“La vita segreta degli scrittori” di Guillame Musso, tradotto da Sergio Arecco, La Nave di Teseo Editore

Immaginiamo un’isola al largo di un mare cristallino, contornata di spiagge deserte e verdi scogliere. Immaginiamo una manciata di case attorno a un porto e strette vie che conducono ad antiche botteghe. Chiudiamo gli occhi e per un istante possiamo sentire lo sciabordio delle onde infrangersi lungo la costa, il profumo dei frutti maturi e il calore del sole che inonda i prati. E che dire dell’atmosfera rilassata, quasi mistica, che si dipana ovunque?
Un paradiso, vero? Alzi la mano chi di voi non vorrebbe prendere un traghetto e andarci per qualche settimana, soprattutto adesso, in questi giorni di gennaio, freddi, stressanti, che di vacanza conservano solo ricordi.
Questo panorama è la scenografia de “ La vita segreta degli scrittori” di Guillame Musso. Sulle sponde di quest’isola, Raphӓel e Mathilde, senza conoscersi e con un passato molto diverso l’uno dall’altra, approdano per scoprire il segreto di Nathan Fawles, un famoso scrittore che ha deciso di chiudere la sua produzione letteraria. 
La scrittura sciolta di Musso è, anche in questo thriller, l’urgenza che sprona il lettore e che lo conduce tra le righe del romanzo. La narrazione, affidata in parte in prima persona e a tratti a un serio narratore, crea la giusta suspence. La trama è affilata e studiata secondo l’enigmatiche e  ferree regole del noir, dove niente è come sembra.
E, proprio per seguire questo filone di mistero, il gioco delle illusioni inizia a tavola quando incontriamo Grégoire Audibert, lo storico libraio dell’isola che ha assunto Raphӓel, che si sta gustando un piatto di carciofi crudi con olio e pepe. Un piatto classico, che ricorda le estati calde e i prodotti del territorio. Il viaggio continua, quando il protagonista ci invita a mordere la pissaladière, la tipica focaccia nizzarda di acciughe, cipolle, erbe aromatiche e olive e ad assaporare un pastis all’ora dell’aperitivo, quando la vita sociale si anima e nessuno ne è escluso, tantomeno l’ultimo arrivato e ancora, quando ci racconta delle colazioni, a casa del libraio a base di tè e pane tostato impregnato di una dolce marmellata di fichi, tipici dell’isola.
E se è l’enigma è il vero pilastro di tutto il romanzo, è il bianchetto di vitello che cucina il misterioso Nathan Fawles a prendere il primo posto sul podio, in termini di inganno e mistero. Vi troverete al suo fianco, a guardare la carne fresca, fusello e stinco, affettata a cubetti e lasciata inspessire in un composto di agio e prezzemolo. Sentirete il profumo del soffritto,  del vino che evapora, quando incontra il potere del fuoco e del brodo che copre e rassicura. E, nel tempo di cottura, con Mathilde, vorrete che sia lui a spiegare i veri motivi che l’anno spinto in esilio.
Gli ingredienti ci sono tutti e sono stati dosati alla perfezione per creare un sottofondo scenografico particolare e sconosciuto, un cammino lungo i piatti tipici di un’isola assolata e ventosa e una trama ricca di particolari, tutta da scoprire.

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