Intervista a Amelia Belloni Sonzogni, autrice di “Tutta l’estate davanti – Levanto sempre”

Tutta l’estate davanti – Levanto sempre

Avete mai provato a immaginare di spogliare il vostro libro preferito della sua ambientazione? O di spostare le scene in un contesto diverso da quello originale? Pensiamo per un attimo a come cambierebbe la narrazione se Renzo e Lucia fossero vissuti a Verona e Romeo e Giulietta a Lecco… Ci viene spontaneo dire che l’intera storia sarebbe stravolta, così come i suoi significati. Persino i personaggi sarebbero diversi, perché il luogo in cui vivono influenza le loro azioni e i loro sentimenti.

Ho riflettuto su questo e su molto altro durante la lettura di “Tutta l’estate davanti – Levanto sempre” di Amelia Belloni Sonzogni, e ho deciso fare qualche domanda all’autrice in merito alla sua ultima pubblicazione e ad alcune curiosità che il suo libro mi ha suscitato.

VG: Bentornata, Amelia.

ABS: Ben ritrovata, Valeria. Grazie per l’invito. È sempre un piacere stare qui con te, a chiacchierare.

VG: Sei un’amica del blog, quanti traguardi letterari hai raggiunto?

ABS: Da quando tu ed io ci conosciamo, in effetti, sono a quota cinque libri pubblicati: due romanzi (Io ho sempre parlato. Vita di un cane unico con umani normali e Tutta l’estate davanti. Levanto sempre), una raccolta di racconti (Anime animali. Racconti) e altri due che è difficile inserire in una categoria. Uno (Chiuse le pagine del libro. Dialoghi e racconti) è nato come libro promotore; ne avevamo chiacchierato proprio qui, ricordi? L’ho scritto per promuovere il primo romanzo. E l’altro (Estemporanea. Scritture brevi per quadri d’autore) ha preso spunto dalla realtà “bucolica” che mi circonda da quando mio marito ed io auto produciamo gran parte del nostro cibo, per quel che mi riguarda solo vegetale. Si tratta di brevi scritture ispirate alla e dalla natura. A questi devo aggiungere (dopo l’apripista Supercalifragilistichespiralidoso, che hai ospitato tu qui) i racconti usciti su “Generazione Over60” e da dicembre scorso su “La Rivista intelligente”. Per chi fosse curioso, sono tutti raccolti alla voce racconti del mio sito. Infine, dovrebbe uscire a breve anche una serie di pezzi scritti per “Dogsportal.it”, blog cinofilo che seguo da tempo e che mi ha offerto uno spazio al quale tengo tantissimo. Approfitto per ringraziare i responsabili di tutte le testate. Dovessi tracciare un bilancio, mi verrebbe da dire «non pensavo», ma sarebbe una citazione infelice – esattamente come lo fu nel momento in cui uscì spontanea dalle labbra di chi avrebbe dovuto invece unirsi ai complimenti che mi stavano rivolgendo – e, soprattutto, non sarebbe del tutto rispondente a verità. Quando ho iniziato a scrivere, sapevo di essere in grado di realizzare qualcosa di gradevole, anche di bello e interessante: i miei lavori di storica erano e sono ancora lì a testimoniarlo; però, non immaginavo di raggiungere tante persone – sempre in relazione al mio circoscritto mondo – e soprattutto essere apprezzata come mi è stato dimostrato in più di un’occasione. A questo punto devo crederci e pensarlo. Che sia ora di togliere quel punto di domanda tra parentesi quadre dopo la parola scrittrice che è diventato il mio biglietto da visita?

VG: In premessa ho citato l’ambientazione e tra poco entreremo nel vivo. Prima però, ti chiedo: se dovessi partire per un’isola deserta, per un viaggio di un mese, porteresti con te libri da leggere o un taccuino per scrivere?

ABS: Se potessi, tutti e due; ma, dovendo scegliere, per un tempo limitato su un’isola deserta direi libri da leggere e una matita per scrivere a margine le note: pensieri, suggestioni, idee per una scrittura in fase di elaborazione, note appunto che la lettura sempre mi suggerisce (note a margine è tra l’altro il titolo del mio blog 😉)

VG: Ci sono autori del passato o contemporanei che ti ispirano di più? Se sì, quali?

ABS: Non si può prescindere dalla propria storia, dal substrato culturale che ci ha costruito e ci intride e più naturalmente lo fa, meglio è, secondo me, perché significa che è assimilato, direi consustanziato. Per risponderti con precisione, di sicuro devo citare Fogazzaro e Balzac, e i russi del romanzo ottocentesco, e Mann, e Joseph Roth, e don Lisander: come può una nata a Milano con ascendenze bergamasche e lodigiane che nuotano nell’Adda non essere ispirata da lui? Però c’è anche il mio filone “terrone”: la Calabria del nonno materno, maestro di musica legato a Raffaele Sammarco, poeta a sua volta legato a Giovanni Pascoli; Pirandello romanziere, Bufalino. E ancora Elsa Morante, Rosetta Loy, Anna Banti, Tomasi di Lampedusa, Flaiano, Pavese, Landolfi…, ma anche Marguerite Yourcenar. E la meravigliosa penna di Camilla Salvago Raggi che ho scoperto grazie al suggerimento del prof. Giovanni Pacchiano, autore che mi ha a sua volta letteralmente assorbito con il suo Gli anni facili… il limite – se di limite si tratta – delle mie letture è di sicuro l’orizzonte italiano. A parte i classici d’oltre mare, trovo maggiore sintonia e spunti di approfondimento con l’ambiente in cui sono nata e vivo. Di recente ho letto Convalescenza, di Han Kang: coinvolgente, davvero. Asciutta ma cattura. La trasformazione in pianta, poi, sconcerta e fa pensare.

VG: Hai un sogno letterario? Per esempio, un genere di libro che non hai ancora scritto ma nel quale ti piacerebbe cimentarti?

ABS: Sogno letterario è di sicuro il romanzo storico. Vorrei mettere a frutto la mia esperienza di storica, anche perché – pur volendo e anche provandoci – non riesco a prescinderne quando scrivo: è come se un folletto o un grillo parlante mi riportassero sempre alla verità dei fatti, al documento. È capitato anche per “Tutta l’estate davanti – Levanto sempre”; nell’intervista a RLV mi hanno chiesto in quanto tempo l’ho scritto: relativamente poco per la stesura, ma molto di più per la ricerca che lo ha preceduto; riferimenti a fatti accaduti quel giorno, quell’anno, in quel mondo socioculturale; anche solo il periodo in cui sono usciti una canzone o un film devono essere quelli, perciò necessitano di una verifica, di un confronto con le fonti. Il contesto deve essere preciso, storico. La vicenda invece è altra cosa. Il mio metodo consiste in questo: mettere tutti i cereali in cascina e poi chiudermici dentro per selezionare, quindi iniziare la trasformazione in farina e pane. Questa formazione mi appartiene per studi ma anche per indole e educazione. Papà stesso ha svolto ricerche sui rami del nostro albero genealogico, con lo scopo preciso di dimostrarne le origini; posso dire che la sua impronta – come per l’amore nei confronti degli animali – mi si è stampata addosso anche in questo amore per la Storia e la verità che racconta. Quando sento dire: «La mia verità…» mi inalbero, per usare un eufemismo. La verità è una sola e vieni con me a cercarla; la tua, tientela, diceva Machado. Casomai avrai una tua versione dei fatti, non la tua verità. Ma queste sono sottigliezze da prof in pensione; sottigliezze mica tanto, in realtà. Tornando al mio prossimo impegno di scrittura, ho raccolto negli anni una consistente bibliografia; mi accingo a saccheggiare l’archivio di famiglia e a creare il verosimile. Riguardo invece il genere che non ho ancora scritto e mi attira, è il giallo/noir con tutte le differenze del caso; ci penserò, a seguire o nel frattempo: a volte interrompo una scrittura con l’avvio di un’altra di argomento e genere diversissimo, una specie di ricarica delle pile.

VG: Qual è il momento della giornata più propizio, se c’è, per scrivere?

ABS: Il mio orologio biologico risente ancora dei ritmi scanditi dagli orari scolastici assimilati in casa nostra, a causa del lavoro di insegnanti che tutti abbiamo svolto. Quindi, per abitudine, il mattino è il momento in cui lavoro meglio; ora però che sono ufficialmente pensionata posso permettermi di ascoltare la parola urgere. Se arriva l’onda, lascio che vada. E se – quando arriva – sono magari nell’orto, sprovvista di carta e penna, ho ripreso la vecchia abitudine di memorizzare: archivio mentalmente e poi riprendo. Devo dire che stare all’aperto, con la mente libera tra piante, fiori, insetti, e il mio inseparabile Giatt, il mio cane, che controlla e conforta, è molto costruttivo, oltre ad essere un privilegio che ritengo inestimabile.

VG: Se sei pronta, Amelia, inizierei a esplorare la tua ultima creatura.

ABS: Sono sul blocco di partenza, pronta per il tuffo come in copertina.

VG: Da dove nasce il titolo Tutta l’estate davanti e, soprattutto, perché Levanto sempre? 

ABS: Come spesso – ho letto – accade, non era il titolo che avevo pensato in origine. Ne avevo scelto un altro, in relazione con il tempo a disposizione di Alice per stare a Levanto, nel corso degli anni sempre meno limitato. Quando mi sono accorta che coincideva con il titolo di un film, ho preferito cambiare, ma quale scegliere? Cercavo un’immagine per la copertina: la volevo iconica; però, tutto o quasi è iconico a Levanto e l’imbarazzo della scelta rischiava di paralizzarmi, finché il mio amico e poeta, Bruno Belletti (che ha scritto anche la prima recensione al libro) mi ha suggerito di cercare una frase significativa all’interno del romanzo, qualcosa che ne sintetizzasse il senso. E mentre cercavo immagine e titolo mi sono ricordata di quella foto: io sul blocco di partenza per una gara che non avevo alcuna voglia di disputare ma dovevo, per accontentare mia madre. Associare l’immagine a quella frase (che fa parte del romanzo) è stato immediato: credo che insieme riescano a sintetizzare senso e contenuto, anche se – anzi, considerato il fatto che – la bambina guarda avanti ma non si vede cosa ha di fronte, si immagina una corsia di nuoto, un traguardo, si può ipotizzare la gara in sé, la gara della vita, qualcosa che neppure lei può in quel momento vedere. Mi chiedevi poi perché Levanto sempre: si spiega con l’essere andata Alice sempre a Levanto per tutte le estati della vita e con il fatto che Levanto è bella da vivere sempre, non solo durante l’estate. Anzi, direi che dà il meglio di sé proprio fuori stagione. 

VG: Siamo a pagina tre. Si parte con il testo di una canzone che s’intitola Levanto ad ottobre. Si parlava di estate, come mai hai voluto iniziare proprio con ottobre? E qual è il legame con il brano?

ABS: Ottobre è un mese che pochi penserebbero di passare al mare, e invece è forse il momento in cui la si può conoscere davvero, Levanto. Come racconto nella premessa, da questa canzone è nata l’idea del libro. Musica e testo condensano – in uno stile cantautorale di cui la terra ligure è ricca – sensazioni, momenti, luoghi, persone che hanno animato e animano ancora il mio mondo. Dal ritrovarci, dopo parecchio tempo, con Lorenzo Gabetta, autore della canzone, a chiacchierare come quando eravamo liceali in vacanza a Levanto, fino a sentirci in sintonia sulle note di questa musica e nelle parole di questo testo è stato un attimo. Entrambi abbiamo raccontato a chi ci è caro la nostra Levanto, cercando di spiegarla perché la amasse allo stesso modo. Lorenzo e io abbiamo così iniziato a ipotizzare cosa potessimo realizzare insieme, lui con la musica, io con una storia. Le sue note chitarra e voce sono diventate una canzone con un arrangiamento, strumentisti, sala di registrazione professionale e un videoclip. E la storia… Già, quale storia, raccontata come, parlando di chi? Non è stato proprio semplicissimo né istantaneo trovare una forma, ma forse per questo ancora più sentito. Alla fine ho deciso di utilizzare la canzone – il suo testo – come una sorta di canovaccio, suddividendo il racconto in base alla costruzione metrica di note e parole e a quanto evocavano in me.

VG: Alice Benzi è la protagonista, la voce narrante. Potresti presentarla ai lettori?

ABS: Alice Benzi si racconta da quando ha iniziato a passare le vacanze estive a Levanto. La sua voce narrante cresce e si trasforma con lei: ragazzina determinata, con le idee chiare, tanto risoluta da rischiare di apparire talvolta quasi sfrontata, non sempre trova amici e compagni di giochi con facilità, ma si affeziona molto a quelli con cui entra in sintonia. Non è competitiva, non è invidiosa, non ama mettersi in mostra, anzi; schietta e leale, si sente spesso fuori posto, a disagio, perché teme di non essere all’altezza delle situazioni e questa sua caratteristica con il tempo peggiora, modificandone il carattere verso una pericolosa introversione. L’adolescenza è anche per lei una fatica: quella di diventare grande e riconoscersi (cito la bella recensione di Clara Lazzari) specie nei luoghi che dovrebbero accompagnare la sua crescita, aiutare la sua formazione, anche culturale. A lei che detesta competere è capitato di vivere in un tempo storico di scontri violenti: la sua città – Milano – ne è percorsa e squassata per tutto il periodo dei suoi studi e oltre. L’ambiente culturale nel quale aspira a inserirsi richiede un’attitudine che Alice non possiede: non sa sgomitare, non sa approfittare e non impara a farlo, non vuole imparare perché è altro da lei. L’estate nel suo luogo del cuore diventa un rifugio: è un nido, è casa, gli squilibri si attenuano e tutto nella vita semplice e raccolta del paese torna in sintonia; lì diventa più semplice vivere, nonostante le delusioni, anche d’amore; ma Levanto e il mare curano pure quelle.

VG: Come vive l’amore, Alice?

ABS: Come un mistero del quale non osa chiedere, che teme di esplorare nonostante la curiosità. Si ritrae di fronte alla fisicità che i suoi coetanei invece sperimentano. Un pudore esasperato la trattiene dalla confidenza anche con l’amica più cara, e men che meno con la madre che alimenta il mistero dell’amore e del sesso con il proprio comportamento intransigente senza spiegazione, con le regole, con indicazioni confuse e soprattutto “datate”. Invece di aprirsi, Alice si chiude caratterialmente ma non rinuncia a innamorarsi. Con le conseguenze del caso e dei casi.

VG: Ci sono due persone importanti, nella vita di Alice, che ritroviamo nella storia: i suoi genitori. Che rapporto ha, la tua protagonista, con loro? 

ABS: Un rapporto complesso con la madre con la quale non trova comprensione e confidenza, un conflitto latente che Alice vive con sofferenza e insofferenza, con reazioni con il tempo sempre meno risolute e immediate. Una totale affinità elettiva invece con il padre che – come molti padri nei confronti delle figlie – è protettivo, persino assillante con il continuo richiamo alla prudenza, anche un po’ geloso, ma sempre propositivo e fiducioso nelle capacità della bambina che ha cresciuto, nei valori che sa di averle trasmesso ed è certo abbiano attecchito.

VG: Alice cresce, durante la narrazione, e la sua non è solo una crescita anagrafica. Di lei scopriamo le sue scelte formative e lavorative, il suo rapporto con le amicizie e coi genitori. Come cambia, se cambia, il suo legame con il mare e con le sue onde?

ABS: Direi che non cambia: il mare è indispensabile, vitale, necessario per Alice, è il suo elemento, il suo parco giochi, immergersi conserva per Alice adulta la stessa valenza che aveva per Alice bambina. In mare dimentica le proprie insicurezze, le scivolano via; in mare ritrova la se stessa più autentica; al mare confida in uno sfogo risentito il disappunto per un’offesa gratuita, il mare la sostiene quando le sembra di affogare nel dolore per la perdita di suo padre, in mare si tuffa da grande e si ritrova bambina, in qualsiasi momento della sua vita. Solo la prudenza (mi raccomando Alice, prudenza) la trattiene dall’affrontare ancora le mareggiate con le onde più impervie. Però invidia moltissimo quei ragazzi in muta e a piedi scalzi che se la godono sulle tavole da surf anche in pieno inverno.

VG: Abbiamo già parlato, in parte, della musica. Ho trovato una colonna sonora speciale, e non mi riferisco solo ai concerti e ai cantanti che hai citato. Parlo del canto nel mare, del vento, delle voci dei bambini sulla spiaggia, voci che raccontano anche tanti ricordi. Questa tua opera può essere definita una grande valigia dei ricordi, una simile a quei bauli che la famiglia Benzi usava per riporre i suoi indumenti in vista delle vacanze a Levanto?

ABS: Sì, che bella immagine. È così: quei bauli verdi e neri con le borchie dorate… quando la vacanza era villeggiatura e non durava lo spazio di un fine settimana. E quei cantanti, di quel periodo, concentrati in questo nostro paese hanno costituito una sorta di epopea. È andata ormai. È passato, è ricordo. Quando abbiamo presentato il libro a Levanto, lo scorso 8 marzo, suoni e immagini hanno accompagnato le parole e si è cercato di ricordare senza sterili rimpianti. Anche se la commozione era palpabile, si leggeva sulle espressioni di tutti ed è stata apertamente dichiarata da chi è intervenuto, si è però creato un clima sereno, propositivo, anche grazie – forse – allo scopo benefico del libro. I giovani delle due Croce di Levanto, Rossa e Verde, hanno dimostrato sensibilità e amore per il proprio luogo. Quanto a me, non potrei vivere senza ricordare: e non è solo una deformazione professionale.

VG: Hai in parte anticipato la prossima domanda. Mettiamola così: cosa ci facevano i giovani della Croce Rossa e Verde di Levanto alla presentazione del libro?

ABS: Dunque, come dicevo tutto il ricavato della vendita del libro è destinato in parti uguali alle due associazioni di pubblica assistenza presenti a Levanto: la Croce Rossa Comito di Levanto e la Pubblica Assistenza Croce Verde di Levanto. Questo è diciamo “il mio stile”: io scrivo per piacere e – come già per gli altri volumi che ho pubblicato – la destinazione di tutto il ricavato ha finalità benefica. Per i primi libri, dato anche l’argomento, ho pensato agli animali; con quest’ultimo ho voluto pensare al territorio in cui abito e a chi vi opera donando il proprio tempo e la propria disponibilità al soccorso, all’aiuto degli altri, impegnandosi anche nella propria formazione. Alla presentazione del libro, perciò, sono intervenuti oltre al Sindaco di Levanto – Luca Del Bello – che ha sottolineato il loro impegno, i presidenti delle due Croci: Roberto Schiaffino per Croce Verde e Jacopo Defranchi per Croce Rossa: con lui sono arrivati in divisa rossa, i ragazzi della Croce Rossa che si sono seduti tutti insieme creando un impatto emozionante, tanto quanto le parole che entrambi i presidenti hanno manifestato nei ringraziamenti finali. E poi, dato che era la Festa della Donna, hanno distribuito alle signore presenti in sala una rosa bianca di stoffa legata a un messaggio simile a quelli che si infilano nella bottiglia. Davvero una dimostrazione di bella sensibilità, con poco: perché basta poco, basta che sia sentito. Devo dire che mi sono emozionata parecchio e mi capita ancora quando, girando per il paese, amici e conoscenti mi fermano per congratularsi e commentare libro, finalità e presentazione. È stato davvero un bel pomeriggio.

VG: Che età potrebbe avere Alice oggi?

ABS: Se la invitassero alla trasmissione di Rai3, “Le ragazze”, direbbe di sé: sono Alice, una ragazza degli anni ’70. Quindi oggi sarebbe una quasi attempata signora più o meno settantenne, ancora attiva però e creativa. Credo anche che qualsiasi ragazzina o ragazzino dei nostri giorni potrebbe ritrovare qualcosa di sé in Alice e nei suoi amici; oppure potrebbe conoscere o riconoscere qualcosa che lo aiuti a comprendere il tempo e i perché dei suoi nonni.

VG: Che profumi attribuisci aTutta l’estate davanti – Levanto sempre”? 

ABS: Il profumo della giovinezza è di primo acchito la risposta: i giochi, la spensieratezza, le cotte impossibili; poi tutti quelli legati alla natura: il mare in burrasca che ti avvolge di salsedine, l’odore delle alghe che lascia sulla spiaggia e poi si viene a riprendere, quello del vento che, quando porta le nuvole a monte, è meglio se vai sotto il ponte e quando le porta a mare puoi andare a zappare… i profumi legati alle cose buone e golose che nutrono ancora il mio corpo e la mia vita. Oggi ho la fortuna di raccogliere nel mio pezzo di terra le erbe fini che sono il principale ingrediente di tanti piatti della tradizione locale, i gattafin su tutti e le torte di erbi, come si dice qui. Grazie alla mia amica Giovanna, sto imparando – la strada è lunga e l’allieva un poco distratta – a distinguerle e a raccoglierle. Alice in questo mi rispecchia parecchio: è golosa e ciò influisce sulla sua linea (la sua pancia non è mai abbastanza piatta, anzi, non avrà mai una pancia piatta) ma non resiste al profumo della focaccia appena sfornata con quell’asprino di cipolla che gira per il paese la mattina presto o con la cremosità della pasta di olive tipica del periodo di raccolta e frangitura. La colazione con caffelatte (attenzione, non cappuccino) e focaccia, il fuori pasto con una fettina o una “slerfa de fugassa” (vera e propria unità di misura della focaccia genovese, corrispondente a 1/8 di leccarda) sono parte acquisita del mio dna. In questo io sono Alice e Alice sono io. Il cibo ha anch’esso un ruolo nella storia: accoglie Alice al suo arrivo e la accompagna nelle merende con gli amici, nelle cene organizzate da uno di loro – Manlio – che ama cucinare e si specializza nella frittata con le cipolle tanto da inondare le vie intorno a casa del profumo di soffritto. Proprio la sua frittata con le cipolle risparmierà ad Alice una cocente delusione d’amore. E la torta di riso? Il “foresto” (cioè, il turista proveniente da altra regione) che arrivava a Levanto dalla città, aveva fame di cibo tipico e si fiondava subito nei negozi di alimentari che vendevano di tutto un po’, compresi cibi tipici già pronti. La torta di riso era quasi sempre “appena finita”; si intende per il foresto! Perché c’è il gusto (affettuoso, eh, sia ben chiaro!) dello scherzo… Abitudini che si perdono, identità che si trasformano in nome di criteri diversi, globalizzanti e inglobanti. Certo l’efficienza, un po’ anonima, forse.

VG: Grazie, Amelia, torna presto a trovarci.

ABS: Grazie a te, Valeria! Contaci!

Potete trovare le opere dell’autrice, le recensioni e altre curiosità sul sito web dell’autrice cliccando qui.

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