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Intervista a Silvana Da Roit, autrice de “La scatola di latta”, Edizioni Convalle.

La scatola di latta

Prefazione di Tania Mignani.

“Dicevo a tutti che da grande avrei fatto la donna che balla coi delfini. Invece, eccomi qui, a danzare con i miei dubbi.” citazione tratta dal libro.

I mesi che seguono la nascita di un figlio, per una donna, sono spesso travagliati: i dubbi crescono in maniera proporzionale alle carezze, il sospetto di non essere all’altezza è un compagno fedele, insieme al profumo che emana la pelle del bambino, e la solitudine è ai massimi livelli. Ogni donna, in quei momenti, è tanto fragile quanto forte, coraggiosa e timorosa, completa e incompleta. Aggiungiamo la stanchezza fisica che fa a pungi con l’elettrizzante emozione di essere madre, quel senso di inadeguatezza se resta qualche chilo sui fianchi e il quadro è piuttosto chiaro: la donna, in quei mesi, vive in un frullatore, in balia delle emozioni.

Silvana Da Roit, nel suo romando “La scatola di latta”, pubblicato da Edizioni Convalle, ci presenta Elisa, una giovane donna che sta vivendo il suo momento privato – quello della maternità – con coraggio. Un coraggio, quello di Elisa, che colpisce subito: per scavare tra i dubbi che la tormentano ha deciso di ritirarsi, in solitudine, in una casa di montagna, un luogo a lei caro perché abitato durante l’infanzia. Ciò che colpisce non è solo la solitudine di una mamma sola che sceglie la solitudine e che si abitua a stare sola… l’autrice, infatti, narra una storia tutta al femminile fatta di rapporto madre-figlia: la mamma di Elisa appare spesso, e il triangolo tra lei, la figlia e la piccola Anja è un susseguirsi di sentimenti contrastanti, conflittuali. Durante la narrazione, Elisa cade, più volte. Le sue emozioni sono spesso in cerca di sostegno, le sue paure sono vive, il suo amore per Sergio è vacillante, i sogni sono infranti, tornano le amiche – ed è tempo di verità – arriva Tristano e la faccenda si complica, per Elisa e per il lettore che, ormai, è totalmente coinvolto.

L’autrice, attraverso la sua consolidata abilità, porta il lettore nelle viscere della trama e, a un tratto, non manca quel pizzico di confusione che un’ottima narrazione sa generare.

Di trama, donne e tanto altro parleremo adesso con l’autrice che ha deciso di partecipare al ciclo boodinterviste:

VG: Buongiorno, Silvana. Grazie per aver accettato questo invito.

SDR: Buongiorno a te, Valeria. Sono felicissima di essere tua ospite.

VG: Prima di addentrarci nella tua opera, regalaci qualche segreto. Dove nasce l’ispirazione per i tuoi libri?

SDR: Bella domanda. A parte I tunnel di Oxilla, che è stata la trasposizione romanzata delle ricerche storiche per dare un fondamento alla leggenda di tunnel sotterranei in Domodossola, gli altri due romanzi sono nati mettendomi davanti al computer, senza sapere dove andassi a parare e lasciandomi trasportare dalla storia che andava a dipanarsi.

VG: Isabel Allende ha affermato che inizia a scrivere i suoi romanzi il giorno 8 gennaio. Hai anche tu un rito simile?

SDR: Non ci avevo mai pensato, ma in effetti inizio a dare voce a una storia sul finire dell’estate in modo da consegnare il manoscritto a fine anno o tuttalpiù all’inizio. Dopo la pubblicazione, mi dedico quasi completamente alla promozione del libro e quando mi dà l’impressione che si regga sulle sue gambe, distolgo il pensiero, come avessi assolto un compito, e do ascolto al prurito sulla punta delle dita, allora capisco che è arrivata l’ora di scrivere altro.

VG: So che ci sono autori che hanno blocchi pieni di appunti, altri che si affidano a registratori vocali per raccogliere curiosità o idee. Tu come lavori? Hai sviluppato una tua tecnica di ricerca standard oppure ogni libro ti ha obbligata a cambiare?

SDR: Le uniche cose che scrivo su carta sono frasi particolari o impressioni che provo leggendo vari autori della letteratura, dai più noti ai meno conosciuti. Prendo appunti sulle varie tecniche, annoto particolarità, insomma, cerco di leggere studiando. Ma quando sono sola davanti a una pagina di Word tendo a dimenticare tutto, perché nulla si costruisce. Si racconta, ed è sempre una magia.

VG: Ora vorrei entrare nella tua opera “La scatola di latta”. Innanzitutto, che cos’è la scatola di latta per te? Ne hai mai avuta una?

SDR: Ne conservo una tutta ammaccata. Contiene un Calimero di plastica che mio padre aveva appeso allo specchietto della sua Cinquecento, una matita da muratore con la punta spezzata e il suo portafoglio. Mi segue, da cinquant’anni, in ogni mio trasloco. Non l’apro mai, mi basta sapere che ci sia.

Dicendo questo è un po’ come se avessi risposto alla prima domanda. La scatola di latta è l’involucro che custodisce parti di noi, legami dai quali non vogliamo scioglierci.

VG: In premessa, ho scritto che, secondo me Elisa è una donna coraggiosa. Come la descriveresti tu?

SDR: Elisa è introspettiva, critica verso gli altri almeno quanto verso sé stessa – ho temuto fosse respingente proprio per questo motivo – però, senza mai emettere sentenze definitive. Ha infatti la capacità di rispondere ai suoi dubbi cambiando idea, mettendosi nei panni dell’altro, provando compassione per la “miseria” umana, per le debolezze insite in ogni personaggio. E, soprattutto, Elisa è strabica: ha un occhio terreno e l’altro puntato verso il mistero, l’inconoscibile.

VG: Hai usato un alimento narrativo che mi ha regalato un bellissimo momento di lettura. Il passaggio è quando Elisa mette in tavola due vasetti di marmellata fatta in casa, regalate dalla Lollo. È un alimento dolce al punto giusto, perfetto per quel momento in cui nasce una discussione con la sua amica Lara. Tra le righe si avverte che quello è un momento cruciale, non voglio svelare cosa accade, ma l’amicizia è un tema che hai investigato con una notevole capacità. Possiamo dire che l’amicizia è sentimento che può far male, tanto quanto può accadere in amore?

SDR: Penso che il concetto di amicizia sia arrivato fino a noi ancora avvolto nella sua aurea di sacralità, definito dal per sempre, mentre quello dell’amore abbia subito dei cambiamenti adattandosi ai mutamenti della società e quindi relativizzato al “qui e ora”. Forse per questo ci rassegniamo più alla fine di un amore che non a quella di un’amicizia, e se il tradimento in amore può essere devastante per la coppia – sviluppando rabbia e contrasti insanabili – l’amicizia tradita è inconcepibile, vigliacca. Al limite del non perdono.

VG: Un altro tema che hai voluto far emergere è il senso di colpa e questa volta c’è un cabaret di millefoglie: il dolce a strati per eccellenza che rappresenta una metafora perfetta per il momento che hai creato. Strati di sofferenza mista a momenti di apparente pace e tanti, tanti dubbi. “Si veste da padre, in cambio io mi sento spogliata, quasi non trovassi più il mio ruolo”, riflette la tua protagonista. Sorge una domanda: che ruolo ha, una madre oggi, nella nostra società?

SDR: La nostra epoca rincorre la perfezione, a una donna si chiede di essere bella, femminile, ma di mostrare i cosiddetti attributi, capace come e più di un maschio, salvo bollarla, poi, come troppo competitiva e aggressiva. E la richiesta di questa perfezione raggiunge il culmine e forse la maggiore crudeltà nel mito della buona madre a tutti i costi, anche a rischio dell’annullamento della propria individualità. Se a una donna viene chiesto molto, a una madre si chiede di più, come non bastasse mai; spesso le viene chiesto di scegliere tra lavoro e vicinanza coi figli ancora in tenera età e, per convincerla, si è coniato il principio che nel tempo dedicato loro è da preferire la qualità alla quantità. Puoi mettere tutta la qualità che vuoi, ma il tempo scorre comunque e non ti è reso. Però queste sono convinzioni di una donna un po’ in là cogli anni, scusa.

VG: Il rapporto tra madri e figlie è un altro tema che hai raccontato. Hai usato i conflitti, i silenzi, i ricordi, le frasi spezzate a metà ma anche tanta dolcezza, cura, urgenza per svelare la trama e per far crescere i tuoi personaggi. “La scatola di latta” è un romanzo di formazione?

SDR: Secondo me, può essere definito a buon diritto un romanzo di formazione riguardo la crescita interiore della protagonista che tenderà, forte del suo percorso, alla comprensione dei rapporti interpersonali, soppesando le miserie che tutti si portano dentro, il cosiddetto peccato originale dell’umanità, senza condannare nessuno.

VG: Hai seminato amore, in ogni parte della tua opera. Chi è il personaggio che ama di più, in questo libro?

SDR: Mi viene spontaneo pensare alla Lollo, Si tratta di un personaggio alquanto misterioso, nato per mitigare le paure di Elisa e infonderle forza, che si è trasformato quasi in un grillo parlante, ovvero una doppia coscienza. Anche se parla di rimpianto c’è tanto amore nella sua storia e un invito a riconoscerlo e a salvarlo.

VG: Hai usato una tecnica di scrittura che ho apprezzato moltissimo, che ha creato un gradevole colpo di scena, e che non ho intenzione di svelare. Frutto di esperienza o ti sei lasciata prendere per mano dai tuoi personaggi?

SDR: Proprio perché mi sono lasciata condurre dai protagonisti, mi sono trovata un intreccio che andava gestito altrimenti per non confondere troppo il lettore, fornendo spiegazioni aggiuntive. Direi che mi ha aiutato l’istinto più che l’esperienza – in fondo non è da molto che scrivo – poi ho scoperto che era una tecnica di scrittura collaudata. Sai che ci sono rimasta quasi male? Come alle scuole medie, quando ero convinta di avere inventato una tecnica pittorica – io ero una frana in disegno – per facilitarmi il lavoro; poi ho scoperto che prima di me c’era arrivato qualcuno come Van Gogh. Naturalmente, sto scherzando anche se i fatti sono reali. Però, come da ragazzina avrò visto cento volte le riproduzioni dei quadri di Van Gogh senza farci troppo caso e ho scopiazzato inconsciamente, così nel corso delle mie letture avrò trovato tecniche di scrittura varie che mi sono venute incontro nel momento in cui dovevo togliermi dagli impicci.

VG: A chi hai dedicato la tua opera?

SDR: Qui sarò brevissima. L’ho dedicata a me e a tutte le madri difettose.

VG: Hai uno spazio per comunicare con i lettori: cosa ti piacerebbe far sapere?

SDR: Vorrei rivolgere un appello. Se siete abituati a ordinare attraverso il web, lasciate perdere i colossi delle piattaforme on line – non giocano ad armi pari – andate direttamente a spulciare i cataloghi delle piccole case editrici libere e indipendenti, come Edizioni Convalle. Scoprirete tanti autori, qualità, amore, oltre ad avere servizi e-commerce sicuri ed efficienti.

VG: Grazie, Silvana, per essere stata con noi.

Si ringrazia l’editore per il file lettura in omaggio.

Silvana Da Roit è nata nel 1960 a Domodossola, nella provincia del Verbano Cusio

Ossola. Dal 2015 scrive articoli sul sito I racconti del viandante, storie della valle Ossola per parlare della sua terra.

Nel 2019 decide di seguire il Laboratorio di Scrittura Creativa di Stefania Convalle epartecipa a due edizioni del Premio Letterario “Dentro l’amore” ottenendo buonipiazzamenti tra i finalisti. Nel 2020 pubblica con Edizioni Convalle il romanzo storico “Itunnel di Oxilla” cui seguono nel 2021 “Niente come prima” e nel 2022 “La scatola di latta”. Co-autrice, inoltre, dell’opera La vita in uno scatto con la stessa casa editrice.

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