“Piccolo mondo antico” di Antonio Fogazzaro, Bur Rizzoli. #boodclassici

Vi è mai capitato di entrare nel regno che ha visto nascere un capolavoro letterario? Vi è mai successo di varcare la soglia di una casa antica, nella quale l’aria è rimasta impregnata di ispirazione e talento? A me è successo e, in questo breve articolo, vi condurrò in un paese che, nel caso non lo conosciate, potrebbe diventare una delle mete di un vostro prossimo viaggio. La destinazione è Oria, un caratteristico e ordinato borgo che si specchia nel lago di Lugano, in una valle – la Valsolda – che si trova in una posizione da sempre strategica. Mettere piede in un borgo simile, silenzioso e composto, mi ha rimesso in pace col mondo: è stato come passeggiare in un luogo che è rimasto autentico, che non ha subito mode, che non si è arreso alle leggi del turismo di massa. La strada scende, ricordo, verso il lago e il dolce gorgoglio delle onde che danzano aggiunge pace alla pace, il viale lastricato continua e quando sono giunta davanti a una costruzione chiusa sotto a un arco, non ho afferrato, subito, il senso di ciò che avrei visto. Una cosa è certa: ho avvertito, di nuovo, quel senso di pace che mi sarei tenuta addosso per tutto il giorno e una forza che non saprei descrivere a parole, ma che mi ha spinto a varcare la soglia della casa con lo stupore tipico dei bambini: leggero e sincero. Qualcuno di voi avrà già capito dove sono stata, tempo fa… Ebbene sì, si tratta di Villa Fogazzaro Roi, uno dei beni tutelati dal FAI, a Oria, in provincia di Como, in quel confine estremo che sfiora la Svizzera. È proprio qui che Antonio Fogazzaro trasse l’ispirazione per “Piccolo mondo antico”, forse il suo romanzo più famoso. Ecco, dunque, svelata la fitta e spessa scia di letteratitudine che mi ha avvolto, durante la visita del paese e della villa.

Gli interni della dimora sono stati restaurati dal pronipote dello scrittore e, proprio per custodire e continuare a testimoniare la bellezza di questo luogo, è stata affidata alle cure del FAI, la cui opera consiste proprio nel mantenere attiva la volontà dei donatori e, in questo caso, continuare a divulgare ciò che significò, per il famoso autore, questo luogo. Le stanze, dunque, sono come un tempo ma rimodernate e, quando sono giunta di fronte al lago, sul famoso terrazzino che si protende verso i colori decisi delle montagne che dividono cielo e acqua, mi sono trovata a immaginare personaggi, trame, intrighi, amori e misteri, come se avessi dovuto scriverlo io, un libro di eterna bellezza.

Da lì, in quello spazio angusto ma vasto, li ho visti. Il primo è stato Franco. Il suo sguardo è ricco di futuro: la luce che brilla nelle sue pupille è quella del coraggio, di chi non teme il sacrificio pur di vedere la luce dei diritti splendere nella propria vita. L’ho visto nel suo giardino, tra le piante da frutta, sicuro di sé, con le braccia tese e il sole che illumina i suoi prossimi passi. Dal fondo, inevitabilmente, è giunta lei, Luisa. La donna che ama Franco, la donna che lo ricambia con tutta se stessa.  

Nel mentre, la breva ha preso vigore, l’aria è diventata più spessa, e io mi sono ricordata la trama, i nomi dei personaggi, l’ambientazione, ma ho deciso che non mi sarei accontentata di ricordi vaghi. Mi è presa una voglia irrefrenabile di rileggere “Piccolo Mondo Antico” perché è stata una lettura di tanto tempo fa, quando ancora i miei occhi erano acerbi e poco propensi ad apprezzare lo stile classico.

Così ho fatto. Ho ripreso “Piccolo Mondo Antico” e, credetemi, è stata un’ottima compagnia, in quest’estate non troppo calda, almeno dalle mie parti.

L’edizione che ho letto è di Bur Rizzoli. La copertina mi fatto riflettere, per qualche istante. Perché è stato scelto “Il passeggio” (o “Bazille e Camille”) di Claude Monet e questa è un’ottima scelta, secondo me. Nell’immagine, infatti, un uomo e una donna sono raffigurati a ridosso di un bosco. Gli abiti di lei, soprattutto, raccontano l’epoca antica nella quale si trovano, ma a colpire (e simboleggiare l’opera, come è giunto che faccia una copertina) sono le posizioni: lui proteso verso lei, col corpo e con lo sguardo; lei fuggevole, lo sguardo lontano, rivolto a un punto indefinito. Un uomo che cerca la sua donna; un uomo che non vorrebbe lasciare andare la sua donna. Franco e Luisa, chi altri? Lui che ha bisogno di lei, della sua determinazione, del suo essere donna, del suo coraggio autentico. E lei, che anche quando lotta per non volerlo, gli appartiene, come solo chi ha costruito un grande amore sa fare. Un amore che non ha nulla a che vedere con la dolcezza delle grandi storie romantiche, sorte sotto i migliori auspici. È tutt’altro, semmai. Franco e Luisa appartengono alla categoria dei lottatori: quelli che non possono fare a meno di resistere, di cercare risposte, di combattere per affermare la loro posizione di marito e moglie. E poi c’è il dolore. Quel dolore che strappa, che è tanto oscuro quanto le acque del lago nelle notti senza luna, che allontana o stringe, a seconda di quanta forza ha accumulato egli stesso, nel tempo che gli è stato concesso. È il dolore pungente della tragedia che investe la coppia e che rischia di succhiare la pace, tutta quanta, senza pietà. Un dolore che finisce nelle vene di Luisa, alimentando il suo nuovo corpo, reduce dalla tragedia che nessuna donna dovrebbe mai vivere.

Ma Luisa è Luisa e mi trovo d’accordo con le parole di Alberto Maria Banti che, nella prefazione scrive: “… Grandissimo personaggio. Tanto Lucia (fa riferimento ai Promessi Sposi) è l’immagine di una femminilità tremebonda e pronta a smarrirsi, se non ci fosse la fede in Dio, tanto Luisa è l’esatto opposto. In apparenza tutta lucidità, razionalità e gentile calore umano per i suoi familiari e per gli estranei; nel profondo un torrente di passioni …”. Non avrei trovato parole migliori per descrivere questo personaggio.

Antonio Fogazzaro usa uno stile descrittivo soave, poetico, pieno. Uno stile narrativo che riflette il momento storico nel quale il romanzo è ambientato, la sua stessa contemporaneità: siamo alla metà del 1800, in un lembo di terra chiuso tra mondi diversi, in un’Italia che è ancora lontana dall’unione. I dialoghi sono spesso in dialetto e, per meglio agevolare la lettura, sono state riportate delle note a piè pagina. Le stesse note sono anche curiosità e approfondimenti circa il luogo e il contesto storico e io le ho trovate precise, dettagliate.

“Piccolo Mondo Antico” è come una fotografia, mi sento di dire. C’è il luogo che fu caro allo scrittore, luogo che resta presente sempre, come uno sfondo immortalato da un potente obiettivo: il lago. Quel lago che rappresenta bene la malinconia e la nostalgia con la sua nebbia e i suoi colori offuscati; che è un mezzo di comunicazione, non solo fisico; che è fonte di sostentamento e che è, anche, un punto di riferimento per la società del tempo. Un luogo che, tuttavia, resta ciò che è: un elemento naturale di grande valore ma dal potere incontrollabile e, a volte, feroce.

Consiglio di lettura: “Piccolo Mondo Antico” è una lettura raffinata ma non immediata. Lo stile classico – antico – posiziona questo libro in quella categoria di testi da tenere in casa e da rileggere di tanto in tanto, nei momenti in cui siamo più propensi a staccarci dalla letteratura moderna, considerata più diretta per temi trattati e stile di narrazione.

Nota biografica dell’autore:

Antonio Fogazzaro (Vicenza, 1842-1911), scrittore e poeta italiano, fu senatore del Regno d’Italia. Fu scomunicato dalla Chiesa nel 1907 con l’accusa di modernismo. Tra le sue opere ricordiamo Piccolo Mondo Moderno, Malombra, Il Santo e Leila.

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