“L’arte di ascoltare i battiti del cuore” di Jan-Philipp Sendker, Neri Pozza, traduzione di Francesco Porzio

I viaggiatori si distinguono in due categorie, a mio avviso.

Nella prima si raccolgono quelli che analizzano, studiano, programmano, scrivono elenchi. I perfezionisti, insomma.

Nella seconda, invece, si inseriscono quelli che immaginano, sognano, idealizzano; quelli che non desiderano altro che fidarsi e lasciarsi coinvolgere.

La prima categoria ama la meta; la seconda il viaggio.

I primi si preparano; i secondi sono sempre pronti.

Il futuro, per entrambi i gruppi, è ancora tutto da scrivere e, ci auguriamo, il viaggio torni a essere uno degli aspetti fondamentali delle nostre vite.

Né “L’arte di ascoltare i battiti del cuore” scritto da Jan-Philipp Sendker, edito da Neri Pozza e tradotto da Francesco Porzio, i viaggiatori non appartengono a nessuna delle due categorie citate.

Mi spiego meglio.

Julia non vorrebbe farlo il viaggio. Vorrebbe che suo padre fosse ancora lì, nella sua bella casa, a condividere i suoi successi. Vorrebbe non aver trovato gli indizi che ripercorrono un viaggio in oriente, nella sconosciuta terra che non sembra aver mantenuto alcun legame con l’uomo fermo e deciso che è diventato suo padre.

Eppure il destino gioca, anche se noi non comprendiamo le sue regole. E, proprio per questo, non è sempre possibile comandare la nostra vita. Anzi, a volte è più conveniente adattarsi agli eventi e accettarli, altrimenti la guerra interiore potrebbe durare in eterno.

Per Julia inizia un viaggio vero, uno di quelli che crede di non riuscire a seguire, perché i passi, le parole e i ricordi la obbligano a scendere sempre più in basso, verso il cuore, verso l’anima. Lo scontro con la realtà birmana è autentico, forte. Il sipario si apre su un mondo a lei sconosciuto che, tuttavia, non teme di farsi conoscere.

L’impatto con la tradizione culinaria è altrettanto forte. Julia è abituata a sorseggiare un tè caldo accompagnato da un buffet di dolci, cioccolatini e gelati, accoccolata tra le comode poltrone di uno dei più lussuosi hotel di Manhattan. Invece, all’interno della sala da tè dove incontra U Ba, l’uomo che sembra conoscere suo padre meglio di lei, Julia riceve del tè, cotto su un vecchio fornello a gas e i suoi occhi si posano su dolcetti di riso all’apparenza poco invitanti. Ma, Julia non teme il confronto, nemmeno la differenza. Il suo obiettivo è certo: ritrovare suo padre.

Ogni rimando alla certezza culinaria del benessere diventa un chiaro simbolo di essenzialità nella Birmania in cui Julia è atterrata. Il ricordo lontano della colazione in casa, nel giardino d’inverno, dove lei e sua madre gustavano dolci di cannella, salmone affumicato, confetture e succhi di frutta si scontra con quella servita nell’hotel dove soggiorna, a base di caffè bruciacchiato e uova distrutte più che strapazzate; ci sono i pranzi al “The Plaza” a base di caviale serviti su fondi d’argento lucido che sembrano appartenere a una vita lontana e che non hanno nulla in comune con il pollo al churry birmano accompagnato da sfogliate di pane che U Ba serve con tovaglioli consunti e cucchiai di latta.

Per Julia il viaggio è fisico, mentale, interiore, vivo come non avrebbe mai creduto. La cucina, i prodotti genuini locali (campi di carote e patate, bancarelle di pesce, distese di riso e cipollotti, avocado e banane che colorano i rami degli alberi) si fondono con il racconto di U Ba le cui parole si tingono di suggestioni e ricordi, che descrivono la vita difficile di un ragazzo solo, di un amore che non ha fine. Julia beve caffè solubile e la mente vola a immaginare suo padre laggiù, gli aromi delle spezie (il churry, principalmente) amplificano le emozioni e i momenti a tavola, dove i frutti maturi della terra hanno la capacità di unire (o allontanare) le persone.

Jan-Philipp Sendker ha scelto un doppio punto di vista. Il primo punto di vista è affidato a Julia, al suo presente e al suo passato, alla sua vita lussuosa e, apparentemente, perfetta; la seconda è la narrazione in terza persona ed è U Ba, il misterioso birmano che funge da guida fisica e spirituale di Julia a raccontare. Il personaggio cardine è il padre di Julia, la cui presenza aleggia potentemente in ogni pagina, in ogni ricordo. L’abilità dello scrittore, in questo senso, è una certezza: gli elementi della trama, l’ambiente circostante e la minuziosa descrizione del luogo rendono il romanzo un’eccellente prova di scrittura. Infine. “L’arte di ascoltare i battiti del cuore” non è solo una grande storia d’amore. È un inno alla scoperta di se stessi, alla fiducia, alla rinascita di valori e sapori della terra, e del conseguente legame indissolubile che si crea tra l’uomo e il suo luogo di appartenenza.

La vostra cucina in ufficio – terza puntata

Buongiorno lettori e lettrici,

come procede la vostra “Fase 2”? Mi auguro che le prospettive lavorative siano ardue ma brillanti e che il vostro futuro torni a splendere. In questa fase, ognuno di noi ha il dovere di proteggere se stesso e gli altri, di non dimenticare e di provare a guardare al futuro con coraggio e fiducia. Lo dobbiamo a noi stessi e al nostro bel Paese ferito e, io credo, il compito di costruire il nuovo mondo che verrà spetta a ognuno di noi, nessuno escluso. Si riparte, con una marcia in più: la semplicità. L’essenziale è diventato il nostro metro di misura e, in questo, il nuovo mondo che verrà sarà sicuramente un vantaggio, per tutti noi. Un motto in cui credo profondamente.

Per favorire il ritorno alla genuinità, vorrei parlarvi di una pietanza che per troppo tempo è stata bistrattata, derisa e, in troppe occasioni, sottovalutata: il panino.

Il pane non ha bisogno di molte presentazioni. Sappiamo che è l’alimento più antico del mondo, simbolo di semplicità e unione. Sappiamo anche che la natura ci offre numerose qualità di grano che, soprattutto nella nostra epoca, possono garantire gusto e salute a ognuno di noi. Il pane è ricchezza, profumi, storia. E’ un alimento che, in giusta quantità, non dovrebbe mai mancare sulla nostra tavola; è sano, semplice, e per chi è più ambizioso, un ottimo prodotto casalingo, fonte di innumerevoli soddisfazioni.

Il pane è vita, restituiamogli il suo valore e fidiamoci del suo gusto versatile, non ce ne pentiremo.

Per questo, oggi vorrei proporvi una selezione di panini che, vista la presenza di una varietà di verdure ottime se biologiche, possono garantirvi una pausa pranzo leggera, salutare e gustosa, di facile preparazione e di immensa soddisfazione.

Pane integrale.

Questa tipologia è una delle mie preferite. La farina integrale è una delle più sane e il suo gusto rustico mi porta nelle baite di montagna incastonate nel bosco, dove i tavoli sono di legno e la brace nel camino resta accesa per ore.  

Per comporre questo panino vi serviranno i seguenti ingredienti, oltre al pane integrale che vi consiglio di tagliare a fette di circa due centimetri di spessore:

prosciutto crudo

pomodori

insalata

olive

olio EVO

Lavate e strizzate l’insalata. Lavate anche i pomodori e affettateli. Lasciateli scolare della loro acqua per qualche minuto. Nel frattempo, scolate le olive dal loro liquido di conservazione e frullate finemente insieme a qualche goccia di olio, fino a che avrete ottenuto una crema.

Spalmate la crema di olive sulle fette di pane, adagiate il pomodoro, le foglie d’insalata e, per ultimo, il prosciutto crudo. Sovrapponete e chiudete il vostro panino con cautela e conservate nella vostra lunch box.

Pane arabo.

Per la sua forma e dimensione, il pane arabo rappresenta una delle tipologie che maggiormente si adattano alla farcitura. La ricetta base prevede l’uso della farina 00 ma esiste anche la possibilità di sostituirla con quella di mais rendendolo così privo di glutine. Un pane, quindi, adatto a tutte le esigenze, versatile, gustoso e perfetto per una lunch box da leccarsi i baffi.

Per questa ricetta procuratevi:

emmentaler o fontina a fette

ravanelli

insalata

zucchine

olio EVO

pepe

sale

Pulite e lavate le verdure. Affettate le zucchine e fatele scottare in una padella ricoperta di olio per qualche secondo (devono rimanere croccanti). Durante la cottura salate e pepate a seconda del vostro gusto. Togliete le zucchine dal fuoco appena saranno pronte e fatele scolare.

Lavate i ravanelli e affettateli a fette sottili.

Lavate l’insalata e asciugate con cura.

Componete il vostro pane con le verdure e il formaggio. Chiudete con cura e riponete nella vostra lunch box.

Tramezzini.

Quello che noi definiamo banalmente “il tramezzino” ha in realtà una storia antica e molto affascinante. Il “Caffè Mulassano” di Torino decise di introdurre questa novità nel suo menù nel 1925 e da allora, in simbiosi con il cugino sandwich, ha viaggiato in ogni angolo d’Italia, prestandosi a infinite ricette.

E’ una tipologia di pane che ricorda l’estate, i picnic sulla spiaggia, ma anche quelli nei parchi cittadini; è sinonimo di compagnia e semplicità ed esiste anche la possibilità di farlo in casa (calma… un passo alla volta… tra non molto ci addentreremo nelle migliori ricette casalinghe di sempre e, se avrete voglia di restare con me, entrerete a far parte di un mondo che vi conquisterà e che  difficilmente abbandonerete).

Per il momento, dedichiamoci alla farcitura…

Procuratevi:

salmone affumicato

burro

avocado

fagiolini

Lavate e spuntate i fagiolini. Lessateli in acqua bollente o al vapore. Appena cotti, lasciateli raffreddare.

Lavate l’avocado, sbucciatelo e tagliate la polpa a fette.

Spalmate poco burro sul pane e componete il vostro tramezzino con salmone, avocado e fagiolini. Chiudete e riponete nella vostra lunch box.

Panini al latte.

Il pane al latte è uno dei più comuni, amato da grandi e piccini. Una tipologia di pane morbido che spesso viene preferito ad altri per la sua innata capacità di restare tale anche dopo il passaggio nel congelatore.

E’ il pane delle nonne, delle passeggiate a piedi, fino al negozio all’angolo, che insieme al pane, regalava ai bambini una caramella o un delizioso dolcetto di mele; è un ricordo lontano ma indelebile ed è ancora oggi uno degli impasti più diffusi nel nostro paese.

Per la ricetta procuratevi:

piselli (surgelati, freschi o in scatola)

speck

fontina a fette

In base alla scelta, cuocete i piselli fino a che diventino morbidi. Passateli nel passaverdura o nel mixer a immersione fino a che avrete ottenuto una crema. (In questo caso avete un doppio vantaggio: una crema di piselli pronta per cena. Per renderla più gustosa, potreste aggiungervi una patata, un po’ di brodo vegetale e una spruzzata di pecorino. Anche tiepida sarà molto gustosa).

A questo punto, occupatevi della guarnizione: stendete la quantità desiderata di crema di piselli sul pane, completate con la fontina e lo speck. Chiudete il pane e conservata nella vostra lunch box.

Baguette.

Chiudete gli occhi per un istante. Immaginate di essere su un ponte cittadino sotto al quale scorre lento un fiume; davanti a voi un castello, protetto da alte mura e da un’edera verde che corre lungo le pareti. Il profumo di pane fresco si fonde con quello di croissant appena sfornati e il mondo sembra il posto migliore in cui vivere. La Francia, i castelli, le baguette, il cioccolato e quell’aria di eterno fascino continuerà a far sognare milioni di persone, in tutto il mondo e, in onore di questo paese (e del gusto del suo pane), vi propongo un panino speciale e vi chiedo, mentre lo realizzerete, di continuare a sognare. Non pensate che sia inutile farlo, anzi, io credo che in questo momento sia un dovere verso noi stessi e i nostri cari. I sogni ci renderanno migliori, tenetelo a mente, mentre affettate la vostra baguette.

Procuratevi:

4 uova

burro

sale

2-3 asparagi

lattuga

lavate gli asparagi, spuntate il gambo e fateli cuocere nella vaporiera o, in alternativa, usate il cestello. Non appena la cottura sarà terminata, togliete gli asparagi dal fuoco, fate raffreddare, tagliate i gambi a rondelle sottili e lasciate le punte intatte.

Imburrate una pentola antiaderente. Sbattete le uova in un recipiente e salate. Aggiungete ora gli asparagi e versate nella pentola. Girate la frittata aiutandovi con un piatto, eventualmente.

Lasciate raffreddare la vostra frittata e, infine, tagliatela a misura della baguette. Farcite, richiudete e chiudete all’interno della vostra lunch box.

Per la terza settimana de “La vostra cucina in ufficio”, vorrei consigliarvi un libro che nella mia personale classifica resta ancora nella Top Ten, nonostante sia del lontano 1998. Si tratta di una delle penne più autentiche e dolci della letteratura mondiale e, in questo caso, di una trama silenziosa, profonda, che strappa veli e certezze ma che, proprio per questo, sprigiona forza e coraggio. Si tratta de “Il tempo di Blanca” e lei è l’autrice simbolo della rinascita delle donne in Cile e ovunque nel mondo: Marcela Serrano.

Buon pranzo e buona lettura!

La vostra cucina in ufficio Seconda puntata

Il gran giorno è arrivato, dunque.

I negozi, gli uffici e molte altre attività sono in pieno fermento e più pronti che mai a riprendere le loro attività. A loro voglio dedicare un grande in bocca al lupo e un invito a tornare più forti di prima! A noi tutti, invece, voglio ricordare che il motivo per cui stiamo tornando a una lenta normalità non è il superamento dell’emergenza sanitaria, che anzi, in queste settimane, deve continuare a essere lo strumento secondo il quale misuriamo le nostre attività. Non dobbiamo (e non possiamo) dimenticarci quanta sofferenza abbiamo vissuto: questo aspetto farà parte della nostra vita per sempre e, proprio in funzione del cambiamento, dobbiamo iniziare a ricostruire il lavoro e la quotidianità. Insomma, manteniamo alta l’attenzione come mai abbiamo fatto prima, non possiamo permetterci di ricadere nel vuoto.

E, in funzione del fatto che il nuovo capitolo delle nostre vite è pronto, ho selezionato per voi una serie di ricette facili e gustose per alleggerire la vostra pausa pranzo e renderla un momento piacevole.

Prima di iniziare però, vorrei tornare alla premessa che vi ho introdotto nella prima puntata. Per ottenere un pranzo gradevole, e se ancora non lo avete fatto, procuratevi un prodotto che possa riscaldare le vostre pietanze. Senza questo piccolo investimento, perdereste gusto e anche i sapori sarebbero compromessi. Per questo, vi consiglio di visitare il sito www.ariete.net e di cercare “Scaldì”. E’ un’ottima soluzione per scaldare, è pratico, di giuste dimensioni e, inoltre, la possibilità di trasportare liquidi come minestre e zuppe in totale sicurezza è una vera rivoluzione per i mesi invernali.

Ora, tralasciando altre chiacchiere, infiliamo i grembiuli, laviamoci le mani (ancora…) e iniziamo a programmare la nostra settimana culinaria in ufficio.

Domenica sera- pranzo del lunedì.

Difficile non amare le polpette. Sono ottime calde, gustose fredde, pratiche da conservare e trasportare. Si preparano in anticipo e sono bellissime soprattutto se imperfette.

Ingredienti per un vassoio:

½ bicchiere di riso

1 mozzarella

pangrattato

uovo

broccoli q.b.

burro

Procedimento:

lavate i broccoli sotto l’acqua corrente e spuntate le cime. Lessate in acqua salata o cuocete al vapore e scolate al dente. Trasferite in una pirofila imburrata, spargete del sale e del pangrattato e infornate a 200 ° per 15 minuti circa.

Nel frattempo lessate il riso in abbondante acqua salata. Scolate al dente e trasferite all’interno di un recipiente pulito. Grattugiate la mozzarella all’interno di un piatto, rompete l’uovo in un secondo e spargete del parmigiano nel terzo. Iniziate a creare le polpette: con l’aiuto di un cucchiaio prendete la dose del riso, con un dito scavate un buco e infilate la mozzarella, richiudete e passate nell’uovo e nel pangrattato. Ponete le polpette su una placca da forno e infornate per 20-25 minuti alla temperatura di 180 ° circa.

Quando i broccoli e le polpette avranno perso calare, trasferite in frigorifero per la notte.

Lunedì sera- pranzo del martedì.

Come nella prima puntata, anche oggi vi consiglio di concedervi la coccola del lunedì sera preparando una delicata torta con fragole. Un dolce è sempre un ottimo compagno di viaggio, soprattutto quando si tratta di andare a lavorare …

Ingredienti:

una vaschetta di fragole

2 tuorli

200 gr di farina

100 gr di zucchero

1 bicchiere scarso di latte

1 bustina di lievito per dolci

un pizzico di latte

50 gr di burro fuso

Procedimento.

Lavate le fragole, spuntatele e tagliatele a metà. In un recipiente raccogliete le uova e sbattetele con lo zucchero. Unite gli altri ingredienti e mescolate fino a ottenere un composto omogeneo. Imburrate e infarinate una tortiera. Stendete il comporto e inserite le fragole qua e là. Infornate a 180° per 30 minuti circa.

Per completare il vostro pranzo (eh sì, non è ammesso pasteggiare con dolci, anche se sono casalinghi…) lavate un mazzetto di asparagi, spuntate i gambi bianchi e fateli cuocere al vapore. Scolateli al dente e, una volta freddi, trasferiteli in frigorifero. In aggiunta agli asparagi, che condirete con olio EVO, vi consiglio dei cubetti di parmigiano reggiano DOP.

Martedì sera- pranzo del mercoledì

La ricetta che sto per scrivere è una delle più versatili che vi possa consigliare. E’ adatta a un pranzo, a uno spuntino oppure per completare un aperitivo. E’ superbuona calda e gustosa fredda. E, ovviamente, superveloce.

Ingredienti.

1 rotolo di pasta sfoglia quadrata

200 gr di salmone affumicato

80 gr di formaggio spalmabile

1 uovo

Procedimento:

stendete la sfoglia su una teglia da forno. Tritate il salmone con il formaggio fino a che avrete ottenuto una crema. Stendete il composto sulla sfoglia e, partendo dal lato sinistro, arrotolatela su se stessa. Tagliate la sfoglia a rotoli dello spessore di circa due dita. Trasferite i rotoli sulla placca da forno, spennellate con l’uovo e infornate per 20-25 minuti a 180°.

Mercoledì sera- pranzo del giovedì

Per questa sera vi propongo una ricetta salva palato, svuota frigorifero, magari poco ambiziosa ma semplice, veloce e ricca di sapore. E’ Mercoledì, abbiamo bisogno di un po’ di coraggio per continuare la settimana…

Ingredienti:

8 uova

1 porro

sale

carote

prezzemolo

Procedimento.

Lavate il porro, spuntatelo e tagliatelo a rondelle sottili. Rompete le uova in un recipiente, aggiungete il porro e il sale. Trasferite la frittata in una tortiera dai bordi alti coperta da carta da forno e cuocete in forno per 20 minuti circa a 200°.

Nel frattempo lavate le carote, tagliatele a rondelle e fatele cuocere in una pentola antiaderente con un paio di cucchiai di olio e acqua e con il prezzemolo che farete cadere verso la fine della cottura. Appena la frittata e le carote si saranno raffreddate, trasferite in frigorifero.

Giovedì sera- pranzo del venerdì.

Quello che sto per scrivervi è uno dei piatti che, fresco o scaldato, mi ha sempre dato più soddisfazioni. Un piatto che può tramutarsi in un’opera d’arte casalinga ma che oggi, per le esigenze di rapidità che le donne lavoratrici necessitano, vi presento nella maniera più veloce che conosco.

Ingredienti:

1 confezione di lasagne pronte

1 confezione di besciamella pronta

300 gr di pesto senza aglio

1 mozzarella

1 busta di grana grattugiato

Procedimento:

fate cuocere per qualche minuto le lasagne in una pentola d’acqua bollente. Scolatele e stendetele su alcuni canovacci da cucina puliti.

All’interno di una teglia da forno dai bordi alti mettete un’abbondante dose di pesto, in modo che il fondo sia coperto totalmente. A questo punto potete iniziare a comporre la lasagna in questo modo: sfoglia, pesto, mozzarella, grana, besciamella. Proseguite fino a che non avrete terminato la composizione. Infornate per 30 minuti a 180 ° circa. Trasferite in frigorifero solo quando sarà fredda. Riscaldate all’interno del vostro scaldavivande prima di consumare.

Durante questa settimana cruciale vi consiglio di portare con voi “Il vento dell’oceano” di Sergio Bambaren. Una storia autentica di rara bellezza, narrata con maestria e profondità che vi aiuterà a riflettere sul senso della vita.

“FOLLIE DI BROOKLYN” di Paul Auster, Einaudi, traduzione di Massimo Bocchiola

Anche l’occhio vuole la sua parte, recita un’antica citazione. Ed è vero, esiste un legame forte tra colori, forme e grafiche che noi lettori seriali amiamo particolarmente quando scegliamo un libro. Qualcuno ama grafiche semplici, altri sono più attratti da ritratti, paesaggi, colori sgargianti o tenui. Il mio occhio, come potrete facilmente immaginare, cade su rappresentazioni dolci e golose, su fotografie che ritraggono tavole imbandite e piatti ricchi di sapori e colori.

Riuscite a immaginare cosa ho provato quando, spolverando i libri della mia libreria, mi sono imbattuta in “Follie di Brooklyn” la cui copertina riporta un’immagine di una tavola calda affacciata su una tipica strada newyorkese? Ho avuto un doppio tuffo al cuore. Il primo per i rimandi culinari che questo fortunato romanzo di Paul Auster ha evocato, il secondo per la dolce suggestione che la trama mi ha ricordato.

“Follie di Brooklyn” è uno dei romanzi più piacevoli che abbia mai letto. Il punto di vista di Nathan Glass, il narratore-personaggio-protagonista a metà, crea una voce ironica e pungente, empatica e sincera. Nathan ci introduce se stesso, Brooklyn, Tom Wood (suo nipote), Lucy (sua nipote), Harry (lo stravagante capo di Tom) e Aurora (la madre di Lucy); Nathan è il mago dei racconti, crea sinergie, sposta l’attenzione sui personaggi con l’abilità di un esploratore alla ricerca di un luogo magico, irrorando le vicende di ciascuno con sapore e gusto.

La tavola calda rappresentata in copertina è uno dei luoghi che aprono la trama. E’ il rifugio di Nathan, il luogo in cui nascono i suoi pensieri, la narrazione, gli incontri più improbabili. Davanti a un caffè nero e lungo immagino Nathan concentrato in lettura, convinto della sua scelta di solitudine. Le stesse pareti, gli stessi banconi lucidi e le poltrone in finta pelle cambiano sostanza quando, dopo qualche pagina dall’incipt, diventano lo scenario perfetto per i lunghi pranzi con Tom e per le confidenze che iniziano a nascere, tra i due.

E poi c’è la trattoria che sforna le migliori pizze di New York dove Nathan porta Lucy, nella speranza che la bambina interrompa il gioco del silenzio che lo tormenta; ci sono i tramezzini e i caffè freddi che Nathan e Tom si riducono a ingurgitare tra un cliente e l’altro, quando la libreria diventa di proprietà di Tom.

Lo scenario culinario rappresenta, in questa fase, il ritrovamento della semplicità, del senso di famiglia e appartenenza che i personaggi hanno perso nei meandri della loro non facile esistenza.

Il livello culinario sale, quando Harry e Nathan scelgono un raffinato ristorante per discutere di ciò che sono stati e di ciò che diventeranno. Le ostriche e il vino concorrono all’analisi dei fatti e a sancire un’amicizia duratura. E, sale ancora quando, in un’altra occasione, al gruppo si aggiunge Tom e davanti a un’abbondanza di antipasti e main dishes le confidenze prendono forma e aprono scenari per la trama che si andrà a scoprire nelle pagine a venire.

La svolta gastronomica continua quando Nathan, Tom e Lucy viaggiano verso Nord e sono obbligati a una sosta di qualche giorno all’interno di una grande tenuta che non è mai diventata un hotel di lusso. Le cene con aragosta, crescione, lombo di maiale, verdure e crème caramel diventano base per una storia d’amore, per amplificare il senso di famiglia e per dimostrare, ancora una volta, come le sfortune possano diventare autentiche fortune e come il destino sia un giocoliere stravagante.

Paul Auster non ha bisogno di tanti elogi. La sua scrittura è una porta aperta sulla società, sull’animo umano e sul continuo vagare; è un’altalena che si lascia spingere dal vento delle opportunità e della libertà che ogni suo personaggio cerca; è la follia umana che esaspera illusioni e incertezze, insoddisfazioni e sogni, paure e opportunità.

“Follie di Brooklyn” è l’inno a lasciarsi sorprendere e a non pensare che sia finita. Un inno che mai come oggi dovremmo fare nostro. 

Guardiamo vicino

Che l’emergenza sanitaria in corso abbia cambiato le nostre vite è un dato di fatto, inutile negarlo. Inutile anche perseverare e cercare di tornare immediatamente a una normalità che, forse, non era del tutto normale. Il passato è passato e in quanto tale lo si deve accettare, altrimenti rischia di diventare una continua fonte di rimpianto. Io credo nel futuro, nella pagina bianca, nel sogno che deve ancora arrivare. Potrei sembrare un’inguaribile sognatrice e probabilmente lo sono ma, oggi più che mai, credo sia indispensabile aprire le menti, sfidare se stessi e guardare la vita da una prospettiva che non avremmo mai voluto considerare.

Sarà capitato anche a voi di prediligere una meta di vacanza all’estero, in passato, per le più svariate ragioni. E sarà sicuramente capitato a molti di voi di scegliere una città europea per un romantico week end culturale. Infine, sicuramente, per molti di voi la scoperta enogastronomica del luogo sarà stata una sorpresa, un bagaglio da portare a casa per qualcuno, un gusto da dimenticare per qualcun altro.

Nei mesi a venire, con molta probabilità, i viaggi all’estero per motivi di vacanza saranno vietati e il turismo inbound subirà limitazioni se non addirittura un fermo.

L’ovvio sarebbe che io v’invitassi a considerare l’idea di visitare il nostro Paese e a scoprire le tante bellezze ancora nascoste. E, ammetto che in parte l’obiettivo del mio post sposa questa teoria, ma non voglio limitarmi a suggerire ciò che tante penne hanno già pubblicato prima di me.

Vorrei spingermi oltre…

Il mio obiettivo è portarvi a una riflessione e a un confronto attraverso una serie di domande.

Avete mai considerato il luogo in cui vivete come una meta di vacanza? Riflettete… in passato nel vostro comune di residenza (o in uno nelle immediate vicinanze) è sicuramente transitato un ospite per turismo o per questioni lavorative. Che cosa avrà visto l’ospite? Che cosa avrà mangiato e cosa avrà fotografato? Che sensazioni avrà avuto, alla ripartenza? Sareste in grado di indicare pregi e difetti della vostra comunità?

Cosa cercate, davvero, quando programmate un viaggio, anche solo di due giorni?

Essere esploratori è sinonimo di lunghi viaggi avventurosi?

Lo so, le domande sono tante, mi sono fatta prendere la mano… La verità è che non riesco a non pensare all’irripetibile opportunità che abbiamo davanti, in seguito alla condizione straordinaria che stiamo vivendo. Un’opportunità che va colta con entusiasmo e voglia di fare.

Avere più tempo per restare nelle nostre città significa riscoprire il luogo che ci appartiene da sempre o che ci ha adottato, ripercorrere gli spazi che abbiamo dato per scontato, quei luoghi che guardiamo ogni giorno ma non vediamo più, ridisegnare i confini dei territori che ci appartengono e che hanno un significato speciale, assaporare i piatti della nostra tradizione, quelli che spesso abbiamo accantonato per prediligere le novità. Avere più tempo per stare nelle immediate vicinanze di casa significa anche avere l’opportunità di scovare carenze e difetti del luogo e questa attenzione potrebbe generare uno stimolo per implementare i servizi, migliorarli, aggiungerli o rivalutarli. Un minimo impegno può tramutarsi in una concreta opportunità di rilanciare paesi, cittadine, borghi e angoli sconosciuti.

Investire il nostro tempo e i nostri sguardi nel luogo in cui viviamo genera un doppio vantaggio: un luogo migliore in cui vivere e una gradevole attrazione per chi, quando sarà possibile, sarà nostro ospite.

L’invito è il seguente: guardiamo vicino, guardiamo davvero. Scopriamo quartieri, vie, chiese, piazze, cortili, prati, laghi, boschi che non abbiamo mai degnato di interesse e che sono sempre stati alle nostre spalle. Rivalutiamo i vicini di casa, gli stessi che per anni abbiamo ignorato; torniamo negli angoli che abbiamo voluto dimenticare, perdiamoci nelle strade che non percorriamo da tempo. Torniamo ad assaggiare i piatti della tradizione, nei ristoranti e nelle trattorie del nostro quartiere e poi divertiamoci a farli noi, nella nostra cucina. Diamo il nostro tempo alla nostra città: chi ha idee le divulghi, chi ha mani abili si metta al lavoro. Chi è convinto di non avere né l’uno né l’altro talento faccia sopralluoghi e scriva elenchi di segnalazioni alle autorità competenti con eventuali problematiche e mancanze.

E, proprio alle Istituzioni rivolgo un pensiero diretto: abbiate coraggio di uscire (pur mantenendo le regole di distanziamento e il massimo livello di rigore), andate a valutare lo stato delle periferie, quegli angoli troppo spesso dimenticati, le vie nelle quali milioni di famiglie hanno messo radici. Andate a portare un segnale forte di vicinanza e di desiderio di ripartenza, di solidarietà e sostegno. Aiutate chi non ha aiuti, riempite i silenzi e gli spazi, siate voi il motore che accende il nuovo mondo che sta nascendo. Lavorate al sogno di costruire spazi vivibili, belli, puliti, accessibili a tutti. Coinvolgete i cittadini, i giovani soprattutto, date loro la possibilità di partecipare attivamente alla costruzione di luoghi accoglienti in cui vivere il futuro che verrà.

E a noi tutti dico: diventiamo i garanti della rinascita dei luoghi che ci appartengono, ne usciremo migliori.

La vostra cucina in ufficio

Accendiamo i motori, allacciamo il grembiule e iniziamo a programmare la nostra settimana “lunch box”. Accantoniamo la sensazione di non farcela e quella voglia di arrenderci dopo il primo tentativo. L’organizzazione è la risposta ai nostri dubbi e una donna non ha bisogno di consigli, a riguardo. La donna ha l’organizzazione del DNA, è il suo marchio distintivo.

Prima di iniziare, però, qualche suggerimento essenziale.

Fate un piccolo grande investimento: acquistate un lunch box elettrico per i caldi e una mini borsa frigo. Senza questi strumenti, temo, finireste per abbandonare il progetto dopo pochi giorni.

Il secondo consiglio riguarda un oggetto altrettanto indispensabile: una bottiglietta pulita (o altro contenitore). Vi servirà per l’olio extravergine di oliva da versare a crudo sulla vostra preparazione.

Un’altra idea è quella di sfruttate la pausa domenicale (o in generale il giorno libero) per programmare i pasti e per fare la spesa.

Infine, considerate due possibilità: aggiungere una dose al piatto che servirete a cena oppure cucinare il vostro pasto da ufficio dedicato a voi soltanto, trasformando questo tempo in una coccola esclusiva. Entrambe le soluzioni prevedono vantaggi e svantaggi: in questa fase è opportuno che ognuno di voi trovi il proprio equilibrio, vi consiglio di provare entrambe le possibilità e scegliere di volta in volta secondo il vostro umore e, soprattutto, le vostre esigenze familiari.

Ora possiamo iniziare.

Domenica sera – pranzo del lunedì.

Ingredienti per una porzione:

100 gr di tortiglioni

30 gr di piselli

30 gr di scamorza affumicata

passata di pomodoro q.b.

latte q.b.

burro

Procedimento:

portate a bollore dell’acqua salata. Tuffate e cuocete la pasta. Nel frattempo lavate i piselli e grattugiate la scamorza. Create una crema fluida, piuttosto liquida, con la passata di pomodoro e il latte, salate a piacere. Riscaldate il forno a 200°. Scolate la pasta al dente, trasferitela all’interno di una teglia dai bordi alti precedentemente imburrata. Condite con la scamorza e i piselli, mescolate. Irrorate la pasta con la crema di pomodoro e infornate per 15 minuti circa, lasciate raffreddare naturalmente. Trasferite la pasta all’interno del contenitore ermetico del vostro scaldavivande e riponete in frigorifero per la notte.

Lunedì sera- pranzo del martedì.

Siete già stanche, vero? Il lunedì è uno dei giorni più tristi della settimana, il lavoro incombe, la famiglia anche, e proprio per questo siete autorizzare a una coccola che, nel mio emisfero, si traduce con una torta. Raccogliete le ultime fatiche e indossate il grembiule, vi ringrazierete quando assaggerete la torta con i mirtilli…

Ingredienti:

2 uova

50 gr di burro

100 gr di zucchero di canna

200 gr di farina

1 bustina di lievito

1 pizzico di sale

200 gr circa di mirtilli

Procedimento:

lavate i mirtilli, trasferiteli in una pentola, aggiungete una noce di burro e un cucchiaio di zucchero. Cuocete per qualche minuto, a cottura terminata, tritate fino a ottenere una crema.

In una terrina pulita, sbattete le uova con lo zucchero, aggiungete il burro fuso e mescolate. Setacciate la farina col lievito, mescolate i due composti e aggiungete, infine, la crema di mirtilli. Continuate a mescolare fino a che avrete ottenuto un impasto omogeneo. Trasferite il composto all’interno di una teglia da forno precedentemente imburrata e infarinata. Cuocete in forno caldo a 180° per 30 minuti.

Sfruttando l’accensione del forno, prepariamo adesso dei grissini che accompagneranno il vostro pranzo.

Ci servirà:

pasta sfoglia quadrata pronta

1 uovo

Procedimento:

su una spianatoia, stendete in verticale la pasta sfoglia, bucherellate con i rebbi di una forchetta. Tagliate a metà la pasta in modo da creare due rettangoli. Nei due rettangoli tagliate tre strisce lunghe di uguali misura. Arrotolate la pasta sfoglia a spirale (immaginate la forma di un grande fusillo). Trasferite i grissini su una teglia da forno. Spennellate con l’uovo e infornate per 20 minuti circa.

Per completare il vostro pranzo, già abbastanza godereccio, preparate un’insalata di verdure cotte.

Ingredienti:

4-5 asparagi

1 zucchina

4-5 carote

1 finocchio

1 ricotta

Procedimento:

lavate le verdure e pelate le carote. Tagliate le verdure a seconda della forma della vostra box e cuocetele al vapore. A cottura ultimata, lasciate raffreddare prima di trasferire nel frigorifero. Completate il vostro pranzo con una ricotta fresca.

Martedì sera- pranzo del mercoledì.

Anche il martedì non scherza, vero? La settimana è ancora in salita e il riposo inarrivabile. Vero, però la macchina è in corsa e con questa prossima ricetta (velocissima) vi garantirete un pranzo gustoso e leggero che le vostre colleghe vi invidieranno. Provare per credere…

Ingredienti:

1 rotolo di pasta sfoglia pronta

broccoli q.b.

50 gr di prosciutto cotto a dadini

1 uovo

sale

Procedimento:

lessate i broccoli in abbondante acqua salata, scolateli al dente, lasciateli raffreddare. Accendete il forno a 180 °. All’interno di un recipiente pulito rompete l’uovo, aggiungete il prosciutto, un pizzico di sale e mescolate. Aggiungete anche i broccoli tagliati a cubetti. Stendete la pasta sfoglia sopra della carta da forno, bucherellate i bordi e l’interno con i rebbi di una forchetta e stendete la farcia in maniera uniforme. Infornate per circa 25-30 minuti. Lasciate raffreddare. Tagliate la dose adatta al vostro box e riponete in frigorifero per tutta la notte.

Mercoledì sera- pranzo del giovedì.

L’aria ha un profumo diverso, vero? C’è quel profumo che si sente quando incomincia una discesa, quando tutto sembra più vicino e anche la fatica inizia ad avere un senso.

E allora, in previsione del fine settimana di abbuffate (speriamo) affidiatevi a un pranzo del giovedì leggero e fresco..

Ingredienti:

pomodori pachino (meglio se DOP)

mozzarella per pizza

olive

fette di pane integrale senza crosta

bastoncini per spiedini

Procedimento:

Lavate accuratamente i pomodori e asciugateli. Tagliate a cubetti, della stessa misura, la mozzarella e il pane. Componete i vostri spiedini aggiungendo le olive. Riponete in frigo.

Venerdì mattina- sveglia 15 minuti prima del solito.

Se siete arrivate fino a qui potete farcela… e, soprattutto, se siete qui e non avete ancora infilato il grembiule nell’ultimo cassetto della credenza, significa che qualche piccola soddisfazione ve la siete tolta. Comunque, la prima settimana è finita. Il bilancio di questa nuova avventura spetta a voi. Nel frattempo, vi propongo una focaccia veloce e versatile, adatta a qualsiasi stagione e occasione.

Ingredienti:

1 rotolo di pasta per pizza pronta

60 gr circa di ceci precotti

½ melanzana (o 1 piccola)

sale

pepe

Procedimento:

scolate i ceci dal loro liquido di conservazione e frullateli fino a che avrete ottenuto una crema, salate e pepate a seconda del vostro gusto. Tagliate a fette sottili la melanzana, irrorate con olio. Stendete la pasta per pizza in una teglia ricoperta da carta da forno. Condite con la crema di ceci e la melanzana. Cuocete in forno per 30 minuti circa a 185°. Tagliate a fette e componete la vostra box.

Per accompagnare questa prima settimana di prove impegnative (ma altrettanto soddisfacenti, ne sono certa), vi propongo una lettura squisita che per molte di voi sarà piacevole ritorno, una trama attuale, divertente e ironica: “Non è la fine del mondo” di Alessia Gazzola.

Prepariamo i grembiuli

Nella sezione “novità” del blog prende il via una rubrica che, mi auguro, sarà interessante per molti di voi.

L’emergenza sanitaria in corso ha cambiato molti aspetti della nostra vita e, con molta probabilità, altri ancora subiranno stravolgimenti, nei prossimi mesi.

Uno degli aspetti che è in continua evoluzione e trasformazione è l’ambiente lavorativo nel quale milioni di persone trascorreranno (speriamo) gran parte delle proprie giornate. Per molti l’obbligo di lavoro a distanza continuerà, per altri si ridurrà nel tempo, ma una cosa è certa, le abitudini del passato saranno messe in discussione e, alcune probabilmente, saranno accantonate per lasciar spazio ad altre opportunità, finora mai considerate.

Una di queste riguarda la pausa pranzo.

Molti lavoratori torneranno nelle mense aziendali, altri presso il bar di fiducia e altri si precipiteranno a casa, anche solo per pochi minuti.

A queste tre categorie va aggiunta una quarta: i lavoratori che trascorreranno la pausa pranzo in ufficio o, ancora meglio, all’aperto, nei parchi cittadini.

In passato questa usanza è stata spesso snobbata ma oggi i vantaggi sono da riconsiderare: pasto sano, equilibrato, a seconda dei propri gusti ed esigenze; ambiente purificato; riduzione dei tempi fuori casa e dei costi in generale.

Gli articoli che seguiranno saranno dedicati ai lavoratori che prenderanno in considerazione quest’eventualità. Saranno ricette veloci, da preparare in anticipo, e, per rendere la pausa pranzo ancora più gradevole, ci sarà qualche consiglio letterario.

Mentre io studio le ricette e i libri pocket che saranno piccoli di spessore ma non di contenuti, voi iniziate a guardarvi intorno: in commercio esistono molte soluzioni interessanti (elettriche e comode) per riscaldare il pranzo e altrettante soluzioni pratiche e portatili per i freddi.

A presto e… preparate i grembiuli!

È solo una questione di priorità

Da qualche giorno non si parla d’altro. La proposta alternanza scuola-casa elaborata dal Ministro dell’Istruzione in occasione del prossimo anno scolastico sta suscitando molte reazioni, alcune meritevoli di analisi.

Iniziamo da una doverosa premessa. È iniziata la tanto attesa “Fase 2”, la fase di convivenza col Covid-19 che tanto temono gli scienziati. Da oggi, un numeroso gruppo di donne lavoratrici riprende possesso della propria vita fuori dalle mura domestiche, gruppo che diventa ancora più numeroso se aggiungiamo le donne che non hanno mai smesso di lavorare, le stesse che sono state costrette ad accettare allungamenti di turni e cancellazioni di permessi e ferie. La vita lavorativa, seppur con lentezza e rigore, riprende, mentre la scuola è ancora chiusa. Milioni di bambini e ragazzi sono accasati, alle prese con lezioni on-line, compiti e studio. La scuola è ormai chiusa dalla fine di febbraio in alcune regioni d’Italia, e con essa, qualsiasi forma di aggregazione ha cessato l’attività. In sostanza, mentre il mondo del lavoro riprende a pedalare, il mondo educativo chiude il lucchetto e parcheggia la bicicletta.

Da questo fatto nasce il malcontento che ha riempito di suggerimenti (pochi) e critiche (molte) le pagine dei quotidiani e dei social, da parte di mamme disperate, sull’orlo di una reale crisi di nervi. I nonni, se disponibili, sono stati assunti nel ruolo di insegnanti e assistenti; la baby sitter è il lavoro del futuro; i genitori vagano nel buio più tetro tra conti che non tornano mai, lavori precari e salti mortali, disposti ad accogliere in casa persone estranee che giungono da chissà dove pur di garantire la presenza di un adulto, o, ancora, gruppi improvvisati di mamme-sitter che si prestano in aiuti di ogni genere. Gesti onorevoli, senza dubbio, ma ben lontani dalle forme di sicurezza anti contagio necessari al contenimento dell’emergenza sanitaria in corso.  

Prima di provare a tradurre in concetti comprensibili la mia idea di ciò che abbiamo vissuto e soprattutto di come dovremo affrontare il futuro, sono obbligata a porre qualche domanda.

È chiaro a tutti il motivo per cui le scuole sono ancora chiuse, nonostante le attività siano in lento movimento? Ci ricordiamo che la responsabilità civile e legale dei nostri figli è solo ed esclusivamente nostra? Genitori, voi stareste tranquilli a lasciare i vostri figli in un’ipotetica situazione di rischio? Come spiegheremmo le regole di comportamento, igieniche e di distanziamento ai più piccoli, alla materna, al nido o alle primarie ? E, come mai abbiamo accettato la chiusura prolungata delle università (le cui rette sono molto costose) quando i nostri ragazzi, a quell’età, sono considerati adulti e i loro stessi coetanei hanno continuato a lavorare?

Sulla base di queste domande, cerco di dare risposte e una proposta reale per iniziare a guardare il nostro futuro scartando gli errori del passato e per far sì che non siano mai più parte della nostra società.

La chiusura delle scuole e di tutti i servizi a essa legata è stata la risposta più intelligente e l’unica davvero tempestiva. Le nostre scuole sono da tempo nel mirino: aule superaffollate, spazi comuni non idonee, servizi datati. Le aule sono state il terreno migliore per la diffusione dei virus che da settembre a giugno vivono, si riproducono e si spandono tra gli alunni, il personale docente, la famiglia, il luogo di lavoro dei genitori. Un circolo vizioso che produce milioni di malati, un immenso indotto economico a favore delle industrie farmaceutiche e, spesso, assenze prolungate dal lavoro, rinunce alle attività extrascolastiche già pagate. Gli spazi nei quali i nostri figli avrebbero dovuto essere al sicuro, spesso, si sono rivelati inadatti, addirittura pericolosi per la salute della famiglia. A questo, aggiungiamo il gruppo sempre più numeroso di genitori che spingono i propri figli a “andare” lo stesso, anche se con “qualche linea di febbre”, la tosse, il mal di gola.

Questo è uno dei pilastri della mia analisi. I genitori che accompagnano i figli a scuola nonostante siano evidentemente malati non sono degli incoscienti. Al contrario, sono persone che non hanno scelta, nessun’altra possibilità, che rischiano il lavoro se non si presentano in ufficio, da clienti, da fornitori. Il lavoro di oggi, quello che ci siamo creati con le nostre stesse mani, purtroppo, non ha tenuto conto della salute e dell’obbligo di fermata necessario alla guarigione o a un malessere che, inevitabilmente, sopraggiunge quando gli spazi in cui viviamo non sono sani. E, il nostro mondo super attivo, è stato adattato alla vita dei nostri figli, ci siamo convinti che se un bambino di dieci anni non è un campione nello sport, non suona almeno uno strumento e non frequenta la scuola di lingua straniera sarà un fallito per sempre. Il mondo che abbiamo conosciuto è questo, inutile negarlo. Le giornate vanno riempite, devono sfondare il tempo, pena la povertà economica e di stimoli. Non ho mai creduto che questo fosse la base delle felicità e, adesso, in piena emergenza sanitaria, mi auguro che altri come me abbiano compreso quanta fragilità abbiamo considerato certezza.  

La famiglia e la casa, oggi, devono diventare il fulcro della “fase 2” che, per quanto mi riguarda, non è solo la fase post-quarantena ma una vera e propria rivoluzione della nostra società.

Le scuole non dovranno riaprire solo per garantire alle mamme di tornare al lavoro. Le strutture scolastiche, i servizi, gli spazi andranno trasformati completamente, prima di riaccogliere i nostri figli e, se sarà necessario, non solo ci adatteremo alle lezioni part-time, ma accetteremo con giudizio una nuova e necessaria sospensione scolastica per il bene di tutti noi.

Ecco quindi la mia proposta. E’ coraggiosa me ne rendo conto, ma l’unica che possa essere considerata, in questo contesto: LE MAMME DEVONO AVERE UNO STIPENDIO perché I NOSTRI FIGLI SONO LA PRIORITA’ e tali devono restare.

Le proposte per accedere a questo sussidio potrebbero essere molteplici, tutte da creare, da vagliare. Non è un progetto irrealizzabile, pensiamo ai molti paesi europei nei quali l’aiuto economico è già una realtà, da tempo.

Nel nostro paese, purtroppo, la condizione delle donne è sempre stata un argomento di minimo interesse sociale e storico, semplicemente perché finora le donne si sono coperte di sacrifici, dolori e lavori, senza mai lamentarsi, senza mai chiedere, anche e soprattutto, in assenza di risultati. Le donne si sono sempre rivoltate le maniche, in silenzio.

Adesso però è giunto il momento di presentare il conto.

Una delle proposte più valide potrebbe essere la seguente. Iniziamo dai Comuni. Ogni comune (per le grandi città sarebbe opportuno la suddivisione in quartieri) raccoglierebbe la richiesta da parte della mamma. La donna in questione non deve percepire alcun reddito, né entrata fissa, né rendita, il suo lavoro deve essere unicamente dedito alla sua famiglia e non deve partecipare a nessun programma di sussidio (Naspi, reddito di cittadinanza ecc). Il “sussidio mamma” sarà elargito mensilmente e prevederà una somma fissa (il contratto nazionale del lavoro non prevede che un lavoratore abbia uno stipendio maggiore se ha più figli di un altro o in base alla fascia di età della prole, quindi varrà lo stesso principio per chi decide di diventare una mamma a tempo pieno), unica eccezione comprensiva di un bonus, sarà prevista per le mamme single. In cambio la donna che percepisce lo stipendio avrà l’obbligo di sottoscrivere un contratto di volontariato in aziende pubbliche o private del comune di residenza o della provincia, in misura delle proprie attitudini e conoscenze (un orario settimanale non superiore alle 6/8 ore per non interferire né sostituire il personale regolarmente assunto dall’ente, lavoro da svolgere soprattutto a distanza). L’altro obbligo da parte della donna è legato alla spesa del sussidio: il 70% dell’importo ricevuto andrebbe speso (e documentato) in acquisti per la famiglia e la casa. Le spese sostenute riguarderebbero il mutuo o alla rata di affitto, ai beni di prima necessità, alle utenze.

Gli obiettivi e i vantaggi di una proposta simile sono inequivocabili. Le donne avrebbero finalmente la libertà di scegliere se continuare a lavorare fuori casa o dedicarsi alla famiglia; si abbatterebbero le differenze sociali; i figli potrebbero finalmente concedersi il tempo a casa, qualora fosse necessario per motivi di salute o altro; si eliminerebbero gran parte dei lavori irregolari e l’evasione fiscale; si aiuterebbero le associazioni di volontariato e molto altro ancora.

Un’ ipotesi simile, come dicevo, è già stata presa in considerazione da altri paesi europei, penso alla Svezia che ha recentemente introdotto il bonus colf e un sussidio mensile indirizzato ai nonni che si prendono cura dei propri nipoti. Il concetto è semplice. Le donne sono insostituibili e per questo vanno tutelate. I genitori sono sempre e comunque responsabili dei loro figli. I bambini felici oggi saranno adulti responsabili domani. Investire sulle donne non è un investimento a perdere, anche se ci hanno convinto del contrario perché essere donna è la priorità che garantisce la continuità della vita.

“LONGBOURN HOUSE” di Jo Baker, Einaudi Editore, traduzione di Giulia Boringhieri

Confesso: sono invidiosa. Invidio chi abita di fronte al mare, chi ha un buon rapporto con la bilancia, chi ha il pollice verde e chi riesce in ogni progetto. Se dovessi classificare le mie invidie, tuttavia, al primo posto metterei la fantasia dei bambini, quel sentimento libero di viaggiare sulle ali delle proprie emozioni, senza limiti né inibizioni. Mi affascina il mondo mentale che si dipana tra le pieghe della loro esistenza e che si ingigantisce di fronte a inevitabili mancanze. E’ una reazione straordinaria perché significa sfruttare una privazione e renderla una valida via d’uscita. Un insegnamento che dovremmo tenere a mentre, soprattutto adesso.     

Se volessimo approfondire le possibilità che la fantasia offre, finiremmo per domandarci quali sono le attività lavorative che ne facilitano l’origine e lo sviluppo. Una di queste è, senza dubbio, il mestiere dello scrittore. Per creare trame avvincenti, infatti, un autore ha il dovere (e il potere) di liberare la fantasia e di applicare la giusta dose di curiosità e follia al suo elaborato.

Questo principio è l’indiscutibile pilastro di “Longbourn House”, romanzo dell’inglese Jo Baker, pubblicato da Einaudi qualche anno fa.

La trama è affascinate e innovativa. Longbourn è la dimora della famiglia Bennet, sfondo delle vicende del mitico “Orgoglio e Pregiudizio” di Jane Austen, il romanzo eterno, uno dei più conosciuti al mondo. In “Longbourn House”, Jo Baker affida la voce a un narratore d’altri tempi, serio e discreto, che ci apre le porte delle cucine, delle camere in soffitta, delle stalle; che ci presenta Sarah, la giovane e coraggiosa cameriera; Mrs Hill, la governante che si occupa della famiglia con saggezza e apparente rassegnazione; Polly, la piccola cameriera di casa; Mr Hill il maggiordomo tuttofare silenzioso e James, il valletto che giunge da lontano e che, con il suo fascino semplice, incanta la servitù.

La cucina della casa di Longbourn è la scenografia attorno alla quale le vicende della servitù si aprono a ventaglio su un’infinita serie di spunti culinari. Già dalle prime battute, si entra nel vivo. Nella prima parte del volume si incontra spesso il privilegio che l’essere al servizio dei Bennet genera: i pasti sono regolari e abbondanti. Mrs Hill ne è consapevole e vorrebbe che anche le giovani cameriere riconoscessero l’agiatezza che si nasconde nei piatti colmi di frattaglie condite con mostarde e conserve di mele; mentre accoglie il nuovo arrivato, James, con panini al formaggio e prosciutto e una fetta di torta di uva spina; mentre cura la febbre di Sarah prima con brodo, e poi con un piatto di mele e nocciole; quando davanti a un burroso muffin informa Sarah delle serie intenzioni di uno spasimante che l’ha chiesta in sposa. Per Mrs Hill la cucina di Longbourn è il mondo da difendere, quando Mr Collins, l’uomo serio che detiene il controllo finanziario della famiglia Bennet, giunge in visita e lei improvvisa un servizio a base di gallina e zuppa, frutta e nocciole ed è sollievo, quando Collins si fidanza con Mrs Lucas, la giovane donna che da bambina adorava le sue crostatine al limone.

Per Sarah, invece, la questione è più complessa. Servire muffin, tè, fette di torte di mele e zuppe di porri, timballi e stufati è la conferma della sua inferiorità e delle responsabilità cui è chiamata; è rinuncia ai sogni e al desiderio di essere donna; è la dimostrazione di ciò che non avrà mai. Sarah lavora, raccoglie mele, le sbuccia e s’innamora. La paura, la confusione e i sentimenti bruciano come la brace nel camino e lei teme di soccombere, in balia dei sentimenti che non conosce. Sarah si nutre ma non si sazia, anche quando il suo lavoro si alleggerisce, nella dimora dei Darcy al servizio di Mrs Elizabeth, e le sue colazioni sono a base di uova, pesce per pranzo e dolci tentazioni serali. I suoi sensi sono sempre pronti a cogliere ciò che gli altri non sanno (o non vogliono) cogliere. Ed è proprio il suo digiuno emotivo a spingerla ad abbandonare le comodità di casa Darcy: solo James può saziare la sua fame.   

James è il nodo struggente del romanzo. All’interno della seconda parte, il suo percorso si dipana nei meandri della crudeltà di una guerra vissuta in prima persona. I rimandi sono così disperati e struggenti che inondano le pagine di crudeltà e disprezzo per la vita umana. Facciate intere di fame disperata, totale, mortale. La mancanza di cibo rappresenta la guerra. È la fine ultima, il fallimento universale, il tracollo dell’umanità.

“Longbourn House” è un romanzo ambientato in un passato che credevamo estirpato. Un tempo fatto di crudeli accordi, cattiverie e soprusi, di patti col diavolo e di diseguaglianze; un ambiente sociale chiuso, nel quale i privilegi sono riservati a pochi e rappresentano la salvezza; un mondo nel quale una donna abusata non ha altra scelta che mettere a tacere la sua sofferenza.

Leggere oggi “Longbourn House” significa provare un brivido lungo quasi quattrocento pagine perché quel tempo che credevamo superato è più attuale che mai e, soprattutto perché, quando il male cessa di esistere, è il bene a nascere e far sperare in un commuovente lieto fine.

EMOZIONI DAL PASSATO

L’opportunità nasce da una mancanza.

Se avessi ricevuto nuovi libri, probabilmente non ci avrei pensato. Mi sarei concentrata su trame inedite, avrei conosciuto insoliti personaggi e avrei accettato nuove sfide culinarie, intanto loro sarebbero rimasti lì a guardarmi, custodi di emozioni passate ed eterne, nella certezza di ciò che sono stati e che sempre saranno.

Invece, la quarantena ha aperto una finestra sul quel passato nel quale torno con piacere, per accettare il presente e guardare al futuro con più fiducia.

Dopo “Canto della Pianura” altri titoli saranno i protagonisti di questa nuova sfida che riguarda tutti quei libri che non fanno parte della sfera “novità editoriali”.

Lo scopo sarà sempre lo stesso: unire sentimenti umani ed esperienze culinarie.

Sarà un viaggio lungo, curioso, riflessivo.

Io sono pronta.

Ricordi e promesse

Complice la pioggia, il brusco calo delle temperature e il vento che ha spinto l’aria contro le finestre oggi è tempo di pensieri.

Ritorno lungo la strada dei ricordi di un tempo, immagini sbiadite e accese, che cercano spazio nel presente.

Vedo una cucina imbiancata di luce bianca, un tavolo sporco di farina, un grembiule stropicciato e consunto, mani incerte, dita esperte, recipienti colmi di ingredienti grezzi. Sento violini, batterie, rime e canzoni, parole e battute. Sento profumi che si sprigionano e che abbracciano la musica rendendo l’aria ancora più piacevole. Colgo piccole certezze che calmano e infondono speranza, movimenti calmi e controllati, sguardi pazienti e attenti. Leggo pagine, ritagli colorati, sfioro la consistenza della carta. Resto in ascolto: c’è pace. Una pace virale che raggiunge ogni cellula di me.

I ricordi di quella cucina sono stati il fondamento della mia esistenza, anche se qualche volta non me ne sono curata.

La promessa è ricreare quella cucina, cullarla e crescerla, divulgarne la sapienza e la capacità di rendere grande un gesto semplice; è carpirne l’essenza, la certezza, la grandezza.

La promessa è una sfida: è tornare laggiù, nel passato e nei ricordi che l’hanno reso tale, raccogliere il meglio e portarlo nel mio presente.  

La creatività al tempo del Coronavirus.

Dovendo classificare i lavori di casa che trovo più deprimenti avrei già in mente il vincitore: la pulizia interna degli armadi. Quel togliere, riporre, piegare è qualcosa che rimanderei all’infinito. È un meccanismo infernale, sterile che amplifica le malinconie. Ho provato tutti gli espedienti possibili: musica, riflessioni ad alta voce, silenzi per aumentare la concentrazione. Ho provato a farlo nei giorni di pioggia e in quelli soleggiati; in quelli ventosi o afosi… niente da fare, la monotonia ha sempre superato le illusioni.

Se questo è vero per gli armadi, tutt’altra cosa riguarda la libreria e questo la dice lunga sul mio rapporto con i vestiti e i libri… anzi, diciamo che meriterebbe un articolo a parte…

Svuotare e riordinare la libreria è un piacere, non un dovere. Mi piace l’idea di accarezzare le copertine, sfogliare le pagine per sentire il profumo delicato della carta stampata e lasciar cadere l’occhio su qualche frase qua e là che mi ricorda la trama o una vicenda legata al protagonista.

E, proprio in fase di riordino fisico e di ricordi, ieri, mi è capitato tra le mani “Quando tutto sarà finito” di Audrey Magee, pubblicato da Bollati & Boringhieri. È uno dei libri più dolci e brutali che abbia mai letto, ambientato in Germania al tempo della seconda guerra mondiale. È una commuovente storia di sacrificio e amore, di odio e passione che non lascia indifferenti. Pur avendolo letto tempo fa, un libro così forte è fonte continua di riflessioni e stimoli.

La seconda guerra mondiale è stata uno sfondo concreto e realistico per moltissimi artisti: dal mondo della canzone al cinema, dalla letteratura alla pittura. Il mondo artistico ha tratto molto da quegli anni crudeli ma, molto spesso, a posteriori. Le vicende narrative cui mi riferisco sono tratte da libri scritti in epoca contemporanea le cui trame compiono un tuffo nel passato, una composizione studiata degli eventi e un immaginario (ma veritiero) complesso viaggio nelle emozioni e nel sociale. Il passato torna sempre, ma, come spesso mi è capitato di leggere, da un punto si vista più saggio, legato al presente e alla comprensione di ciò che è stato e degli errori compiuti.

A fronte di questo, la domanda che mi pongo oggi è che ruolo avrà l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo in questi mesi. Il prolungarsi dell’incertezza (sanitaria ed economica), gli sfondi sociali e lavorativi in bilico, i sentimenti contrastanti, la politica e soprattutto la solitudine e il perdurare della paura come cambieranno la creatività degli autori? Le trame, i personaggi, le scenografie e i temi creati pre-guerra contro il Covid-19 continueranno il loro viaggio o saranno influenzati e stravolti? E, infine, noi, lettori onnivori, cosa vorremo leggere in questi giorni sospesi e, soprattutto, “quando tutto questo sarà finito”?

NOVITA’

Questo blog nasce con l’intento di diffondere la potente coesione tra letteratura e cucina; da un’idea di passione e bellezza ma, soprattutto, dal desiderio di comprendere l’importanza dei valori che ci appartengono e che non possono essere scissi. Unione significa forza, sempre. Le arti in genere sono un complesso insieme di sfumature e sfaccettature la cui bellezza si perderebbe altrimenti.

E, in funzione di questo principio universale e in considerazione della prova che l’umanità sta vivendo, da oggi BOOD diventa anche uno strumento di condivisione e riflessione, pur mantenendo l’attività originaria. Ci saranno spunti, stimoli, analisi di notizie. Perché BOOD è unione e, mai come adesso, è necessario estendere questo principio fino a farlo diventare l’unico mezzo per guardare il nuovo mondo che ci aspetta.

“CANTO DELLA PIANURA” di Kent Haruf, NNE, traduzione di Fabio Cremonesi

Quando l’ho scelto non sapevo, ero ancora ignara e completamente assorta dal mio mondo imperfetto, dalla mia vita che, per molti aspetti, avrei voluto cambiare e stravolgere. La stessa vita per la quale mi affannavo a rincorrere stimoli, cambiamenti, gioie, alti e bassi.

La copertina mi ha conquistata, prima ancora del titolo. La foto rappresenta una pianura brulla, arida e selvaggia e quel soffio di vento che si addensa fino a diventare nebbia ha evocato la malinconia che avevo dentro, e che, evidentemente, avevo chiuso in un angolo recondito di me.

Confesso di aver letto “Canto della Pianura” nel mese in cui il mondo che abbiamo conosciuto è cambiato per sempre. Marzo : il mese della primavera, del cambiamento, della rinascita. Anno 2020: l’anno nuovo, quello che abbiamo enfatizzato, atteso, osannato. L’anno che abbiamo festeggiato, quello dei buoni propositi e dei nuovi progetti che credevamo irrinunciabili.

Ho iniziato “Canto della Pianura” nel momento in cui ho capito che niente sarebbe stato come prima e, adesso, ritrovarmi a estrapolarne significati e spunti conferma che questa storia resterà per sempre nella mia memoria.

Lo stile corposo di Kent Haruf e l’eccellente traduzione di Fabio Cremonesi sono stati una sorpresa. Lo stile narrativo è inteso, ricco, capace di riempire ed è talmente audace che con la sua esasperazione riesce a impreziosire gesti banali. Gli scenari sono così illustrativi che il lettore ha la possibilità di creare immagini struggenti e indimenticabili. E’ una scrittura al rallentatore, ma non lenta. E’ riflessione, tempo, pause. È quello che a me piace definire un romanzo corale, nel quale i personaggi prendono vita tra le pieghe della quotidianità, nel loro vagare continuo, verso una nuova e inconsueta meta. È uno specchio di vita nato ai bordi della periferia americana, laddove valori e lavori s’intrecciano in un nodo indissolubile ed eterno.

“Canto della pianura”, già dalle prime righe, richiama case di campagna, tavole di legno grezzo coperte da tovaglie di cotone colorate e profumi di un tempo. In questo contesto, la cucina è l’incarnazione della semplicità e del fascino, la più evocativa, in termini letterari.

Ci sono le uova strapazzate su pane tostato e marmellata, l’emblema della tipica colazione americana che Guthrie serve ai suoi figli, nella cucina che si è spenta da quando la moglie si è lasciata inghiottire dal silenzio; ci sono i pop corn che Victoria compra al supermarket convinta che la sapidità del mais attenuerà il senso di nausea che la spaventa; ci sono gli hamburger che lei e il fidanzato mangiano in macchina perché la solitudine è l’emblema del loro amore; c’è una mamma che esce dal suo silenzio per preparare la più dolce delle torte, quella al cioccolato, e una tavola illuminata, per celebrare il primo incontro con i figli, in quella che ha deciso, sarà la sua rinascita. E, ancora, c’è la durezza di due uomini vissuti per troppo tempo soli, i fratelli Raymod e Harold, che è rappresentata al meglio quando offrono a Victoria l’alimento più prelibato che conoscono, la bistecca al pepe, durante la loro prima cena insieme. Raymond, Harold, Victoria e la sua pancia che cresce a vista d’occhio sono l’emblema del cambiamento che, ancora una volta, si rivela a tavola, quando insieme alla carne, troviamo piatti di verdure, caffè, pane e pesche in scatola.  

Tutto ciò sarebbe già moltissimo invece l’autore si spinge ancora più a fondo quando da voce a un’anziana donna sola che, attraverso la ricetta dei biscotti di avena, insegna ai figli di Guthrie il senso più profondo della cucina e nel finale, dove una tavola apparecchiata di bianco e  illuminata dalla luce tenue ma splendente di alcune candele emana forza e speranza, sentimenti che mai come oggi siamo chiamati a ritrovare.

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