“Un duplex per tre” di Romana Francesca Dimaggio, Brè Edizioni.

“ … E in quel momento tutto combacia…”

Ci sono alcune notizie che faccio fatica ad assorbire, che riescono a turbarmi nel profondo e che scuotono nervi, anima e cervello. Mi riferisco alle molte (troppe!) storie di donne che subiscono violenze e umiliazioni, vittime di gironi infernali nei quali precipitano, in piena solitudine, come nell’oceano, quando un macigno al piede non lascia scampo. La storia è sempre la stessa e si ripete, come un banner luminoso che acceca la nostra dignità. La violenza è un mondo nel quale una donna rischia di restare incatenata per sempre. Che sia il coraggio, l’unica arma per uscirne, non ne sono convinta. La via della rinascita è un percorso a tornanti, in salita, nel quale la forza di volontà si scontra con giudizi spietati che non fanno altro che appiattire e distruggere. Perché la violenza non è mai solo fisica. Anzi… purtroppo le ferite dell’anima, pur essendo ben nascoste, sono quelle che sanguinano di più perché lì la cicatrice è indelebile, come quella dell’appendicite.

E allora, cari amici, cosa serve davvero per fuggire? Risposte multiple per un argomento vasto, lo so.

Una riflessione significativa arriva dalla brillante penna di Romana Francesca Dimaggio nel suo romanzo d’esordio “Un duplex per tre” edito da Brè Edizioni.

Emily, la protagonista, si ripara a casa della nonna (Nanny) nel momento esatto in cui l’orgoglio verso se stessa è più forte di qualsiasi sogno. Ha lasciato Chad, “l’Uomo-Perfetto-Chad”, lui che ha organizzato così bene la sua vita da aver inserito, alla perfezione, anche lei, in un ruolo d’accompagnamento sciapo e sbiadito. Emily ha ricoperto il ruolo di “comparsa”, senza colpi di testa, fino a che ha potuto, fino a che lo strato di infelicità che l’ha ricoperta è diventato così sottile che si è deteriorato. E’ stato allora che Emily ha detto: BASTA. La casa della nonna, un duplex, un’abitazione tipica americana, è il rifugio. Il luogo dei ricordi ritrovati e della saggezza, della rinascita e dei sorrisi guadagnati, della semplicità di ritrovarsi insieme e, soprattutto, di Ryan. Ryan: il destino? Il riscatto? Il premio? A voi lettori cedo la sentenza finale.

Romana Francesca Dimaggio ha una penna straordinariamente ironica (mi ha ricordato quella di Anna Premoli): accattivante, pungente, divertente. Eh sì, amici, nonostante l’imprinting della trama sia evidentemente l’infelicità da cui proviene Emily (e anche Ryan, scoprirete, non ha avuto un passato spensierato) il ritmo è coinvolgente, spiritoso, originale. Il lettore sorride davanti alle ossessioni “batteriche” di Emily e alla sua innata capacità di dire la cosa sbagliata al momento giusto; negli equivoci che fanno danzare la trama; nei pensieri “puri” di Ryan; nei tanti momenti in cui non puoi fare a meno di fare il tifo per questi due.

La rinascita ha un sapore, sicuramente. Perché per ritornare nella propria pelle (e soprattutto nella propria anima) è necessario un luogo caldo, accogliente. Uno spazio non perfetto, anzi, per un’anima che ha vissuto anni in bilico tra sincronia e organizzazione è più indicata una sana confusione, tipica della semplicità e dell’onestà. Una casa, insomma. E, quando dici casa, bisogno di ritrovarsi, di chiacchiere e ricordi, dici tavola.

Romana Francesca Dimaggio, nello stile diretto e introspettivo della narrazione in prima persona, usa il cibo come mezzo e lo fa benissimo, a mio avviso.

Nanny, l’incarnazione della nonna che conosce a perfezione gli ingredienti consolatori pur mantenendo un’insuperabile vita sociale, non fa mancare il pane perché l’essenza di questo alimento rappresenta la vita che continua, ogni giorno e nonostante tutto; prepara un ragù da spargere sulla pasta e tra le polpette per riportare i ricordi al momento della loro nascita; sceglie l’arrosto con le patate perché l’aroma di questo piatto crea legami solidi, imprescindibili. Crea situazioni strategiche quando le amiche decidono di godersi una puntata alcolica a base di Rum e organizza pranzi tattici a base di lasagna, il piatto per antonomasia delle domeniche in famiglia.

Emily e Ryan, i loro sguardi, le loro mani, s’incontrano davanti a una schiscetta (per chi non fosse pratico di espressioni dialettali, la schiscetta è un contenitore per alimenti che contiene una o più dosi e NON è un avanzo ma una porzione  preparata appositamente in abbondanza, ditemi voi se non è conforto questo…). Emily e Ryan si trovano a dividere uno spazio angusto nel quale entrambi sono consapevoli di esserci, nel quale ogni emozione è ancora acerba ma non per questo esile.

Il vino completa e innalza le sensazioni. Ryan conduce Emily alla scoperta di nuove avventure, dei suoi limiti, e delle sue capacità attraverso le note fruttate di un Merlot, le intensità aromatiche di uno Chardonnay e il pestaggio dell’uva; lei ritrova fiducia e quel brivido di follia che aveva perso. Ryan la accompagna nell’assaggio dei formaggi, dei salumi e del pane fatto in casa, nel tocco del cibo, in un viaggio che è solo loro; nella raffinatezza di una cena a base di gamberi, agrumi e finocchi, crostini di funghi e salsiccia quando l’incontro con un Sauvignon Blanc e un Pinot li introduce in un linguaggio che sarà soltanto loro. Emily ha paura di molte cose ma non di tuffarsi nel cibo e questo crea intorno a lei un alone di semplicità e tenerezza, emozioni che s’impennano quando lei inizia ad assaporare. La forza di Emily cresce, nel romanzo, insieme a un sentimento autentico che è molto più che infatuazione così che, usare la ricetta della salsa Ponzu come pretesto per difendersi, le viene naturale come tagliare la bistecca ai ferri spennellata di cacao e caffè.

“Un duplex per tre” è un tripudio di sentimenti e sapori, di luci e ombre, di fotografie che ritraggono l’assolata California, le valli vinicole dove un castello  interpreta il perfetto ruolo di scenografia e di istantanee casalinghe dove la tavola della sala da pranzo è imbandita a festa, perché stare insieme è sempre motivo per festeggiare. Potrebbe essere classificato come romanzo rosa e, sicuramente, l’Amore è il sentimento cardine che sostiene l’opera, tuttavia v’invito a non restare in superficie. Scoprirete così il valore di un rapporto che scavalca una generazione – quello tra nonni e nipoti, oggi più che mai così prezioso – il legame, la fragilità, la forza e la protezione che esso sprigiona; cosa significa, per una donna, sentirsi sbagliata, non compresa, tradita; il bisogno di famiglia, di tana, di certezza; la necessità di guardare il traguardo e accorgersi che, da soli, è meno entusiasmante raggiungerlo.

Perché è vero ciò che scrive l’autrice: è nel momento in cui tutto combacia che si inizia a vivere davvero.

Si ringrazia l’autrice per l’invio diretto del manoscritto.

Nota biografica dell’autrice:

Romana Francesca Dimaggio è nata a Barletta nel 1981. Nel 2008 ha conseguito la laurea specialistica in fisica presso l’Università degli Studi di L’Aquila; negli anni successivi ha lavorato come consulente informatico a Padova e Bergamo. Trasferitasi a Roma, ha svolto diversi lavori, tra ripetizioni, pet-sitting e divulgazione scientifica in musei e librerie. Attualmente vive con il marito e lavora per una società che si occupa di asset management di impianti fotovoltaici ed eolici. Ama il Giappone, tanto da studiarne la lingua da autodidatta, gli anime, i manga e gli origami; le piacciono inoltre il teatro e il cinema. Adora leggere romanzi rosa, thriller e fantasy, e da qualche anno coltiva la passione per la scrittura, sperimentando sempre nuove tecniche e nuovi stili.

Debutta nel 2020 con il suo primo romanzo, pubblicato da Brè Edizioni.

Il libro è disponibile in tutte le librerie (anche su ordinazione) e in tutti gli store on line, anche in formato e-book.

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