, i nomi dei personaggi, l’ambientazione, ma ho deciso che non mi sarei accontentata di ricordi vaghi. Mi è presa una voglia irrefrenabile di rileggere “Piccolo Mondo Antico” perché è stata una lettura di tanto tempo fa, quando ancora i miei occhi erano acerbi e poco propensi ad apprezzare lo stile classico.

Così ho fatto. Ho ripreso “Piccolo Mondo Antico” e, credetemi, è stata un’ottima compagnia, in quest’estate non troppo calda, almeno dalle mie parti.

L’edizione che ho letto è di Bur Rizzoli. La copertina mi fatto riflettere, per qualche istante. Perché è stato scelto “Il passeggio” (o “Bazille e Camille”) di Claude Monet e questa è un’ottima scelta, secondo me. Nell’immagine, infatti, un uomo e una donna sono raffigurati a ridosso di un bosco. Gli abiti di lei, soprattutto, raccontano l’epoca antica nella quale si trovano, ma a colpire (e simboleggiare l’opera, come è giunto che faccia una copertina) sono le posizioni: lui proteso verso lei, col corpo e con lo sguardo; lei fuggevole, lo sguardo lontano, rivolto a un punto indefinito. Un uomo che cerca la sua donna; un uomo che non vorrebbe lasciare andare la sua donna. Franco e Luisa, chi altri? Lui che ha bisogno di lei, della sua determinazione, del suo essere donna, del suo coraggio autentico. E lei, che anche quando lotta per non volerlo, gli appartiene, come solo chi ha costruito un grande amore sa fare. Un amore che non ha nulla a che vedere con la dolcezza delle grandi storie romantiche, sorte sotto i migliori auspici. È tutt’altro, semmai. Franco e Luisa appartengono alla categoria dei lottatori: quelli che non possono fare a meno di resistere, di cercare risposte, di combattere per affermare la loro posizione di marito e moglie. E poi c’è il dolore. Quel dolore che strappa, che è tanto oscuro quanto le acque del lago nelle notti senza luna, che allontana o stringe, a seconda di quanta forza ha accumulato egli stesso, nel tempo che gli è stato concesso. È il dolore pungente della tragedia che investe la coppia e che rischia di succhiare la pace, tutta quanta, senza pietà. Un dolore che finisce nelle vene di Luisa, alimentando il suo nuovo corpo, reduce dalla tragedia che nessuna donna dovrebbe mai vivere.

Ma Luisa è Luisa e mi trovo d’accordo con le parole di Alberto Maria Banti che, nella prefazione scrive: “… Grandissimo personaggio. Tanto Lucia (fa riferimento ai Promessi Sposi) è l’immagine di una femminilità tremebonda e pronta a smarrirsi, se non ci fosse la fede in Dio, tanto Luisa è l’esatto opposto. In apparenza tutta lucidità, razionalità e gentile calore umano per i suoi familiari e per gli estranei; nel profondo un torrente di passioni …”. Non avrei trovato parole migliori per descrivere questo personaggio.

Antonio Fogazzaro usa uno stile descrittivo soave, poetico, pieno. Uno stile narrativo che riflette il momento storico nel quale il romanzo è ambientato, la sua stessa contemporaneità: siamo alla metà del 1800, in un lembo di terra chiuso tra mondi diversi, in un’Italia che è ancora lontana dall’unione. I dialoghi sono spesso in dialetto e, per meglio agevolare la lettura, sono state riportate delle note a piè pagina. Le stesse note sono anche curiosità e approfondimenti circa il luogo e il contesto storico e io le ho trovate precise, dettagliate.

“Piccolo Mondo Antico” è come una fotografia, mi sento di dire. C’è il luogo che fu caro allo scrittore, luogo che resta presente sempre, come uno sfondo immortalato da un potente obiettivo: il lago. Quel lago che rappresenta bene la malinconia e la nostalgia con la sua nebbia e i suoi colori offuscati; che è un mezzo di comunicazione, non solo fisico; che è fonte di sostentamento e che è, anche, un punto di riferimento per la società del tempo. Un luogo che, tuttavia, resta ciò che è: un elemento naturale di grande valore ma dal potere incontrollabile e, a volte, feroce.

Consiglio di lettura: “Piccolo Mondo Antico” è una lettura raffinata ma non immediata. Lo stile classico – antico – posiziona questo libro in quella categoria di testi da tenere in casa e da rileggere di tanto in tanto, nei momenti in cui siamo più propensi a staccarci dalla letteratura moderna, considerata più diretta per temi trattati e stile di narrazione.

Nota biografica dell’autore:

Antonio Fogazzaro (Vicenza, 1842-1911), scrittore e poeta italiano, fu senatore del Regno d’Italia. Fu scomunicato dalla Chiesa nel 1907 con l’accusa di modernismo. Tra le sue opere ricordiamo Piccolo Mondo Moderno, Malombra, Il Santo e Leila.

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Colazione a base di concentrazione

Agosto volge al termine e per molti di noi anche il tempo delle vacanze sta per finire. Settembre si affaccia con timidezza, ma con piacevole determinazione e porta con sé, spesso, una valigia di propositi e impegni. Qualcuno è già pronto per la ripresa coi suoi ritmi serrati, qualcuno, invece, ha bisogno di affrontare la quotidianità un passo alla volta, senza stacchi bruschi. Altri non vedono l’ora di coccolarsi con le tisane calde della sera e per qualcuno, purtroppo, la nostalgia si farà sentire forte, come il soffio del vento nelle giornate di pioggia.

Chi, invece, una pausa non l’ha ancora avuta – per le più svariate ragioni – comprenderà ancora meglio ciò di cui vi parlerò tra poco.

Nel mio Diario di una mamma in quarantena( https://www.edizioniconvalle.com/diario-culinario-di-una-mamma-in-quarantena-_-978-88-85434-68-4-c2x34354178 ) ho dedicato uno spazio alla colazione: uno dei momenti determinanti, se non il più importante della giornata, secondo me. Sono una fan delle colazioni lente, che non devono essere confuse con le colazioni da vacanza quelle che, per intenderci, si prestano ai risvegli in tarda mattinata, che vivono di vita propria, senza un orario preciso da rispettare o da attendere. No, le colazioni lente sono tutt’altra faccenda e non dipendono dal tempo che avete a disposizione. Le colazioni lente sono un momento di riflessione necessario per affrontare la vostra giornata, sono il carburante indispensabile che vi permetterà di raggiungere la meta, sono la vostra carezza, il contenitore delle idee (quelle in fase embrionale) e delle soluzioni che avete scoperto durante la notte. Sostengo l’importanza di concedersi del tempo, al momento del risveglio, uno dei più delicati della nostra giornata: una fase in cui il corpo e la mente hanno bisogno di trovare il proprio ritmo.

Attraverso la colazione, dunque, permettiamo al nostro corpo – e alla nostra mente – di accogliere ciò che verrà e di trasformarlo in energia.

Settembre è alle porte, dicevo, e con esso il bisogno di ritrovare la concentrazione, la memoria, l’energia per affrontare al meglio le sfide della quotidianità. Qualsiasi sia la vostra occupazione, anche temporanea, il meccanismo mnemonico è fondamentale per il raggiungimento dell’obiettivo che vi siete preposti e, per questo, a seguire, trovate una lista di alimenti che favoriscono la concentrazione e il lavoro di memorizzazione di concetti e meccanismi.

Non è una dieta, ovviamente, né un menù. Si tratta di una semplice selezione di alimenti che potrete abbinare come meglio credete, a seconda del vostro gusto. Ricordate sempre, tuttavia, che una dieta è considerata sana solo quando avete imparato a conoscervi. No al fai-da-te, in alimentazione, perché le conseguenze possono essere serie. I dubbi sono sempre da sottoporre al vostro medico, il quale saprà consigliarvi al meglio.

Tè Nero:

Ho scelto questa bevanda perché, grazie alle sue proprietà, si posiziona in testa a quelle che aiutano la concentrazione e gli stimoli celebrali per memorizzare meglio e più rapidamente. (Attenzione alla caffeina: nel tè nero è presente ma in dose minore rispetto al caffè). Da preferire senza l’aggiunta di zuccheri ma, per chi è particolarmente tentato dai gusti più dolci, è consigliato un cucchiaino di miele.

Fragole e Kiwi:

Sono entrambi alleati della memoria grazie all’acido folico presente in quantità rilevanti. Associando a questi frutti del succo d’arancia e una spolverata della sua scorza grattugiata, otteniamo una macedonia che concede ulteriori benefici, grazie alla presenza della vitamina C. Tutti conosciamo il valore di questa vitamina ma pochi sanno che anch’essa partecipa attivamente al processo di concentrazione e, inoltre, contribuisce al mantenimento del buonumore.

Mandorle:

Anche la frutta secca è un alleato per migliorare il procedimento mnemonico. Le mandorle possono essere gustate intere oppure in granella, magari accompagnati da un cucchiaio di miele.

Cioccolato fondente:

Altro alimento importante per combattere lo stress e mantenere alto l’umore. È consigliato in situazioni particolarmente impegnative perché le sue proprietà favoriscono la reazione agli stimoli.

Infine, mi piace paragonare la mente a una spugna: assorbe sempre, anche quando sembra colma. È in continua espansione e questo meccanismo è qualcosa di intimo e privato: solo noi, infatti, siamo in grado di espandere la nostra mente. Favoriamo il flusso dei pensieri liberi, l’immaginazione, la creatività e ultimo, ma non per ordine di importanza, regaliamoci una buona lettura: i libri restano sempre i migliori alleati per la concentrazione e la memoria.  

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“Compleanno in Noir” di Tiziana Mazza, Edizioni Convalle.

Tre numero perfetto: in matematica, astronomia, religione, astrologia. E poi negli studi dei simboli, in architettura: vi basterà collegarvi a Wikipedia e da lì partire per un viaggio studio così vasto da soddisfare anche i palati più raffinati.

Questo numero dai molti risvolti è diventato fondamentale in “Compleanni in Noir” di Tiziana Mazza, pubblicato da Edizioni Convalle. Infatti, tre sono le indagini e tre sono gli investigatori che la penna creativa dell’autrice ha inventato. Ed è davvero un numero perfetto, perché essendo i racconti indipendenti tra loro, il lettore riesce a seguire, passo dopo passo, assaporando eventi, intrecci, tensioni e scoperte. La lunghezza dei singoli racconti aggiunge armonia ed equilibrio all’opera e, anche questo, è un elemento importante, non da trascurare.

Prima di addentrarmi nella trama (senza svelare troppo, come sempre) riprendo quanto pubblicato in precedenza, sul blog, circa Tiziana Mazza. A questo link (https://wordpress.com/post/bood.food.blog/226) trovate la recensione della sua opera “Sulle tracce di Lucifero” e, nel rileggerla, mi fermo a riflettere: lo stile ironico, frizzante (come lo ha definito Tania Mignani nella sincera prefazione di “Compleanni in Noir”) è confermato. È uno stile autentico, un “marchio di fabbrica” apprezzabile che spero mantenga anche nelle future pubblicazioni. I passaggi sono rapidi, freschi, e perfettamente adatti alla narrazione di un racconto. La tecnica del racconto, per chi ama scrivere, è una delle più complesse, perché in esso la sintesi è fondamentale e Tiziana Mazza, in “Compleanni in Noir”, arriva al dunque con passi scelti, precisi, coinvolgenti. Il risultato, nel complesso, è molto piacevole.

All’interno delle trame che compongono l’opera, l’autrice ha spaziato e ha saputo creare tre icone, più che tre protagonisti. Li ho amati tutti e tre, ciascuno per la propria indole.

C’è l’ispettrice Michela Balestra: coraggiosa, capace, determinata. Addenta un tortello di crema e riflette su un amore che forse deve ancora nascere; smette di pensare (il tempo di qualche nota di sax) a quel serial killer che non riesce ad acciuffare e si concede una birra; addenta pizza, stringe una mano, e teme di non riuscire a venire a capo dell’indagine. Ma è forte, Michela. E i suoi dubbi sono solo da sciogliere.

Nel secondo racconto il capo delle indagini è Leonardo. È un personaggio che, per tutta la durata del racconto, si spiega al lettore in prima persona, creando così un’empatia duratura e gradevole. Anche per lui la strada è ripida, lo stress alle stelle e i pensieri contorti. Ci sono vite in bilico, altre già spezzate, e lui ha il dovere di indagare, di scovare, di mettere al muro chi è stato capace di tanta brutalità.

E infine, l’ultimo personaggio, sul quale vorrei potermi dilungare ma che, per ovvie ragioni, chiuderò in una semplice nota: il maresciallo Romeo. Il tre è il suo numero fortunato, ha una moglie di cui è pazzamente innamorato e geloso, ed è un uomo “da tavola”. Il giro dei ristoranti (tra una polenta uncia e una pizza quattro formaggi) in veste di detective lo rende autentico, umano, irresistibile. Ma quando è a casa, a tavola, in compagnia della sua dolce metà, è lì che Romeo esprime tutta la sua umanità ed è lì che cattura il lettore, senza se e senza ma. L’indagine è così costellata di sapori e gusti (lacustri, del territorio dell’alta Lombardia) e giunge all’epilogo, purtroppo. Si sa, anche i migliori personaggi prima o poi vanno lasciati tra le pagine dei libri…

“Compleanni in Noir” narra tre vicende diverse, è vero, ma con un denominatore comune evidente: tutte e tre esplorano la mente criminale e la psicologia dell’uomo nel suo essere il “Bene” o il “Male”. Nel farlo, l’autrice ha usato forme narrative diverse (la terza e la prima persona), contesti familiari diversi, ambientazioni differenti, ed è riuscita a creare un contesto ricco di colpi di scena e tensioni che abbinati a ironia e immediatezza rendono la lettura molto piacevole e coinvolgente.

Si ringrazia l’autrice per il file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Tiziana Mazza nasce nel 1962 a Milano dove compie gli studi umanistici con indirizzo in lingue straniere. Dopo aver lavorato per quindici anni nel settore delle televisioni private, per lo più come promoter video, si dedica ad attività imprenditoriali. La sua indole curiosa la porta a cercare sempre nuovi stimoli e a frequentare svariati corsi di formazione e perfezionamento tra cui il laboratorio di scrittura creativa tenuto dalla scrittrice ed editrice Stefania Convalle. In breve si appassiona a quest’arte e, da semplice lettrice, diventa ella stessa creatrice di storie.

 Partecipa a varie edizioni del Premio Letterario Dentro l’Amore con racconti e poesie entrando nella rosa dei finalisti e ottenendo così l’inclusione dei propri scritti nell’omonima Antologia. Nel 2021 ottiene il quarto posto nella III edizione del concorso Letterario Pierpaolo Fadda “Madri allo specchio” per la sezione poesia.

 Nel 2020 pubblica con Edizioni Convalle il suo primo romanzo “Sulle tracce di Lucifero”. “Compleanni in noir” è la sua seconda pubblicazione e consiste in una raccolta di tre racconti Gialli-Noir ambientati tra Milano e i paesi del Triangolo Lariano, due luoghi cari all’autrice: il primo per nascita, il secondo per adozione.

Il sito internet della casa editrice è: http://www.edizioniconvalle.com

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“Nickname: fil_vanz_88 – Le indagini di Fil Vanz” di Elena Andreotti

Spingersi al limite è sinonimo di coraggio o imprudenza?

Apro questo nuovo articolo con una domanda provocatoria che racchiude variabili e ipotesi e che, per certi aspetti, resta sempre aperta, quasi che non esista una risposta adattabile, definitiva. Il coraggio è l’atto con cui riconosciamo un nostro limite, una nostra paura; l’imprudenza è la condizione secondo cui l’uomo si assume rischi senza tener conto delle probabili e possibili conseguenze. Due condizioni che, anche senza volerlo, fanno parte della nostra vita, con le quali dobbiamo convivere, a volte trattare.

Durante la lettura di “Nickname: fil_vanz_88 – Le indagini di Fil Vanz” di Elena Andreotti, ho pensato più volte a questa domanda e, ammetto, non sono riuscita a prendere una posizione, a riguardo. Difficile, davvero, perché Filippo Maria Vanzitelli è un uomo affascinante, ricco, intelligente oltre misura, ha un cuore dolce ed è un buongustaio. E, soprattutto, è sicuro di sé: ha un atteggiamento determinato, solido, il suo sangue è gelido, non soltanto freddo. Il suo esserci  – semplicemente – è una conferma perché lui è una guida indispensabile. È un personaggio che sprigiona determinazione, coraggio, e che ha il potere di sfidare il pericolo quasi senza fatica, come se fosse la cosa più naturale al mondo. Il suo è un mondo al limite, sempre, nel quale la sfida regna sovrana.

Fil Vanz non è uno sconosciuto, in questo blog. La sua prima indagine, infatti, fu ospite a febbraio, qui il link per rileggerla https://wordpress.com/post/bood.food.blog/332, ed è la prima che troverete, in questa raccolta di recente pubblicazione. Una rilettura gradevole come un gustoso antipasto, per me.

Le due nuove, seguenti, avventure hanno lo stesso aroma: quello pungente del delitto, ovviamente.

Nella seconda, Filippo è alle prese con una macabra scoperta nel muro di casa (o del castello, dovrei dire, visto che abita in una dimora fiabesca con annesso campo da golf e piscina). L’indagine si fa intricata, subito e senza attese come siamo abituati, e lui sguazza nel mistero, dipinge quadri, entra in rete (nel dark web che lo ha reso dipendente) e si delizia di antipasti, una carbonara “a modo suo” oltre che colazioni fuori casa in dolce compagnia. Il colpevole è nelle sue mani, anche se egli ancora non lo sa.

Nel terzo episodio, Elena Andreotti fa “il botto”, come si usa dire in gergo, e l’indagine diventa per due. Infatti, al “Castello” arriva lei, Debora Nardi, (per chi non la ricordasse, ecco il link dove, tra l’altro, fu proprio l’autrice a raccontarsi https://wordpress.com/post/bood.food.blog/350 ). Debora è la scrittrice– criminologa di Monte Alto che porta con sé, qualunque sia la sua direzione, una scia di delitti e misteri. E infatti, i due (con la presenza costante di Lidia e Francesca, sempre al “Castello” che è il teatro ideale) si spingono dentro a un’indagine ad alto tasso investigativo e culinario. I due (con Lidia, qualche volta) non si fanno mancare pause al ristorante, bicchieri di tè freddo e colazioni abbondanti per iniziare meglio ad analizzare fatti e congetture. La cultura culinaria laziale è, inoltre, una gradevole presenza costante che arricchisce la narrazione e non delude mai.

Lo stile narrativo è quello che conosciamo, a cui l’autrice ci ha abituato: dialoghi rapidi, testi scorrevoli, ambientazioni che diventano sfondi, tanto buon cibo. Anche nella costruzione della trama riesco a trovare le peculiarità di Elena Andreotti: ben articolata, non confusionaria, sempre lineare e logica.

L’ultima nota va a loro, ancora. Filippo e Debora si confermano due personaggi amabili: la loro abilità e la loro sostanza sono sempre una gradevole certezza.

Si ringrazia l’autrice per il file lettura in omaggio

Nota biografica dell’autrice: http://www.amazon.it/Elena-Andreotti/e/B07PMRP5LY

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“Dinamiche della Malattia e della Guarigione” di Maria Teresa De Donato, Dottoressa in Salute Olistica

Negli ultimi anni, il concetto di salute è divenuto oggetto di dibattito globale: le notizie corrono su ogni organo di stampa, abbiamo fidelizzato complessi calcoli statistici, seguiamo indicazioni, applichiamo regole, sforniamo dubbi, affrontiamo timori e, soprattutto, guardiamo alla speranza che tutto ciò finisca come un bambino aspetta l’arrivo di Babbo Natale. La pandemia ha amplificato il senso di volubilità e ci ha fatto perdere l’orientamento; ha fatto emergere spaccature e fragilità sconosciute e inaspettate; ha acutizzato il bisogno di comprendere ciò che non avremmo mai voluto comprendere. La malattia ci fa paura, sarebbe inutile negarlo e per questo vaghiamo in cerca di conferme, di soluzioni.

Vi confesso che davanti al titolo “Dinamiche della Malattia e della Guarigione” – versione ridotta della Tesi di Dottorato “The Dynamics of Disease and Healing – The Role that Percepition and Beliefs Play in Our Health and Wellness” – di Maria Teresa De Donato (Dottoressa in Salute Olistica) ho provato l’effetto “calamita”: una voglia incredibile di apprendere le teorie del manuale. Lo stesso è stato pubblicato in inglese nel 2015 (in italiano nel 2021) quando la pandemia Covid avrebbe potuto essere un’ottima sceneggiatura per un film hollywoodiano. Credo che sia stata la suggestione, la curiosità, la novità a spingermi tra queste pagine, ma ripensandoci adesso, mi rendo conto che ciò che maggiormente ha attirato la mia attenzione è stata la guarigione che nel titolo viene associata alla dinamica. Ho iniziato la lettura con questa domanda rombante in testa: esiste una convergenza di elementi che, insieme, portano alla guarigione? Esiste un fattore dinamico che può aiutare la guarigione, in accompagnamento a una cura medica e specifica, per esempio? Insomma, mi son detta, basta un libro ed è fatta, come ho fatto a non pensarci prima?

Naturalmente, quest’ultima è una provocazione, la stessa Dottoressa pone una premessa onesta e inequivocabile quando scrive: “il materiale contenuto nella presente pubblicazione ha solo scopo informativo e non è da considerarsi in alcun modo parere medico. Qualunque sia il vostro problema di salute, consultate il vostro medico.”. Chiaro, no?

Dopo ciò, la lettura inizia con una consapevolezza giusta, serena, anche perché, solitamente, i trattati medici (o affini) sono complessi e quasi mai immediati, soprattutto per chi non conosce la materia: la percezione, dunque, di non trovare formule, concetti incomprensibili e termini sconosciuti è stata un’ottima motivazione.

Addentrandosi nella lettura si comprende con chiarezza l’intento della ricercatrice che, ponendosi una serie di domande, ha elaborato (e pubblicato) uno studio che coinvolge salute e malattia come se fossero elementi naturali e certi della vita di ognuno di noi. Le sue analisi iniziano con una parte teorica nella quale troviamo definizioni (malattia, energia, salute ecc), tesi, concetti scientifici e altri più emotivi e di natura psicologica. Il lettore, però, non si perde e riesce a seguire la discorsività: il merito va all’autrice che ha strutturato il testo evitando lunghe e corpose note a piè pagina che, qualche volta, e soprattutto nei manuali tecnici, disperdono. Infatti, i riferimenti alle pubblicazioni sono stati inseriti nel testo e solo nell’indice finale si trova la nota completa all’opera a cui si fa riferimento.

Nel proseguo della lettura, la chiarezza della narrazione si mantiene e nell’esplorazione delle dinamiche si trovano anche teorie molto curiose (quella dei tre strati dell’acqua mi ha colpito in modo particolare), fino alla parte di analisi vera e propria di casi che la Dottoressa ha seguito personalmente e di cui ha riportato uno studio olistico. Anche nell’atto di trascrivere le risposte ai quesiti a cui ha sottoposto i partecipanti alla ricerca la precisione non si perde, anzi, semplici ma utili tabelle (alcune in inglese ma, a mio avviso, comprensibili) completano la pubblicazione.

Ultima nota: per tutta la durata della lettura, ho avvertito una gradevole sensibilità da parte dell’autrice nell’affrontare le dinamiche di cui si è trattato, come una sorta di rispetto per la materia e per l’uomo. Nel complesso, dunque, questo manuale, che al suo interno propone teorie più o meno condivisibili ed esplora un tema così vasto e delicato, si è rivelato una lettura apprezzabile.

Si ringrazia l’autrice per il file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Maria Teresa De Donato: romana di nascita, dopo aver studiato lingue straniere e giornalismo in Italia, si è trasferita negli USA dove vive da oltre 25 anni ed ha ultimato i suoi studi giornalistici presso l’American College of Journalism e conseguito le lauree Bachelor, Master e Dottorato di Ricerca in Salute Olistica presso Global College of Natural Medicine, specializzandosi in Omeopatia Classica, Ayurveda e Medicina Tradizionale Cinese. Un’appassionata blogger, dal 1995 collabora con varie riviste, giornali e periodici in qualità di giornalista freelance. Scrittrice eclettica, olistica e multidisciplinare è anche autrice di numerose pubblicazioni, tra cui due romanzi. I suoi libri sono disponibili su tutti i canali di distribuzione Amazon, librerie incluse.

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Novità in arrivo – #boodnews

Cari lettori,

c’è una novità di cui vi voglio parlare, novità che – vi confesso – non vedo l’ora di leggere.

Si tratta de “La Bestia”. È la terza indagine affidata a Joe Spark, uno degli avvocati penalisti più empatici del panorama letterario, ad opera, ovviamente, della brava Marcella Nardi, disponibile dal 5 agosto in formato cartaceo ed eBook.

Ecco a voi la breve sinossi:

IL FASCINO MISTERIOSO DEL DELITTO…


Il terzo Legal Thriller della serie mozzafiato “LE INDAGINI DELL’AVVOCATO JOE SPARK“.

  • Seattle 2021. La città è terrorizzata da una serie di feroci stupri.
  • Chi è lo spietato assassino soprannominato La Bestia?
  • Perché violenta brutalmente solo giovani donne bionde?
  • Perché indossa spaventose maschere animalesche?
  • Come mai Mary Harrison, la moglie di un cliente facoltoso di Joe Spark, sparisce improvvisamente?
  • È anche lei una vittima della Bestia?
  • Riuscirà il nostro avvocato-detective a dipanare questa intricata matassa?

Joe Spark è un affascinante avvocato penalista. Alto, capelli ricci nero corvino, e penetranti occhi azzurri, vive sulla baia di Seattle in un bellissimo paesino, Alki. Ama il buon cibo, le belle donne e detesta la tecnologia. Joe Spark, uomo dalla mente acuta, non riesce mai a voltare le spalle dinnanzi a un omicidio. Sente forte il bisogno di fare giustizia, nel tentativo di dare un senso ai misteri più oscuri della vita.

A breve ne sapremo di più.

Keep in touch!

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“Un amore cucito addosso” di Roberta Colombari, Amarganta.

Quanti pensieri dedicate ai personaggi che incontrate nei libri che leggete? Mi spiego meglio, forse la domanda, così scritta, non è chiara. Un bravo autore – pur dedicando gran parte del suo lavoro alla trama, all’ambientazione e alla costruzione logica della struttura – non può dimenticare l’empatia che i suoi protagonisti devono sprigionare e quel legame che resta vivo, anche dopo la parola fine. Una sorta di filo immaginario, una specie di flash che si accende a intermittenza e che ti riporta, di tanto in tanto, alle azioni di quel personaggio, alle emozioni che ha suscitato in te e a quelle che ancora ti porti dentro.

Penso a questo, da quando ho terminato la lettura di Un amore cucito addosso” di Roberta Colombari, pubblicato da Amarganta, e il personaggio che mi ha spinta a scrivere questo lungo incipit è Lucia.

Prima di portarvi a conoscere questa donna straordinaria, un breve cenno alla trama è doveroso. “Un amore cucito addosso” è una storia di famiglia che, come tale, narra amori e dolori da un punto di vista molto particolare: il narratore è, infatti, una voce molto originale e schietta, che si presenta subito al lettore in tutta la sua semplicità. Una voce interessante che interviene al punto giusto e che presenta la famiglia Altavilla: una stirpe di imprenditori buoni, intraprendenti, lungimiranti. Giovanni e Lucia sono gli “ultimi” sposi, coloro i quali si sono innamorati davanti ai tessuti che lui vende e lei taglia, che sentono la fortuna sulla pelle, il potere del tutto e anche di più. Sarebbe tutto perfetto, non fosse che in letteratura (e nella vita) il destino prepara sgambetti e curve a gomito da affrontare con la giusta determinazione.

Lucia è una donna che vive ogni istante della sua vita e questa fine psicologia mi è piaciuta moltissimo: nel suo vivere ho trovato intensità, speranza, lotta, coraggio, commozione e resilienza. In Lucia c’è l’essere vivente che interpreta i messaggi della vita, che attraversa i dolori e che prosegue, nonostante tutto. Ed è questo che mi ha colpito: il suo vivere convinta di essere al posto giusto, nel momento giusto, anche quando il dolore è così grande che ti toglie il fiato. La sua bontà, il suo fidarsi della vita, il suo restare a galla: mi ha conquistata, totalmente.

Attorno a Lucia, poi, si stringe una corona di personaggi, tutti indispensabili, ognuno dei quali è incastonato come una pietra preziosa: il piccolo Lorenzo – intelligente, dolce e amabile -, l’avvenente Julia – una donna da scoprire -, i suoceri – anime sempre presenti –, e naturalmente Giovanni: l’uomo che ha scelto di amare.

Un’ulteriore nota positiva è data dall’ambientazione geografica. L’autrice ha scelto una cornice invitante, quasi romantica, per la storia di Giovanni e Lucia: siamo a Penne, un borgo dell’entroterra abruzzese. Un luogo che l’autrice riesce a far diventare una casa in cui tornare e da cui partire.

Nella sfera gastronomica, l’autrice ha puntato sulla semplicità, sui piatti di casa e della tradizione del luogo cosicché il quadro generale si mantiene in linea con il progetto iniziale. Lucia riceve la proposta di matrimonio davanti a un gelato; il banchetto propone gli arrosticini, pipindune e ove (una preparazione a base di peperoni cornetto abruzzesi), pinzelle (dolci base da farcire con fantasia) e, naturalmente, la classica torta nuziale; le colazioni, a casa Altavilla, sono a base di marmellata casalinga, l’unica nota spinta è Giovanni che usa il whisky per stemperare lo stress. Le cene nei ristoranti raffinati non mancano, ma è davanti alla tavola di casa che i due sposi si ritrovano.

Sì, avete letto bene: ho scelto il verbo ritrovarsi. Perché è questo che succede a Giovanni e Lucia. Infatti, “Un amore cucito addosso” non è uno sdolcinato inno all’amore a prima vista, all’entrata in scena di bellissimo principe azzurro che porta la sua amata sulle ali della felicità. In questo romanzo ci sono segreti, tanti e dolorosi, difficili da digerire e da tenersi addosso; ci sono i viaggi, quelli dai quali non puoi tornare come se niente fosse accaduto; c’è la paura oscura di perdere chi ami e la sofferenza che questo genera. In fondo a tutto, però, la forza (il destino, la buona sorte, il credo o come meglio preferite chiamare quella luce che brilla anche se il buio è fitto) subentra in ogni pagina, in ogni frase, per lei, Lucia, ma non solo.

Infine, una nota di merito va all’autrice: ho trovato una penna decisa, amichevole e fidata. Una penna da osservare, insomma.

Si ringrazia l’autrice per l’invio diretto del file lettura.

Nota biografica dell’autrice:

Roberta Colombari è nata a Villasimius, in provincia di Cagliari, figlia di uno chef e di una casalinga. Dopo la separazione dei genitori è affidata alle cure della nonna paterna e si trasferisce a Lugano, nella Svizzera italiana. In seguito risiede a Zurigo e nella Svizzera francese. Mamma e casalinga, ama la lettura, scrivere romanzi, la natura e gli animali. Crede nell’amicizia e nei rapporti umani, si definisce una donna semplice che ama la vita.

Il sito internet della casa editrice è: http://www.amarganta.eu.

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“Il Mistero delle Spille Longobarde – Le indagini di Étienne e Annabella” di Marcella Nardi, Amazon Self Publishing.

La letteratura ci ha spesso presentato la figura dell’investigatore standard: uomo, empatico, più o meno ambizioso, più o meno ironico, preciso e arguto. Pensate agli intramontabili Hercule Poirot e Sherlock Holmes, giusto per citarne un paio. Oppure, spesso, nelle TV fiction, la parte investigativa è stata affidata a una coppia che, con il suo appeal, ha portato una nuova immagine, sempre più gradevole e coinvolgente. Negli anni ’80 sbarcarono in Italia “Starsky & Hutch”, poi venne il turno di “Miami Vice” e a seguire, negli anni, il filone poliziesco è stato uno dei più accattivanti di sempre con strutture sempre più complesse, coppie o squadre al maschile e femminile pronte a tutto pur di arrestare i criminali.

Pensate ora a qualcosa di completamente diverso da ciò che avete letto – o visto in Tv o al cinema. Pensate a un detective che non lo è ufficialmente – non ancora, per il momento – ma che ha tutte le carte in regola per entrare a pieni voti nel mondo investigativo: lui si chiama Étienne Pivot è un giovane universitario amante della storia medievale, ha un talento speciale per le analisi e la ricostruzione dei fatti, nonché un’intelligenza fine e una passione per casi particolarmente intricati. Passioni e talenti che condivide, totalmente, con la fidanzata Annabella.

Come avrete capito, Étienne e Annabella sono i protagonisti del romanzo “Il Mistero delle Spille Longobarde” di Marcella Nardi, e come avrete intuito, l’dea di accentrare un’indagine a sfondo storico a due giovani mi è parsa, da subito, originale e vincente. Mi piace l’idea che in un mondo sempre più social e digitale, l’autrice abbia messo in campo le sue spiccate conoscenze storiche al servizio di una narrazione fresca, giovane, empatica e coinvolgente. Giovani e Storia: un’accoppiata curiosa e interessante.

Siamo nel capitolo primo e il lettore viene già trascinato nella trama: i due ragazzi, di ritorno a Roma dopo una vacanza a Parigi, vengono avvicinati dal professor Claudio De Carolis. L’uomo chiede aiuto a Étienne per risolvere il mistero della scomparsa di un suo amico e collega – il dottor Alex Nardi – due spille longobarde e una tavoletta antica. Per il giovane, e per la sua compagna, inizia qui il viaggio nella Storia e nel presente: un viaggio articolato, energico, intricato e ricco di colpi di scena. Ci sono incontri spiacevoli, – come è giusto che sia, in un genere letterario così complesso – fughe, strategie, inganni, ma anche rapporti familiari che si consolidano davanti a un’ottima cena casalinga, dove il tavolo diventa un luogo di scambio di informazioni tra padre e figlio (Pivot padre era nella Squadra Omicidi), ma anche un luogo di ritrovo delle emozioni sopite, come solo la casa natale sa essere e, ovviamente, per godersi il merito dopo una lunga fatica. Infatti, le indagini circa le Spille Longobarde, il professore scomparso, e un misterioso tesoro a cui gli studiosi tengono particolarmente, assomigliano a una matrioska, ma è proprio questo che Étienne sa fare: scavare, a fondo e fino in fondo.

Una ulteriore nota di merito va al personaggio di Annabella. Già nel titolo, l’autrice ha deciso di inserire anche il suo nome, affidando così l’intero caso a entrambi. La presenza femminile – o meglio, le presenze femminili perché anche la mamma di Étienne sa il fatto suo, credetemi – è molto sentita. Annabella non è una spalla ma una guida, è una presenza costante, come la luna nel cielo.

Ultimo, e non certo per importanza, lo stile preciso e puntuale, pulito e lineare di Marcella Nardi si conferma ancora una volta una gradita certezza anche in questo genere letterario dedicato ai ragazzi (e non solo a loro…).

Breve nota biografica dell’autrice:

Marcella Nardi nasce nel ridente borgo Medievale di Castelfranco Veneto. Si laurea in Informatica, campo in cui lavora per ventidue anni, tra Segrate e Milano. Nel 2008 si trasferisce a Seattle, USA, dedicandosi all’insegnamento dell’italiano, alle traduzioni tecniche e alla scrittura di romanzi. Molte sono le sue passioni: la Storia antica e medievale, la fotografia, i viaggi, la lettura, il modellismo storico e, soprattutto, l’amore per la scrittura di romanzi. Come amante di romanzi gialli e di Medioevo, Marcella si è classificata al terzo posto, nel 2011, al concorso “Philobiblon – Premio letterario Italia Medievale” con uno dei sei racconti che hanno dato vita al suo primo libro, un’antologia, dal titolo di “Grata Aura & altri gialli medievali”, la cui prima edizione si chiamava “Medioevo in Giallo”. Nel dicembre 2014 ha vinto il Primo Premio al concorso “Italia Mia”, indetto dalla Associazione Nazionale del Libro, Scienza e Ricerca, con un racconto ambientato a Gradara. Continua a scrivere e dal 2013 ha al suo attivo oltre 15 pubblicazioni. Ha creato una serie poliziesca di 6 romanzi, in cui la detective è proprio lei: quasi lo stesso nome e con le sue stesse caratteristiche, fisiche e caratteriali. Ha anche creato una nuova serie di genere Legal thriller, ambientato a Seattle, USA. Il titolo del primo romanzo di questa collana è “Morte all’Ombra dello Space Needle”.

Marcella Nardi ha anche scritto un romanzo mystery/storico dal titolo “Joshua e la Confraternita dell’Arca”. Ha scritto anche un paranormale, un romance/erotico e alcuni racconti.

 Il suo sito web ufficiale è: www.Marcellanardi.com

La sua pagina autore su Amazon è: Marcella Nardi su Amazon.it: libri ed eBook Kindle di Marcella Nardi

La sua bacheca Facebook è:

https://www.facebook.com/Marcella.nardi.5

Il suo gruppo di Cultura e Libri:

https://www.facebook.com/groups/Marcella.nardi.scrittrice/

Il suo gruppo per gli autori INDIE:

https://www.facebook.com/groups/Marcellaeilsuoamoreperilibri/

Si ringrazia l’autrice per il file lettura in omaggio.

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“Uno scialle sul fiume Temo” di Maria Lidia Petrulli – Pluriversum Edizioni

Ho una predilezione per le colazioni abbondanti, quelle lente, senza l’accompagnamento fastidioso dell’orologio che anticipa impegni e doveri. E, in questo contesto – casalingo, intimo e raccolto – immagino la tavola perfetta: tovaglia senza pieghe, tazze combinate, un cesto di pane ancora fumante, un caffè forte e un vasetto di marmellata fatta in casa. La confettura di frutta è molto più che un sapore dolce. È un insieme di azioni a ripetizione (la raccolta della frutta, la pulitura, la cottura) che culminano con un concetto che troppo spesso tendiamo ad accantonare: l’attesa. Quel tempo sospeso eppure prezioso, tradizionale, da ritrovare. Una colazione accompagnata dai profumi di una marmellata è sempre una festa, a mio avviso.

Quando parliamo di confettura, immaginiamo l’albicocca, la pesca, le fragole o i frutti di bosco. Tutti gusti delicati, morbidi. Se parlassimo di agrumi, invece, la mente andrebbe subito a un sapore diverso, più deciso, più spigoloso. La marmellata di limoni – e il suo complesso sapore dolce-amaro di cui parleremo tra poco – è molto più che un alimento, tra le pagine di “Uno scialle sul fiume Temo” di Maria Lidia Petrulli, edito da Pluriversum.

Prima di addentrarci in questo concetto di contrasto è bene una premessa circa la trama: siamo in un’epoca moderna e Aliena lascia Tolosa per rifugiarsi in Sardegna, a Monteleone Rocca Doria, un paese adagiato su un lago che prende acqua dal fiume Temo, al di là del quale ci sono colline e, infine, il mare. Aliena è un’illustratrice, è sposa di un uomo che non sente più suo, ha un passato certo alle spalle e un futuro incerto davanti a sé; è una donna che ha speso molte energie, che ha bisogno di ritrovarsi e soprattutto di accettarsi. È albina e il suo candore la rende diversa. Lo è stata per tutta la sua vita, in città, e lo è ancora adesso, dopo l’approdo in una comunità che vive di tradizioni e usanze.

Ecco il primo contrasto: immaginate una donna alta, sinuosa, dal fisico asciutto e longilineo e dalla pelle diafana che decide di trasferirsi un angolo remoto della Sardegna, terra che, per antonomasia, è una scala cromatica di colori mediterranei i cui abitanti ne sono diretta testimonianza.

L’aspetto della diversità, è uno dei temi che più ho apprezzato, in questo romanzo. Aliena deve affrontare l’ostacolo, ci deve passare attraverso, deve faticare, esattamente come avviene nella raccolta dei frutti della marmellata, quando le mani bruciano e vorresti fermarti, lasciar perdere. Gli abitanti di Monteleone Rocca Doria – che continuano ad amare le leggende di cui la loro terra è avvolta e che costituiscono un racconto nel racconto – la credono una bruxia, una strega, una persona che porterà sciagure e sfortune, qualcuno da osservare a distanza.

L’autrice con una buona capacità narrativa e descrittiva dei luoghi ci racconta la comunità chiusa che contrasta nettamente con la gioia improvvisa di accogliere una forestiera che non è più un pericolo e il quadro geografico/storico di grande rilievo e valore appare come uno sfondo magico, affascinante, ammaliante. Il lettore resta piacevolmente coinvolto dalla natura selvaggia, dalle storie narrate e dalle leggende del luogo, dall’arte culinaria – tripudio di sapori e profumi che, credetemi, già solo questo vale l’intera lettura– e dai legami solidi e imprescindibili che rappresentano l’uomo e la sua Terra. Una terra resa ospitale dall’uomo stesso che vede nella natura che lo circonda il suo fondamento, il luogo sul quale poggiare e restare.

Un ulteriore contrasto di grande coinvolgimento è sicuramente rappresentato dall’amicizia che nasce tra la protagonista e una donna anziana, Annalisa Doria. All’apparenza, come per la marmellata di limoni, sembra un accostamento improbabile: età, interessi, vissuto, futuro, sostanza… ogni elemento potrebbe essere discordante, incompatibile. Eppure, ancora una volta, Maria Lidia Petrulli sceglie la strada della semplicità e del cuore per rendere l’impossibile possibile e veritiero.

Un ultimo, ma non l’ultimo, tema che mi piace sottolineare dopo questa lettura è lo spazio che l’autrice ha dedicato alla solitudine di una donna (o di più donne, in questo caso, ma non vi svelerò altro). Un tema caro, in letteratura, osannato e a volte abusato. In questo romanzo, nello specifico, la dolcezza con cui viene trattato e la soglia di trasformazione dello stesso è un valore aggiunto particolarmente gradevole.

“Uno scialle sul fiume Temo” è una fiaba moderna in cui trama, temi e una buona narrazione costituiscono una base concreta che coinvolge il lettore nei contrasti che, quando sapientemente dosati, riescono a trasformarsi in qualcosa di buono e prezioso. Come la marmellata di limoni.

Si ringrazia l’autrice per la copia lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Maria Lidia Petrulli è medico psichiatra e psicoterapeuta. Appassionata di storia e mitologia celtica e medievale, inizia la sua carriera di scrittrice nel 2002 con Sui Sentieri di Avalon. Seguono Fara e Il Suo Cappello e La Realtà e Il Suo Enigma nel 2009; la trilogia fantasy Il volto segreto di Gaia e la saga per ragazzi Emilie Sanslieu; il fantasy storico Sotto le colline d’Irlanda; il noir Il collezionista di clessidre e l’antologia La bambina che voleva essere trasparente, vincitrice del premio Il Litorale 2015 e del premio Città di Dolianova 2014. Il volo della libellula (Edizioni Ensemble 2019) ha vinto il premio Graffiti Narrativa ed è stato finalista dei premi letterari Kobo Writing Life 2017 (sezione inediti), Como Poesia 2019 e Ioscrittore 2018. In Francia ha pubblicato il giallo Écrire ne tue pas assez (le Lys Bleu Éditions, 2019).

Il sito internet dell’editore è: www.pluriversumedizioni.it.

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“Ritroviamoci alla fine del mondo” di Angelica Romanin, Amazon Self Publishing

Quali sono gli elementi che stuzzicano l’ispirazione di uno scrittore? Da dove provengono le scintille che innescano la visione, il viaggio? Domande aperte, cari lettori, le cui risposte racchiudono personalità e unicità: il vissuto e il vivendo, l’emotività e la sensibilità, i concetti e le ipotesi, le competenze e l’immaginazione e molto, molto altro.

Una significativa fonte d’ispirazione è sicuramente l’attualità. Penso al contesto sociale, alla struttura economica, alla storia di un luogo e alla sua geografia: il mondo che ci circonda, insomma. Un mondo che, agli occhi curiosi di un artista, diventa terreno fertile per lo sviluppo di un’idea.

Un esempio di quanto il mondo esterno riesca a essere influente è il nuovo romanzo di Angelica Romanin: Ritroviamoci alla fine del mondo”. L’autrice ha ambientato la narrazione nel 2012, un arco temporale che, oggi, molti di voi non classificherebbero come il più infausto, visti gli avvenimenti in corso, ma che allora venne marchiato come il più temibile di sempre. Si temeva, infatti, che un’antica profezia Maya si sarebbe avverata il 21 dicembre e il nostro mondo sarebbe finito in una catastrofe annunciata. Una sorta di fine del mondo causata da eventi inarrestabili.

All’interno di questo contesto di presagi e rischi, di cambiamenti e variabili, di pseudofidanzati e fedeli amici, l’umorismo di Martina – la protagonista del romanzo – è una luce che irradia energie capaci di sorprendere e di strapparti più di un sorriso.

A questo proposito, e prima di addentrarci oltre, una nota è doverosa. Angelica Romanin possiede l’invidiabile talento di comunicare attraverso una scrittura fluida, trasparente, ma, soprattutto, divertente, a tratti comica. Il contrasto che si genera, in questo modo, è appetibile e gradevole, e inoltre, questo effetto spezza l’andamento sentimentale che è parte fondamentale della trama.

Nella trama, dunque, troviamo gli elementi base di un romanzo rosa, fresco, giovanile e intenso: Martina perde lavoro e fidanzato, torna a vivere nella casa di famiglia e, da quel momento, si innesca una miccia che accende le sue avventure sentimentali, condite da nuove e vecchie amicizie e da un costante vagare tra le domande eterne alle quali le è sempre più difficile rispondere. È il suo posto nel mondo, il suo arrivare alla meta, e il suo viaggio verso una destinazione ignota: questa è Martina. Con Sara, la sorella, i battibecchi sono esilaranti, con la mamma, affetta da sciagura-fobia, ancor di più. E poi c’è la nonna, il personaggio che rispecchia il tema matriarcale-femminile sul quale è basata l’opera: una donna che sa. I muffin, le crostate, le lasagne bagnate da un’abbondante colata di ragù sono i mezzi che sceglie per portare in tavola ciò che davvero conta.

Angelica Romanin ha scelto uno stile narrativo spigliato, schietto. Martina ti trascina nelle sue sfortune, nei i suoi fallimenti, nella sua confusione arricchendo il racconto di ironia e sarcasmo. Per lei, l’Amore è un groviglio, una tela nella quale resta intrappolata, una strada senza cartelli stradali, e le cene romantiche, gli aperitivi, le fughe dalla città sono un espediente per cercare, di continuo, la risposta.

È di Martina, una citazione che riporto: mi ha colpito particolarmente, perché rappresenta al meglio la direzione del romanzo (e non a caso, l’autrice ha scelto un’immagine gastronomica):

“… Se Giuseppe era pane e Nutella, Filippo era fragole e champagne…”

 “Ritroviamoci alla fine del mondo” è ricco di similitudini e contrasti, in giusta dose e senza accavallamenti: l’ambientazione temporale scelta, come già detto; il negativismo mediatico –  e un evento sismico straordinario  – che si fonde alla leggerezza che usa la protagonista per narrare le sue sventure amorose; la struttura famigliare matriarcale, il ruolo sociale della donna e la forza che, un nucleo simile, possiede per natura; il tema della posizione lavorativa che, in questo caso, viene trattato con veridicità (sono certa che molte ragazze si ritroveranno in Martina) e, infine, il bisogno umano di stare nel gruppo, tra gli Altri, e di ritrovarsi sempre, fosse anche “alla fine del mondo”.

Si ringrazia l’autrice per la copia lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Angelica Romanin è nata e vive a Ferrara. È diplomata in lingue e ha frequentato la facoltà di scienze biologiche. Ha pubblicato il suo primo romanzo nel 2008 con Giraldi editore, riedito a luglio 2020 con il titolo  “Uomini, attacchi di panico e altre disgrazie”. 

È inoltre autrice della commedia romantica “Il Natale che non ti aspetti” e di una climate-fiction di fantascienza dal titolo “Nel futuro che ci attende”.

Il libro è disponibile su http://www.amazon.com

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“Cambio vita – Vado a fare il soccorritore” di Francesco Nucera,Augh!Edizioni.

Quando il lavoro è una mansione e quando, invece, una vocazione? Qualunque sia la vostra professione, la domanda è sempre valida. Che siate manager o commessi, imprenditori o dipendenti, vi sarete domandati, ora o in passato, se il posto che occupate è davvero quello per cui siete nati. E, certamente, vi sarà capitato di sognare il cambiamento, un luogo diverso, colleghi più simpatici e superiori più umani, orari adattabili e meno stritolanti. Se poi volessimo soffermarci sullo stress (adesso si chiama sindrome da burnout) allora scriveremmo un volume di grandezza simile a un’enciclopedia.

Ogni casella della vostra professione, tuttavia, è inserita in un contenitore più ampio: il lavoro che svolgete parla di voi, anche se qualche volta non ve ne accorgete. Ed è proprio questo a fare la differenza: non siamo nati per fare tutti lo stesso lavoro. “A ognuno il suo” scrisse Sciascia e mi permetto di prendere in prestito questa citazione che sento appropriata e funzionale.

Immaginate, ora, il ruolo di un soccorritore. Quando scrivo “ora” intendo quest’epoca storica, pandemica, folle e triste ma anche densa di solidarietà e bontà. Vi viene in mente le vocazioni, la missione, la cura, il sacrificio, la generosità, l’impegno, la resistenza, la paura, il coraggio? E se, oltre questi valori, ci fosse l’esigenza di rientrare a pieni voti nella vita? Se ci fosse il bisogno di riscattare sé stessi, il proprio passato, per redimersi o per far parte di una normalità che, altrimenti, non ci sarebbe?

“Cambio vita – Vado a fare il soccorritore” di Francesco Nucera, edito da Augh!, ci racconta la storia di Marco e Bruno, due personaggi diversi (sotto tutti i punti di vista) eppure legati da un unico vincolo: il lavoro. Sono entrambi soccorritori (Marco è un volontario) e l’ambientazione storica è il primo capitolo della pandemia Covid, quando ancora si brancolava nel buio. L’ambientazione geografica è l’interland milanese, Rozzano per la precisione: siamo nell’occhio del ciclone, insomma.

Marco è un ragazzo di ventitré anni cresciuto tra violenza, criminalità, solitudine e rabbia; Bruno è un uomo che ha un vuoto dentro e attorno a sé, al suo attivo anni di lavoro e un matrimonio già fallito. Marco ha bisogno di un riscatto; Bruno sta per affrontare una valanga che lo metterà a nudo.

Marco organizza la sua vera prima cena romantica per Claudia e nel dubbio, prepara una bottiglia di vino e una di birra: è certo che la scelta determinerà l’esito della serata. Marco ha bisogno di Claudia, perché in lei vede il suo futuro, l’ancora di salvezza che gli permetterà di mettere a tacere il richiamo costante che proviene dal suo passato. Per questo si adatta a una serata sushi anche se preferirebbe una pizza.

Bruno si ciba di grana e ascolta la musica che la tecnologia ha scelto per lui; va in cerca del Kefir, al supermercato, come se questo bastasse a cambiare abitudini e a riportare indietro la moglie Katia; inghiotte tramezzini per colmare un vuoto che, invece, si allarga sempre di più, mettendo in luce le sue debolezze.

Intanto, le ambulanze macinano strade e curve, i soccorritori indossano tute protettive, la leggerezza dura il tempo di un caffè e la rabbia cresce. Non è la pandemia, la causa, ma una voragine profonda, frutto di cattiverie e rabbia, che non lascia scampo.

Francesco Nucera affronta il tema della precarietà lavorativa, del futuro incerto, del riscatto da ingiustizie, della vendetta e della violenza familiare, della criminalità e della prevaricazione sociale, del complotto e della verità, e, nel farlo, non si dimentica di inserire la solidarietà, l’amore, l’amicizia, il sostegno, il coraggio e un pizzico di ironia, soprattutto in alcuni dialoghi (un contrasto curioso e creato con una buona tecnica). Infine, è interessante (e determinante) la testimonianza che giunge, seppur in forma romanzata, della vita del soccorritore: un insieme di doveri, scelte, messaggi e azioni.

Si ringrazia Valentina Petrucci dell’ufficio stampa per l’invio del file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autore:

Francesco Nucera è nato a Milano nel 1979 dove ha vissuto fino all’adolescenza. Nel ’94 ha lasciato il capoluogo lombardo per trasferirsi con la famiglia nella vicina Rozzano. Ma è solo nel 2002, quando lo Stato lo ha obbligato a svolgere il Servizio Civile in ambulanza, che è entrato veramente in contatto con la sua nuova città.
In due decenni da soccorritore dipendente ha imparato a conoscere e apprezzare Rozzano, tanto da dedicarle libri e racconti con cui spera di trasmettere la sua passione per quel micro mondo che cresce all’ombra di Milano, ma che così poco condivide con la città della moda. Oggi vive nelle campagne tra il capoluogo lombardo e Pavia in compagnia di sua moglie e dei loro tre figli. Anche in questa pandemia continua a lavorare in ambulanza.
È il cofondatore di Minuti Contati, un portale online di scrittura creativa su cui organizza contest letterari.
Per AUGH! ha già pubblicato Le mille facce della stessa moneta (2017) ed Ernesto – Genesi di un eroe (2018). Tra le altre pubblicazioni: Nerd antizombie – Apocalisse a RozzAngeles (2019, Nero Press Editore), Il popolo delle sabbie (2020, PS Edizioni).

Il sito dell’editore è: http://www.aughedizioni.it

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“Il Manoscritto” di Stefania Convalle, Edizioni Convalle – #boodnews.

Mi capita spesso di ricevere richieste di consigli di lettura e, altrettanto spesso, mi capita di non riuscire a sintetizzare, in poche parole, cosa sento dopo aver terminato un libro. Un libro è un universo, una vita intera, un mondo speciale, e io faccio fatica a semplificare aggettivi e concetti ad esso correlati. Ci ho provato, a raggruppare, ma ogni volta ho tralasciato elementi, emozioni, suggestioni. E questo non è raccontare un libro, anzi, è penalizzare ciò che l’autore ci ha dedicato.

In questo caso specifico, sintetizzare “Il Manoscitto” di Stefania Convalle, la sua nuova opera, è un’impresa praticamente impossibile ma, per ovvie ragioni, cercherò di fare del mio meglio.

Nel titolo, per iniziare, si racchiude un mondo fatto di immagini evocative di un tempo che troppo spesso abbiamo allontanato: le fasi di scrittura a mano, oggi sempre più rare, vista la tecnologia che è entrata a far parte del nostro quotidiano. Immaginate un diario, un’agenda, o anche solo un fascio di fogli all’interno dei quali non esistono solo parole e fatti, ma un insieme di emozioni che dal cuore arrivano alla mente e, da qui, alla mano che impugna una penna e li trascrive, con pazienza, cura, e qualche errore o cancellatura. Facile, dunque, comprendere come, nella scelta del titolo, l’autrice abbia già racchiuso un mondo tutto da scoprire.

Quando si inizia la lettura, quel mondo letterario che l’autrice ha creato, diventa un bel posto in cui stare. Il primo incontro è con Emilia, la protagonista. Una donna che si occupa di talenti letterari e sogni da pubblicare, una donna che scopre la sua fragilità dopo una storia d’amore che non l’ha resa felice e che ha bisogno di ritirarsi in un nido, lontano dalla sua quotidianità. Una storia di fine e principio, insomma e, in questa fase preliminare, il suo bisogno di ripartire da dove tutto ebbe inizio, in quel tempo felice e spensierato che è stata la sua infanzia, rende questo personaggio autentico e appassionante.

Quando Emilia lascia Milano alla volta di Trieste, la città nella quale ha vissuto la dolce e felice età dell’infanzia, sono partita anch’io. Adoro i ritorni, quelli verso le origini.

Immergendosi nella trama, il ritorno (e il bisogno in esso racchiuso) diventa ancor più forte. Ho apprezzato la scelta dell’autrice di inserire profumi che – se chiudi gli occhi – ti sembra di sentirli: come quello della berlina  – una montagna di panna e amarena –  che consumava al bar, in compagnia della zia Wanda che lavorava con l’uncinetto, oppure della “millefoglie” che volteggia in cucina. Sono profumi di casa, di cose belle, indimenticabili. Tutto ciò di cui ha bisogno Emilia (e anche noi).

Il tempo di ricostruire, quello lineare e senza intoppi (che poi, esiste davvero?) non è ancora giunto, per la protagonista: ci sono personaggi che entrano nella sua vita, senza che lei l’abbia scelto, c’è un’amicizia speciale, con una vicina di casa, che nasce davanti un goccio di slivovitz, un manoscritto che rincorre i suoi sguardie poi, naturalmente, l’Amore. Quest’ultimo tema è presente in molte forme, tutte di grande rilievo, a mio avviso, perché Emilia è capace di amare, di concedersi, di proteggere e di prendersi cura di Altri. Perché l’Amore esiste, ne “Il Manoscritto” ma non aspettatevi nulla di sdolcinato o troppo mieloso: è un sentimento, a tratti doloroso, che ha generato solitudine, che aspetta il perdono. Insomma, un sentimento autentico, che ti lascia addosso riflessioni da elaborare.

Nel viaggio di Emilia, Trieste è uno sfondo che regala emozioni su emozioni. La protagonista, insieme ad alcuni personaggi di cui non vi svelerò altro, esplora luoghi a lei cari e, in molte occasioni, mi è sembrato di vedere gli scorci della città, il mare che diventa specchio per i palazzi storici, i Caffè che sono luoghi d’incontro, tra sapori e sguardi, e che generano momenti eterni.

“Il Manoscritto” è un’opera che racchiude una trama, tante possibilità, vite e destini che s’incontrano per restare, di parole scritte per non dimenticare ciò che è stato; di sfide e incoraggiamenti, di verità e bugie, di vicinanza e speranza.

E, infine, una nota sulla “penna”. Non ho mai negato quanto mi senta bene, tra gli scritti di Stefania Convalle: la sua capacità di accarezzare con decisione, di far vivere sentimenti sopiti ed emozioni autentiche, di narrare con sintesi e semplicità, è un talento che merita di essere sostenuto e promosso.

Si ringrazia l’autrice per il file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Stefania Convalle ha al suo attivo numerose pubblicazioni: romanzi, poesie, opere sperimentali a più mani e un manuale di scrittura. Tra i riconoscimenti più importanti, il Premio Giovani “Microeditoria di qualità”: nel 2017 con il romanzo “Dipende da dove vuoi andare” e nel 2018 con “Il silenzio addosso”; entrambe le opere sono state presentate nel programma “Milleeunlibro” di Rai Uno. Nel 2020 “Anime Antiche” si aggiudica il “Marchio della Microeditoria”.

Scrittrice, organizzatrice di eventi culturali, ha fondato il Premio Letterario “Dentro l’amore”. Writer Coach, Talent Scout, Stefania Convalle è anche editrice dal 2017, anno di fondazione della Edizioni Convalle, “una casa editrice col cuore d’autore”, come ama definirla.

Il sito dell’editore è: www.edizioniconvalle.com

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Il mio primo articolo del blog

”Invincibili come noi” di Louise Pentland, Garzanti Editore

“La buona cucina è ovunque…”

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“Invincibili come noi “, romanzo d’esordio dell’inglese Louise Pentland, Youtuber e Vlogger, edito da Garzanti e tradotto da Roberta Scarabelli, potrebbe ingannarci. Se ci fidassimo della trama, la favola moderna interpretata dalla giovane mamma single alle prese con la quotidiana fatica di vivere, ci fermeremmo al Baby Food.

…” mi vien voglia di piangere. Ieri non ho detto niente quando c’erano gli Smarties prima dei Fish and Chips, invece oggi, con pollo e verdure, è una bambina più felice …”

Oppure perderemmo ore a interrogarci su come curare il suo “Grande Vuoto” senza trovare un rimedio. E, nel frattempo, cucineremmo vassoi di “ … biscotti al cioccolato…”

Se ci limitassimo ad analizzare la struttura del romanzo, un diario moderno, temporale, ispirato al presente, con brevi flashback, organizzato secondo dialoghi diretti, ci gusteremmo un Brunch all’americana.

…” propendendo per una ciotola di frutti di bosco e un toast alla francese con panatura di mandorle, chiudo il menu con un tonfo soddisfatto…”

Questa è la superficie, un ottimo angolo, in tutta onestà.

Ma, un libro non è solo metafora e struttura. Un libro è un insieme di sentimenti, emozioni, domande e risposte.

In “Invincibili come noi “ c’è una dose di delusione, rimpianto, desiderio, paura, lacrime e riscatto. Tutto in egual misura. E, ciò che nasce da questo impasto è l’amore. Un sentimento puro che è appartenenza, calore, sorrisi e complicità. Un sentimento che diventa comprensione, accettazione, voglia di stare insieme.

“… sento il profumo di qualcosa che cuoce in forno (ti prego, fa che siano gli scones, ti prego!) e tutte le lampade sono accese, creando il perfetto bagliore caldo di cui ha bisogno questa grigia giornata d febbraio…”

“…mi siedo sullo sgabello vicino a Lyla e sorseggio la mia cioccolata calda appena versata. Sono come gocce di paradiso. Lo scone è ancora caldo ed è ancora più gustoso sapendo che l’ha fatto Kath con amore…”

Ed è proprio negli scones che si nasconde il significato più profondo di “Invincibili come noi “. Nel Regno Unito, questi prodotti si trovano ovunque: nelle panetterie, nelle pasticcerie e nei supermercati. Ma, soprattutto, nelle cucine casalinghe, dove non è raro trovare antiche ricette che si tramandano di generazione in generazione. Lo scone unisce ed è indispensabile non solo nel momento del tè.

Lo scone è come l’amore: largamente diffuso, dolce, qualche volta salato, ma indispensabile nella vita di ognuno di noi.

Bood è questo: un occhio vigile che tra vaga tra le parole e scova spunti gastronomici che sono indispensabili alla riuscita di un libro.

Siete pronti? Buona lettura e… buon Bood!

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