“CANTO DELLA PIANURA” di Kent Haruf, NNE, traduzione di Fabio Cremonesi

Quando l’ho scelto non sapevo, ero ancora ignara e completamente assorta dal mio mondo imperfetto, dalla mia vita che, per molti aspetti, avrei voluto cambiare e stravolgere. La stessa vita per la quale mi affannavo a rincorrere stimoli, cambiamenti, gioie, alti e bassi.

La copertina mi ha conquistata, prima ancora del titolo. La foto rappresenta una pianura brulla, arida e selvaggia e quel soffio di vento che si addensa fino a diventare nebbia ha evocato la malinconia che avevo dentro, e che, evidentemente, avevo chiuso in un angolo recondito di me.

Confesso di aver letto “Canto della Pianura” nel mese in cui il mondo che abbiamo conosciuto è cambiato per sempre. Marzo : il mese della primavera, del cambiamento, della rinascita. Anno 2020: l’anno nuovo, quello che abbiamo enfatizzato, atteso, osannato. L’anno che abbiamo festeggiato, quello dei buoni propositi e dei nuovi progetti che credevamo irrinunciabili.

Ho iniziato “Canto della Pianura” nel momento in cui ho capito che niente sarebbe stato come prima e, adesso, ritrovarmi a estrapolarne significati e spunti conferma che questa storia resterà per sempre nella mia memoria.

Lo stile corposo di Kent Haruf e l’eccellente traduzione di Fabio Cremonesi sono stati una sorpresa. Lo stile narrativo è inteso, ricco, capace di riempire ed è talmente audace che con la sua esasperazione riesce a impreziosire gesti banali. Gli scenari sono così illustrativi che il lettore ha la possibilità di creare immagini struggenti e indimenticabili. E’ una scrittura al rallentatore, ma non lenta. E’ riflessione, tempo, pause. È quello che a me piace definire un romanzo corale, nel quale i personaggi prendono vita tra le pieghe della quotidianità, nel loro vagare continuo, verso una nuova e inconsueta meta. È uno specchio di vita nato ai bordi della periferia americana, laddove valori e lavori s’intrecciano in un nodo indissolubile ed eterno.

“Canto della pianura”, già dalle prime righe, richiama case di campagna, tavole di legno grezzo coperte da tovaglie di cotone colorate e profumi di un tempo. In questo contesto, la cucina è l’incarnazione della semplicità e del fascino, la più evocativa, in termini letterari.

Ci sono le uova strapazzate su pane tostato e marmellata, l’emblema della tipica colazione americana che Guthrie serve ai suoi figli, nella cucina che si è spenta da quando la moglie si è lasciata inghiottire dal silenzio; ci sono i pop corn che Victoria compra al supermarket convinta che la sapidità del mais attenuerà il senso di nausea che la spaventa; ci sono gli hamburger che lei e il fidanzato mangiano in macchina perché la solitudine è l’emblema del loro amore; c’è una mamma che esce dal suo silenzio per preparare la più dolce delle torte, quella al cioccolato, e una tavola illuminata, per celebrare il primo incontro con i figli, in quella che ha deciso, sarà la sua rinascita. E, ancora, c’è la durezza di due uomini vissuti per troppo tempo soli, i fratelli Raymod e Harold, che è rappresentata al meglio quando offrono a Victoria l’alimento più prelibato che conoscono, la bistecca al pepe, durante la loro prima cena insieme. Raymond, Harold, Victoria e la sua pancia che cresce a vista d’occhio sono l’emblema del cambiamento che, ancora una volta, si rivela a tavola, quando insieme alla carne, troviamo piatti di verdure, caffè, pane e pesche in scatola.  

Tutto ciò sarebbe già moltissimo invece l’autore si spinge ancora più a fondo quando da voce a un’anziana donna sola che, attraverso la ricetta dei biscotti di avena, insegna ai figli di Guthrie il senso più profondo della cucina e nel finale, dove una tavola apparecchiata di bianco e  illuminata dalla luce tenue ma splendente di alcune candele emana forza e speranza, sentimenti che mai come oggi siamo chiamati a ritrovare.

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