Boodinterviste: Annalisa Scaglione, “A gamba tesa”, AltreVoci Edizioni.

A gamba tesa

Mentre Isacco scaldava le lasagne nel forno, Michelangelo e altri due della squadra disponevano i beveraggi e i bicchieri di plastica sul tavolino basso in plexiglass. L’idea di squadra, a Crescobene, travalicava i confini del calcio giocato. I ragazzi, cresciuti insieme per poco più di vent’anni, creavano un sodalizio perfetto: amicizia, rispetto, solidarietà. Adesso c’era da affrontare il Gran Casino, l’arresto del loro Mister. Citazione tratta da “A gamba tesa”.

Dopo aver terminato la lettura del libro di Annalisa Scaglione, dal titolo “A gamba tesa”, AltreVoci Edizioni, posso dirlo con certezza: tutte le azioni sono legate a un piatto, a un profumo, a un gusto. Ebbene sì, accanto allo svolgimento dell’intera vicenda ho trovato un insieme di sapori che confermano la teoria secondo la quale la cucina è un elemento imprescindibile, in una narrazione.

Di cosa ci parla “A gamba tesa”?

Siamo a Crescobene, un immaginario paesino ligure, dove il furto di un’icona sacra getta il parroco, in principio, e poi l’intera comunità, nel panico. I sospetti cadono sul Mister della squadra del San Pantaleo, la squadra che sta vivendo un momento fortunato nel campionato sportivo. Le indagini si sviluppano e vengono alla luce storie passate e mai dimenticate, vendette e misteri.

Annalisa Scaglione ha deciso di suddividere il suo romanzo corale in cinque parti e per ognuna di esse ha inserito un titolo e una citazione. Una scelta originale che ho apprezzato molto perché ha stuzzicato la mia curiosità. Ho gustato anche la voce narrante che accompagna il lettore durante l’intera opera perché è spiritosa, si lascia andare a commenti freschi e leggeri nonostante le tematiche serie e profonde affrontate in più passaggi. L’autrice, poi, è riuscita a far emergere la sua rilevante capacità narrativa: il suo stile scenografico convince e la sua abilità nell’inserire una moltitudine di immagini all’interno di una sola frase è una caratteristica che ho amato, sin dal principio della lettura. Nelle descrizioni, soprattutto. Leggete qui, questo è uno degli esempi che più rappresentano queste sue particolarità.

«E poi abbiamo portato una splendida focaccia con la salvia, fatta in casa, sentirai che buona, è ancora calda», incalzò la Brigida, strizzando l’occhio verso l’amica, perché lo sapeva lei come prendere queste ragazze che già non vogliono mangiare e poi ci si mettono pure le disgrazie a ridurle uno stecchino.

C’è molto altro da raccontare. Molto altro che ci racconterà lei, Annalisa Scaglione. L’ho invitata a parlarci del suo romanzo attraverso un’intervista che, spero, vi piacerà.

VG: Benvenuta, Annalisa.

AS: Buongiorno Valeria, grazie per l’ospitalità.

VG: Iniziamo dal titolo del tuo nuovo romanzo. Perché “A gamba tesa”?

AS: È espressione presa in prestito dal linguaggio del calcio, mondo che fa da cornice alle vicende narrate nel romanzo. Volendo scartarne l’accezione negativa, è per me splendida metafora dell’ingresso sicuro nelle tante situazioni più o meno piacevoli che la vita ci mette davanti. “A gamba tesa” mi evoca coraggio, decisione, forza di spirito: ingredienti fondamentali per affrontare e magari anche vincere le piccole, grandi sfide quotidiane.

VG: Hai diviso il libro in cinque sezioni.  Riesci a trovare cinque termini che ti rappresentano? Se sì, quali?

AS: Accetto la sfida, e rispondo traendo spunto dalle cinque citazioni che accompagnano le sezioni del libro. Userò una parola che compare all’interno di ognuna.

  1. (da Sàndor Màrai) “Turbine”
  2. (da Luigi Pirandello) “Pensieri”
  3. (dal film L’attimo fuggente) “Prospettiva”
  4. (da Virgilio) “Opus”
  5. (da Dante) “Stelle”

VG: Quando hai capito che era giunto il momento di far conoscere al pubblico “A gamba tesa”? Ovvero, qual è il momento in cui hai compreso che l’idea iniziale si era trasformata in storia da scrivere?

AS: L’ho capito scrivendo, mi succede così. Il canovaccio da cui sono partita prendeva una strada che funzionava bene. I romanzi sono storie, lunghe favole che per essere tali hanno bisogno di chi narra e di chi ascolta. Se questo incontro è possibile, se quanto raccontato può interessare allora si può pensare alla pubblicazione. In “A gamba tesa” incontriamo personaggi realistici, con pregi e difetti piuttosto comuni. La storia si snoda attraverso l’incontro e lo scontro di peculiarità umane che possiamo ritrovare nel nostro quotidiano: in un fratello, nel vicino di casa, nella cassiera del supermercato, in un professore. Credo che questo contribuisca a rendere un romanzo una buona proposta di lettura. 

VG: Chi è uno scrittore, secondo te?

AS: Chi riesce a offrire un buon lavoro che, per me, è sempre e comunque un libro scritto bene: un buon uso della lingua con la quale il bravo scrittore sa giocare.

VG: C’è un particolare, nella copertina e in questo caso specifico nel retro, che mi ha colpita. Vedo un pallone in balia delle onde del mare. Onde che sembrano tutt’altro che quiete. Ci vuoi spiegare cosa rappresenta?

AS: Posso dire quello che l’immagine mi evoca: un’inquietudine silenziosa, appena scalfita dallo sciabordio delle onde. Potrebbe essere preludio di una tempesta o il lento ritorno alla calma dopo una mareggiata. Non so se la palla sia lasciata a se stessa o se, dietro l’ultima increspatura, ci sia qualcuno pronto a recuperarla, per poi correre e correre e fare il suo personale gol da antologia. Preferisco la seconda ipotesi, immaginando che l’amaro del sale rimanga attaccato al cuoio il più possibile, per rendere ancora più dolce la vittoria nelle proprie battaglie. Chissà che ne pensa il mitico Andrea Falsetti, autore della copertina…

VG: Non credo che in questo spazio riusciremmo a parlare in maniera esaustiva di tutte le personalità che hai trattato, per ovvie ragioni. Potremmo fare così: abbinare alle seguenti caratteristiche il nome di uno o più personaggi, cosicché i lettori possano farsi un’idea. Ti andrebbe di fare questo gioco?

AS: Sì, mi piace.

VG: Ottimo. Iniziamo.

Amorevole. Lo sono alcuni personaggi. Pur con diverse personalità, sono in molti a mostrarsi amorevoli nei confronti dell’altro con cui, si trovano ad interagire. Fra questi: Don Donato, zia Marta, Gloria fidanzata del Mister, il brigadiere Annicchiarico che mostra benevolenza nei confronti di Mathjis, l’olandese emarginato.

Ansioso. Il Mister in primis, ma anche don Donato, la cui ansia, tenuta a bada sgranando il rosario come antistress, è la punta dell’iceberg dei sensi di colpa di cui è vittima.

Schietto. Zia Marta. Assistente di don Donato – che a dirla “perpetua” si fa un gran danno – è donna di sani principi, concreta, felice del suo ruolo. È amica delle più semplici parrocchiane.

Riflessivo. Michelangelo, figlio di zia Marta. Qui abbiamo un ventenne con la maturità di un quarantenne (d’altri tempi, però). Razionale, intelligente, è grande supporto per le persone che ha intorno.    

Sensibile.  Pinuccia, una donnina anziana e semplice. Spesso guardata con sufficienza dalle signore altolocate del paese, si dedica, con sensibilità, a offrire le sue opere di ricamo alla chiesa o parole buone a chi ha bisogno.

Impulsivo.  Ennio Tacchi, il bomber del San Pantaleo F.C. È un ragazzo pittoresco: adora la birra, le ragazze, e spesso si presenta in preda ai suoi eccessi. Ma ha un piede d’oro ed è simpaticissimo.

VG: Quanto conta il passato nella storia che racconti e nella vita stessa dei personaggi?

AS: Tantissimo. Il passato è la via per comprendere il presente, sempre, anche in una storia che è frutto di fantasia. Senza un passato, io credo che i personaggi stessi non siano completi e, in ragione di questo, non possano raggiungere un livello di verosimiglianza tale da renderli credibili. Capita più volte di ascoltare e leggere affermazioni sul passato che ritorna in modo persecutorio, spesso a scopo di vendetta o per ricordare errori. Io mi discosto da queste visioni. Credo, infatti, in un messaggio più positivo, costruttivo del passato: in sintesi, nella sua capacità risolutoria, nel suo potere di sciogliere piccoli e grandi nodi per vivere il presente in maniera più consapevole e serena.

VG: In un mondo ideale, cosa terresti di Crescobene e cosa no?

AS: Amo il senso di comunione che abita Crescobene. Il microcosmo di un piccolo paese offre una visione più articolata e introspettiva dei singoli e del loro interagire all’interno della comunità. Spesso mi trovo a considerare il macrocosmo dell’epoca attuale, nella quale l’elevato supporto tecnologico annulla le distanze ma, al tempo stesso, le amplifica. In un attimo ricevo un documento da New York, ma mi ritrovo a gestire, attraverso una tastiera, tanti rapporti umani che meriterebbero attenzione fisica: abbracci, parole, strette di mano. In Crescobene affiora e si rinsalda il vincolo, materiale o spirituale, che lega i suoi abitanti e le vicende comuni hanno il pregio di mettere in luce l’unicità degli individui, senza mediazioni di sorta. Senza tastiere, insomma.  Inoltre, amo il senso di inclusione. Anche questo troviamo a Crescobene. Lo vediamo nella locale squadra di calcio, formata da ragazzi cresciuti insieme che mai si sognerebbero di migrare verso altre opportunità; in Mathjis, l’olandese che da sempre vive ai margini della società ma che a Crescobene si è comunque fermato; in Brigida, una donna semplice, che di fronte all’élite crescobetana si sente un pesce fuor d’acqua ma che conquista un famoso chef grazie alla sua insuperabile focaccia con le cipolle; in Berto, il sacrestano ormai anziano, da anni al servizio della parrocchia e amico di don Donato, l’uomo che lo ha salvato dalla bottiglia. Non butterei via niente, di Crescobene: un mondo ideale sarebbe terribilmente noioso se non ci fosse qualche imperfezione a ravvivare l’esistenza di chi lo abita.

VG: I legami, a Crescobene, sono…

AS: … le fondamenta delle vicende narrate. I legami si intrecciano, si slacciano, si riannodano nel susseguirsi della storia. In ogni caso – nel bene e nel male – accompagnano tutti i personaggi. Perché, al di là delle singole individualità, i legami sono la vitale connessione di tutto il tessuto sociale.

VG: Siamo curiosi di sapere a quali personaggi o luoghi ti sei ispirata e quali, invece, sono frutto della tua fantasia.

AS: Nel romanzo ogni personaggio e ogni luogo nasce da spunti di esperienze dirette ma è filtrato dalla mia fantasia, diventandone il prodotto. Come abbiamo detto, non troverete Crescobene sulla cartina geografica, ma in Liguria esistono paesini appoggiati su uno spicchio di Appennino, con un minuscolo centro storico, un campanile saraceno, case strette le une alle altre, fili con a biancheria stesa, persiane dipinte e fari che la sera illuminano il campo di calcio; borghi dove si respira profumo di focaccia e minestrone e magari, con un po’ di fortuna, si vede uno scorcio di mare. Così come non esistono Michelangelo, il Mister, don Donato, Gloria, Berto il sacrestano e Mathjis l’olandese, ma esistono persone con sensi di colpa, amore per la verità, invidie, debolezze e sogni nel cassetto. Ne conosco parecchie. Ci sono, poi, alcuni particolari che sono miei ricordi diretti, realmente esistiti o esistenti. Giorgina la tartaruga d’infanzia, per esempio, e anche la mitica Giallina, che nel romanzo è la 2Cv di Gloria e nella mia realtà è l’auto storica di mia zia. Con quella mi veniva a prendere alle elementari e con quella mi ha portata a sposarmi. La Giallina era splendida quel giorno: vestita a festa con nastri di rose bianche, mi ha rubato la scena! Giorgina non c’è più, ma sulla Giallina qualche giro lo faccio ancora.

VG: Usiamo la parola amore in maniera generica, per spiegare un sentimento sfaccettato e vasto. Quali di queste sfaccettature hai usato, nel tuo romanzo? 

AS: Quella a cui tengo di più riguarda il sentimento verso “il fragile”, che è l’emarginato, il bambino, l’anziano e chiunque sia, in un modo o nell’altro, vittima di se stesso, delle proprie debolezze. Incluso – non me ne vogliano i lettori – chi, in varie forme, è colpevole. Nel romanzo compare poi l’amore familiare, in particolare quello del genitore o del nonno. È l’amore disinteressato e gratuito, che si spende senza chiedere né pretendere altro in cambio. E ancora: l’amore nell’amicizia, nel rapporto di coppia, nel lavoro e nelle proprie passioni.

VG: Dal romanzo è come se emergessero i sensi. Mi riferisco ai profumi – soprattutto quello della cucina ligure che è una piacevole compagnia, durante tutta la lettura  – ma, oltre a questo, c’è un altro senso che entra, per dirlo alla tua maniera, a gamba tesa. Mi riferisco alla musica. Sembra quasi che tu abbai creato una colonna sonora, attorno alle vicende dei tuoi personaggi.

AS: È vero, e direi che i generi musicali che compaiono nel libro stanno agli antipodi, ma sono strettamente legati a me. “A gamba tesa” si sviluppa su due piani temporali: quello principale, più o meno contemporaneo a noi che oggi leggiamo, e quello ambientato sul finire degli anni ’70 del secolo scorso. Figlia di quell’epoca che mi ha vista bambina, sono cresciuta con la voce di Umberto Tozzi. Lo associo alle estati, alla spensieratezza, ai passaggi in radio.  E ho scoperto che il Mister, nel romanzo, è un fan sfegatato del cantante torinese: anche lui è legato a quelle canzoni che hanno accompagnato la sua infanzia. C’è, poi, la musica classica con il Quartetto di Cremona, ensemble di fama internazionale, a cui sono vicina per ragioni di legami e affetti personali. Gli ho dedicato un cameo. 

VG: Che cosa ti ha lasciato questo romanzo?

AS: Molta umanità, nuovi lettori, conoscenze con le quali è bellissimo confrontarsi su tanti temi. Durante la stesura, ho avuto modo di intervistare una persona che è diventata il mio referente per informazioni sulla Trapani degli anni ’70 (sì, la storia va a finire anche lì): ho trovato tanta disponibilità, ricevendo un aiuto prezioso. Non vedo l’ora di poter incontrare chi mi ha offerto un contributo fondamentale, con e-mail e telefonate. Chissà che presto “A gamba tesa” mi porti a fare un giro in Sicilia! Non da ultimo, questo romanzo mi ha lasciato tanta voglia di continuare a scrivere.

VG: “La partita va giocata” è stato il tuo primo romanzo. “A gamba tesa” è il secondo. Domanda ovvia: quando leggeremo il terzo? Ci puoi dare qualche anticipazione?

AS: Con il terzo sono all’opera, e per questo non posso fare ipotesi di uscita. Ho un progetto ambizioso per il tema che voglio affrontare. Ora come ora… posso solo farmi gli auguri da sola.

VG: Buona vita, e buona scrittura, Annalisa! Torna presto a trovarci.

AS: Grazie Valeria!

Si ringrazia l’editore per la copia omaggio inviata.

Nota biografica dell’autrice:

Annalisa Scaglione nasce a Genova nel 1970.

Dopo aver compiuto studi classici al Liceo D’Oria, conclusi con il massimo dei voti, si laurea in Giurisprudenza cum laude. Consegue un Master in Relazioni Pubbliche Europee a Roma e lavora in marketing e comunicazione a Milano, presso importanti società multinazionali. Decide di fare rientro a Genova, dove diventa Tutor specializzata in disturbi specifici dell’apprendimento. Non ha mai abbandonato le sue passioni: dal teatro, fin da bambina, alla lettura – è lei stessa a parlare, scherzosamente, di bulimia libresca – fino a pervenire, nel 2020, alla pubblicazione del suo primo romanzo, La partita va giocata (Ed. Scatole Parlanti).

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