È solo una questione di priorità

Da qualche giorno non si parla d’altro. La proposta alternanza scuola-casa elaborata dal Ministro dell’Istruzione in occasione del prossimo anno scolastico sta suscitando molte reazioni, alcune meritevoli di analisi.

Iniziamo da una doverosa premessa. È iniziata la tanto attesa “Fase 2”, la fase di convivenza col Covid-19 che tanto temono gli scienziati. Da oggi, un numeroso gruppo di donne lavoratrici riprende possesso della propria vita fuori dalle mura domestiche, gruppo che diventa ancora più numeroso se aggiungiamo le donne che non hanno mai smesso di lavorare, le stesse che sono state costrette ad accettare allungamenti di turni e cancellazioni di permessi e ferie. La vita lavorativa, seppur con lentezza e rigore, riprende, mentre la scuola è ancora chiusa. Milioni di bambini e ragazzi sono accasati, alle prese con lezioni on-line, compiti e studio. La scuola è ormai chiusa dalla fine di febbraio in alcune regioni d’Italia, e con essa, qualsiasi forma di aggregazione ha cessato l’attività. In sostanza, mentre il mondo del lavoro riprende a pedalare, il mondo educativo chiude il lucchetto e parcheggia la bicicletta.

Da questo fatto nasce il malcontento che ha riempito di suggerimenti (pochi) e critiche (molte) le pagine dei quotidiani e dei social, da parte di mamme disperate, sull’orlo di una reale crisi di nervi. I nonni, se disponibili, sono stati assunti nel ruolo di insegnanti e assistenti; la baby sitter è il lavoro del futuro; i genitori vagano nel buio più tetro tra conti che non tornano mai, lavori precari e salti mortali, disposti ad accogliere in casa persone estranee che giungono da chissà dove pur di garantire la presenza di un adulto, o, ancora, gruppi improvvisati di mamme-sitter che si prestano in aiuti di ogni genere. Gesti onorevoli, senza dubbio, ma ben lontani dalle forme di sicurezza anti contagio necessari al contenimento dell’emergenza sanitaria in corso.  

Prima di provare a tradurre in concetti comprensibili la mia idea di ciò che abbiamo vissuto e soprattutto di come dovremo affrontare il futuro, sono obbligata a porre qualche domanda.

È chiaro a tutti il motivo per cui le scuole sono ancora chiuse, nonostante le attività siano in lento movimento? Ci ricordiamo che la responsabilità civile e legale dei nostri figli è solo ed esclusivamente nostra? Genitori, voi stareste tranquilli a lasciare i vostri figli in un’ipotetica situazione di rischio? Come spiegheremmo le regole di comportamento, igieniche e di distanziamento ai più piccoli, alla materna, al nido o alle primarie ? E, come mai abbiamo accettato la chiusura prolungata delle università (le cui rette sono molto costose) quando i nostri ragazzi, a quell’età, sono considerati adulti e i loro stessi coetanei hanno continuato a lavorare?

Sulla base di queste domande, cerco di dare risposte e una proposta reale per iniziare a guardare il nostro futuro scartando gli errori del passato e per far sì che non siano mai più parte della nostra società.

La chiusura delle scuole e di tutti i servizi a essa legata è stata la risposta più intelligente e l’unica davvero tempestiva. Le nostre scuole sono da tempo nel mirino: aule superaffollate, spazi comuni non idonee, servizi datati. Le aule sono state il terreno migliore per la diffusione dei virus che da settembre a giugno vivono, si riproducono e si spandono tra gli alunni, il personale docente, la famiglia, il luogo di lavoro dei genitori. Un circolo vizioso che produce milioni di malati, un immenso indotto economico a favore delle industrie farmaceutiche e, spesso, assenze prolungate dal lavoro, rinunce alle attività extrascolastiche già pagate. Gli spazi nei quali i nostri figli avrebbero dovuto essere al sicuro, spesso, si sono rivelati inadatti, addirittura pericolosi per la salute della famiglia. A questo, aggiungiamo il gruppo sempre più numeroso di genitori che spingono i propri figli a “andare” lo stesso, anche se con “qualche linea di febbre”, la tosse, il mal di gola.

Questo è uno dei pilastri della mia analisi. I genitori che accompagnano i figli a scuola nonostante siano evidentemente malati non sono degli incoscienti. Al contrario, sono persone che non hanno scelta, nessun’altra possibilità, che rischiano il lavoro se non si presentano in ufficio, da clienti, da fornitori. Il lavoro di oggi, quello che ci siamo creati con le nostre stesse mani, purtroppo, non ha tenuto conto della salute e dell’obbligo di fermata necessario alla guarigione o a un malessere che, inevitabilmente, sopraggiunge quando gli spazi in cui viviamo non sono sani. E, il nostro mondo super attivo, è stato adattato alla vita dei nostri figli, ci siamo convinti che se un bambino di dieci anni non è un campione nello sport, non suona almeno uno strumento e non frequenta la scuola di lingua straniera sarà un fallito per sempre. Il mondo che abbiamo conosciuto è questo, inutile negarlo. Le giornate vanno riempite, devono sfondare il tempo, pena la povertà economica e di stimoli. Non ho mai creduto che questo fosse la base delle felicità e, adesso, in piena emergenza sanitaria, mi auguro che altri come me abbiano compreso quanta fragilità abbiamo considerato certezza.  

La famiglia e la casa, oggi, devono diventare il fulcro della “fase 2” che, per quanto mi riguarda, non è solo la fase post-quarantena ma una vera e propria rivoluzione della nostra società.

Le scuole non dovranno riaprire solo per garantire alle mamme di tornare al lavoro. Le strutture scolastiche, i servizi, gli spazi andranno trasformati completamente, prima di riaccogliere i nostri figli e, se sarà necessario, non solo ci adatteremo alle lezioni part-time, ma accetteremo con giudizio una nuova e necessaria sospensione scolastica per il bene di tutti noi.

Ecco quindi la mia proposta. E’ coraggiosa me ne rendo conto, ma l’unica che possa essere considerata, in questo contesto: LE MAMME DEVONO AVERE UNO STIPENDIO perché I NOSTRI FIGLI SONO LA PRIORITA’ e tali devono restare.

Le proposte per accedere a questo sussidio potrebbero essere molteplici, tutte da creare, da vagliare. Non è un progetto irrealizzabile, pensiamo ai molti paesi europei nei quali l’aiuto economico è già una realtà, da tempo.

Nel nostro paese, purtroppo, la condizione delle donne è sempre stata un argomento di minimo interesse sociale e storico, semplicemente perché finora le donne si sono coperte di sacrifici, dolori e lavori, senza mai lamentarsi, senza mai chiedere, anche e soprattutto, in assenza di risultati. Le donne si sono sempre rivoltate le maniche, in silenzio.

Adesso però è giunto il momento di presentare il conto.

Una delle proposte più valide potrebbe essere la seguente. Iniziamo dai Comuni. Ogni comune (per le grandi città sarebbe opportuno la suddivisione in quartieri) raccoglierebbe la richiesta da parte della mamma. La donna in questione non deve percepire alcun reddito, né entrata fissa, né rendita, il suo lavoro deve essere unicamente dedito alla sua famiglia e non deve partecipare a nessun programma di sussidio (Naspi, reddito di cittadinanza ecc). Il “sussidio mamma” sarà elargito mensilmente e prevederà una somma fissa (il contratto nazionale del lavoro non prevede che un lavoratore abbia uno stipendio maggiore se ha più figli di un altro o in base alla fascia di età della prole, quindi varrà lo stesso principio per chi decide di diventare una mamma a tempo pieno), unica eccezione comprensiva di un bonus, sarà prevista per le mamme single. In cambio la donna che percepisce lo stipendio avrà l’obbligo di sottoscrivere un contratto di volontariato in aziende pubbliche o private del comune di residenza o della provincia, in misura delle proprie attitudini e conoscenze (un orario settimanale non superiore alle 6/8 ore per non interferire né sostituire il personale regolarmente assunto dall’ente, lavoro da svolgere soprattutto a distanza). L’altro obbligo da parte della donna è legato alla spesa del sussidio: il 70% dell’importo ricevuto andrebbe speso (e documentato) in acquisti per la famiglia e la casa. Le spese sostenute riguarderebbero il mutuo o alla rata di affitto, ai beni di prima necessità, alle utenze.

Gli obiettivi e i vantaggi di una proposta simile sono inequivocabili. Le donne avrebbero finalmente la libertà di scegliere se continuare a lavorare fuori casa o dedicarsi alla famiglia; si abbatterebbero le differenze sociali; i figli potrebbero finalmente concedersi il tempo a casa, qualora fosse necessario per motivi di salute o altro; si eliminerebbero gran parte dei lavori irregolari e l’evasione fiscale; si aiuterebbero le associazioni di volontariato e molto altro ancora.

Un’ ipotesi simile, come dicevo, è già stata presa in considerazione da altri paesi europei, penso alla Svezia che ha recentemente introdotto il bonus colf e un sussidio mensile indirizzato ai nonni che si prendono cura dei propri nipoti. Il concetto è semplice. Le donne sono insostituibili e per questo vanno tutelate. I genitori sono sempre e comunque responsabili dei loro figli. I bambini felici oggi saranno adulti responsabili domani. Investire sulle donne non è un investimento a perdere, anche se ci hanno convinto del contrario perché essere donna è la priorità che garantisce la continuità della vita.

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