“La crisi colpisce anche di sabato” di Christophe Palomar, Ponte alle Grazie.

Era il dicembre 2014 quando venne pubblicato un singolo che scalò le classifiche, posizionandosi al top, come solo una hit di successo sa fare: “Sabato” era il titolo e Lorenzo Jovanotti Cherubini era il cantautore. Il sound elettronico, spinto, psichedelico, abbinato a un testo a tratti malinconico, che raccontava l’Italia del sabato sera, appunto, in un paese di provincia che si fida più di un giorno della settimana piuttosto che delle proprie forze, formarono un insieme armonico di grande spessore, tant’è che il cantautore vinse il prestigioso Disco di Platino.

Il sabato è, nell’immaginario collettivo, il giorno più propenso, il fortunato: il lavoro si è fermato o sta per fermarsi, la famiglia si riunisce, è concesso fare tardi, il divertimento è un dovere. Ma allora, mi chiesi a suo tempo, perché proprio il sabato era diventato oggetto di dubbio, di scomposizione dell’attesa? Il perché era evidente: il premio del riposo non è per tutti, e non lo è soprattutto per chi ha perso una fetta consistente di obiettivi e certezze. È nell’universo di queste anime che la festività (o anche semplicemente l’attesa) diventa un macigno che trascina a fondo, così a fondo che per riemergere serve una forza che non tutti possiedono.

Questo concetto viene oggi ripreso in un romanzo di recentissima pubblicazione che ho avuto l’onore di leggere in anteprima: “La crisi colpisce anche di sabato” di Christophe Palomar, Ponte alle Grazie. Ciò che mi ha colpito, in prima analisi, è stato proprio il titolo. In una frase, infatti, si celano ben tre concetti che, a mio avviso, costituiscono una entrée calda e gustosa. “La crisi”: non una qualsiasi né un concetto vago di smarrimento. In questo caso, l’articolo determinativo rappresenta la precisione che non dà adito a dubbi. Si tratta, certamente, della crisi globale – economica con l’aggiunta della pandemia – che ha travolto le nostre vite, il nostro futuro. Il verbo “colpire”: in questo caso, il significato applicato è “centrare senza pietà”. Non c’è scampo, aggiungerei, a questa crisi e nessuno può sentirsi al sicuro.  Infine, il tanto discusso “sabato” che, ancora, rimedia un posto d’onore tra le vicende tristi che coinvolgono l’animo umano. Inutile tornare su concetti già detti.

Già nell’incipit, il lettore viene “colpito” da una voce originale, trasparente, sincera e molto intima: quella del narratore. Un narratore che scava, che porta a galla, che riduce a pezzettini, che s’intromette e che conosce tutto ciò che c’è da conoscere:

“Adriano sente freddo. Non il freddo indubbio di gennaio e nemmeno quello di marzo. Tutto mentale il freddo di marzo, sempre in bilico fra le cose come stanno e le cose come dovrebbero essere…”

E, nel proseguo della lettura, il tono non cambia, resta fedele a questa coraggiosa indagine che l’autore svolge, tra le pieghe di una società che si sta accartocciando su di sé, vittima delle sue stesse azioni, cosciente (o incosciente) di ciò che sta per accadere, di quella spada che sta per cadere e spezzare fili invisibili e sottili.

Il romanzo si può definire corale anche se, in principio, il lettore si prepara a vivere tre esistenze: Adriano di Testaccio, un ex dipendente pubblico che vive di solitudine, rimorsi e fughe; Gioia, una donna manager finita in una crisi d’identità e un gruppo di giovani innominati (per loro, infatti, basta una lettera identificativa) che a Ferrara si trova davanti alla solita pizza, nella solita serata piatta che genera la consueta certezza ormai più simile alla noia che ad altro.

All’interno delle vicende, il lettore vive principalmente il presente nel quale cascano a pioggia riferimenti circa un passato denso di ombre e un futuro immediato che, in virtù di una crisi già in atto, sta per travolgere tutto e tutti, irrimediabilmente. La trama, dunque, comprende storie diverse, vite al limite, fughe e ribellioni, anime psicologicamente instabili e strettamente legate a quella condizione di “crisi” logorante nella quale chi sopravvive deve avere il coraggio di considerarla un nuovo punto di partenza.

Nella costruzione dei personaggi il carico emotivo è un nucleo sul quale l’autore non ha lesinato. Non entrerò nei particolari per non svelarvi parti salienti, ma vorrei proporvi una breve nota su Gioia, il personaggio che mi ha maggiormente commossa. Nel suo monologo, un fiume inarrestabile in prima persona –  a differenza del resto dell’opera –  porta a galla la condizione della donna moderna, il sacrificio, la solitudine, l’incertezza, quel sentirsi fuori luogo che è solo nostro e la maternità che entra in conflitto con la carriera, la lotta quotidiana per l’affermazione e quelle incomprensioni che anticipano la gravità della situazione nella quale una donna come lei può cadere. Questo flusso di ricordi brucianti e di prospettive devastanti mi ha colpito, in modo particolare (e non perché il resto dell’opera non lo abbia fatto, sia chiaro). Tuttavia, mentre leggevo il suo sfogo sincero e rabbioso, un pensiero ricorrente mi ha accompagnato: un autore che riesce in un’analisi così chiara e veritiera della sfera psicologica femminile è certamente una persona (prima che essere uno scrittore, s’intende) di grande umanità e sensibilità.

Nel complesso dell’opera, un altro aspetto mi ha colpito positivamente: la sfera gastronomica fa emerge un quadro complesso ma reale e, proprio per questo, l’autore è stato molto bravo nell’usare il cibo come mezzo di comunicazione. La Roma di Adriano è un pranzo completo, coi suoi mercati e botteghe, e Testaccio viene addirittura definito “lo stomaco di Roma”. Lui è l’unica mano nella sua cucina, ormai, e i suoi piatti sono sempre gli stessi, per sua ammissione: “… alici impanate con mozzarella e piatti di spaghetti aglio e olio …”. Ma la cucina, luogo indiscusso della famiglia, torna spesso, nel racconto su Adriano. Questo simbolo di condivisione, infatti, è la causa iniziale di uno strappo che non si ricucirà. Per Gioia il rapporto con il cibo si presenta sotto forma di fiumi di vodka, vino e patatine alla curcuma. Ma non finisce qui, perché da lontano, nella sua famiglia, appare una figura che, proprio attraverso la cucina, ha tratto ispirazione e molta saggezza.

In conclusione, “La crisi colpisce anche di sabato” descrive un paese che sta per affrontare il sabato più difficile della sua storia. I riferimenti economici e sociali, la condizione della donna, la genitorialità, la sconfitta, il fallimento, i giovani in cerca di sé stessi, la cultura, il business coi suoi ideali malati e le lotte interne, le bugie, l’amore, i tradimenti, il ruolo della famiglia (anch’essa vittima di una crisi indelebile): i valori messi in campo sono di grande attualità e sono stati trattati con abilità, sensibilità, profondità e conoscenza.

Consiglio di lettura: si consiglia a un pubblico che desidera penetrare nei traumi del nostro paese con una giusta dose di ironia.

Si ringrazia Matteo Columbo dell’ufficio stampa per la copia cartacea in omaggio.

Nota biografica dell’autore: Christophe Palomar è nato in Alsazia da padre italiano e madre spagnola, cresce a Tunisi. Studia alla HEC di Parigi e alla Bocconi prima di intraprendere la carriera di manager. Dal 2017 divide il suo tempo fra la consulenza per le aziende e la letteratura. Dopo la partecipazione al libro collettivo Occhi mediterranei (Pendragon, 2019) pubblica per Ponte alle Grazie Frieda (2020), che ottiene ampi e qualificati consensi. La crisi colpisce anche di sabato è il suo secondo romanzo.

Il sito internet della casa editrice è: http://www.ponteallegrazie.it

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