“Il ricordo” di Maria Rita Sanna – #boodracconti

     Mio babbo sollevò il bicchiere pieno di vino rosso, lo guardò come se cercasse qualcosa all’interno, mentre il sole del pomeriggio ingaggiava una lotta con il liquido per renderlo più chiaro. Seduta al suo fianco ammiravo ogni suo movimento, cercando di scoprire cosa si nascondesse dietro quel rituale.

     Dopo la messa del Corpus Domini celebrata nella chiesetta campestre, molte famiglie, insieme alla mia, si erano riunite sotto le querce secolari o a ridosso di alcuni grossi tronchi della foresta pietrificata, silenziosi guardiani del luogo. Era una tradizione stare seduti per terra, in un grande cerchio, per il pranzo collettivo, arrostire carne e soprattutto fondere il formaggio fresco e colarlo sopra il pane a sfoglia. Il vino nero era il re per il palato degli anziani, mentre tra gli uomini ancora giovani, come mio padre, dilagava la questione sulla qualità dei tipici vini bianchi. Ma quel giorno, il vino rosso aveva sbancato le chiacchiere col suo colore caldo e corposo, e poco per volta che vedevo i bicchieri svuotarsi calava il silenzio tra le persone.

     Ebbi la sensazione di essere avvolta in un grande abbraccio.

     «Adesso vediamo se è buono» mi disse il babbo, facendomi l’occhiolino.

     Bevve un grande sorso, mosse le mandibole come se lo masticasse, schioccò la lingua, pronunciò un lungo e sonoro ah!, complimentandosi con i suoi compaesani: Che cosa buona e saporita!

Allungò la mano e prese una pesca, tagliò alcune fettine senza togliere la buccia, una la diede a me, le altre le immerse dentro il bicchiere. Facendo roteare il vino mi disse che i due ingredienti si sarebbero incorporati tra loro, la pesca avrebbe preso il colore del vino, il vino il sapore della pesca.

     «Uno lascia e l’altro prende, e viceversa.» Io guardavo insieme a lui il bicchiere in controluce. Rosso, giallo, arancio. Sorpresa, caldo, pace.

     Era vero! La polpa della pesca era diventata rosa. Il vino non lo assaggiai perché, quando mio padre accostò il bicchiere per farmi sentire il profumo, ritrassi il naso.

     Lui, invece, assaggiò a più riprese il vino alla pesca, lo fece assaggiare anche alla mamma; altre persone imitarono mio padre, alcuni si complimentarono e altri lo disapprovarono, per aver alterato il gusto di quel vino prelibato. Il ronzio della discussione mi cullò in una nuova consapevolezza, e cioè che non esiste la certezza delle cose finché non si prova a cambiarle; ogni cambiamento provoca una variazione della qualità degli elementi. Certo, quel giorno avevo solo dieci anni, ma durante la mia vita ho ricorso parecchie volte a quell’immagine per assicurarmi che le cose possono cambiare senza doverne subire i traumi. Lo spazio che rimane dopo aver lasciato qualcosa, viene riempito da altri elementi.

     La contemplazione a quel germoglio di riflessione fu destata dalla voce della mamma che mi porgeva un piatto col mio dolce preferito: una doppia cucchiaiata di crema pasticcera che accompagnava due grossi gueffus.

     «Vedi, in quella crema ci starebbe bene un goccio di liquore di mirto!» disse il babbo, tutto soddisfatto.

     Strinsi le braccia per coprire il piatto, trattenendo un sorriso con la bocca piena di dolcezza.

  A quel cambiamento non ci tenevo proprio.

Nota biografica dell’autrice:

Maria Rita Sanna è nata a Cagliari nel 1964, ma vive a Quartu S. Elena.

Appassionata di libri e delle tradizioni della Sardegna, ama raccontare le emozioni

attraverso la poesia, anche in lingua sarda. Ha partecipato al Premio Letterario “Dentro l’amore”, classificandosi al terzo posto, sezione racconti, nell’edizione 2019; nelle edizioni precedenti si è classificata sempre tra i finalisti e ha ottenuto menzioni speciali. Nel 2018 ha esordito con la pubblicazione della raccolta di racconti “Pane e Fragole”, Edizioni Convalle, dedicati alla cultura e alle tradizioni della Sardegna. Da oltre due anni segue il Laboratorio di Scrittura Creativa di Stefania Convalle. “Mandorla Amara” è il suo primo romanzo.

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