“CORREVA L’ANNO DEL NOSTRO AMORE” di Caterina Bonvicini, Garzanti Editore

Vi ho mai parlato delle parole che definisco “cerchio”?

No, non credo…

Ve le presento.

Le “cerchio” sono parole di uso comune, adatte a semplificare o ad amplificare, a ridurre o a esasperare, argomenti e concetti. Queste parole racchiudono significati profondi, possono restare ferme oppure muoversi, rallentare o accelerare. Le parole “cerchio” hanno il potere di vivere una propria esistenza all’interno di una frase, o di una narrazione, e di cambiarne il senso; sono piene, ricche, eterne; si chiudono sul loro significato come per proteggerlo, per renderlo ancora più prezioso.

Il sostantivo “amore” fa parte di questa categoria.

Nel romanzo “Correva l’anno del nostro amore” di Caterina Bonvicini, edito da Garzanti nel 2014, la mia idea di cerchio si spinge oltre il singolo vocabolo che termina, anticipa e spiega, la trama. Una trama a intreccio, tra l’altro, costituita da una partenza e un arrivo, come accade nei romanzi storico-sentimentali, dove nel mezzo si insinuano curve e voragini che tagliano dinamiche e certezze.

Valerio e Olivia. Sono loro gli estremi del cerchio. Sono loro i due universi che si rincorrono e si cercano, contro ogni lontananza e ogni promessa. Lei, figlia e nipote di ricchi industriali, lui, figlio della servitù. Lui, narratore leggero, nucleo da cui dipendono gli eventi; lei, costante protagonista, anche laddove il suo nome non è riportato, anche (e soprattutto) nelle pagine in cui manca la sua presenza fisica.

Valerio e Olivia s’innamorano davanti a un panino con la mortadella e un succo di frutta, quando sono bambini, pronti per andare alla scuola materna, e quell’amore li rende vicini, vicinissimi, soprattutto quando sono lontani: quando la sera, in villa, ci sono le feste e gli invitati si godono caviale in antipasto e arrosto a cena; quando lui approda a Roma, nella strada di quartiere dove nessuno t’insegna le regole, in quella casa minuscola dove la sera, sul tavolo, svetta un piatto abbondante di spaghetti fumanti; quando la vita li spinge nella direzione opposta rispetto ai loro desideri e Valerio si trova, ancora, nelle pieghe della ricchezza, a casa di un amico che resterà una presenza fissa nella sua vita, a bordo piscina, davanti a una coppa di champagne, formaggi pregiati o pinzimonio.

Valerio pensa a lei, quando spaccia le merendine a scuola, più per il gusto di affermarsi che altro; ritorna da lei, ospite alla sua festa di compleanno, pieno di dubbi e paure, e il ricordo delle tagliatelle al ragù lo riempie di coraggio; le allunga un panino, quando la ritrova, bella come sempre e all’apparenza più sicura di come l’aveva lasciata; si lascia riscaldare da una grappa, quando la ritrova per l’ennesima volta, come per lavar via quel freddo pungente che gli ricorda che è lei che vuole, anche se la vita l’ha portato lontano, tra le braccia di un’altra; si riempie di lei, quando torna nel luogo che lo rincuora, l’unico rimasto, una ruspante trattoria romana dove un piatto di pasta al guanciale e un vino che non si dà tante arie diventano base per confessioni e comprensioni.

E poi c’è la famiglia, quella strana famiglia Morganti che Valerio non può dimenticare. La nonna Manon, che racconta Shakespeare e ordina alla servitù risotti raffinati e creme all’arancia; il nonno Gianni che occupa il posto di capofamiglia, un ruolo che la moglie gli concede in uso; i genitori di Olivia, lui apparentemente l’uomo del momento, perfetto, incorruttibile, lei la donna che sa stare al suo posto, convinta che la vita sia tutta lì, pronta per essere vissuta; la Villa, quell’immensa casa dove la ricchezza sposa l’eleganza, dove i pasti sono annunciati dallo squillo della linea interna e dove è rimasto un pezzo di cuore.

In ogni descrizione e in ogni passaggio Olivia è lì. Lui non può far a meno di lei, e lei che occupa la sua mente, i suoi gesti, le sue notti, perfino le sue decisioni.

 “Correva l’anno del nostro amore” è un romanzo che racconta la Storia Italiana fatta di eventi politici, sociali, di tradimenti e corruzione, di responsabilità e vizi, di paure e desideri, di quotidianità ed eternità. È un esempio perfetto di come sentimenti, azioni, destino e verità, abbinati a una penna precisa ed evocativa come quella della Bonvicini, siano gli ingredienti perfetti per trasformare una buona trama in un libro che si legge tutto d’un fiato e che apre sipari su profonde riflessioni.

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