“L’amante di Barcellona” di Care Santos, Salani Editore, traduzione di Laura Marseguerra

C’è un alimento che, fin dall’antichità, è stato osannato e bandito, salvato e deriso. E’ un bulbo che, la storia narra, nacque in Asia e poi, per effetto di un massiccio riconoscimento dei suoi valori, arrivò in ogni dove. E, per chi non lo avesse mai visto, consiglio vivamente uno sguardo all’inflorescenza dell’Allium, che con le sue punte a stella, lilla, trasforma orti verdi in distese che fanno invidia ai più colorati campi di lavanda francesi.

Avrete capito cari lettori, sto parlando dell’aglio. Un elemento immancabile o estromesso dalle nostre tavole, un aroma pungente che, a seconda dei gusti, può risultare gradevole o meno. Un alimento che, nella storia letteraria e cinematografica, si è spesso reso protagonista nell’amplificazione della lotta tra il bene e il male, vincitore contro ogni malvagità spirituale.

Questo frutto della terra e del lavoro ritorna in auge, con maggiore spiritualità e con una perfetta collocazione letteraria, ne “L’amante di Barcellona”, l’ultima fatica di Care Santos, edito da Salani, tradotto da Laura Marseguerra e ambientato nella Spagna del 1800, una nazione ben diversa da quella che oggi noi conosciamo.

“L’amante di Barcellona” si colloca sicuramente all’interno del filone storico-letterario, uno di quei flussi particolari di nozioni e passaggi, di personaggi ed eventi realmente esistiti le cui vicende si prestano all’autrice per permetterle di crearne degli altri, frutto della sua fantasia. E’ un lavoro magistrale, se ci pensate. Uno studio complesso e un viaggio a ritroso lungo un percorso certo che si confonde con quello effimero. Perché non basta essere studiosi e appassionati della Storia, così come non è sufficiente rammentare date e ricorrenze: un’autrice come la Santos scende nel profondo della Storia, scava al suo interno facendo emergere soprusi e malvagità, ferite e disuguaglianze, lotte e vendette, poteri costruiti e bontà gratuite. Anime erranti, soprattutto. Anime indifese, in abbondanza. Anime che desiderano riscatto e perdono. E, ancora, la Santos, con la sua superba capacità di affiancare il bene al male e quel suo modo di narrare vicende violente come se fossero ordinarie, accompagna il lettore lungo un viaggio nella Spagna della guerra, la più infida e pericolosa, quella che a fianco di bombe e spade entra nell’uomo, nelle pieghe delle sue perversioni e piaceri, delle sue volgarità e gentilezze.

“L’amante di Barcellona” non è un testo immediato né di compagnia. E’, invece, sicuramente, una lettura di pazienza, i cui sviluppi lievitano nel tempo, per elevare il gusto finale e renderlo superbo.

La trama è intricata al punto giusto e, nonostante il genere, il tanto temuto sovraffollamento dei personaggi è stato evitato: in questo, ancora, la maestria di Care Santos è indiscutibile.

E, ogni riferimento culinario, amplifica la trama e le caratteristiche dei personaggi. Oltre all’aglio, infatti, i cui aromi pungenti e rassicuranti impregnano frasi e sorprese, in principio e in finale, gli stessi che emanano i vestiti e la pelle del fedele Girabancas, c’è un altro alimento che lega e che scorre fluido: il cioccolato.  Le sue note proprietà afrodisiache, umorali ed emotive servono per esasperare le emozioni dei molti volti che riempiono le pagine: a partire da Guillot il perno sul quale ruota la trama, la perdita della sua collezione di libri controversi e la scelta di vivere a Barcellona, proprio questa città che ha fama mondiale di commerciarne qualità straordinarie; a completare il banchetto delle nozze di Carlota con il perverso Pérez de Léon; il suo dolce profumo aleggia nella residenza – in primis- del Barone Maldà, colui che sorseggia cioccolata e, senza davvero rendersene conto, salva la vita a Filippo Brancaleone, uno dei personaggi cardine del romanzo.  Il suo aroma caldo e consolatorio torna prepotentemente nelle pagine del diario di Angel Brancaleone, figlio di Filippo, nella sua fortunata e impegnativa rinascita, quando davanti a lui, si presenta un’ottima occasione per tornare ai libri, la sua passione lavorativa e personale. E, infine, si presenta in tutta la sua sontuosità, durante una merenda che nasce con l’intento di essere godereccia e termina nel peggiore dei modi, per opera del solito Pérez de Lèon.

Non è tutto, ovviamente. Il viaggio lungo la Storia è la ricerca di un libro che viaggia indisturbato, beffando eventi e ricercatori. E, durante questa lunga ricerca, non mancano paste in brodo calde, condite con le verdure dell’orto (rape, cavoli e zucchine), polpette di carne accompagnate con salsa d’uovo e aglio, piatto che per Guillot segna l’ingresso in un’eterna vita amorosa; c’è il pane con le fave che con il suo apporto di proteine e carboidrati prepara la dura vita dei soldati e soprattutto quella, totalmente inesperta, di Filippo Brancaleone; c’è il rosmarino e la lavanda, i cui aromi sofisticati servono alla giovane Rita per rendere profumati i panni dei ricchi che lava e rimette a nuovo; ci sono abbinamenti inconsueti, come le pesche ripiene di carne che ci spiegano la natura originale del Barone di Maldà; c’è il pane di seconda scelta che l’arrivo della guerra impone ai più poveri mentre i potenti si godono fiumi di champagne; ci sono le creme a base di uova e vaniglia che La Ruga, una delle donne più emblematiche dell’opera, usa per salutare il generale Lechi; c’è violenza, quando un maiale viene ucciso e la folla impazzita vede, in quel groviglio di pelle e ossa, salami e salsicce; ci sono banchetti funebri a base di pasta e formaggio, cacciagione pregiata, creme, dolciumi per celebrare nobili caduti durante una delle tante notti violente che investono Barcellona; c’è un vassoio di pesche sulle quali cadono gli occhi di Angel nel momento in cui la sua vita sta per cambiare; c’è il vino buono e l’acquavite che disseta, quando un gruppo di amici si ritrova in bilico tra il lecito e l’illecito; c’è Carlota che ricorda confetti, il simbolo della sua dolce infanzia finita troppo presto. E c’è molto altro, credetemi.

La cultura culinaria semplice e antica, arricchita con prodotti dell’orto e del territorio, è un elemento fondamentale de “L’amante di Barcellona”, lo avrete capito. L’epoca storica e l’andamento delle vicende permettono di scoprire una cucina povera che affianca la più ricca e ricercata di sempre. Gli alcolici e le bevande in genere completano la trama e la riempiono di altre sensazioni, non sempre positive ma pertinenti.

“L’amante di Barcellona” non è un libro da leggere tutto d’un fiato, anzi, è vivamente consigliato il contrario: gustatelo lentamente, con un buon bicchiere di vino e, magari, una dolce tavoletta di cioccolato.

“LA PARTITA VA GIOCATA” di Annalisa Scaglione, Scatole Parlanti.

Una squadra nasce quando l’obiettivo diventa un bene comune da difendere o un traguardo da raggiungere. Il team è la casa all’interno della quale, nel bene o nel male, l’individuo abita e, con impegno e dedizione, la stessa può diventare una fortezza dentro la quale la sicurezza di appartenere diventa un premio irrinunciabile.

Annalisa Scaglione, nel suo “La partita va giocata” edito da Scatole Parlanti, parte proprio da questo presupposto quando ci introduce Crescobene, un ridente paesino stretto tra cielo, mare e terra, nel quale la squadra di calcio sta per affrontare un capitolo che non avrebbe mai voluto leggere: il parroco, Don Donato, annuncia la vendita del terreno di gioco sul quale sono stati raccolti successi e sconfitte ma che, nonostante tutto, resta il punto focale dell’intera comunità.

La quiete cittadina evapora tra pioggia e vento, cucine che non smettono di sfornare piatti e pensieri turbinanti, perché è evidente che non si tratta di una mera questione sportiva: la comunità intera sta per vivere un dramma tra ritorni e ricatti, amori e rancori, denaro e potere, fede e solidarietà.

E, in questo, ogni elemento culinario è incluso alla perfezione, per alleggerire o espandere le vicissitudini dei personaggi, tutti legati al bene comune: mantenere vivo il sogno di un intero paese.

A casa De Bellis se non fosse per la governante, probabilmente non ci sarebbero che stoviglie antiche e lussuose perché Isotta, fasciata nei suoi tubini Chanel, possiede molte qualità ma non la mano determinata che serve in cucina. E’ la Doris che non fa mai mancare un arrosto con patate, la domenica, per il pranzo. Aldobrando, il capofamiglia, ama il Brunello, il dolce aroma dei sigari, il suo impegno a mantenere alto il livello economico della famiglia e della comunità. Annabella guarda i genitori con stima e curiosità certa che i suoi cereali siano più “indicati” per una colazione frugale e dietetica mentre suo fratello Isacco predilige i krapfen convinto che gli zuccheri alla mattina rendano più forti e concentrati, in campo soprattutto. Annabella inizia la sua ricerca, circa il mistero che incombe sulla piccola cittadina, e si aspetta un aiuto concreto da una delle donne della comunità quando finge di dover preparare la migliore bavarese al limoncello di sempre e, ancora, riemerge da quelli che credeva ostacoli, quando si lascia convincere ad assaggiare i frisceu e si rende conto di quanto siano buoni.

Nella casa del Don, quell’uomo buono e gentile, il punto di riferimento che ogni essere vivente dovrebbe incontrare, almeno una volta nella vita, zia Marta occupa il posto di gran prestigio: gli rende la vita più leggera, preparandogli caffè mattutini, una super carbonara e il minestrone settimanale. Lui, senza indugi, funge da vetta, nella vita sua e in quella di Michelangelo, l’unico figlio di Marta. E proprio lei, Marta, che sforna focacce alla salvia per affrontare il gruppo di donne che temono lei possa sapere molto più di ciò che vuole ammettere, vista la sua vicinanza al Don, che prova una punta di gelosia, quando si accorge che il suo figliolo non ha mangiato il pranzo che lei solitamente prepara ma una torta di bietola fatta male, col bordo di pasta troppo alto.

Per Michelangelo, invece, le questioni sono tante, aggrovigliate, complesse. Ci sono segreti che non ha mai voluto chiedere e una sicurezza che inizia a vacillare. E’ consapevole di ciò che sta accadendo, quando ordina tramezzini con tonno e insalata, davanti alla dolce Annabella e, lo è ancora di più quando la invita a mangiare la pizza – vegetariana per lei – con la scusa di voler capire qualcosa in più di quel pasticcio nel quale la squadra è caduta. E, ancora, si sente lontano ma vicino, forte di andare ma voglioso di restare, quando pensa al sapore denso del ragù di sua madre che, è certo, non ritroverà mai, in nessun luogo del mondo.

A casa di Alba, la tavola è un affare serio, soprattutto nei momenti difficili. Per suo figlio – e unico uomo di casa dalla morte prematura del marito – prepara il tavolo della cucina a festa con marmellata di fichi casalinga, caffè, rooibos rosso, burro e pane fresco e, prima di iniziare il giro di telefonate per indagare l’indagabile, anticipa i pasti del giorno preparando il roast beef.

E poi c’è il Mister, che coi ragazzi ci sa fare e che ogni tanto perde la testa e la ragione a causa della solitudine che gli è caduta addosso e che ancora non ha del tutto capito come gestire. Lui e i ragazzi, Michelangelo soprattutto, affogano paure e sentimenti tra le pieghe delle sfogliatelle appena sfornate, nelle mattine in cui tutto sembra troppo difficile per essere vero. E, nei  momenti di sconforto, quando il passato bussa con prepotenza alla porta, senza che lui sia davvero pronto ad affrontarlo, si accanisce sulla pizza, nella speranza che la magia dell’impasto lievitato si porti via le sensazioni sbagliate che sta provando, dopo la notizia della vendita del campo da gioco.

Il viaggio a Crescobene è un vagare tra torte di mele e cupcakes che servono da spinta per affrontare problemi e segreti, è il profumo della focaccia, quell’inconfondibile dolce-salato che nasce con il preciso intento di rassicurare e curare, è riconoscenza e appartenenza a un luogo per il quale vale la pena lottare.

La capacità di trasformare semplici vicende in grandi romanzi è uno dei talenti più ricercati e preziosi, in letteratura. Sono poche le penne che riescono in questo intento, senza sbiadire la trama e soprattutto garantendo una buona suspence in tutte le fasi del racconto e, in questo, Annalisa Scaglione si impone con grande maestria, lasciando qua e là, anche piacevoli punte di ironia pungente e messaggi profondi da cogliere. La lettura scorre piacevole, arricchita da dialoghi leggeri e mai banali; i personaggi sono costantemente in equilibrio all’interno della  scala narrativa e questo rende “La partita va giocata” un romanzo dolce e forte al tempo stesso, che avvicina il lettore e lo conquista, fin dalle prime battute.

“TI REGALO LE STELLE” di Jojo Moyes, Mondadori Editore, traduzione di Maria Carla Dallavalle

Momento fortunato, cari lettori, nonostante tutto.

Epoca propizia e privilegiata, cari amici, malgrado le avversità.

Non sono impazzita né ho perso la ragione all’improvviso, credetemi. La verità è che, in questo articolo, vorrei che giungesse a voi la scia di ottimismo che mi ha investito, durante la lettura di “Ti regalo le stelle” di Jojo Moyes, edito da Mondadori e tradotto da Maria Carla Dallavalle.

Oggi la nostra esperienza di lettori è voglia di conoscenza e gusto, piacere e ampliamento dei nostri orizzonti. La nostra vita di lettori è sinonimo di passione e ricercatezza, oltre che un’occupazione lavorativa redditizia per qualcuno. Abbiamo molte possibilità, siamo in grado di scegliere, senza limiti. Oggi siamo liberi di decidere metodi e generi, tempi e modi. Siamo lettori autosufficienti e la lettura, se davvero è tale, è una delle poche sfere in cui l’uomo ha raggiunto la propria indipendenza.

Nel secolo scorso, invece, la possibilità di affondare il naso tra le pagine profumate di sapere era spesso un privilegio per pochi. Non solo. I generi ammessi – quelli che resistevano alle oppressioni e ai divieti – erano così pochi che si potevano contare sul palmo di una mano. Famiglie intere erano private dalla libertà di leggere e l’immaginario comune descriveva i libri come una notevole perdita di tempo e, qualche volta, della ragione.

L’inconfondibile capacità descrittiva di Jojo Moyes, ricca di fotografie, suggestioni e dialoghi affascinati, ci accompagnano in una trama forte e delicata al tempo stesso, romantica ma non sdolcinata, ispirata a una storia vera, coraggiosa e audace: cinque eroine diverse tra loro come il giorno e la notte che, sfidando un mondo ostile, maschile e corrotto, bigotto e chiuso attorno a una religione opprimente, si sono messe in testa di cavalcare le più remote aree montuose del Kentucky “solo” per diffondere la magia dei libri.

Sono cinque: semplici ma complesse, amiche ribelli e spesso indomabili, forti come un fiume in piena, costanti e determinate.

Sono DONNE e la Moyes scava nelle loro personalità fino a far emergere le loro anime, le sfaccettature del loro io più nascosto, le paure e le tensioni, ma soprattutto il desiderio di libertà che è così dirompente da essere il vero legame che riempie le loro esistenze.

C’è Margery, la leader, lei che durante la sosta, nei viaggi lungo il freddo pungente, si preoccupa di rassicurare Charley (il suo più che fedele mulo) e gli promette una scodella di melassa calda per cena; quel suo modo di mantenere la calma e spuntare i fagiolini per evitare l’ennesima proposta di matrimonio di Sven; il suo caffè, sempre più nero e concentrato, dal sapore deciso e totalizzante; la zuppa calda che Sven le serve nel vano tentativo di rassicurarla, dopo quell’ingiustizia che ha subito e che cambierà per sempre il corso delle cose; quel piatto doppio di verdure e patate che il suocero di Alice non mangerà perché lei ha capito la malignità dei suoi traffici e il danno che ha inflitto alla comunità.

C’e l’illusione di Alice, quella tipica di una giovane sposa, che inizia a sgretolarsi troppo presto, davanti a un pasticcio di carne e patate non riuscito; la sua tiepida ribellione quando, davanti al suocero la cui presenza incombe nel suo matrimonio, ammette di non aver mai amato le braciole di maiale; la consueta sensazione di non appartenere al luogo in cui vive, quando cerca di adattarsi alla cucina del Sud, il cui podio è formato da pomodori verdi fritti, cavolo nero e dolcetti di mela, gli stessi che cerca di replicare, sbagliando dosi e tempi di cottura; il suo disgusto più per le parole taciute del marito che per la mancanza di buone maniere quando a tavola c’è del profumato pane di mais; il suo vano tentativo di coinvolgere il marito in un têtê-à- têtê a base di torta di melassa e prosciutto; un piatto di fagioli neri che attirano l’attenzione di suo marito, la stessa che dovrebbe riservare a lei, quando il suo ruolo di bibliotecaria viene definito un ostacolo alla procreazione e alla buona gestione di una famiglia. C’è il gelo che l’attanaglia, molto diverso da quello che le intorpidisce la mani, in montagna, quando assiste alla macellazione del maiale; la colazione a base di pane e uova che si prepara nel silenzio di una casa che l’ha accolta e che sta, lentamente, curando le ferite che la libertà le ha causato. E poi c’è l’attenzione che le riserva Fred quando, per addolcire il suo caffè porta della panna in biblioteca, delle mele succose per rendere più gustoso il lavoro e una zuppa di pomodoro per rendere meno dolorosa una violenza ingiusta e inaccettabile e quando, finalmente, forte dell’audacia che solo i sentimenti veri possiedono, organizza una cena a base di stufato di maiale.

C’è Sophia che dietro al colore della pelle nasconde un animo amorevole, sapere e pazienza, capacità organizzative straordinarie e che serve a Margery un bicchiere di salsapariglia insieme a confidenze pericolose e rischiose;

C’è sempre il profumo delle mele appena colte, quello dolce e rassicurante, quando la timida Isabelle “Izzy” si lascia convincere che la sua disabilità non ostacolerà la sua cavalcata tra i sentieri di montagna e che, in fondo, non aspetta altra occasione per trovare il suo posto nel mondo.

C’è Beth e il suo essere sopra le righe, quei suoi modi duri di ragazza cresciuta da sola in perfetta simbiosi con la durezza della campagna, e il suo liquore alle mele, forte e deciso, che offre ad Alice e che, le promette, non le farà male.

C’è Kathleen, una giovane coraggiosa che ringrazia Alice donandole la ricetta di famiglia della torta di mele e miele per la compagnia e soprattutto per aver alleviato le sofferenze fisiche del marito, con la lettura, solo per qualche ora; ci sono donne che stringono mani e occhi tra le righe di libri di cucina, amore e matrimonio, e ci sono bambine che grazie alla lettura imparano indipendenza e ricette di torte a base di pesche.

E poi ci sono le pause pranzo a base di semplici sandwich che introducono storie di uomini e donne che vivono di terra e cielo, di sacrifici e sogni, le stesse che gettano le basi per un’amicizia controversa ma autentica per la quale è un dovere lottare.

“Ti regalo le stelle” è un inno all’amicizia, al coraggio delle donne, al desiderio di felicità. È un simbolo di lotta e uguaglianza, di possibilità e rinuncia, un affresco che riproduce la Storia e che invita, come sempre a una scia di profonde riflessioni.

E, senza dubbio, è un romanzo “di ritorno” perché ci insegna che chi lotta per il Bene, alla fine, tornerà vincitore.

“TRE BACI”di Katherine Pancol,Giunti,traduzione di Bérénice Capatti

La luna alta nel cielo lascia cadere i suoi raggi nel fiume che, con aria lenta ma solenne, bagna le sponde della città. Il vento, intanto, fa vibrare l’aria: è un vento tipico del Nord, teso, freddo. Le strade sono tante, infinite, di rara bellezza; alcune si attorcigliano lungo vicoli lastricati, altre si arrampicano fino a raggiungere chiese austere che ricordano epoche ricche oppure si allungano in viali alberati, accanto a hotel le cui finestre sono illuminate da luci sfavillanti ed eccitanti. I profumi della città sono dolci, sublimi, antichi e ricercati. I cittadini sono fieri, eleganti, sicuri di appartenere a uno dei luoghi più osannati d’Europa. I colori delle stoffe più pregiate al mondo riempiono atelier e showroom.

Sì, amici, siamo a Parigi, nella Francia più francese, quella che vive di armonia e suggestioni, di romantiche evasioni e di sogni eterni. La città che è Bellezza e Cultura e che ricorda intramontabili storie romantiche che hanno riempito scaffali casalinghi e librerie di ogni marchio.

Vi prego, cari lettori, prima di iniziare il lungo viaggio tra le pagine di “Tre Baci” dimenticate l’immagine di dolci dichiarazioni d’amore sul far della sera, nei pressi della Senna o in un romantico ristorante di Montmartre, davanti a un foie gras o a un piatto di ostriche: le quasi settecentocinquanta pagine che vi aspettano escludono quasi totalmente tenerezze e poesia.

Katherine Pancol, in questa fortunata opera narrativa, edita da Giunti e tradotta da Bérénice Capatti, riprende molti dei personaggi dei suoi precedenti romanzi e li riadatta a una nuova, intricata, trama.

Siamo nella periferia parigina e, spesso, i personaggi si spostano in città. Tra loro ci sono equilibri precari, una serie di vicende apparentemente lontane e in fondo unite, affari e sentimenti, tradimenti e ritorni, e tanto (tantissimo) animo. Un’interiorità da comprendere, appoggiare, fuggire e condannare. Ci sono raggi di sole: amore e amicizia, strettamente legati tra loro, sentimenti puri che lottano con coraggio per sopravvivere alla follia umana. C’è violenza, in “Tre Baci”, psicologica e fisica, nuova e vecchia.

La scelta di ambientare le vicende di Stella, Adrian, Tom, Dakota, Hortense, Zoé, Camille, Junior, Jêrome, Julie, del fantasma di Ray e di tutti gli altri non è forse un caso: l’alone di raffinatezza che nell’immaginario collettivo si attribuisce alla Ville Lumière si scontra con violenza a tratti cruda, indomabile e inaccettabile, che si trova tra le pagine. Un modo come un altro per farci riflettere su quanta importanza (o meno) abbia il luogo in cui l’uomo conduce se stesso e la propria esistenza, e quanto lui sia disposto a sacrificare, pur di averne in quantità, accanto a sé.

La Pancol costruisce, unisce, taglia, annienta vicende e personaggi e, in questo, la sua grande capacità narrativa è unica: ognuno ha il suo spazio, ogni elemento trova la sua giusta connotazione. Non si trovano affollamenti, né spazi temporali che confondono. Tutto ha un seguito. Semplicemente.

E, in questo entusiasmante groviglio di anime, la cucina (anche la francese) si eleva in tutta la sua perfezione, accentuando e distruggendo personalità e vicende.

C’è Stella che gusta piatti, lavora di forza fisica e coraggio, mentre si lamenta delle quantità e si concede una lunga cena con la sua famiglia a base di pane, vino, formaggio e insalate,  gelato e cookies che suo figlio Tom aggiunge sul finale o alla festa di fidanzamento di Julie, la sua migliore amica, a base di rilettes, quiche alle zucchine e tramezzini al salmone; che si preoccupa per la fame di Adrian, suo compagno, quando affetta il pane e vede la forza che lui mette in quel gesto apparentemente semplice.

C’è Julie che teme una zolletta di zucchero, la stessa che, se solo avesse il coraggio di lasciar cadere nel caffè, le restituirebbe un po’ della dolcezza che, lentamente, sta perdendo.

C’è Tom la cui adolescenza dovrebbe essere fresca e invece è in perenne lotta contro fantasmi che non se ne vogliono andare. Tom che non vuole più andare alla mensa scolastica perché il merluzzo scongelato – freddo, gommoso-  non può competere con la cucina di casa, con l’arrosto caldo e succoso, l’insalata di barbabietole, il patê e la mela condita che la dolce e sempre presente Suzon prepara per tutti.

C’è Adrain la cui voglia di riscatto è così forte da accecarlo e da obbligarlo a una compagnia di dubbio gusto che può sopportare solo davanti a un timballo di molluschi, una sogliola grigliata e un vino pregiato.

C’è Hortense che per un attimo dimentica l’ambizione di diventare la numero uno al mondo e divora un dolcissimo pollo al limone in salamoia, in compagnia di un enigmatico bambino e s’innamora di nuovo del suo Gary, quando lui le fa recapitare, direttamente dall’America, il vino che ha sancito il loro amore.

C’è Elena che gusta croissants (i migliori di Parigi, direttamente al Ritz) e vendetta; Gary che capisce il significato di sacrificarsi per amore davanti a un waffel e un’amicizia che nasce tra macarons al cioccolato e al caffè.

Mi fermo, non perché sia finita. Ci sarebbero ancora moltissimi spunti, riflessioni, conferme ma, per natura, non sono attratta dalle recensioni troppo lunghe e credo che queste mie parole possano considerarsi più che sufficienti a spiegare i motivi che mi hanno convinto, circa “Tre Baci”.

Ciò che invece mi pone dubbi (molti) è la seguente domanda: la bellezza salverà l’uomo o sarà l’uomo a salvare (e divulgare) la bellezza?

“PEGGIO PER CHI RESTA” di Valeria Corciolani, Amazon

Adattare” è un verbo che mi piace molto. Nasconde un significato che non smette di stupirmi e che s’intona all’epoca moderna e a quella che verrà. Mi piace l’idea di riconsiderare una skill, di rivalutare un ambiente, o una circostanza, al fine di rendere ottimale (per se stessi ma anche per gli altri) un evento inaspettato e all’apparenza negativo. Il campione è chi possiede la capacità di trasformare un’azione a lui sfavorevole in un atto di successo; chi dimostra di sapersi adattare alle circostanze con maggiore prontezza e abilità.

Se partecipassi a un gioco e dovessi attribuire un verbo a un nome di un personaggio di un romanzo non avrei dubbi: “adattarsi” sarebbe quello che sceglierei per Alma.

Alma è l’acuta colf dell’ispettore Jules che, nel nuovo romanzo della saga, dal curioso titolo “Peggio per chi resta”, scritto da Valeria Corciolani, pubblicato da Amazon, continua la sua scalata e conquista il lettore, anche (e soprattutto) quello meno propenso a esserlo.  

Alma sa giocare le sue carte e questo le permette di adattarsi al cambio di destinazione che tramuta una semplice vacanza in Valle d’Aosta in un viaggio a ritroso, in un passato che poi tanto passato non è. A bordo del furgoncino, lo spazio libero è una vana illusione. I sedili sono occupati da Jules, naturalmente, con i suoi sorrisi ambigui e la sua sicura incertezza, la suocera – l’Alfonsina- coi suoi modi spicci e diretti, l’orda di figli e figliastri le cui aspettative ridisegnano i profili della valle che vide nascere Jules e la sua carriera in polizia.

Alma le gioca tutte, le sue carte, quando appena arrivati, Jules si trova catapultato in una vicenda che credeva risolta, il suo primo caso, e la scomparsa di Lia, un’antica e dolce conoscenza.

Alma sa giocare, davvero, quando mette a frutto la sua capacità di analisi e ricerca, da Lia, davanti a un frigorifero che ospita qualche oliva, del parmigiano e una bottiglia di vino bianco e accanto a una bella zuppiera da corredo che giace sul piano lavoro; quando ascolta la confessione di Jules, il quale non ci gira troppo intorno e ammette che non riesce a stare lontano da casa sua per via dei profumi di “cucinato” e di quel buono che lei e la sua famiglia emanano; quando il gruppo, in compagnia di Marcel e Alina, rispettivamente fratello  e “nuova” cognata di Lia, si siede al tavolo e affonda forchette (e commenti) nella polenta concia; quando sospira, per quel pranzo frugale a base di toast che è ben lontano dal piatto di tagliatelle al ragù che stanno mangiando i ragazzi ma che le è indispensabile, se vuole rubare tempo al tempo e aiutare Jules a uscire dal vicolo cieco nel quale sembra essere precipitato da quando è tornato in valle; quando guarda il figlio di Jules, davanti a un’abbondante dose di gratacul (la marmellata di rosa canina dal nome ambiguo che fa nascere commenti divertenti tra i ragazzi), toma e caffè, e vede per la prima volta la sua bellezza.

Intorno alla vicenda, Valeria Corcolani tesse una tela di curiosi personaggi, profumi genuini e sapori di montagna: c’è Piera, la viceispettrice incaricata del caso, che quando si tratta di dieta adora trasgredire e che non si preoccupa del protocollo intingendo un torcetto di Saint Vincent nel cappuccino; c’e Stefano, uno dei più vecchi amici di Jules, dalle cui mani nasce il miglior meculin della valle, il pane dolce tipico di Aosta; c’è l’Alfonsina che sguscia piselli e quando le capita di vedere i panini che vengono cotti insieme alla loro farcitura s’inalbera (a giusta ragione!); c’è l’acuto olfatto della dolce Bonnie che spinge la trama e, infine, i ragazzi che mangerebbero crêpe anche a mezzanotte.

Ma soprattutto c’è tanta ironia, e questo è la crema che regge frasi, colpi di scena e capitoli. La trama acuta, studiata, enfatizzata dai dolci profumi della montagna, è caratterizzata da passaggi divertenti che sanno alleggerire il gusto thriller che è la base del romanzo. La capacità della Corcolani, in questo, si erge maestosa, liscia e senza grumi: una scrittura creativa al punto giusto, leggera e vivace, che sa discernere e distinguere, ammaliare e divertire, consolare e gratificare. Una scrittura leggera sì ma non banale che ha il pregio di potersi adattare a qualsiasi genere l’autrice vorrà sperimentare.

“CORREVA L’ANNO DEL NOSTRO AMORE” di Caterina Bonvicini, Garzanti Editore

Vi ho mai parlato delle parole che definisco “cerchio”?

No, non credo…

Ve le presento.

Le “cerchio” sono parole di uso comune, adatte a semplificare o ad amplificare, a ridurre o a esasperare, argomenti e concetti. Queste parole racchiudono significati profondi, possono restare ferme oppure muoversi, rallentare o accelerare. Le parole “cerchio” hanno il potere di vivere una propria esistenza all’interno di una frase, o di una narrazione, e di cambiarne il senso; sono piene, ricche, eterne; si chiudono sul loro significato come per proteggerlo, per renderlo ancora più prezioso.

Il sostantivo “amore” fa parte di questa categoria.

Nel romanzo “Correva l’anno del nostro amore” di Caterina Bonvicini, edito da Garzanti nel 2014, la mia idea di cerchio si spinge oltre il singolo vocabolo che termina, anticipa e spiega, la trama. Una trama a intreccio, tra l’altro, costituita da una partenza e un arrivo, come accade nei romanzi storico-sentimentali, dove nel mezzo si insinuano curve e voragini che tagliano dinamiche e certezze.

Valerio e Olivia. Sono loro gli estremi del cerchio. Sono loro i due universi che si rincorrono e si cercano, contro ogni lontananza e ogni promessa. Lei, figlia e nipote di ricchi industriali, lui, figlio della servitù. Lui, narratore leggero, nucleo da cui dipendono gli eventi; lei, costante protagonista, anche laddove il suo nome non è riportato, anche (e soprattutto) nelle pagine in cui manca la sua presenza fisica.

Valerio e Olivia s’innamorano davanti a un panino con la mortadella e un succo di frutta, quando sono bambini, pronti per andare alla scuola materna, e quell’amore li rende vicini, vicinissimi, soprattutto quando sono lontani: quando la sera, in villa, ci sono le feste e gli invitati si godono caviale in antipasto e arrosto a cena; quando lui approda a Roma, nella strada di quartiere dove nessuno t’insegna le regole, in quella casa minuscola dove la sera, sul tavolo, svetta un piatto abbondante di spaghetti fumanti; quando la vita li spinge nella direzione opposta rispetto ai loro desideri e Valerio si trova, ancora, nelle pieghe della ricchezza, a casa di un amico che resterà una presenza fissa nella sua vita, a bordo piscina, davanti a una coppa di champagne, formaggi pregiati o pinzimonio.

Valerio pensa a lei, quando spaccia le merendine a scuola, più per il gusto di affermarsi che altro; ritorna da lei, ospite alla sua festa di compleanno, pieno di dubbi e paure, e il ricordo delle tagliatelle al ragù lo riempie di coraggio; le allunga un panino, quando la ritrova, bella come sempre e all’apparenza più sicura di come l’aveva lasciata; si lascia riscaldare da una grappa, quando la ritrova per l’ennesima volta, come per lavar via quel freddo pungente che gli ricorda che è lei che vuole, anche se la vita l’ha portato lontano, tra le braccia di un’altra; si riempie di lei, quando torna nel luogo che lo rincuora, l’unico rimasto, una ruspante trattoria romana dove un piatto di pasta al guanciale e un vino che non si dà tante arie diventano base per confessioni e comprensioni.

E poi c’è la famiglia, quella strana famiglia Morganti che Valerio non può dimenticare. La nonna Manon, che racconta Shakespeare e ordina alla servitù risotti raffinati e creme all’arancia; il nonno Gianni che occupa il posto di capofamiglia, un ruolo che la moglie gli concede in uso; i genitori di Olivia, lui apparentemente l’uomo del momento, perfetto, incorruttibile, lei la donna che sa stare al suo posto, convinta che la vita sia tutta lì, pronta per essere vissuta; la Villa, quell’immensa casa dove la ricchezza sposa l’eleganza, dove i pasti sono annunciati dallo squillo della linea interna e dove è rimasto un pezzo di cuore.

In ogni descrizione e in ogni passaggio Olivia è lì. Lui non può far a meno di lei, e lei che occupa la sua mente, i suoi gesti, le sue notti, perfino le sue decisioni.

 “Correva l’anno del nostro amore” è un romanzo che racconta la Storia Italiana fatta di eventi politici, sociali, di tradimenti e corruzione, di responsabilità e vizi, di paure e desideri, di quotidianità ed eternità. È un esempio perfetto di come sentimenti, azioni, destino e verità, abbinati a una penna precisa ed evocativa come quella della Bonvicini, siano gli ingredienti perfetti per trasformare una buona trama in un libro che si legge tutto d’un fiato e che apre sipari su profonde riflessioni.

“La sposa in grigio perla” di Ornella Stocco, Amazon

Che il grigio sia un colore misterioso è un fatto noto.

In arte, questo colore nasce da un’intuizione, da un’unione, da un’esigenza di accorpare e dal desiderio di novità. A creare questa nuance non è solo l’abbraccio tra il bianco e il nero: l’altro metodo più diffuso è quello di unire eguali quantità di colori primari. Il risultato è sempre lui: il grigio.

Nella moda, questa sfumatura è stata osata e osannata. In tempi antichi le ampie gonne delle donne aristocratiche venivano adornate con fiocchi che spesso si riflettevano nei nastri che legavano lunghi capelli ricci e voluminosi; e, in epoche più recenti, le stoffe dei moderni tailleur spezzati hanno reso il grigio il colore più elegante e raffinato.

Paola, la donna che riempie le pagine dell’ultimo lavoro di Ornella Stocco, ha il grigio negli occhi. La luce naturale del suo sguardo si riempie di sfumature e vibrazioni, tanto che questo colore la rende ancora più affascinante, quasi mistica, unica come una perla di rara bellezza.

Paola è una donna moderna, di tempo in cucina, quando è con Daniele, il suo compagno storico, ne passa ben poco. Al massimo si concede una pasta che risulta assai scotta e, nelle situazioni difficili, si affida alla rosticceria sotto casa. Beve grandi quantità di caffè e confidenze, nella sua prima vita, fiumi di camomilla, nella seconda vita che lei stessa si è scelta, inconsapevole di quanti ostacoli dovrà affrontare.

Paola con Francesca che è la sua amica storica, si concede la leggerezza della sera, davanti a una pizza fumante, rigorosamente in pizzeria, quando ancora crede nel futuro; si abbandona a dolci e caramelle, per accettare la solitudine e le domande che superano le risposte.

Paola adora affondare le mani nei pop corn quando guarda un film al cinema, e si concede infusi di valeriana, quando le sue illusioni amorose diventano certezze pesanti sul cuore, come un macigno appuntito.

Enrico è figlio di Luigi, un uomo che ha costruito la sua azienda mattone dopo mattone, sacrificio dopo sacrificio e che, davanti a una cioccolata calda, è riuscito a conquistare Emma e a convincerla a restare con lui, a formare una famiglia e a costruire un futuro stabile.

Enrico è un uomo che nasconde se stesso dietro a tovaglie raffinate che riempiono di colore le sale di più lussuosi ristoranti; che sorseggia vino pregiato per provare ad accettare il suo io più oscuro, lo stesso che gli fa “dimenticare” la sua Paola e il profumo dei filari di uva e granoturco che inondano l’aria attorno alla sua grandiosa villa.

Ornella Stocco possiede un dono. Il suo non è un segreto inconfessabile ma anzi è un talento da diffondere: ha la capacità di entrare nelle pieghe delle esistenze. Non è semplice farlo. La vita di ognuno di noi è un accavallarsi di fatti, emozioni, tradimenti e delusioni che solo con un grande sogno può rendere più vivibile. L’esistenza è un bene superbo e l’uomo non è spesso all’altezza di questo dono. L’autrice ne è consapevole e, con la sua scrittura diretta, amplia la trama di questo romanzo introspettivo, subdolo, rendendo ogni personaggio un’immagine di se stesso, in un contorno perverso ma mai volgare.

“La sposa in grigio vestita” è un viaggio nel dolore, nel tradimento, nella malvagità e mediocrità dell’uomo e dei risvolti, spaventosi, che egli causa a se stesso e a chi crede di amare. Ma, oltre questo, è uno spaccato riflessivo, un libro che, grazie a colpi di scena dosati e in linea con la scelta narrativa, permette al lettore di chiudere il finale e di “sentire” l’amaro in bocca che altro non è che la consapevolezza di dover cercare, sempre e solo, amore e semplicità.

“Bouquet” di Jeanette Baker,Sperling & Kupfer, traduzione di Elisabetta Lavarello

Ti piace giocare facile, direte.

Ti sei scelta la via più breve, commenterete.

Che ovvietà, aggiungerete.

Vero solo in parte, confesso, ma lasciate che vi rubi qualche minuto, prima di parlarvi di “Bouquet”.

Niente è semplice, dicevano i saggi. E io sposo questa tesi. Anche le questioni più ovvie, i lavori più umili, i rapporti più consolidati nascondono ombre e tagli, risvolti e lesioni più o meno profonde, gradini e ostacoli più o meno faticosi. È altrettanto vero che ciò che rende vera una vita è proprio la capacità dell’uomo di affrontare il cambiamento e renderlo un punto di partenza e non una fine.

Da qui, ammetto che la scelta di seguire un filone letterario nel quale la cucina è uno degli ingredienti fondamentali della trama non è stata una scelta semplice, anzi, per certi versi l’ovvietà è stata un ostacolo che, in alcuni frangenti, mi ha messo a dura prova.

Se vi proponessi alcuni passi del testo, semplicemente estrapolandoli o amplificandoli, la banalità del mio testo sarebbe improponibile, al limite del ridicolo.

Quindi, cari lettori, non vi sarà difficile comprendere quando sia complesso trasformare la banalità in semplicità.

Ora, dopo questa lunga ma doverosa premessa, cercherò di presentarvi “Bouquet”.

Questo è un libro che la californiana Jeanette Baker scrisse, e pubblicò, nel lontano 2005. La California è una terra dai mille volti, che troppo spesso è ridotta a un immaginario collettivo fatto di mare-sole-dolcevita. In realtà, l’oceano è solo una parziale visione di questo stato: il 45% è formato da foreste e il 25% dal deserto; l’area nord, per influsso di correnti miti, è la più verde, le provincie a sud, quelle rivolte verso il confine interno e più distanti dall’influsso dell’oceano, sono le più aride e secche.

La valle di Santa Ynez, una piccola area nella contea di Santa Barbara che si affaccia sull’oceano, costituisce l’ambientazione perfetta per “Bouquet”. Il paesaggio è un susseguirsi di dolci colline colorate da acini bianchi e neri, il cui aroma rende l’aria più raffinata. Gli spazi sono infiniti, a tratti. I terrazzamenti sono perfetti, armonici, formati da lunghi filari che sembrano non interrompersi mai, fino all’ultimo crinale. A Santa Ynez, la terra è un bene prezioso, che si tramanda di generazione in generazione; è la vita che scorre; è famiglia e impegno; è un devoto e inarrestabile senso di appartenenza che, qualche volta, crea solchi e diversità apparentemente insormontabili. Dalle colline e dai suoi frutti, infatti, dipende molto più che un raccolto: l’uva buona, raccolta secondo i più antichi metodi, le analisi preliminari e la creazione del mosto, può decretare la stabilità o il fallimento di famiglie e, al peggio, di un’intera comunità.

A Santa Ynez, i cieli e la luna contano più che in altri luoghi, l’acqua è il bene da custodire gelosamente, il vento e il caldo possono diventare amici o nemici, a seconda della stagione. Qui, le tradizioni sono vita e ogni possibile cambiamento, è visto con sospetto.

Non si entra in punta di piedi, alla tenuta De Angelo. Le fratture sono esposte, il destino ha già compiuto le sue malefatte e l’atmosfera è rigida, come la struttura che sorregge le viti. Francesca deve la sua forza alla terra che l’ha cresciuta, alla fatica e al sacrificio. Jake, il suo ex marito, è in transito, diretto nel suo cuore e nelle prospettive che il suo futuro sta per riservargli. Nick è il loro bambino, un legame, un vincolo, una dolcissima responsabilità. Julianne ricopre il ruolo materno, è mamma di tutti, nonna di Nick. Mitch sembrerebbe l’antagonista, padre di due gemelli problematici e soli.

Francesca sostiene di non sapere cucinare; Julianne è certa di non saper fare altro, ed è altrettanto certa di poter garantire la sopravvivenza della famiglia, sotto l’aspetto emotivo, lavorando in cucina.

Francesca ricorda la fine del suo matrimonio, quella sera, quando lei era uscita per comprare qualcosa di pronto, perché il tempo da dedicare alla cucina non c’era e lei era troppo stanca per farlo; Jake si rimbocca le maniche, quando è di ritorno alla De Angelo a causa di una frattura che lo obbliga a fermarsi e prepara costate e patate al forno; Julianne sforna dolci al cioccolato, torte al limone e scones, cuoce brownies, organizza un cappuccino bar, mette in tavola i gusti di ognuno, impasta sfogliatine di mela e sparge salvezza su un adolescente insicuro grazie a dei profiteroles.

Quando Francesca torna in cucina, il destino ha già tuffato i dadi e la strada è già spianata. È per Jake, per Nick, per Julianne e Mitch, per i ragazzi, ma soprattutto per lei e per quel sentimento che la tiene legata alla terra che le appartiene che compone insalate di gamberi e mais.

“Bouquet” è un libro nel quale la narrazione è affidata a un testimone che non teme di rivelare ciò che è stato, in linea temporale, e ciò che sarà. Nel bel mezzo di questa narrazione, i momenti, le sensazioni e i fatti del presente sono ricchi di vibrazioni positive, mai banali, tutti da vivere.

Scrivere di vino è una faccenda seria. Saper fare un buon vino è un’arte che pochi fortunati possiedono e che, per noi neofiti, emana un fascino irresistibile. E, infine, un tema tutt’altro semplice da usare come sfondo-trama per un romanzo: senza rimandi tecnici, infatti, si perderebbe la serietà che i grandi romanzi devono trasmettere ai lettori. Ultimo fattore, non per ordine d’importanza s’intende, è legato ai personaggi che, anch’essi, devono restare ancorati alla loro esistenza e a quel quadro immaginario nel quale l’autrice li ha collocati.

“Bouquet” è tutto questo. 

La vostra cucina in ufficio – quarta puntata

Buongiorno lettori e lettrici,

è passato tanto tempo, lo so.

Non mi sono dimenticata, né ho smesso di ideare proposte e gustosi mini-menù… la verità è che, durante questa fase di riapertura delle attività lavorative e non, ho preferito stare a guardare le reazioni del nostro Paese.

Non mi addentrerò in considerazioni che non mi competono ma, finora, ho assistito a un graduale, lento ma controllato ritorno alla normalità che, spesso, mi ha fatto pensare di essere sulla strada giusta per convivere col mostro che ha cambiato le nostre vite e che, per il momento, ha deciso di restare fra noi.

La rubrica, dunque, non è chiusa, anzi, con la nuova stagionalità che stiamo vivendo (una delle più ricche, a mio avviso), si presta a una notevole quantità di ricette facili, gustose, fredde e… per tutti i gusti.

Oggi, nello specifico, parliamo di insalate.

Vi confesso, cari lettori, il mio amore sconfinato per gli ortaggi. La loro delicatezza e versatilità sono un ricordo che giunge da lontano, quando da bambina trascorrevo pomeriggi interi nell’orto di casa, quando i temporali squarciavano il cielo all’improvviso e l’aria diventava all’improvviso più fresca, più respirabile.

L’orto è un insegnamento che consiglio a tutti, indipendentemente dalle proprie capacità manuali. Prendersi cura di un orto è un’arte, è conoscenza, ma soprattutto è sacrificio. È dovere, responsabilità, tempo pieno, mani sporche. Delusione, qualche volta. Ma soprattutto è speranza, soddisfazioni, dolci sorprese; voglia di non arrendersi e continuare, sempre. È rialzarsi, soprattutto quando sembra che il peggio sia già successo.

Per questo, e per molto altro ancora, raccogliere i frutti dal proprio orto è una cura che, mi permetto di dire, vale la pena di provare.

In questa puntata, desidero consigliarvi una selezione di piatti freschi, a base diingredienti genuini, che potrete portare in ufficio o sulle vostre tavole, magari su un terrazzo illuminato, nelle dolci sere d’estate, quando il cielo è terso e le stelle brillano.

Insalata dei greci.

Spinaci freschi

Feta

Noci

Olive

Limone

Olio EVO

Sale

Lavate gli spinaci sotto l’acqua corrente e fateli scolare.

Sgusciate le noci, scolate le olive del liquido di conservazione e tagliate la feta a cubetti.

Componete la vostra insalata e condite con olio EVO, sale e succo di limone.

Insalata bianco colore.

Patate

Prezzemolo

Ravanelli

Parmigiano

Olio EVO

Occupatevi delle patate: pelatele, lavatele e cuocetele al vapore. Scolatele, irrorate con olio e lasciate raffreddare.

Lavate i ravanelli sotto l’acqua corrente, togliete le foglie e i gambi e affettate.

Tagliate a cubetti il parmigiano.

Componete la vostra insalata con patate, una spruzzata di prezzemolo, ravanelli e parmigiano.

Insalata speciale.

Zucchine

Lattuga

Uova sode

Semi di chia

Olio EVO

Sale

Pepe

Lavate le zucchine e spuntatele. Affettatele mantenendo uno spessore di circa 1 -2 cm (lunghezza) e scottatele in padella o su una griglia per pochi minuti, dopo aver salato e pepato.

Nel frattempo cuocete l’uovo.

Quando le zucchine e l’uovo avranno perso calore, componete la vostra insalata aggiungendo la lattuga già lavata e i semi di chia. Irrorate, infine, con olio EVO a piacere.

E…con frutta.

Fagiolini

Albicocche essiccate

Scamorza affumicata

Basilico

Olio EVO

Occupatevi dei fagiolini: lavateli, spuntateli e cuocete al vapore. Appena cotti scolate e lasciate raffreddare.

Tagliate a cubetti la scamorza e componete la vostra insalata con il resto degli ingredienti.

Insalata raffinata.

Pomodorini pachino o a grappolo

Valeriana

Spada affumicato a fette

Carote

Limone

Olio EVO

Sale

Grattugiate le carote a julienne e raccoglietele in una terrina. Irrorate con olio, limone e sale.

Lavate i pomodori e l’insalata e procedete a comporre la vostra insalata, aggiungendo tutti gli altri ingredienti.

In ultimo, e come di consuetudine, vorrei consigliarvi una storia che, come per l’orto, vale un insegnamento.

Si tratta di “Viaggio in Inghilterra” di Leonore Fleischer. Una trama che molti di voi avranno apprezzato al cinema, nell’indimenticabile interpretazione di Debra Winger e Anthony Hopkins ma che, oggi più che mai, rappresenta uno stimolo a una profonda riflessione sul significato di famiglia, amore e sacrificio.  

Buon pranzo e buona lettura!

“L’Egitto Antico”, Edizioni Larus, collana Larus Junior.

Buongiorno lettori,

qualche settimana fa vi ho anticipato la mia intenzione di pubblicare qualche proposta editoriale adatta ai più piccoli, per avvicinarli alla lettura, ma soprattutto per stimolare e approfondire i loro interessi.

Con la prima puntata di questa sezione, vi propongo un’ottima idea per piccoli scopritori, avventurieri e curiosi.

Si tratta de “L’Egitto Antico” pubblicato da Larus Junior, ideato da E. Beaumont, con testi di Simon e Bouet, illustrazioni di Cappon-Vincent e tradotto da C. Scotti.

E’ un libro intenso, ricco di curiosità, illustrazioni e didascalie che permettono al piccolo esploratore di fare un tuffo in una delle civiltà più misteriose e affascinanti del passato.

La narrazione è intervallata da capitoli chiari, in perfetto ordine temporale, ed è spesso la risposta a una domanda che l’autore evidenzia e che funge da ulteriore stimolo alla lettura e alla memorizzazione del passaggio. Le pagine si susseguono a ritmo di illustrazioni colorate e informazioni complete circa la storia, la quotidianità e le stravaganze del popolo egizio, ancora oggi uno dei più studiati al mondo.

“L’Egitto Antico” è una lettura perfetta per piccoli sognatori che amano le avventure e le esplorazioni e per tutti coloro i quali amano avvicinarsi alla Storia con semplicità e genuina curiosità.

“Rossovermiglio” di Benedetta Cibrario, Feltrinelli

La valigia dei ricordi potrebbe avere una cerniera robusta, resistente agli urti e protettiva. Potrebbe sembrare un compartimento stagno, all’interno del quale le emozioni e le immagini del nostro passato restano al sicuro, lontano dalle pieghe della vita, solo ed esclusivamente grazie al nostro impegno. Un impegno oneroso e gravoso, certamente.

La valigia dei ricordi può restare chiusa per anni, per sempre, a volte. Ci siamo convinti che la nostra volontà sia onnipotente e possa garantirci sicurezza e debita distanza da ciò che abbiamo voluto dimenticare.

Niente di più sbagliato, cari lettori.

I ricordi sono un bagaglio che ci teniamo addosso soprattutto quando non ce ne rendiamo conto; sono come una seconda pelle, come la nostra ombra. Crediamo di poterne fare a meno invece, senza di essi, saremmo niente, un soffio di vento che si perde nell’aria.

I ricordi sono i protagonisti di “Rossovermiglio” di Benedetta Cibrario, pubblicato da Feltrinelli e vincitore del Premio Campiello 2008.

Una trama costellata d’impressioni e voci, emozioni lontane e sbiadite, struggenti immagini di una vita che corre lungo un secolo.

La narratrice è la protagonista: una donna inquieta e passionale, solitaria e ribelle, aristocratica e coraggiosa. E’ la sua voce a rendere il viaggio interessante e intrepido, un viaggio culinario che si confonde tra le regole ferree dell’aristocrazia piemontese di inizio ‘900 quando nascono fabbriche di dolciumi e birra che tanto inorridiscono i nobili e la torta di nocciole che riempie di aromi la cucina della “Bandita”, la tenuta toscana madre del “Rossovermiglio”, uno dei vini più pregiati al mondo, luogo mistico e reale, nel quale la protagonista approda per riprendere a vivere. E’ un viaggio irresistibile, contrastante, riflessivo. Perché i ricordi s’inerpicano tra i gusti e li rendono pungenti ma autentici: ci sono i momenti in cui la protagonista è bambina, a casa dell’austera nonna, dove non manca un cameriere che serve biscotti; frangenti in cui, adulta, s’innamora dell’uomo sbagliato, il giovane che come lei ama il cioccolato, lo champagne e le sere brevi dell’inverno torinese; frames di quando la bella e sofisticata madre organizzava le cene e convogliava l’attenzione sul cuoco che, con le sue mani e la sua grazia, sapeva trasformare un petto di pollo e una macedonia di frutta fresca in un menù francese di altissimo livello.

Tra i capitoli spiccano dolci merende a base di tè al bergamotto; panini con olio, formaggio e uova da preparare di notte, in gran segreto; gallette dolci e ravioli alle erbette; colazioni a base di tacchino al limone che serve a lenire una ferita che appartiene al passato ma ancora aperta.

Il luogo in cui i tormenti nascono e i sentimenti viaggiano più veloci delle stelle cadenti è “la Bandita”. Una tenuta nascosta tra le verdi colline toscane, dove l’aria profuma di terra e cielo e dove le notti sembrano essere più dolci che in qualsiasi altro luogo. Lei, qui, trova una terra difficile, mai docile. Lei, qui, trova un tetto, una vecchia casa piena di spifferi, un gruppo di persone che preferisce chiamarla “contessa”. Lei, qui, incontra la sua anima. Tra le viti del Rossovermiglio, lo studio, l’impegno, i tentativi e l’aiuto che arriva come un fulmine dal cielo, inaspettato ma non tardivo, lei inizia a vivere, a ricordare, a nascondere segreti e meraviglie.

“Rossovermiglio” è un libro costellato di sfumature intense, passioni eterne e aromi pungenti; di tovaglie di fiandra e tovaglioli in coordinato; di spezie e ortaggi; di ingredienti sofisticati e di ricette casalinghe; di argenterie e gioielli; di campagna e sole, nebbia e vento. La narrazione è un susseguirsi di flashback dettagliati che s’incastrano alla perfezione tra le struggenti emozioni e le immagini che ogni descrizione riesce a evocare. Il ritmo è quello tipico del diario, pregno di sentimenti e descrizioni nate dall’occhio coraggioso e autentico della protagonista che accompagna il lettore verso il suo io più profondo, verso l’anima dei luoghi e nella semplicità dei gesti.  

“Leone” di Paola Mastrocola, Einaudi Editore

Certamente conoscete il detto “pane per i tuoi denti” e vi sarà capitato di sentirlo pronunciare da nonni o zii, in molteplici occasioni. Il detto ha un significato semplice, non banale. E’ una massima d’altri tempi, soprattutto per i più giovani, eppure, nel mio caso, nasconde un fascino che perdura e che, mi auguro, resterà in eterno. Il pane è un amico, un simbolo, un elemento indispensabile; è una liaison che lega tradizione e innovazione, gusti ed esigenze. Il pane è per tutti i denti ed è una gradevole scoperta per chi, per troppo tempo, ha creduto di poterne fare a meno. Il pane è vita, semplicità, benessere.

Leggere “Leone” di Paola Mastrocola, edito da Einaudi, è stato come affondare nelle dolci pieghe del pane appena cotto che sprigiona aromi consolatori capaci di sostenere emozioni e suggestioni.  

Leone è un bambino: dolce, solitario, emblematico. Impossibile non amarlo.

Katia è la sua mamma: dolce, sola, emblematica. Impossibile non amarla.

E, la faccenda del pane come simbolo di unione ci introduce nell’ambientazione e nel cuore del romanzo. Per il papà di Leone, infatti, il massimo (e unico) momento di intesa padre-figlio è una cena al fast food. Davanti ai famosi panini imbottiti e a una porzione di patatine fritte, il rapporto è volubile, inattivo, come in attesa di un condimento che leghi gli ingredienti.

Per Katia il cibo è la rappresentazione dei suoi dubbi di madre, davanti a un piatto di spaghetti che non vanno giù; è l’attenzione viscerale che riversa su un piatto di pastina e una fettina di carne; è la voglia di libertà e normalità che solo un buon gelato in compagnia di suo figlio le può regalare; è il ricordo di quelle sere in cui sua madre le portava un bicchiere di latte caldo, prima di dormire; è l’impegno per servire un pranzo di Natale che tale si definisca, quando imburra tartine, adagia fette di salame e compone un’insalata di mare. Per Katia, il cibo è un veicolo che la riporta nel suo passato di figlia, quando sua madre, il pomeriggio della vigilia di Natale, stendeva la sfoglia per gli agnolotti che avrebbero profumato la tavola; è il ritorno a essere un esempio di famiglia, non convenzionale e variabile, quando mette in tavola fettine di carne; è amicizia quando, con le amiche, si gode torcetti e caffè. Ma, soprattutto, è il profumo che una cesta di renette emana e che la spinge a vedere ciò che fino a quel momento ha ignorato: il senso più profondo di appartenenza, perché chi possiede ricordi non è mai davvero solo.

Per Leone, per la sua fanciullezza, e per quel suo modo di entrare nel mondo in punta di piedi, la sensazione è esattamente la stessa. I ricordi sono gli stessi, gli ingredienti anche (seppur con qualche dose di patatine fritte in più); le promesse e i timori sono così vicini a quelli di sua madre che è strano rendersene conto. La pizza e le merendine confezionate sono il mezzo più veloce per arrivare al cuore degli amici, per farsi accettare e per diventare, finalmente, parte del gruppo, ma l’animo resta là, incagliato tra gli aromi della pasta sfoglia appena cotta e dal ripieno degli agnolotti che si sprigionava in tutta la casa, quando la nonna li preparava con lui. E poi c’è la mancanza, quel sentimento che attanaglia e che resta inspiegabile agli occhi di un bambino.

“Leone” è un piccolo miracolo. È una lettura affascinante, piena, simbolica. Il narratore è una voce che ricorda un angelo custode, sincero, diretto e autentico. L’effetto mistico è una vena che pulsa in ogni pagina, senza sbiadire la trama, né i personaggi: genitori, bambini e nonni che, ciascuno con la propria fragilità e forza, rappresentano una toccante immagine di società che ha il dovere di ritrovare se stessa, attraverso la semplicità e la gioia di appartenersi.

Piccoli lettori crescono

Per noi, lettori seriali, sapere che c’è una nuova-piccola-grande generazione in erba che potrebbe diventare un pubblico curioso è un affare di notevole rilevanza.

Non entrerò nell’ambito educativo, che lascio a chi a più competenze di me e, per questo, mi limiterò a lanciare qualche domanda che da tempo mi frulla nella mente.

Si nasce lettori? Amare i libri è parte del nostro patrimonio genetico o è il risultato di emozioni, sentimenti, ricerche e curiosità?

Sarei felice di conoscere il vostro parere, a riguardo.

Nel frattempo, azzardo un’ipotesi.

I lettori hanno gusti distinti, definiti. Gusti chiari, netti. Come a tavola o nell’abbigliamento. Come nella scelta di una vacanza o della gita domenicale. Ciò significa che lettori onnivori ce ne sono pochi, al mondo.

Adattando questa ipotesi al mondo dell’infanzia, sarà semplice comprendere quanto sia indispensabile conoscere i gusti dei bambini, prima di avvicinarli alla lettura. Troppo spesso, infatti, si tende a regalare un libro perché è famoso, perché la trama è incantevole oppure perché adatto all’età del piccolo lettore. Tutto ciò è sensato e logico ma potrebbe non essere sinonimo di successo. Il libro in sé, potrebbe diventare addirittura un nemico, l’ombra del dovere legato alle materie scolastiche, al tempo della solitudine, alla noia e noi, lettori eterni, non possiamo certo rischiare di perdere occhi e menti curiose.

Il segreto è proprio questo. Soprattutto in tenera età, la lettura di un libro dovrebbe essere strettamente legata agli interessi che il bambino dimostra. Genitori, nonni, zii: mi rivolgo a voi. Parlate con i vostri piccoli. Osservateli nelle loro attività quotidiane. Chiedete loro di raccontarvi i sogni che riempiono le loro notti e i desideri che nascono alle prime luci dell’alba. Non abbiate timore, anzi, lasciateli liberi di esprimere sentimenti e di accogliere la vostra vicinanza.

E poi, a quel punto, sarà molto più semplice cercare (e trovare) il libro più adatto ad approfondire l’interesse e la curiosità, la passione e un possibile cambio d’idea, perché non è detto che l’immaginazione sia compatibile con la realtà.

Mi permetto, allora, un consiglio che mi auguro si possa rivelare un valido metodo per avvicinare i bambini alla lettura: scegliamo con loro e non per loro. Portiamoli nelle biblioteche (quando sarà possibile), lasciamoli vagare tra gli scaffali delle librerie (in massima sicurezza, ovviamente) oppure consultiamo insieme un catalogo on-line. Lasciamo che siano loro a individuare il libro che più si avvicina ai gusti del momento, senza interferenze, garantendo loro la massima libertà e disponibilità.

Facciamo sì che i piccoli lettori di oggi entrino nel mondo dei lettori seriali di domani: saranno adulti più felici, ne sono certa.

Aspiranti (ed esperti) scrittori in cerca di ispirazioni

Cari lettori,

come vi avevo annunciato, sto lavorando a una serie di iniziative per arricchire i contenuti del blog. Una di queste è rivolta a voi, scrittori impavidi sempre in cerca di nuove e avvincenti ispirazioni. Sappiamo che i lettori sono sempre più esigenti, le trame hanno il dovere di spiccare e brillare nell’universo dei libri e i personaggi devono sprigionare empatia da ogni virgola, pena la sgradevole sensazione di aver lavorato a vuoto, per mesi.

L’idea nasce dall’esigenza di allontanarmi, seppur per poco, dalle notizie e dagli approfondimenti che in questi mesi hanno riempito i contenuti mediatici. Un chiarimento è doveroso: la pandemia è stata giustamente la protagonista indiscussa dei nostri pensieri e temo lo sarà ancora per qualche tempo ma, oggi, proprio per continuare a focalizzare la giusta dose di attenzione su questo argomento doloroso, ho sentito il bisogno di concentrarmi su qualcosa di più leggero, che potesse alleggerire il peso della razionalità, del futuro e delle preoccupazioni ad esso legato.

La rete, in questo, offre molti spunti e, mentre affondavo la ricerca per scovare qualche notizia curiosa, mi sono imbattuta nella home page di Today.it. Non conoscevo questa testata, sono sincera ma, leggendola, ne sono stata piacevolmente colpita.

La notizia che ha catturato la mia attenzione, e che è stata la scintilla che mi ha spinto a ragionare su questa nuova rubrica, è stata pubblicata il 28 febbraio.

Il protagonista della storia è un architetto che vive a Kansas City. Mentre lavora al restyling di un vecchio negozio di fotografia, trova una quantità incredibile di foto che, vista la chiusura dell’attività, non sono state recuperate. L’uomo, armato di buona volontà, curiosità e pazienza, come un moderno Sherlock Holmes, attiva una rete di ricerca per consegnare i ricordi ai loro legittimi proprietari.

Da aspirante scrittore, una notizia così gustosa non può certo essere ignorata… La lampadina dell’ispirazione si è accesa e, quando è così, vale la pena condividere …

Pensateci, cari amici scrittori …

Immergetevi nell’estro e lasciatevi trasportare dalla fantasia.

Tracciate i volti all’interno di una vecchia foto targata anni 80-90, magari. Immaginate una trama, fitta di ricordi, immagini, segreti. Disegnati i tratti di un viso, di un sorriso, di occhi che sognano dopo un pianto liberatorio. Spaziate nell’ambientazione: ricavate il meglio da una città americana, moderna e indaffarata, e da un vecchio e polveroso negozio in disuso. Create un sogno, un amore indissolubile, un pacchetto di desideri costellato di delusioni.

Mi fermo qui, lascio il seguito alla vostra fantasia, nella speranza che queste poche righe possano riaccendere la luce della ricerca e della curiosità.

Buon viaggio, cari amici, e che l’ispirazione vi porti lontano.

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