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Recensione di “Le filatrici della Luna” di Caterina Lerici, Panesi Edizioni.

Le filatrici della luna

Fabrizio Caramagna afferma che:

“Esistono luoghi che respiri e senti tuoi. Come quelle persone che, anche se non hai mai incontrato, conosci da sempre”.

Questa citazione mi sembra appropriata, per presentarvi il romanzo “Le filatrici della Luna” di Caterina Lerici, pubblicato da Panesi Edizioni.

Francesca è la protagonista: una donna ferita nell’anima e nel corpo che fugge dalla città e dalla sua vita in cerca di un luogo che possa accogliere le sue paure e la sua solitudine. L’arrivo a San Martino, alla locanda Gallo Rosso, e la conoscenza dei suoi abitanti segna l’inizio dell’avventura di Francesca.

San Martino è un luogo magico e uno strato di mistero sembra proteggere il ristorante con camere dove alloggia Francesca. Non solo, un’inspiegabile energia volteggia nel paese, e soprattutto, ne sono carichi i personaggi che lo abitano: Erminia, Leonora, Giana, Luisa. Di storie femminili è ricco, il romanzo: e questa è una delle prime particolarità che incontra il lettore. Sono storie dolorose che ripercorrono quasi un secolo di storia e che s’intrecciano al presente per spiegarlo, per accettarlo, per ricordare che veniamo da lontano e che ciò che siamo è la somma di tanti elementi, alcuni dei quali sono da comprendere.

Il luogo è, dunque, un elemento fondamentale: è una dolce metafora che accompagna la protagonista nella ricerca di una nuova sé grazie all’incontro con nuove vite e nuove esperienze.

La novità è un altro aspetto che torna spesso, durante la narrazione. Francesca, infatti, affronta scoperte e, senza apparentemente volerlo, lotta contro lo smarrimento e la solitudine che tanto l’hanno fatta soffrire. Uno dei passaggi più significativi avviene, non a caso, nella cucina del Gallo Rosso, durante uno dei tanti consigli che Erminia prescrive a Francesca. Ho deciso di riproporvelo in maniera integrale perché, al contrario, avrei sciupato il messaggio che questo personaggio – forse il più affascinante dell’intera opera – ha rivelato:

«No, non mi piace cucinare», ribatté con decisione.

«Sono contenta, così potrai scoprire un nuovo piacere. Qui avrai modo di fare tutti gli esperimenti che vorrai. Cucinare è come creare e si possono fare opere d’arte. Ed è qualcosa che puoi condividere con tutti e che tutti capiscono.»

«Ma io non voglio imparare a cucinare. Non ho tempo.»

«Il tempo si trova. Abbiamo sempre più tempo di quello che pensiamo, e cucinare ti piacerà. Colori e profumi possono condurci in un altro spazio e in un altro tempo, allontanarci da noi stessi. È una forma di meditazione facile e immediata. Tutti dovrebbero passare un po’ del loro tempo in cucina…”

L’effetto benefico della cucina, degli antichi sapori, del gusto, dei profumi legati alla terra è un elemento che torna spesso nell’opera e che esalta tutti i concetti che animano il romanzo: l’amicizia, l’amore, la speranza, il benessere olistico, l’affetto, la malattia, la solitudine, l’incertezza, la scelta del proprio futuro (e del luogo in cui vivere), l’equilibrio, la storia del passato, la semplicità… giusto per citarne qualcuno.

“Le filatrici della Luna” può essere inserito nel gruppo dei romanzi corali: accanto a Francesca, infatti, intervengono altri personaggi, anche attraverso la narrazione epistolare. L’effetto è un’alternanza di fatti, contesti storici, emozioni e legami tutti da scoprire.

L’ultima nota: il romanzo è diviso in due parti e non credo sia un caso. Rappresenta in maniera efficace il significato di prima e dopo, è di ciò che, mi piace pensare, sia a tutti gli effetti una second life.

Si ringrazia l’editore per il file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Caterina Lerici è nata a Sestri Levante (Ge) nel 1958. “Questo romanzo è nato da un sogno notturno, poche visioni frammentarie. Il sostegno del prof. Francesco Dario Rossi ha fatto sì che le immagini si trasformassero in parole e in una storia”.

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2 pensieri riguardo “Recensione di “Le filatrici della Luna” di Caterina Lerici, Panesi Edizioni.

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