“A passi leggeri tra i ricordi” di Martina Campagnolo, Edizioni Convalle, #boodinterviste.

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Prefazione a cura di Adelia Rossi.

A volte, i ricordi riemergono inarrestabili, dolorosi. Altre, ci avvolgono le spalle proprio come una coperta calda, che si può prendere dal cassetto quando fa freddo. Talvolta, appaiono sotto forma di immagini ancestrali, alle quali la memoria accede senza nemmeno sapere come. (citazione tratta dall’opera).

Ci siamo quasi. L’inverno sta per lasciare spazio alla primavera, a temperature meno rigide, all’aria più mite, alla natura più colorata. Le coperte di lana, quelle che avvolgono e proteggono, seppur con lentezza, verranno riposte nel ripiano più alto dell’armadio, quello che in estate non apriamo quasi mai. Eppure, la lana è una fibra così pura che protegge anche dal caldo, una sorta di fibra magica, insomma, che riesce a garantire benessere anche quando non te lo aspetteresti.

Martina Campagnolo nel suo romanzo “A passi leggeri tra i ricordi”, pubblicato da Edizioni Convalle, usa la metafora della coperta di lana per affrontare un tema che appare nel titolo e che nutre l’intera opera: i ricordi. Memorie liete, dolorose, coraggiose; immagini scattate in un passato che si riflette nel presente; evocazioni suggestive; dubbi esistenziali e risposte aperte che, vi avverto, non sono faccenda da poco. Un assaggio? Subito servito! Ulisse – uno dei personaggi più impenetrabili dell’intera opera – dice: “Ma l’amore, che cos’è? Solo un’invenzione degli uomini per giustificare la propria debolezza“. Argomento complesso, quasi sacro, mi permetto di dire. Perché l’Amore in ogni sua forma, è un ulteriore tema nel tema e questo pone “A passi leggeri tra i ricordi” un testo nel quale l’Esistenza (nella sua forma più completa e intera) viene sfiorata, spinta, analizzata, osservata, commemorata e vissuta. Il tutto attraverso le memorie che tornano a riempire e spezzare la vita di Maia, lei che è in cerca di radici, di risposte, di speranza. In centossessanta pagine circa accanto a Maia tornano a vivere i suoi nonni e i suoi genitori: tre donne e tre uomini.

La prima persona è stata una scelta narrativa piuttosto coraggiosa, considerato il numero di personaggi, ma l’autrice ha dimostrato un’ottima padronanza del tono di voce e il risultato finale è una danza di voci che convince, che allieta la lettura e che mantiene – questo è un ulteriore nota a favore – un filo conduttore chiaro.

Ora, per meglio addentrarci in questa lettura, incontriamo l’autrice che ha accettato l’invito a rispondere a qualche domanda e a raccontarci qualche curiosità.

VG: Benvenuta Martina. Grazie di essere qui con noi.

MC: Buongiorno Valeria e grazie a te per l’invito.

VG: Raccontaci qualcosa di te. Siamo lettori un po’ curiosi…

MC: Provo sempre una certa difficoltà a parlare di me, perché se dovessi dire tutto potrei scrivere un romanzo. E se dovessi dire l’essenziale, forse, rischierei di cadere nella banalità. Cercherò di essere sintetica ed esaustiva al tempo stesso. Credo che tutta la mia vita sia pervasa dalla curiosità e dalla volontà di migliorare, sempre e in qualunque contesto. Questo è stato il motore che in tempi diversi mi ha portato anche ad allontanarmi da casa e a fare nuove esperienze. A diciotto anni, infatti mi sono trasferita a Parigi per motivi di studio. Era il 1995 e sognavo di vivere in Francia, dove si respirava un clima di grande innovazione e apertura culturale. Invece, subito dopo sono approdata in Toscana, dove abitava il mio compagno e dove ho intrapreso gli Studi in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Firenze. Qui, è nato il mio primo e unico figlio: Leonardo, in omaggio al genio di quei luoghi generosi. Alcuni eventi spiacevoli negli anni successivi mi hanno costretto ad abbandonare gli studi e mi hanno ricondotto nella mia terra natale, in Friuli-Venezia Giulia. Lì, mi attendeva un nuovo inizio, di fatto per nulla semplice. Ero sola con il mio bambino di tre anni e tante sfide da affrontare. Del resto le nuove avventure non mi hanno mai intimidito. Ho lavorato da precaria per un certo periodo. Poi, finalmente è sopraggiunta la stabilità lavorativa e le prime gratificazioni.

Ad un certo punto, è arrivata quella che per me è stata una svolta e un nuovo inizio. La ripresa degli studi universitari. Era un cerchio che si chiudeva. Prima la laurea in lingua e letteratura russa con una tesi sull’Assedio di Leningrado, poi la seconda sulla Shoah nell’ambito della letteratura femminile e della trasmissione della memoria di terza generazione. Un’esperienza che mi ha permesso di ricongiungermi ai miei studi, di fare esperienze formative anche all’estero –sia in Europa che in Russia – e che mi ha dato notevoli spunti per la stesura del romanzo.

Adesso, posso definirmi una donna che è riuscita a realizzare molti dei suoi sogni. Mi sento grata alla vita per ciò che ho ricevuto e riconquistato. Spero, attraverso le cose che scrivo e nel mio quotidiano, di poter rimettere in circolo quest’energia positiva che avverto e che muove i miei passi.

VG: Inizio subito con una domanda che mi ha riconcorso per quasi tutta la narrazione. Quanto c’è, di te, in Maia e negli altri protagonisti?

MC: Questa è una domanda che mi fanno spesso. Preciso però, che il romanzo non è autobiografico. Sicuramente in Maia c’è parte di me. Maia nel romanzo è l’unico personaggio che scava a fondo nel passato per cambiare il futuro, che si interroga sulle sue radici e, se vogliamo, sul senso della vita. Attraversa le vite dei suoi avi analizzandole, ma senza elargire giudizi, lasciando libero il lettore di costruirsi la propria opinione. Inoltre, nella creazione di Maia, ho potuto menzionare luoghi a me familiari, come la Toscana o la Francia dove ho vissuto per un certo periodo. Maia è la figura narrativa che più si avvicina alla psicologia. Gli altri protagonisti, a modo loro, assumono il volto di un’umanità intera, talvolta con le sue gesta eroiche, talaltre con le sue contraddizioni e le sue fragilità. Le vicende narrate sono reali, ma non riconducibili necessariamente ai parenti di Maia. Non nego che, scrivendo alcuni passi del libro, il ricordo dei miei nonni paterni affiorasse nitido alla mia memoria e portasse con sé tanta tenerezza e un Amore puro, con la A maiuscola.

VG: Polenta e latte… Confesso che hai toccato un ricordo, anche mio, ed è un ricordo a cui mi piace tornare, di tanto in tanto. La polenta, infatti, è anche per me un piatto custode di ricordi. Possiamo considerarlo come l’alimento che parla di storia di nonni e nonne, di un tempo in cui il focolare era sempre acceso e le generazioni di ritrovavano a raccontarsi, a tramandare, o anche solo per il gusto di scaldarsi un po’. Raccontaci un’immagine, un ricordo, o da dove hai colto l’ispirazione, quando hai inserito questo alimento che io definisco “narrativo”.

MC: Cara Valeria, anche per me la polenta è custode di ricordi. Dell’infanzia, soprattutto. In effetti, quando ero bambina, la nonna la preparava spesso la domenica. E mentre lei girava il mestolo nel paiolo, io mi accoccolavo sulle ginocchia del nonno paterno accanto al fuoco. Quel momento diventava un luogo magico di racconti e coccole, che mi scalda il cuore ancora adesso.

E allora, quell’alimento, la polenta, diventa davvero anche un elemento narrativo, una sorta di fil rouge che nutre non soltanto lo stomaco, ma anche lo spirito e unisce generazioni di uomini e donne grazie ai gesti che si perpetuano nel tempo.

VG: La Storia è un altro elemento che hai saputo dosare e che ha arricchito la tua opera. Quali sono le tue fonti?

MC: La prima fonte è stato il nonno paterno che, effettivamente aveva combattuto durante la Campagna d’Africa ed era stato in un campo di prigionia scozzese. Poi, le persone della sua generazione. Spesso i loro ricordi, a distanza di tanto tempo, erano frammentati e allora, è stato necessario, in un secondo momento, ricorrere alle documentazioni storiche e agli archivi per verificare la congruenza dei racconti. La scelta di riportare in vita la memoria del nostro territorio e di quel periodo attraverso una narrazione che dia spazio all’emotività e ai sentimenti è anche frutto degli studi compiuti in precedenza: la tesi sull’Assedio di Leningrado per la quale ho intervistato alcuni sopravvissuti in loco, l’attuale San Pietroburgo, condotto ricerche negli archivi e tradotto alcune testimonianze da un libro di memorie popolari. Anche la seconda tesi è stata formativa, poiché verteva sulla Shoah e sulla trasmissione della memoria di seconda e terza generazione senza che essa diventi un esercizio autoreferenziale da parte dell’autore/artista. Nel mio libro perciò la storia, intesa come contenitore ermetico di eventi, non è che lo sfondo di uno scenario che privilegia la trasmissione dei ricordi individuali, umanizzandoli. Non dimentichiamoci, infatti, che il libro non è un trattato di storia, ma un testo letterario.

VG: La solitudine. È una sensazione che si avverte, è quasi palpabile, quasi viva. Qual è il personaggio che consideri più solo e per quale ragione?

MC: Questa è davvero una bella domanda, quasi filosofica. Dici bene la solitudine è una sensazione e può essere avvertita nonostante la moltitudine di persone che circonda i personaggi ed è un tema ricorrente anche nel romanzo attraverso i racconti dei protagonisti. Ulisse è solo alla nascita perché assieme al cordone ombelicale viene reciso uno dei legami più forti dell’esistenza: quello con la madre. Ed è solo, con la Bibbia che gli ha donato la sorella Maria, durante la prigionia in Africa. Anche Ulisse, il personaggio più controverso, nonostante la vita agiata, si ritrova a fare i conti con sé stesso e con il proprio vissuto alla chetichella e in solitudine. Lavinia e Penelope, benché circondate dall’affetto dei familiari, sprofondano in una solitudine imperfetta e inaccessibile agli altri, frutto dell’età che avanza e della malattia. Anche Maia, a modo suo, fa i conti con una sensazione di solitudine penetrante data dai luoghi e dai ricordi che non può più condividere con gli altri personaggi del romanzo. Eppure, in queste varie forme di rappresentazione della solitudine che appartiene un po’ a tutti gli esseri umani in alcuni momenti della propria vita, c’è sempre quella coperta di lana di cui parlavi prima.La lana: un materiale adatto sia in inverno per coprirci dal freddo che in estate, per ripararci dal caldo torrido. E quella coperta è fatta appunto di ricordi e di legami che nessuno ci può sottrarre perché sopravvivono a tutte le temperature e a tutte le stagioni. Quindi, un messaggio non di tristezza ma di luce e calore umano.

VG: Un altro elemento di spessore è il tema della condizione della donna, tema di cui hai parlato con molta grazia. Quale delle tue protagoniste ha sacrificato maggiormente sé stessa?

MC: Ti ringrazio per la molta grazia, Valeria. Anche questo è un tema a me caro. Ho cercato in effetti, di rappresentare l’universo femminile nelle sue molteplici sfumature. Le donne non hanno un ruolo marginale nel romanzo, benché, come dice Tessa, non abbiamo compiuto le gesta eroiche di Ulisse e non abbiano combattuto al fronte. Voglio raccontarti un fatto per me significativo, anche se rischio di allontanarmi dalla domanda iniziale. Quando andai a San Pietroburgo la prima volta, rimasi stupita di fronte ai memoriali sulla Seconda Guerra mondiale e sull’Assedio, perché accanto ai soldati si ergevano statue gigantesche che rappresentavano donne e bambini. Mi piacquero molto queste forme artistiche che celebravano anche le vittime civili. Anche la letteratura era intrisa di narrazioni al femminile su quel periodo. Così, mi sono resa conto di quanto fosse importante il loro contributo per una visione meno celebrativa, ma più umana dei fatti. Inoltre, mi piaceva l’idea di dipingere la donna e i suoi processi di emancipazione in un arco temporale più ampio per delinearne l’evoluzione. Secondo me è Penelope quella che ha sacrificato maggiormente sé stessa. Prima per amore dei suoi genitori, poi, dopo l’abbandono del marito, per allevare la figlia. Un’attesa lunga un’intera vita. Come dice lei in un passo del romanzo: «Non un merletto, ma un filet di spazi vuoti.»

VG: Quale personaggio, maschile o femminile, è stato il primo, quello che ti ha spinta a scrivere? Ci piacerebbe conoscere le fasi preliminari dell’opera.

MC: Il primo personaggio che ha visto la luce è stato quello di Lavinia. Un racconto che è arrivato a me come un flusso emotivo inarrestabile in una grigia domenica di gennaio. Aveva nevicato e il silenzio attutiva persino il rumore dei passi in casa, tanto era fitto. Dovevo scrivere un testo per un laboratorio creativo con Edizioni Convalle, mi sdraiai con una copertina sulla chaise-longue vicino a un termosifone acceso. Dalla finestra entrava una luce diafana e muta. Leggera e penetrante come la neve che si attacca addosso. Iniziai a scrivere pensando a mia nonna, all’ultima volta che la vidi nella casa di riposo in cui soggiornava da qualche mese. Quando ci salutammo, le promisi che sarei tornata presto a trovarla. Da lì a poco, arrivò la pandemia e con essa il primo lock-down. Non potei mantenere la promessa e forse, una parte di me non se lo perdona ancora. Era strano perché quel giorno, mentre scrivevo, non avevo bisogno di cercare le parole giuste. Era come se loro avessero trovato me. Il racconto piacque molto a Stefania Convalle, l’editrice. Dopo qualche giorno, altre storie bussarono alla mia porta: avevano trovato un varco nella mia memoria con cui raggiungermi. Allora, mi vennero in mente le testimonianze tradotte durante la tesi sull’Assedio di Leningrado che erano ancora oggetto di studio e sulle quali avevo intenzione di scrivere. Pensai che sarebbe stato bello poter rendere omaggio alle molte vite che avevano attraversato quel periodo storico anche nel mio territorio, tra esse anche quelle dei miei nonni e di molti dei loro coetanei. Ne avevano di cose da raccontare. Così, abbandonai temporaneamente l’idea del saggio sugli assediati di Leningrado e iniziai a dedicarmi alle storie dei miei corregionali.

VG: Quali sono i tuoi progetti per il futuro – letterari e non?

MC: Nei prossimi mesi ho in programma una serie di incontri letterari e interviste a proposito di “A passi leggeri tra i ricordi”. Nel frattempo ho partecipato ad alcuni concorsi letterari classificandomi tra i finalisti e aggiudicandomi la pubblicazione di alcuni racconti su riviste e su antologie. In futuro, ho anche in progetto di attivare un sito tutto mio in cui dar spazio a opere letterarie contemporanee e non, anche a supporto di studenti che vogliano addentrarsi nella letteratura con un approccio multidisciplinare. Ho cominciato anche a raccogliere altre storie di vite durante la seconda Guerra mondiale e nel periodo della ricostruzione.

Nel frattempo ho iniziato a scrivere un altro romanzo ambientato tra la Russia e l’Italia, ma per il momento non svelerò altri dettagli su questo futuro libro che potrebbe assumere le caratteristiche di un thriller contemporaneo.

VG: Restiamo in attesa, allora, di conoscere il seguito di questi progetti, augurandoti di vederli realizzati esattamente come li hai ideati.

Si ringrazia l’editore per il file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Martina Campagnolo è nata a Udine. Per motivi di studio ha vissuto a Firenze, soggiornato a Parigi e a San Pietroburgo per alcuni periodi e ora lavora in Friuli come insegnante. Animo sensibile, incline all’arte e al volontariato, sin da giovane ha collaborato con diverse istituzioni.

Si è laureata in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee presso l’Università di Udine con una tesi sull’assedio di Leningrado e una sulla Shoah nell’ambito della letteratura femminile contemporanea. Ha partecipato a progetti europei sulla storia della Prima e della Seconda Guerra mondiale. Interessata alla scrittura ha frequentato corsi di scrittura creativa e di editing. Nel 2019 ha tradotto dal francese alcuni capitoli di Qui, a Bouc, 50 anni dopo! di Elisabeth Fabre Groelly (autoedizione).

Nel 2021 ha partecipato al premio letterario Dentro l’amore, organizzato da Edizioni Convalle qualificandosi tra i finalisti in varie sezioni e aggiudicandosi il primo premio in quella dedicata agli Haiku – forma di componimento poetico sviluppatosi in Giappone nel XVII secolo -.

Nel 2021 ha pubblicato inoltre, La via del Pane in I racconti di Natale (Antologia), Un cioccolatino per il viaggio, Lettera a Gianmarco, Cielo e terra in Antologia Premio Letterario Dentro l’amore VI Edizione 2021.

Di recente ha partecipato al Concorso Letterario Racconti-Friulani organizzato da Historica Edizioni qualificandosi tra i finalisti e aggiudicandosi la pubblicazione del racconto Storia di una Marchesa e di una governante in tempo di guerra (1943-1945) in un’antologia che sarà pubblicata ad aprile 2022.

Con il libro A passi leggeri tra i ricordi, e altre pubblicazioni in antologie sarà presente alla XXXIV edizione del Salone del libro di Torino 2022.

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