“LONGBOURN HOUSE” di Jo Baker, Einaudi Editore, traduzione di Giulia Boringhieri

Confesso: sono invidiosa. Invidio chi abita di fronte al mare, chi ha un buon rapporto con la bilancia, chi ha il pollice verde e chi riesce in ogni progetto. Se dovessi classificare le mie invidie, tuttavia, al primo posto metterei la fantasia dei bambini, quel sentimento libero di viaggiare sulle ali delle proprie emozioni, senza limiti né inibizioni. Mi affascina il mondo mentale che si dipana tra le pieghe della loro esistenza e che si ingigantisce di fronte a inevitabili mancanze. E’ una reazione straordinaria perché significa sfruttare una privazione e renderla una valida via d’uscita. Un insegnamento che dovremmo tenere a mentre, soprattutto adesso.     

Se volessimo approfondire le possibilità che la fantasia offre, finiremmo per domandarci quali sono le attività lavorative che ne facilitano l’origine e lo sviluppo. Una di queste è, senza dubbio, il mestiere dello scrittore. Per creare trame avvincenti, infatti, un autore ha il dovere (e il potere) di liberare la fantasia e di applicare la giusta dose di curiosità e follia al suo elaborato.

Questo principio è l’indiscutibile pilastro di “Longbourn House”, romanzo dell’inglese Jo Baker, pubblicato da Einaudi qualche anno fa.

La trama è affascinate e innovativa. Longbourn è la dimora della famiglia Bennet, sfondo delle vicende del mitico “Orgoglio e Pregiudizio” di Jane Austen, il romanzo eterno, uno dei più conosciuti al mondo. In “Longbourn House”, Jo Baker affida la voce a un narratore d’altri tempi, serio e discreto, che ci apre le porte delle cucine, delle camere in soffitta, delle stalle; che ci presenta Sarah, la giovane e coraggiosa cameriera; Mrs Hill, la governante che si occupa della famiglia con saggezza e apparente rassegnazione; Polly, la piccola cameriera di casa; Mr Hill il maggiordomo tuttofare silenzioso e James, il valletto che giunge da lontano e che, con il suo fascino semplice, incanta la servitù.

La cucina della casa di Longbourn è la scenografia attorno alla quale le vicende della servitù si aprono a ventaglio su un’infinita serie di spunti culinari. Già dalle prime battute, si entra nel vivo. Nella prima parte del volume si incontra spesso il privilegio che l’essere al servizio dei Bennet genera: i pasti sono regolari e abbondanti. Mrs Hill ne è consapevole e vorrebbe che anche le giovani cameriere riconoscessero l’agiatezza che si nasconde nei piatti colmi di frattaglie condite con mostarde e conserve di mele; mentre accoglie il nuovo arrivato, James, con panini al formaggio e prosciutto e una fetta di torta di uva spina; mentre cura la febbre di Sarah prima con brodo, e poi con un piatto di mele e nocciole; quando davanti a un burroso muffin informa Sarah delle serie intenzioni di uno spasimante che l’ha chiesta in sposa. Per Mrs Hill la cucina di Longbourn è il mondo da difendere, quando Mr Collins, l’uomo serio che detiene il controllo finanziario della famiglia Bennet, giunge in visita e lei improvvisa un servizio a base di gallina e zuppa, frutta e nocciole ed è sollievo, quando Collins si fidanza con Mrs Lucas, la giovane donna che da bambina adorava le sue crostatine al limone.

Per Sarah, invece, la questione è più complessa. Servire muffin, tè, fette di torte di mele e zuppe di porri, timballi e stufati è la conferma della sua inferiorità e delle responsabilità cui è chiamata; è rinuncia ai sogni e al desiderio di essere donna; è la dimostrazione di ciò che non avrà mai. Sarah lavora, raccoglie mele, le sbuccia e s’innamora. La paura, la confusione e i sentimenti bruciano come la brace nel camino e lei teme di soccombere, in balia dei sentimenti che non conosce. Sarah si nutre ma non si sazia, anche quando il suo lavoro si alleggerisce, nella dimora dei Darcy al servizio di Mrs Elizabeth, e le sue colazioni sono a base di uova, pesce per pranzo e dolci tentazioni serali. I suoi sensi sono sempre pronti a cogliere ciò che gli altri non sanno (o non vogliono) cogliere. Ed è proprio il suo digiuno emotivo a spingerla ad abbandonare le comodità di casa Darcy: solo James può saziare la sua fame.   

James è il nodo struggente del romanzo. All’interno della seconda parte, il suo percorso si dipana nei meandri della crudeltà di una guerra vissuta in prima persona. I rimandi sono così disperati e struggenti che inondano le pagine di crudeltà e disprezzo per la vita umana. Facciate intere di fame disperata, totale, mortale. La mancanza di cibo rappresenta la guerra. È la fine ultima, il fallimento universale, il tracollo dell’umanità.

“Longbourn House” è un romanzo ambientato in un passato che credevamo estirpato. Un tempo fatto di crudeli accordi, cattiverie e soprusi, di patti col diavolo e di diseguaglianze; un ambiente sociale chiuso, nel quale i privilegi sono riservati a pochi e rappresentano la salvezza; un mondo nel quale una donna abusata non ha altra scelta che mettere a tacere la sua sofferenza.

Leggere oggi “Longbourn House” significa provare un brivido lungo quasi quattrocento pagine perché quel tempo che credevamo superato è più attuale che mai e, soprattutto perché, quando il male cessa di esistere, è il bene a nascere e far sperare in un commuovente lieto fine.

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