“Il giardino di Amelia” di Marcela Serrano, Feltrinelli, traduzione di Michela Finassi Parolo.

Sarà capitato anche a voi di dover rispondere all’ambigua domanda, quella che, solitamente, in noi lettori onnivori causa una sorta di crisi mistica. “Qual è il tuo autore preferito?”. Che domanda, in effetti. E’ un po’ come dover decidere quale cibo ami di più o decretare il miglior ristorante della città. Difficile risposta, al limite del possibile, per ovvie ragioni. Perché ciò che può valere per risposta è un limite, lo sappiamo. Possiamo esprimerci fino al presente, quel “fino a qui” che abbiamo vissuto, ma nel futuro – quello spazio sconosciuto che tanto temiamo e osanniamo- non abbiamo idea di ciò che stravolgerà (o fortificherà) i nostri gusti. Questo principio è ovvio.

Eppure…

Eppure ho delle certezze che, nate in passato e vive nel presente, mi danno la forza di scrivere quanto segue.

Marcela Serrano non è la mia scrittrice preferita: è molto di più.

Gli anni di lettura (tanti, per fortuna) mi hanno permesso di leggere (e rileggere, anche per la terza volta), le sue opere e ogni volta provo lo stesso sentimento: mi sento a casa. Mi basta leggere la prima pagina per avvertire quel dolce tepore di un tempo e la sicurezza che lì, in quelle pagine, troverò una parte di me che conosco, molti spazi da riempire, molti altri da analizzare, rispettare e accettare.

Con “Il giardino di Amelia”, edito da Feltrinelli e tradotto da Michela Finassi Parolo, è stato così, di nuovo. La narrazione, una personale e intima visione, è stata un invito a tornare nel Cile tormentato dai ricordi di un passato che s’intreccia al presente, ai venti che soffiano dall’oceano alle Ande, alle città moderne e alle latitudini che si avvolgono di scelte concrete e dolci solitudini. E poi ci sono le donne. L’emisfero più misterioso del mondo, con il loro coraggio, le tradizioni di cui si vestono, l’amore, la speranza, la lotta e la resilienza. Donne che uniscono, che spezzano. Donne che rinascono e sanno perdonare. Donne che affondano radici in una terra che le aiuta a rialzarsi e a saziare bisogni. Bisogni inconfessabili e primitivi.

Amelia non è la protagonista del romanzo. Questa posizione sarebbe riduttiva perché lei è un mondo, un riferimento certo, un perno, una terra che respira.

Amelia è il romanzo.

E, questo principio misterioso che profuma di possibilità, appare subito agli occhi del giovane Miguel, in confino per scontare una pena che trova ingiusta, quando scorge il mondo che si erge attorno a  “La Novena” la grande casa di Amelia, a pochi passi dalla baracca che dovrebbe essere la sua prigione: il vento si colora delle sfumature accese dell’avocado, dei limoni e degli aranci; quando una sconosciuta gli offre del pane e lui inizia a comprendere i significati dell’accoglienza; quando lei gli offre il caffè (quel liquido che restituisce forza e determinazione a chi teme di averla persa) e gli racconta dei suoi cavalli; quando davanti a lei e a un piatto di pollo cotto alla perfezione inizia il suo più intimo cambiamento; quando le arance, e quel loro gusto dolceamaro, lo chiamano a riflettere perché non può più nascondersi.

Lei, Amelia, ama la vita e il suo gusto. Non teme di esprimere il valore della tavola quando lo invita a pranzo e davanti a vongole, torta di pancake, focaccia e burro e si apre come farebbe con un libro, uno di quelli che ameranno entrambi. O quando torna ai suoi ricordi, ai ricci di mare con cipolla e prezzemolo, un piatto povero ma ricco di amore, e quando ricorre a quel dolce bicchiere di vino rosso che, col suo sapore inteso e deciso, aiuta a riflettere e a insegnare i principi di vita.

Amelia cura. I suoi metodi sono semplici: arance contro la febbre, empanadas per saziare, flan di carciofi per non dimenticare, caffè nero per farsi coraggio, un calice di Champagne per ritrovare la pace, libri, pensieri, parole e ricordi per continuare a salire sul crinale della montagna e per restare lì, a respirare a pieni polmoni l’aria che noi chiamiamo vita.

 I ricordi (accompagnati dalla fertile cucina cilena) tornano, si aprono, si spandono. I sapori del passato hanno salvato anime e, oggi, sono un punto di partenza che emerge spesso, anche contro ogni previsione.

“Il giardino di Amelia” è una storia intensa, dove la tavola, i viaggi, le gioie e i dolori, l’amore e la solitudine si mescolano fino a formare un perfetto equilibrio narrativo che spazia tra testimonianza e intimità, diversi generi di scrittura, scie emotive, domande eterne e risposte mai ovvie.

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