“L’amante di Barcellona” di Care Santos, Salani Editore, traduzione di Laura Marseguerra

C’è un alimento che, fin dall’antichità, è stato osannato e bandito, salvato e deriso. E’ un bulbo che, la storia narra, nacque in Asia e poi, per effetto di un massiccio riconoscimento dei suoi valori, arrivò in ogni dove. E, per chi non lo avesse mai visto, consiglio vivamente uno sguardo all’inflorescenza dell’Allium, che con le sue punte a stella, lilla, trasforma orti verdi in distese che fanno invidia ai più colorati campi di lavanda francesi.

Avrete capito cari lettori, sto parlando dell’aglio. Un elemento immancabile o estromesso dalle nostre tavole, un aroma pungente che, a seconda dei gusti, può risultare gradevole o meno. Un alimento che, nella storia letteraria e cinematografica, si è spesso reso protagonista nell’amplificazione della lotta tra il bene e il male, vincitore contro ogni malvagità spirituale.

Questo frutto della terra e del lavoro ritorna in auge, con maggiore spiritualità e con una perfetta collocazione letteraria, ne “L’amante di Barcellona”, l’ultima fatica di Care Santos, edito da Salani, tradotto da Laura Marseguerra e ambientato nella Spagna del 1800, una nazione ben diversa da quella che oggi noi conosciamo.

“L’amante di Barcellona” si colloca sicuramente all’interno del filone storico-letterario, uno di quei flussi particolari di nozioni e passaggi, di personaggi ed eventi realmente esistiti le cui vicende si prestano all’autrice per permetterle di crearne degli altri, frutto della sua fantasia. E’ un lavoro magistrale, se ci pensate. Uno studio complesso e un viaggio a ritroso lungo un percorso certo che si confonde con quello effimero. Perché non basta essere studiosi e appassionati della Storia, così come non è sufficiente rammentare date e ricorrenze: un’autrice come la Santos scende nel profondo della Storia, scava al suo interno facendo emergere soprusi e malvagità, ferite e disuguaglianze, lotte e vendette, poteri costruiti e bontà gratuite. Anime erranti, soprattutto. Anime indifese, in abbondanza. Anime che desiderano riscatto e perdono. E, ancora, la Santos, con la sua superba capacità di affiancare il bene al male e quel suo modo di narrare vicende violente come se fossero ordinarie, accompagna il lettore lungo un viaggio nella Spagna della guerra, la più infida e pericolosa, quella che a fianco di bombe e spade entra nell’uomo, nelle pieghe delle sue perversioni e piaceri, delle sue volgarità e gentilezze.

“L’amante di Barcellona” non è un testo immediato né di compagnia. E’, invece, sicuramente, una lettura di pazienza, i cui sviluppi lievitano nel tempo, per elevare il gusto finale e renderlo superbo.

La trama è intricata al punto giusto e, nonostante il genere, il tanto temuto sovraffollamento dei personaggi è stato evitato: in questo, ancora, la maestria di Care Santos è indiscutibile.

E, ogni riferimento culinario, amplifica la trama e le caratteristiche dei personaggi. Oltre all’aglio, infatti, i cui aromi pungenti e rassicuranti impregnano frasi e sorprese, in principio e in finale, gli stessi che emanano i vestiti e la pelle del fedele Girabancas, c’è un altro alimento che lega e che scorre fluido: il cioccolato.  Le sue note proprietà afrodisiache, umorali ed emotive servono per esasperare le emozioni dei molti volti che riempiono le pagine: a partire da Guillot il perno sul quale ruota la trama, la perdita della sua collezione di libri controversi e la scelta di vivere a Barcellona, proprio questa città che ha fama mondiale di commerciarne qualità straordinarie; a completare il banchetto delle nozze di Carlota con il perverso Pérez de Léon; il suo dolce profumo aleggia nella residenza – in primis- del Barone Maldà, colui che sorseggia cioccolata e, senza davvero rendersene conto, salva la vita a Filippo Brancaleone, uno dei personaggi cardine del romanzo.  Il suo aroma caldo e consolatorio torna prepotentemente nelle pagine del diario di Angel Brancaleone, figlio di Filippo, nella sua fortunata e impegnativa rinascita, quando davanti a lui, si presenta un’ottima occasione per tornare ai libri, la sua passione lavorativa e personale. E, infine, si presenta in tutta la sua sontuosità, durante una merenda che nasce con l’intento di essere godereccia e termina nel peggiore dei modi, per opera del solito Pérez de Lèon.

Non è tutto, ovviamente. Il viaggio lungo la Storia è la ricerca di un libro che viaggia indisturbato, beffando eventi e ricercatori. E, durante questa lunga ricerca, non mancano paste in brodo calde, condite con le verdure dell’orto (rape, cavoli e zucchine), polpette di carne accompagnate con salsa d’uovo e aglio, piatto che per Guillot segna l’ingresso in un’eterna vita amorosa; c’è il pane con le fave che con il suo apporto di proteine e carboidrati prepara la dura vita dei soldati e soprattutto quella, totalmente inesperta, di Filippo Brancaleone; c’è il rosmarino e la lavanda, i cui aromi sofisticati servono alla giovane Rita per rendere profumati i panni dei ricchi che lava e rimette a nuovo; ci sono abbinamenti inconsueti, come le pesche ripiene di carne che ci spiegano la natura originale del Barone di Maldà; c’è il pane di seconda scelta che l’arrivo della guerra impone ai più poveri mentre i potenti si godono fiumi di champagne; ci sono le creme a base di uova e vaniglia che La Ruga, una delle donne più emblematiche dell’opera, usa per salutare il generale Lechi; c’è violenza, quando un maiale viene ucciso e la folla impazzita vede, in quel groviglio di pelle e ossa, salami e salsicce; ci sono banchetti funebri a base di pasta e formaggio, cacciagione pregiata, creme, dolciumi per celebrare nobili caduti durante una delle tante notti violente che investono Barcellona; c’è un vassoio di pesche sulle quali cadono gli occhi di Angel nel momento in cui la sua vita sta per cambiare; c’è il vino buono e l’acquavite che disseta, quando un gruppo di amici si ritrova in bilico tra il lecito e l’illecito; c’è Carlota che ricorda confetti, il simbolo della sua dolce infanzia finita troppo presto. E c’è molto altro, credetemi.

La cultura culinaria semplice e antica, arricchita con prodotti dell’orto e del territorio, è un elemento fondamentale de “L’amante di Barcellona”, lo avrete capito. L’epoca storica e l’andamento delle vicende permettono di scoprire una cucina povera che affianca la più ricca e ricercata di sempre. Gli alcolici e le bevande in genere completano la trama e la riempiono di altre sensazioni, non sempre positive ma pertinenti.

“L’amante di Barcellona” non è un libro da leggere tutto d’un fiato, anzi, è vivamente consigliato il contrario: gustatelo lentamente, con un buon bicchiere di vino e, magari, una dolce tavoletta di cioccolato.

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