“PEGGIO PER CHI RESTA” di Valeria Corciolani, Amazon

Adattare” è un verbo che mi piace molto. Nasconde un significato che non smette di stupirmi e che s’intona all’epoca moderna e a quella che verrà. Mi piace l’idea di riconsiderare una skill, di rivalutare un ambiente, o una circostanza, al fine di rendere ottimale (per se stessi ma anche per gli altri) un evento inaspettato e all’apparenza negativo. Il campione è chi possiede la capacità di trasformare un’azione a lui sfavorevole in un atto di successo; chi dimostra di sapersi adattare alle circostanze con maggiore prontezza e abilità.

Se partecipassi a un gioco e dovessi attribuire un verbo a un nome di un personaggio di un romanzo non avrei dubbi: “adattarsi” sarebbe quello che sceglierei per Alma.

Alma è l’acuta colf dell’ispettore Jules che, nel nuovo romanzo della saga, dal curioso titolo “Peggio per chi resta”, scritto da Valeria Corciolani, pubblicato da Amazon, continua la sua scalata e conquista il lettore, anche (e soprattutto) quello meno propenso a esserlo.  

Alma sa giocare le sue carte e questo le permette di adattarsi al cambio di destinazione che tramuta una semplice vacanza in Valle d’Aosta in un viaggio a ritroso, in un passato che poi tanto passato non è. A bordo del furgoncino, lo spazio libero è una vana illusione. I sedili sono occupati da Jules, naturalmente, con i suoi sorrisi ambigui e la sua sicura incertezza, la suocera – l’Alfonsina- coi suoi modi spicci e diretti, l’orda di figli e figliastri le cui aspettative ridisegnano i profili della valle che vide nascere Jules e la sua carriera in polizia.

Alma le gioca tutte, le sue carte, quando appena arrivati, Jules si trova catapultato in una vicenda che credeva risolta, il suo primo caso, e la scomparsa di Lia, un’antica e dolce conoscenza.

Alma sa giocare, davvero, quando mette a frutto la sua capacità di analisi e ricerca, da Lia, davanti a un frigorifero che ospita qualche oliva, del parmigiano e una bottiglia di vino bianco e accanto a una bella zuppiera da corredo che giace sul piano lavoro; quando ascolta la confessione di Jules, il quale non ci gira troppo intorno e ammette che non riesce a stare lontano da casa sua per via dei profumi di “cucinato” e di quel buono che lei e la sua famiglia emanano; quando il gruppo, in compagnia di Marcel e Alina, rispettivamente fratello  e “nuova” cognata di Lia, si siede al tavolo e affonda forchette (e commenti) nella polenta concia; quando sospira, per quel pranzo frugale a base di toast che è ben lontano dal piatto di tagliatelle al ragù che stanno mangiando i ragazzi ma che le è indispensabile, se vuole rubare tempo al tempo e aiutare Jules a uscire dal vicolo cieco nel quale sembra essere precipitato da quando è tornato in valle; quando guarda il figlio di Jules, davanti a un’abbondante dose di gratacul (la marmellata di rosa canina dal nome ambiguo che fa nascere commenti divertenti tra i ragazzi), toma e caffè, e vede per la prima volta la sua bellezza.

Intorno alla vicenda, Valeria Corcolani tesse una tela di curiosi personaggi, profumi genuini e sapori di montagna: c’è Piera, la viceispettrice incaricata del caso, che quando si tratta di dieta adora trasgredire e che non si preoccupa del protocollo intingendo un torcetto di Saint Vincent nel cappuccino; c’e Stefano, uno dei più vecchi amici di Jules, dalle cui mani nasce il miglior meculin della valle, il pane dolce tipico di Aosta; c’è l’Alfonsina che sguscia piselli e quando le capita di vedere i panini che vengono cotti insieme alla loro farcitura s’inalbera (a giusta ragione!); c’è l’acuto olfatto della dolce Bonnie che spinge la trama e, infine, i ragazzi che mangerebbero crêpe anche a mezzanotte.

Ma soprattutto c’è tanta ironia, e questo è la crema che regge frasi, colpi di scena e capitoli. La trama acuta, studiata, enfatizzata dai dolci profumi della montagna, è caratterizzata da passaggi divertenti che sanno alleggerire il gusto thriller che è la base del romanzo. La capacità della Corcolani, in questo, si erge maestosa, liscia e senza grumi: una scrittura creativa al punto giusto, leggera e vivace, che sa discernere e distinguere, ammaliare e divertire, consolare e gratificare. Una scrittura leggera sì ma non banale che ha il pregio di potersi adattare a qualsiasi genere l’autrice vorrà sperimentare.

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