“La tana del polpo” di Giorgio Lupo, Augh!Edizioni.

Cosa vuoi fare di tutta questa rabbia che ti porti dentro?”

Quando si dice “rabbia” si evocano molti concetti: l’intolleranza, l’impotenza, la fatica, l’ingiustizia, la delusione, solo per citarne alcuni. Dire “rabbia” è un po’ come confessare un fallimento, una discesa negli abissi, un groviglio di negatività e freddezze dal quale è difficile uscire, un po’ come una caduta tra le sabbie mobili.

Ci sarebbe un volume intero da scrivere in proposito, perché la rabbia è un universo inesplorato, anche se a volte pensiamo il contrario. Da ciò, tuttavia, deriva una questione che vorrei portare alla vostra attenzione e che, in considerazione del momento storico che stiamo attraversando, sono certa vi permetterà riflessioni interessanti: la capacità dell’Uomo di trasformare la rabbia in opportunità.

Giorgio Lupo nel suo romanzo “La tana del polpo” edito da Augh!Edizioni scrive di rabbia. Ne usa in abbondanza, ne sparge dosi in ogni angolo. La usa per creare, difendere, sbagliare, ammettere, esistere. La scrive così bene che, in alcuni passaggi, l’impotenza e la follia sono così veri che ti sembra di sentirne il profumo: una scia acre, esattamente come deve essere.

Avrete capito che “La tana del polpo” è un giallo. Un giallo dalle tinte molto accese che, proprio per questa particolarità, presenta ombre e macchie scure e contrastanti.

L’ambientazione è la Sicilia moderna, Termini Imerese per la precisione. Grazie a un’abilità narrativa di rilievo, Giorgio Lupo narra i dintorni e la città con leggerezza e scrupolo, con naturalezza e metodo. Il risultato è un’ambientazione che entra nel libro e che ti tiene per mano, facendoti sentire tutta la sua magica contraddizione. La presenza costante del luogo continua nei dialoghi – resi autentici da varie espressioni dialettali che compaiono qua e là – dalle tradizioni, dai temi ambientali che – purtroppo – sono spesso legati a questa terra (costruzioni civili senza dignità e l’abbandono di rifiuti).

La trama è un crescendo vorticoso di fatti presenti e flashback dal passato: un narratore originale racconta i primi mentre una voce squilibrata e oscura dichiara i secondi.  

L’autore ha costruito una trama affilata, tanto affilata da essere, in alcuni frangenti, quasi realmente tagliente. Per alcuni aspetti (morbosità, rabbia, vendetta e follia) mi ha ricordato “Io Uccido” di Giorgio Faletti. Non amo i paragoni letterari, ma in questo caso la brutalità di alcuni passaggi della trama mi ha ricordato gli stessi brividi, la stessa tensione e la – quasi – paura a proseguire.

Sulla costruzione dei personaggi, Lupo muove la penna con arguzia e competenza e, in questo, ho trovato la grande particolarità di quest’opera, il centro, l’essere. È grazie ai suoi personaggi, infatti, che l’autore ricava e crea l’equilibrio indispensabile e irrinunciabile, quella gradevolezza che spinge il lettore, quell’ironia pungente – a tratti oserei dire divertente – che miscela terrore e leggerezza in giuste dosi. Quella peculiarità che cambia ogni passaggio, in modo estremamente positivo.

Placido Tellurico è il centro. L’uomo che tiene il romanzo in mano, lo sbirro, lui che con la rabbia fa a pugni tutti i giorni. Tellurico è un’anima sola – la moglie lo ha lasciato – vive con la figlia e affronta la vita a suon di sensi di colpa, attrazione per le femmine, bicchieri di rum, battute coi sottoposti, riflessioni pungenti e caffè densi come solo quelli del Sud sanno essere. Il suo è un fascino che non passa inosservato, soprattutto se è lui a non accorgersene. È un uomo giusto e tollerante, confuso nei sentimenti e determinato a scoprire chi è il pericoloso assassino che gli sta col fiato sul collo e che sembra anticipare le sue mosse, che combatte con la disgregazione sociale giovanile e che si fa carico di tutto ciò che gli sta attorno, anche se non lo ammetterebbe mai.

Placido è un padre premuroso che macina chilometri per comprare un cornetto alla nutella per sua figlia e che, quello stesso giorno, inizia a domandarsi come potrà proteggerla dal mostro che serpeggia tra le vie della città; è il capo che permette ai sottoposti una “lenta e laboriosa digestione” dopo un pranzo a base di arancine; è l’uomo che ha bisogno di una pacca sulle spalle, quando cerca Amilcare  – l’uomo che pronuncia la frase in premessa, per intenderci-  si fuma una sigaretta e si gode la dolcezza di un panino all’olio, dolcezza che ritrova solo in quelli dell’amico. E ancora, è l’imbarazzo fatta persona davanti a una caponata poetica e romantica che anche il suo palato grezzo – come lo definisce egli stesso – riconosce e che gli apre il cuore, quel cuore che ha tenuto chiuso per troppo tempo; è la tempra forte dei siciliani quando dichiara il suo disgusto verso il tè (soprattutto quello dai nomi impronunciabili); è la quotidiana abitudine a resistere davanti a un bicchiere di latte e a una giornata che non ha idea di come terminerà. Sullo sfondo, come dicevo, leggende barbare che tornano prepotenti nell’affascinante isola bagnata dal sole e dal vento, i cui profumi di panelle invadono le strade e dove i cartocci di ricotta e i cannoli sono la base per iniziare i festeggiamenti finali.

“La tana del polpo” narra una storia crudele e morbosa attraverso un personaggio affascinante, semplice e umano. Giorgio Lupo ci regala una fotografia della società moderna nella quale i soprusi si sommano alle ingiustizie, la lotta tra il Bene e il Male distrugge i confini e la crudeltà offusca la prospettiva. Uno spaccato di vita nel quale la prima rabbia che conosciamo scorre come un fiume in piena, rompe gli argini, uccide e distrugge. Uno spaccato di vita nel quale l’altra metà della rabbia, quella più profonda e “sana” diventa un mezzo per rinascere e fare pace con se stessi.

Si ringrazia Valentina Petrucci dell’ufficio stampa per l’invio del romanzo.

Nota biografica dell’autore:

Giorgio Lupo è nato a Termini Imerese nel 1973. Laureato in Giurisprudenza, lavora come Sales Manager per Sara Assicurazioni. Con il racconto A mala corda ha vinto il XLIII Premio Writers Magazine Italia ed è stato selezionato tra i vincitori del Premio Nazionale Racconti Tricolore. Con il racconto giallo I buoni vicini è arrivato terzo al concorso Giallo Piccante, organizzato dall’Accademia del Peperoncino, in collaborazione con Giallo Mondadori. Suoi
racconti sono presenti in antologie edite da Delos Book e Il Viandante. Ideatore e organizzatore, insieme al ristorante sociale “Tocca a tia”, del Termini Book Festival.

Il libro lo trovate qui:

http://www.aughedizioni.it/prodotto/la-tana-del-polpo/

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