“Nomadland – Un racconto d’inchiesta” di Jessica Bruder – traduzione di Giada Diano – Edizioni Clichy

“… La verità, per come la vedo io, è che le persone sono capaci di lottare e allo stesso tempo di conservare il proprio ottimismo, anche davanti alle sfide più dure. Non significa negare la realtà. Piuttosto, dimostra la notevole capacità del genere umano di adattarsi, di cercare un significato e un senso di affinità di fronte alle avversità…”

Le parole che avete appena letto sono tratte da “Nomadland” di Jessica Bruder, edito per il nostro paese da Edizioni Clichy e tradotto da Giada Diano: non è un caso che io abbia scelto di iniziare l’articolo con questa citazione. Ne ho selezionate molte, in verità, durante la lettura e come faccio d’abitudine ormai, ma, nonostante ciò, anche dopo l’ultimo capitolo, sono tornata, ancora, su questo concetto che, per me, rappresenta “Nomadland”.

Jessica Bruder, giornalista statunitense nativa della East Cost, è l’ideatrice di un’inchiesta coraggiosa: vivere a bordo di un van e guidare lungo il territorio americano per narrare la vita di un infaticabile gruppo costretto alla vita nomade. Un genere di persone che si inserisce in un contesto ben preciso: sono coloro i quali hanno subito gli effetti più devastanti della crisi economica. Sono laureati, professionisti, dipendenti, imprenditori. Sono uomini, ragazzi, nonne, coppie, single. Gente normale, insomma, con un futuro diverso da ciò che avevano immaginato. Persone che si sono trovare a dover prendere una decisione: abbandonare la propria casa per sopravvivere.

La voce della giornalista è la presenza costante dell’opera: è un timbro che irrompe, narra e trascina. Il racconto è fedele, come lo sono le storie d’inchiesta: ci sono cifre, statistiche, luoghi, annotazioni, ma questo non interrompe – anzi accentua – la conferma che tutto ciò che hai tra le mani è reale, tangibile, provato. Questo aspetto mi ha coinvolta, molto più di quanto vorrei ammettere. Perché “Nomadland” è una costruzione di esperienze, di anime, di vite che sono state realmente lì, in quell’ambientazione, in quel tempo. Loro hanno davvero sofferto, si sono rialzati, si sono inventati un nuovo modo di abitare per continuare a esistere.

Nei primi passaggi dell’opera incontri lei, Linda May, la donna che si è prestata come personaggio chiave dell’inchiesta: una donna forte, sorridente, intelligente, colta, instancabile, ingegnosa. Un’anima che ha deciso di intraprendere un viaggio nomade per non essere di peso alla sua famiglia e per portare a termine un sogno: risparmiare denaro per costruire una Earthship (una casa a energia zero, totalmente indipendente, provvista di un orto). L’amicizia tra Jessica e Linda non è scontata eppure nasce, cresce, si rinforza fino a diventare un sentimento solido, attivo. Loro percorrono strade pericolose, dormono sotto lo stesso cielo, dividono uova, bacon, verdure e tortilla. La semplicità e la resilienza di Linda diventano gli ingredienti perfetti per alimentare, di continuo, il loro rapporto di stima e fiducia.

L’amicizia e il sostegno sono entrambi elementi che ricorrono spesso, nell’opera. Durante i viaggi, all’arrivo nei campeggi per i lavori stagionali, o nei magazzini, la forza del gruppo dei workamper dirompe. Mi sono convinta – ancor più –  di quanto sia indispensabile tendere la mano, a volte afferrarla, e tutto questo non ha nulla a che vedere con la debolezza, anzi, è forse vero il contrario: la forza sta nel fare rete, soprattutto quando la situazione è precaria.

La precarietà è un ulteriore pensiero che mi ha accompagnato durante la lettura. È la netta sensazione di essere sul ciglio del burrone, laddove è sufficiente un passo falso e si cade nel vuoto. La precarietà che si racconta in “Nomadland” è, però, come una moneta: ha un doppio aspetto che durante la narrazione esplode in forma piacevole, per la narrazione stessa, e di particolare rilievo per la sorte della community. Si tratta di una forma di unione, di spinta, che genera un equilibrio che non ti aspetti: tutti – e dico tutti – i workamper sono legati da un unico grande sistema che – come ho scritto nel paragrafo precedente – emerge con forza. In sostanza, appare evidente il bisogno di accettarsi, sostenersi, aiutarsi. Perché il baratro è lì vicino, e tutti ne scorgono il profilo ingiusto.

Questo costante moto di collaborazione torna puntuale, durante l’intera narrazione, come la raccolta delle barbabietole, un evento che genera il viaggio di centinaia di lavoratori stagionali che, sulle loro case mobili, oltre a lavorare, si uniscono per studiare un metodo di risparmio alternativo; leggere blog ricchi di suggerimenti pratici su come affrontare l’inverno seguente, e si ingegnano per tutelare la propria salute al fine di evitare incidenti o malattie perché ammalarsi significa, inevitabilmente, perdere l’unica opportunità di lavoro.

Questi sono solo alcuni dei temi che “Nomadland” ha esplorato, ce ne sono molti altri per cui vale la pena una sana riflessione: la disparità, i rapporti familiari, i sogni, la paura, il tormento, il diritto, l’appartenenza a un gruppo e a un luogo, le denunce, i soprusi.

Converrete con me: ci sarebbero tutti gli ingredienti per una trama dal sapore amaro, pietoso, irrisolto. Indubbiamente la drammaticità degli eventi è commovente, ma l’autrice – complice anche il sorriso di Linda che non si vede ma si avverte – è riuscita a bilanciare le emozioni e i fatti in modo egregio, rendendo la speranza e la sfida qualcosa in cui credere, fino in fondo. Qualcosa che ti fa pensare che il senso di ottimismo nella citazione non è follia, ma anzi un valore da conservare e divulgare.

Nota: la trasposizione cinematografica di “Nomadland” ha ottenuto una serie di riconoscimenti, tra i quali: vincitore di tre Premi Oscar 2021 (Miglior Regia, Film e Attrice), vincitore del Leone D’Oro 2020, del Golden Globe 2021, del BAFTA. 2021. Tra i premi vinti dall’opera narrativa si ricorda il Discovery Award 2017.

Nota biografica dell’autrice:

Jessica Bruder è una giornalista che si occupa di sottoculture e questioni sociali. Per scrivere Nomadland ha vissuto per mesi in un camper, documentando la vita degli americani itineranti che hanno abbandonato la loco casa per vivere la strada a tempo pieno, unica via per non essere travolti da un’economia sempre più precaria, nella completa assenza di un welfare state. Il progetto ha richiesto tre anni e più di quindicimila miglia di guida – da costa a costa, dal Messico al confine canadese.

Il sito della casa editrice è: http://www.edizioniclichy.it

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