“Angeli e diavoli” di Miriam Donati – #boodracconti

È sempre stato di poche parole, ora sembra non averne quasi più.

Da quando è tornato lo sente solo bofonchiare un ’giorno al mattino e un ’notte alla sera. Durante la giornata solo rari comandi sussurrati quando lavorano uno accanto all’altro: «Passami la pinza legatrice. Stringi più forte. Stai attento!».

La campagna appare immobile, bloccata in attesa della primavera che verrà, intirizzita come le sue mani. A lui però il freddo piace. Appena arriva al vigneto per qualche attimo il canto degli uccelli si interrompe, poi riprende insieme al fruscio delle loro ali; prim’ancora di vedere il fuoco lontano, sente l’odore di bruciato e immagina il contadino che si sta scaldando le mani con gli sterpi strappati dal terreno degli interfilari. Aspira forte l’aria gelida che gli fa colare il naso ed è in pace. Ama lavorare all’aperto, solo, tra i filari, ma non disdegna nemmeno il chiuso della cantina. Aromi impercettibili di cannella e vaniglia mischiati al profumo del legno delle botti esalano l’ultimo respiro appena dopo il suo ingresso, coperti dal sentore di muffa che smorza ogni inquietudine.

E pensare che se n’era andato proprio perché la campagna gli faceva schifo.

Un’era fa.

Il Barba, come lo chiamano tutti, non si è mai visto al processo o in visita al carcere.

Nemmeno quando è uscito dopo cinque anni per buona condotta.

Ne avrebbe dovuto fare sette per una rapina finita male con il ferimento di una guardia giurata e meno male che lui non era armato, lo era solo Luigi e infatti è ancora dentro.

Sulla corriera, nell’ultimo tratto per arrivare al paese e poi a piedi sullo sterrato per raggiungere la casa colonica si era chiesto cosa avrebbe detto il Barba e se l’avrebbe accolto o gli avrebbe sbattuto la porta in faccia come si meritava.  L’unico incontro era stato tre anni prima al funerale della madre. Il profilo immobile del nonno non si era mai voltato a guardarsi intorno. Gli occhi alzati sopra le teste l’avevano appena sfiorato.

Il paese sembrava cambiato, più moderno, più ricco. Si era aspettato sguardi torvi o curiosi e invece al bar dove si era fermato per un caffè gli avevano sorriso, forse non lo avevano riconosciuto, ora portava la barba screziata di fili grigi anzitempo e i riccioli della madre si allungavano ai lati del viso. Dopo, si era avviato fuori dall’abitato ed era stato di conforto osservare che invece la campagna era rimasta la stessa, filari ordinati, campi coltivati con geometrica cura e frutteti di mela Pomella sullo sfondo.

Aveva bussato senza ottenere risposta, aperta la porta si era reso conto che la casa era deserta e il Barba infatti era arrivato insieme a Sancho solo all’ora di cena trascinando un sacco pesante di patate. Solo un cenno del capo e aveva apparecchiato la tavola dicendo: «Se ti fermi devi lavorare» e lui da quattro mesi lavorava tutto il giorno e non avrebbe mai pensato che tutto sommato gli potesse piacere così tanto.

Quando era piccolo quanto parlava invece il Barba, non smetteva mai e se smetteva lui faceva altre domande e così le parole messe insieme diventavano una lunga, meravigliosa storia sulla natura. Gli insegnava tutto quello che c’era da sapere sulle viti, sull’uva sultanina e lui lo seguiva sempre nei vigneti e giù in distilleria. Gli rivelava i trucchi del mestiere ereditati dal padre: come si distilla la grappa, come la si invecchia, come la si insaporisce, come si tratta l’uvetta. Gli raccontava della sua idea di iniziare una produzione di whisky usando l’orzo che già coltivavano. Con la germinazione dei suoi chicchi si poteva ottenere il malto che sarebbe servito per fare quel liquore. Aveva fatto persino un viaggio in Scozia bruciando i suoi risparmi e invece non se n’era fatto più nulla perché al ritorno, nel suo progetto non credeva nessuno e lo avevano costretto a lasciar perdere. Il Barba aveva concluso che avevano ragione, a ognuno la sua specialità e la sua era l’uvetta sotto grappa.

Sulla ricetta però manteneva il segreto con la promessa di rivelargliela alla maggiore età.

Venivano dai paesi vicini a chiedere la sua uvetta sotto grappa. Il Barba rifiutava sempre di venderla, in compenso però a qualcuno regalava uno dei preziosi vasi di vetro con gli acini immersi nel pregiato liquido trasparente e la leggenda del suo sapore particolare passava di bocca in bocca.

Ogni volta prima di chiudere ermeticamente i vasi, gli faceva assaggiare quegli acini gonfi e sugosi nonostante la madre fosse contraria ma il nonno insisteva, doveva imparare da subito, da piccolo, quando era il momento di travasarli e quando invece di riporli al buio della cantina. Tanto ci avrebbe pensato la verza a cena a curare l’eventuale ubriachezza, proprio come facevano gli antichi Romani. 

Sente battere i dodici rintocchi dal campanile in lontananza, col fischio richiama Sancho che non ha smesso per tutto il tempo di correre al limite del pometo, avrà senz’altro fiutato qualcosa e non vuole tornare, lo richiama più volte e finalmente si accompagnano verso casa.

Mentre pranzano il nonno chiede a che filare sia arrivato. Alla risposta la bocca del Barba si muove breve. Non capisce se abbia solo deglutito il boccone o sia stato un sorriso sghembo quello apparso per un solo istante. Bevono il caffè e il nonno, come suo solito, raccoglie col cucchiaino la densa goccia zuccherata dal fondo della tazzina e la gusta lentamente come se fosse l’ultimo desiderio espresso da un condannato.

Il gesto antico e ripetuto lo conferma nella certezza che sia arrivato finalmente il momento per riproporre la sua domanda di bambino, chiedere di rivelargli il segreto della sua ricetta e dove è finita la “parte degli angeli” degli ultimi vent’anni. Si lascia andare alle possibili risposte, immagina parole rivelatrici.

«Per il segreto calma… faremo insieme la prossima distillazione e l’immersione dell’uvetta e potrai vedere con i tuoi occhi tutti gli ingredienti. Per la “parte degli angeli”, la leggenda dice che è stata sacrificata agli dei greci o romani, oppure che è andata in cielo a ubriacare i cherubini, un tributo concesso ai nostri angeli custodi. La realtà invece è che la parte persa di distillato a fine invecchiamento è traspirata dalle botti. Io però ho provveduto in molti casi al travaso ricolmandole. In altri ho preferito l’affinamento lasciando sbronzare più cherubini. Adesso lascio a te la scelta come continuare.»

«Penso che ricolmerei man mano, c’è già il demonio che pretende la sua quota»

«E questa dove l’hai sentita?»   

«Ho letto tanto mentre ero in galera, cercavo di scoprire il tuo segreto e invece ho scoperto altro. Per esempio il “taglio del diavolo” che è il distillato assorbito dal legno delle botti a seconda della qualità del legno usato. La scoperta più sorprendente però è che soprattutto volevo tornare, ero sicuro che mi stessi aspettando.» 

«Sveglia! Mi stai ascoltando o sogni ad occhi aperti come sempre? Finirai domani al vigneto, adesso andiamo giù in cantina, è venuto il momento di mostrarti una cosa.»

La voce del Barba lo riscuote. La realtà sono le sue parole brusche, ma il tono, no, non l’ha immaginato. C’è un che di affettuoso sotto sotto, sufficiente per sperare. 

Nota biografica dell’autrice:

Miriam Donati, nata a Milano, abita da sempre a Garbagnate Milanese. Ha lavorato come Area Manager in aziende commerciali e di impiantistica svolgendo l’attività lavorativa spesso all’estero, organizzando Fiere e concludendo contratti soprattutto in Russia e in Cina. Coniugata, ha una figlia.

Insieme con la collega Anna Maria Castoldi ha partecipato e vinto alcuni concorsi letterari, altri li ha vinti da sola, negli anni 2014, 2015 e 2016. In seguito hanno pubblicato due gialli: nel 2017 “Delitti nell’orto” (Happy hour) e nel 2018 “Fughe e ritorni” (Scatole Parlanti) finalista al Garfagnana in Giallo 2018. Nel 2019 hanno pubblicato insieme a Giuseppe Milanesi “La svolta” con Edizioni Convalle. Con questa casa editrice nel 2020 hanno ripubblicato “Delitti nell’orto, le prime indagini della sciura Marpol” con l’aggiunta di una indagine supplementare.

“La solita storia” di Anna Maria Castoldi – #boodracconti

Le finestre dell’appartamento del secondo piano sono aperte e attorno vibra un’aria fritta e rifritta, con un aroma stucchevole di malto bruciato. Due voci si alternano e si sovrappongono in densi strati simili a millefoglie grondanti crema rabbiosa. Una voce maschile impasta parole e borbotta in sottofondo mentre un’altra, femminile, usa crude frasi agro-dolci e le caramelle addensando l’aria. A lungo ripetono gesti e brasano parole logore, dal gusto raffermo.

Improvvisamente lui lancia suoni taglienti e lei risponde a tono usandoli per sminuzzare tutti i ricordi, come una dadolata di verdure miste senza più dignità.

Il risultato è un silenzio immobile, pulito.

Se i vicini, solo i curiosi, potessero sbirciare dalle finestre, vedrebbero lui sgonfiato sul divano, con lo sguardo perso, rigirare ogni cosa tra i denti e infine inghiottirla percependo un sapore tardivo amarognolo ma fruttato. Nella sua mente i pensieri sobbollono e traboccano in sudore impregnato di antiche essenze, non trovano altra strada, spengono l’ardore.

Lei, in fondo alla stanza, impazzita di rabbia, soffrigge lentamente ogni parola. Poi con un’ultima breve frase, impiatta la vendetta.

E la serve fredda.

Le loro vite non si sono amalgamate bene, sono appassite a fuoco lento appiattite da una preparazione carente, insapore, senza aromi. Nessuno li ha bagnati con passione, neppure loro hanno saputo coltivare quel poco di gusto gradevole che avevano incorporato.

Entrambi bardati delle proprie convinzioni come lardo sull’arrosto, si sono sfatti in poltiglia senza identità. Hanno perso colore, sapore e consistenza come una zuppa di verza stracotta.

Rimane soltanto un intruglio insulso.

Eppure, l’indomani, dal flambaggio risorgono entrambi. Frollata la rabbia, avvolta ogni cosa nell’oblio, continuano nella solita vita cercando senza sosta un gusto, un profumo che li faccia lievitare sopra le amarezze, leggeri. Non trovandoli nella dispensa comune, ancora una volta monteranno parole stantie e raggiungeranno il punto di fumo senza notare la zaffata di rancido.

È la solita storia.

Non riescono a provare una ricetta nuova che insaporisca la loro vita. Si limitano ad aggiungere ogni tanto dell’uvetta passita nell’illusione di addolcire il calice amaro. Non hanno il coraggio di aprirsi a sapori inusuali, esotici, rinfrescanti. Saranno fortunati se il destino, beffardo Chef, inserirà q.b. di piccante per rinvigorire il piatto.

Però potrebbe anche buttare tutto!

Nota biografica dell’autrice:

Anna Maria Castoldi è nata a Mariano Comense. Si è trasferita per studio a Milano dove abita, dal 1976, con marito e figlio. Professionista della prevenzione in sanità pubblica nell’ambito materno infantile con specializzazione nell’educazione sessuale, ha lavorato come assistente sanitaria in un Consultorio Familiare dell’ASL di Milano per molti anni fino al collocamento a riposo.

Insieme con la collega e amica Miriam Donati ha partecipato e vinto alcuni concorsi letterari, altri li ha vinti da sola, negli anni 2014, 2015 e 2016. In seguito, hanno pubblicato due gialli: nel 2017 “Delitti nell’orto” (Happy hour)e nel 2018 “Fughe e ritorni” (Scatole Parlanti) finalista al Garfagnana in Giallo 2018. Nel 2019 Anna Maria e Miriam hanno pubblicato insieme a Giovanni Milanesi “La svolta” con Edizioni Convalle. Con questa casa editrice nel 2020 hanno ripubblicato “Delitti nell’orto, le prime indagini della sciura Marpol” con l’aggiunta di una indagine supplementare.

“Dipende da dove vuoi andare” di Stefania Convalle, Edizioni Convalle

Se fino a ieri abbiamo parlato di prefazioni e ringraziamenti, oggi vorrei affrontare l’argomento copertina. Un argomento di vitale importanza o sopravalutato? Un effetto ottico primario obbligatorio o un esperimento di marketing? E, ancora, un biglietto da visita intrigante o una fuorviante immagine per catturare il lettore e niente più?

Ammetto di non essere un’esteta e di non aver mai scelto un libro (esclusivamente) in base alla copertina. Ciò non toglie che ci sono alcune copertine che sanno raccontare, molto più di altre. Mi è capitato di trovarmi tra le mani dei piccoli gioielli fotografici che si aprono su sfondi eleganti, caldi, dove il carattere di stampa del titolo e dei dati dell’autore completano e formano un quadro armonico.

Uno di questi è sicuramente “Dipende da dove vuoi andare” di Stefania Convalle edito dall’omonima casa editrice e vincitore del Premio Microeditoria di Qualità 2017.

La copertina che l’autrice-editrice ha scelto è una foto anticata di un paio di scarpe rosse, eleganti con tacco, abbandonate su un tappeto di velluto della stessa tonalità delle scarpe. Lo sfondo, dagli avvolgenti colori del legno, esalta i toni e una luce, quasi impercettibile, dall’alto, illumina un lato dello sfondo.

Una scelta non causale, questa dell’autrice, che presenta la trama e annuncia il viaggio.

Siamo in un paese che finisce nel mare. C’è una bella casa il cui patio si affaccia direttamente sulla spiaggia, dove il caffè del mattino ha il profumo della salsedine. C’è una donna, Anna, e il suo compagno, Luca. Sarebbe tutto perfetto, armonico, pacifico. Sarebbe una vita da sogno, di quelle che leggi da piccola, nelle favole.

Invece…

Anna è una vittima. È una donna sola che ha subito violenze, che ha perso dignità e vita, dentro quella casa che, in principio, profumava di mare e speranza.

Luca è il suo aggressore, l’uomo che avrebbe dovuto proteggerla, amarla, accompagnarla ovunque lei avesse voluto andare.

Stefania Convalle in questo romanzo dalle tinte forti e dominanti accompagna il lettore nella commuovente vicenda di Anna attraverso la voce di un’altra donna: Maria. Questo esperimento di scrittura – evocativa e struggente – in abbinamento alla trama sapientemente costruita, permette al lettore di varcare la soglia di una dimensione innaturale ma, proprio per questo, affascinane e autentica.

Sulla strada di Maria, lo avrete capito, giunge Luca.

Maria è una giovane studentessa di psicologia che per mantenersi serve zuppa di pesce in un ristorantino sul mare. Luca è proprio lì, seduto, e quando lei arriva con un panino e una birra una scintilla si accende. Una scintilla malata, che resterà accesa per gran parte del romanzo.

La storia inizia: calici di vino fresco di sera, caffè forti di mattina. E, per Maria, un sordo presagio che la confonde. Le ombre la invadono, scende la sera, il buio più oscuro che una donna possa vedere. E proprio in questo buio accecante, l’autrice accende una luce. È una fiamma fioca all’inizio, ma mentre Maria affronta se stessa e la sua paura, la luce diventa più calda e sicura. Ci sono altri calici di vino da sollevare e dei biscotti fragranti; ci sono i ricordi dell’infanzia a base di lasagne e di bignè; c’è il profumo della torta di mele che avvolge come una calda coperta di lana. C’è ancora vita da vivere, per Maria. Ancora tanta.

In questa opera, l’autrice usa il suo stile narrativo personale e lo trasforma in una voce che ti entra dentro, che non puoi far a meno di ascoltare e che, sul finire, ti lascia un retrogusto dolce-amaro. È un messaggio, questo romanzo. È un urlo, un groviglio di speranze e ombre, una lotta tra il bene e il male, è l’universo femminile che si spezza e si ricompone, per mano di quello maschile.

A tutte le donne in difficoltà, che possano dire presto: di nuovo, io”: questo è l’augurio che formula l’autrice, al quale non posso far altro che aggiungermi.

Si ringrazia l’autrice per l’invio diretto del romanzo.

Nota biografica dell’autrice:

Stefania Convalle ha al suo attivo numerose pubblicazioni: romanzi, poesie, opere sperimentali a più mani e un manuale di scrittura. Tra i riconoscimenti più importanti, il Premio Giovani “Microeditoria di qualità”: nel 2017 con il romanzo “Dipende da dove vuoi andare” e nel 2018 con “Il silenzio addosso”; entrambe le opere sono state presentate nel programma “Milleeunlibro” di Rai Uno. Nel 2020 “Anime Antiche” si aggiudica il “Marchio della Microeditoria”.

Scrittrice, organizzatrice di eventi culturali, ha fondato il Premio Letterario “Dentro l’amore”. Writer Coach, Talent Scout, Stefania Convalle è anche editrice dal 2017, anno di fondazione della Edizioni Convalle, “una casa editrice col cuore d’autore”, come ama definirla.

Link di acquisto del libro:

https://www.edizioniconvalle.com/dipende-da-dove-vuoi-andare-c2x27065290

“Gente sbagliata” di Alessio Piras, AltreVoci Edizioni

Cari lettori, sapete quanto io ami le prefazioni e i ringraziamenti. Considero la prima l’entrée raffinata che accompagna il lettore e, la seconda, il caffè forte che sigilla sapori ed emozioni. Due capitoli che, quando scritti con onestà, riescono a imprimere forza alla narrazione e una conclusione che resta in memoria.

Se in passato mi sono soffermata più volte sulle prefazioni, oggi vorrei raccontarvi di un ringraziamento – e dedica – molto particolare che ho appena letto e che, mi auguro, susciterà in voi la mia stessa reazione.

…” Questo libro è dedicato a tutti gli spiriti solitari che popolano questo mondo: a tutti coloro che, per un motivo o per l’altro, si sentono gente sbagliata…” scrive Alessio Piras in “Gente sbagliata” pubblicato da AltreVoci Edizioni.

La dedica continua e non vi dirò altro, qui e ora. Vorrei, invece, condividere con voi una riflessione che cade a pennello: gli spiriti solitari, quelli che non amano il convenzionale, quelli che remano contro sono considerati “sbagliati”? La nostra società si ritiene così perfetta dal poter giudicare – ed emarginare – chi è diverso? Lascio a voi la scelta di riflettere, ma io, confesso, considero l’essere “gente sbagliata” un privilegio, un’unicità da difendere e da preservare. Sempre e ovunque, in ogni luogo e in ogni tempo.

 “Gente sbagliata” di Piras è un noir coinvolgente, già dalle prime battute. La scrittura diaristica (applicata in ogni sua forma) e l’intensità della narrazione in prima persona permettono al lettore di far amicizia immediatamente con Jacopo Ravecca, il commissario capo incaricato di seguire il presunto omicidio di Francesco Ricciardi.

L’autore disegna un personaggio forte, dalle tinte decise, che comanda la narrazione: non è solo la voce di Ravecca che imprime il ritmo, è tutto il suo essere a tenere in piedi la trama. Jacopo, ligure di nascita, si appiglia ai ricordi della sua terra facendo scorta di focaccia che consuma nelle più svariate ore della giornata; smette di essere il capo, quando raccoglie le confidenze di un suo sottoposto davanti a un boccale di birra; cerca l’ispirazione per risolvere il caso gustando un panino con la cotoletta al bar; si chiude nel mondo consolatorio della casa, del letto e della moglie Dafne, quando prepara un piatto di ziti e broccoli arriminati da accompagnare con un Nero d’Avola che lava via la tensione e, infine, quando mette lo zucchero direttamente nella moka, perché con Dafne, ormai, la complicità è tale da bere il caffè con la stessa dose di zucchero.

La personalità di Ravecca  – un uomo deciso nel suo ruolo ma umano e viscerale nelle emozioni che gli si attaccano addosso come la nebbia milanese – si esalta vicino agli altri personaggi che completano la narrazione. Con l’eleganza intonsa di Rapisarda – il sottoposto- collega- amico siciliano –  Ravecca si scontra e il suo abbigliamento appare sempre sciupato, trascurato; con i suoi whisky, Ravecca ha fatto pace, tanto da permettergli di tenere “un goccetto” nel bicchiere per agevolare i pensieri. Con Margherita, la ex moglie del defunto, gli torna alla mente il gin-tonic che la donna sicuramente abusa, vista la sua voce “piena”. Quando finisce “dentro” l’indagine, Ravecca trova un tè caldo da Cattaneo (l’attuale compagno di Margherita) e un Rob Roy che con la sua miscela di scotch,  whisky, vermut e bitter gli permette di vedere ciò che finora non ha visto.

Alessio Piras ci regala la fotografia di una Milano avvolta dalla scighera, dall’atmosfera cupa e un po’ malinconica, dall’oscurità che aleggia nelle vite dei personaggi, e della Liguria, del profumo del suo mare, del vento e del sole che asciuga e illumina di speranza il presente e il futuro. Con grande abilità, le descrizioni ambientali interagiscono in modo ordinato all’interno della narrazione e diventano parte indispensabile del racconto.

In ultimo, non per ordine di importanza, il lettore si sente trasportato tra i concetti e le riflessioni che l’autore semina un po’ ovunque. E, ce n’è per tutti i gusti, credetemi. C’è l’accoglienza e l’immigrazione, la voglia di restare e la fuga, il potere e la distruzione sociale, la laboriosità e la comodità, le bugie e le promesse, l’amore e il sostegno, la paura e la sicurezza.

E, poi, naturalmente, la solitudine che solo la gente sbagliata sa trasformare in forza.

Si ringrazia Annalisa per l’invio diretto del romanzo.

Nota biografica dell’autore:

Alessio Pirasè nato a Genova nel 1983. Dopo la Laurea Triennale, nel 2007 lascia la Liguria per proseguire gli studi e conseguire un Dottorato di ricerca in Discipline Umanistiche. Attualmente vive e lavora a Barcellona, in Spagna. Ha pubblicato con Fratelli Frilli Editori: Omicidio in Piazza Sant’Elena (2016), Nati in via Madre di Dio (2017) e Un biglietto per il naufragio (2018). Ha partecipato inoltre a tre antologie della stessa casa: Una finestra sul noir (2017), 44 gatti in noir (2018) e Tutti i sapori del noir (2019). Sono disponibili in e-book i racconti Una vita spezzata (Oakmond Publishing, 2018) e Sabotaggio. Un’indagine per Antonio Libeccio (Todaro Editore, 2019). È autore del saggio Il labirinto spagnolo (Oakmond Publishing, 2019), sulla narrativa della guerra di Spagna.

Il libro è disponibile per l’acquisto in tutte le migliori librerie, anche on line. Questo il link della casa editrice:  https://www.altrevociedizioni.it/libri/gente-sbagliata-alessio-piras/ CODICE SCONTO DIRETTO : BOOD.

“Il granello di sabbia nell’ingranaggio” di Riccardo Simoncini, Edizioni Convalle

Per uno scrittore, l’incipit è un aggroviglia-mente. È un biglietto da visita, un elaborato che richiede tempo, devozione, curiosità e visione perché è con l’incipit che il lettore diventa un amico. È un connubio di suggestioni ed emozioni, di anticipi e rivelazioni, è la chiave che apre la porta narrativa. Personalmente, non faccio parte del pubblico incipit – preferisco il corpo e il finale – ma questa è una questione personale e tale deve restare.

Silenzio, solitudine e tempo.”

Queste sono le prime battute de “Il granello di sabbia nell’ingranaggio” di Riccardo Simoncini, pubblicato da Edizioni Convalle. Tre parole. Tre concetti legati o indipendenti. Tre aspetti che l’autore sparge tra le pagine attraverso una serie di vicende intricate e non banali.

Entriamo nel vivo e iniziamo con la solitudine.

Simoncini nasconde questa condizione con grande abilità quando racconta di Iacopo che, preso da un moto di amore a comando, invita Alice in Toscana, a mangiare panini al lampredotto, a camminare persi nella bellezza dell’arte; la esaspera, quando racconta il loro primo incontro e l’effetto vodka che gli aveva teso una dolce trappola.

“… sa essere dolce, la solitudine, quando pace e tranquillità si distendono al tuo fianco e restano le uniche a tenerti compagnia, ma in quei momenti non si ha più nessuno a cui dover mentire e anche le verità vengono a bussare impietose al tuo uscio, ricordandoti chi sei…”. Questa una delle più significative riflessioni legate a Iacopo.

Con i silenzi, l’autore ci presenta Ezio: un uomo chiuso tra abitudini malate, sguardi pericolosi, che adora il cibo spazzatura, l’ozio e l’asocialità.

…” Non aveva amici …”; “…Stava in negozio dalle nove alle diciotto … poi usciva e tornava a casa … “ ; …” Ogni giorno sempre uguale…”. Questo è Ezio, e molto di più.

Con il tempo, Simoncini ci porta da Anna e Marco. Lei è la donna che custodisce un pezzo di cuore di Iacopo, che finisce ad amare Marco, un ragazzo che prepara colazioni a base di sorrisi e venerazioni. Il tempo, per Anna e Marco, è lo spazio per amarsi, per guardare un film abbracciati sul divano.

…” Il tempo trascorso insieme non gli bastava mai…”. Questo è Marco e sono certa non servano ulteriori commenti per comprendere la natura di questo personaggio.

La solitudine, i silenzi e il tempo sono come gli addendi di un’operazione il cui risultato forma il destino. Un destino capriccioso, doloroso, in principio sbagliato ma che, in finale, riserva soprese inaspettate.

E nel destino di Iacopo ed Ezio, di Alice e Sebastiano, di Anna e Marco il tempo, la solitudine e i silenzi hanno un nuovo spazio, più grande e coraggioso del precedente.

Riccardo Simoncini usa con grande abilità la narrazione in prima persona alternata alla terza e questa struttura permette di seguire meglio le vicende dei personaggi che si prendono la fetta di tempo narrativo che gli spetta. La sua penna – stavolta più curda e diretta rispetto a “Come biglia in equilibrio precario” – è una conferma: passaggi chiari, scorrevoli, dialoghi brevi e descrizioni affilate formano una lettura che risveglia e convince.

Si ringrazia l’autore per l’invio diretto del romanzo.

Nota biografica dell’autore:

Riccardo Simoncini, classe 1978, di giorno in giro per l’Italia a bordo dei treni, di notte aspirante scrittore. A tempo pieno papà per passione.

Nasce e passa parte della sua vita a Milano ma cresce e torna tra i vicoli stretti ed accoglienti della calda Palermo, un diploma tecnico in attesa infinita di una laurea ancora più tecnica, ed una vena artistica in cerca della sua giusta direzione.

L’arrivo in finale di un suo elaborato a un concorso letterario (che ha dato il via alla collaborazione con riviste a tiratura nazionale) lo ha convinto a ad insistere su questa strada, e dunque continua a dare sfogo alla sua fantasia, mettendo per iscritto le idee strane e malsane che frullano in quella testa in perenne movimento, come le foglie degli ulivi sferzati dai venti della sua terra.

La sua opera prima, una raccolta di Racconti dal titolo “Come biglia in equilibrio precario” è edita da maggio del 2017.

A dicembre dello stesso anno, insieme ad altri tre autori, pubblica un esperimento letterario dal titolo “Dalla A alla Zeta – Follie di quattro scrittori”.

Nel 2018 arriva il suo primo romanzo “Il granello di sabbia nell’ingranaggio” e, nello stesso anno, il suo ultimo lavoro attualmente edito “Cerca di non mancarmi troppo” scritto a quattro mani insieme a Stefania Convalle.

Tutte queste opere sono edite da Edizioni Convalle.

Link di acquisto del libro:

https://www.edizioniconvalle.com/il-granello-di-sabbia-nell-ingranaggio-9788885434-21-9-c2x26035485

“Con il vento a favore” di Roberta Capriglione, Self Publishing

“… Voi giovani siete abituati ad ottenere tutto e subito; avete perso completamente il gusto dell’attesa. Ma qual è il piacere di raggiungere l’obiettivo senza aver assaporato ogni istante che separa dalla meta? …”

Un concetto simile, nel contesto storico-sociale nel quale ci troviamo oggi, non passa certo inosservato. Ammetto di essermi soffermata molto, sopra queste due brevi frasi. È l’attesa che genera le aspettative, è lei che spinge le emozioni, i sogni, i desideri. Senza l’attesa, forse, la meta non avrebbe lo stesso gusto. E, proprio per questo, il fattore tempo entra in gioco, anzi, diventa il protagonista del gioco. L’attesa genera un lasso di tempo dentro al quale si vive, si esiste, e soprattutto, si impara a conoscersi. Non solo. Il tempo dell’attesa ci illude d’essere un tempo fermo, invece, è l’esatto contrario: la mente viaggia, costruisce, immagina. Questo è movimento. Il movimento che preferisco.

Olivia, la protagonista de “Con il vento a favore” di Roberta Capriglione è la giovane donna alla quale la frase citata è rivolta. Lei è l’emblema della giovane moderna: impegnata tra lavoro, casa e fidanzato, poche amiche ma vere e qualche collega col quale dividere l’impegno diurno. Una vita “normale” impregnata di fasi cicliche, ovvie, reali. Una vita scandita da un ritmo certo e rassicurante.

Nel ciclo virtuoso che è la vita, Olivia crede di aver raggiunto la sua meta personale quando lo sgambetto del destino la obbliga a ricominciare la salita. Una salita impervia, dove le intemperie non si contano, ma che, in questo viaggio, ha un gusto nuovo, inatteso: quello dell’Amore. Un amore completo verso se stessa, la vita, il destino, la possibilità e soprattutto verso la solitudine che l’attesa genera.

Roberta Capriglione ha creato un personaggio semplice e forte, una donna rappresentativa della società moderna, un’icona di coraggio e determinazione; una trama che spezza e che crea il libro nel libro: il prima e il dopo interagiscono tra loro, sono una sorta di specchio nel quale l’immagine di Oliva si riflette senza filtri.

Nella prima vita di Olivia il caffè si beve alla macchinetta, è macchiato e condito da chiacchiere spezza-lavoro e qualche pettegolezzo; oppure a casa, la sua specialità è il cappuccino del week end, schiumoso e caldo al punto giusto, accompagnato da biscotti alla farina di riso. Nella sua seconda vita, invece, il caffè si prende al bar, seduta. Il tempo, la solitudine e l’attesa si sciolgono nella sfoglia di un cornetto e in uno sguardo che, da principio, sembra casuale.

La protagonista sta alla cucina come una tigre nella foresta nordica: il supermercato è un luogo astratto dove comprare il necessario, il frigorifero canta vittoria se ospita mozzarella-insalata-uova, affettare un pomodoro richiede un impegno fuorimisura e le cene migliori sono al ristorante. Proprio al ristorante, una sera, davanti al solito Burrito Tex con pollo, fagioli, formaggio e guacamole, la porta sulla prima vita si chiude, con un tondo tanto acuto da scuotere il silenzio e da scaraventare le abitudini in un luogo lontano e irraggiungibile.

Stare con Olivia è un esercizio, per il lettore. Il suo lento vagare tra il senso del dovere e responsabilità, tra lacrime e ingiustizie, tra passato e presente, tra presente e futuro, ti accompagna e ti scaraventa addosso le sensazioni che la protagonista vive.

Il lettore si trova incagliato in problemi, dolori e solitudine (tanta). E proprio quest’ultimo aspetto che il lettore non può evitare. La solitudine di Olivia è quella errante, quella che lei cerca di curare con gelato cremino e caramello, un buon vino, una pasta al pesto, un hamburger con patatine. Una solitudine ingiusta, rabbiosa e sbagliata, in principio. Una solitudine necessaria, utile, vibrante. La solitudine vera e autentica che non dovremmo temere.

Roberta Capriglione narra una storia in prima persona, consegna al suo personaggio la trama e lascia che sia lei ad esplorare l’ambientazione, i fatti, i sentimenti. Il risultato è uno spaccato di vita che infonde messaggi chiari di cui oggi più che mai abbiamo bisogno: il sacrificio visto come mezzo per raggiungere una meta, la solitudine per conoscere se stessi, il silenzio per riscoprire suoni dimenticati. In ultimo, ma non per ordine di importanza, una trama originale che nasconde e presenta, e che scorre verso un finale che vorresti non arrivasse mai.

Si ringrazia l’autrice per l’invio diretto del romanzo.

Nota biografica dell’autrice:

Roberta Capriglione nasce a Catanzaro, nel 1976. Si laurea a Milano in Relazioni Pubbliche, per poi trasferirsi a Roma. Ha pubblicato Con il vento a favore (2018), Variazione (2020) e numerosi racconti, tra i quali Binario 7 e Tu ci sarai, inseriti in due raccolte antologiche. Ha ricevuto riconoscimenti e menzioni d’onore. Con il vento a favore si è aggiudicato il premio “Pianeta donna” al Concorso Internazionale Montefiore ’18 ed è rientrato nella lista dei finalisti dell’Etnabook ’19 e del Premio Tre Colori ’20.

“Con il vento a favore” ha la sua colonna sonora. Il cantautore Domenico Pompilio ha composto e arrangiato una melodia che ci riporta ai cantautori del passato, ma che si proietta, con grande abilità e delicatezza, in un panorama musicale contemporaneo, mai superato. Ed ecco che chitarra, voce e armonica, nella loro semplicità, hanno dato vita ad un paesaggio sonoro atto a trasmettere e rafforzare nell’ascoltatore il messaggio insito nel libro. “Con il vento a favore” è su Youtube, Spotify, Soundcloud e su tutte le piattaforme digitali.

Il libro è disponibile in formato cartaceo o ebook su Amazon.

“Il ricordo” di Maria Rita Sanna – #boodracconti

     Mio babbo sollevò il bicchiere pieno di vino rosso, lo guardò come se cercasse qualcosa all’interno, mentre il sole del pomeriggio ingaggiava una lotta con il liquido per renderlo più chiaro. Seduta al suo fianco ammiravo ogni suo movimento, cercando di scoprire cosa si nascondesse dietro quel rituale.

     Dopo la messa del Corpus Domini celebrata nella chiesetta campestre, molte famiglie, insieme alla mia, si erano riunite sotto le querce secolari o a ridosso di alcuni grossi tronchi della foresta pietrificata, silenziosi guardiani del luogo. Era una tradizione stare seduti per terra, in un grande cerchio, per il pranzo collettivo, arrostire carne e soprattutto fondere il formaggio fresco e colarlo sopra il pane a sfoglia. Il vino nero era il re per il palato degli anziani, mentre tra gli uomini ancora giovani, come mio padre, dilagava la questione sulla qualità dei tipici vini bianchi. Ma quel giorno, il vino rosso aveva sbancato le chiacchiere col suo colore caldo e corposo, e poco per volta che vedevo i bicchieri svuotarsi calava il silenzio tra le persone.

     Ebbi la sensazione di essere avvolta in un grande abbraccio.

     «Adesso vediamo se è buono» mi disse il babbo, facendomi l’occhiolino.

     Bevve un grande sorso, mosse le mandibole come se lo masticasse, schioccò la lingua, pronunciò un lungo e sonoro ah!, complimentandosi con i suoi compaesani: Che cosa buona e saporita!

Allungò la mano e prese una pesca, tagliò alcune fettine senza togliere la buccia, una la diede a me, le altre le immerse dentro il bicchiere. Facendo roteare il vino mi disse che i due ingredienti si sarebbero incorporati tra loro, la pesca avrebbe preso il colore del vino, il vino il sapore della pesca.

     «Uno lascia e l’altro prende, e viceversa.» Io guardavo insieme a lui il bicchiere in controluce. Rosso, giallo, arancio. Sorpresa, caldo, pace.

     Era vero! La polpa della pesca era diventata rosa. Il vino non lo assaggiai perché, quando mio padre accostò il bicchiere per farmi sentire il profumo, ritrassi il naso.

     Lui, invece, assaggiò a più riprese il vino alla pesca, lo fece assaggiare anche alla mamma; altre persone imitarono mio padre, alcuni si complimentarono e altri lo disapprovarono, per aver alterato il gusto di quel vino prelibato. Il ronzio della discussione mi cullò in una nuova consapevolezza, e cioè che non esiste la certezza delle cose finché non si prova a cambiarle; ogni cambiamento provoca una variazione della qualità degli elementi. Certo, quel giorno avevo solo dieci anni, ma durante la mia vita ho ricorso parecchie volte a quell’immagine per assicurarmi che le cose possono cambiare senza doverne subire i traumi. Lo spazio che rimane dopo aver lasciato qualcosa, viene riempito da altri elementi.

     La contemplazione a quel germoglio di riflessione fu destata dalla voce della mamma che mi porgeva un piatto col mio dolce preferito: una doppia cucchiaiata di crema pasticcera che accompagnava due grossi gueffus.

     «Vedi, in quella crema ci starebbe bene un goccio di liquore di mirto!» disse il babbo, tutto soddisfatto.

     Strinsi le braccia per coprire il piatto, trattenendo un sorriso con la bocca piena di dolcezza.

  A quel cambiamento non ci tenevo proprio.

Nota biografica dell’autrice:

Maria Rita Sanna è nata a Cagliari nel 1964, ma vive a Quartu S. Elena.

Appassionata di libri e delle tradizioni della Sardegna, ama raccontare le emozioni

attraverso la poesia, anche in lingua sarda. Ha partecipato al Premio Letterario “Dentro l’amore”, classificandosi al terzo posto, sezione racconti, nell’edizione 2019; nelle edizioni precedenti si è classificata sempre tra i finalisti e ha ottenuto menzioni speciali. Nel 2018 ha esordito con la pubblicazione della raccolta di racconti “Pane e Fragole”, Edizioni Convalle, dedicati alla cultura e alle tradizioni della Sardegna. Da oltre due anni segue il Laboratorio di Scrittura Creativa di Stefania Convalle. “Mandorla Amara” è il suo primo romanzo.

“Io ho sempre parlato – Vita di un cane unico con umani normali” di Amelia Belloni Sonzogni, Youcanprint- #boodperglialtri – #boodinterviste

Quando inizia un nuovo anno, di solito, si ha l’idea di cominciare un nuovo cammino completamente diverso dal precedente. Spesso siamo carichi di aspettative e desideri, sogni e previsioni, impegni e prospettive. L’idea, quindi, che con il nuovo anno si possano introdurre (o eliminare) nuovi propositi è fatto ovvio e naturale. Sui “buoni propositi mancati” non esprimo commenti: siamo nel gennaio di un anno che vorrebbe speranza ma che ha davanti ancora un’impervia salita, concediamoci un po’ di sana illusione…

Per godere dell’effetto novità, vi propongo una nuova idea per il blog, un buon proposito che vorrei curare e portare avanti con impegno e serietà – logica che cerco di rispettare sempre e che spero giunga anche a voi. Il nome di questo nuovo ciclo di letture e recensioni sarà: #boodperglialtri. In questi tempi difficili, sono convinta che ognuno di noi abbia il dovere di dedicarsi agli altri, ognuno come può, con la propria esperienza e passione. Nasce così l’idea di donare uno spazio sul blog a tutti gli autori che hanno deciso di devolvere il ricavato delle loro opere a una iniziativa benefica. Sarà bellissimo leggere e divulgare il piacere di sostenere progetti, iniziative, idee. Già in passato abbiamo trattato opere legate a progetti di solidarietà: Stefania Convalle, col suo “Lo specchio macchiato dal tempo” aiuta associazioni che si occupano di animali abbandonati, e il trio Castoldi-Donati-Milanesi, col loro “La Svolta” aiutano la Fondazione Opera di San Francesco. Opere forti e delicate al tempo stesso, che profumano di umanità e che, proprio per il loro fine ultimo, rientrano in quelle che io chiamo “speciali”.

Un’opera simile, speciale e delicata, forte e originalissima, che entra nel mondo #boodperglialtri è “Io ho sempre parlato – Vita di un cane unico con umani normali” di Amelia Belloni Sonzogni, Youcanprint.

Il titolo colpisce nel segno e anticipa la trama: una coppia attraversa la dolorosa perdita del loro amico a quattro zampe (Pedro), un amico sincero e…” parlante”. L’autrice usa un innovativo stile narrativo che introduce i pensieri (e le parole) di Pedro che irrompono nella vita della coppia, che spiega e racconta la fatica di vivere che non dà pace a Elena, la sofferenza fisica a cui è stato costretto Riccardo e la sua rinascita, i consigli che elargisce a Giatt il nuovo cucciolo arrivato in famiglia, lui che proviene da un mondo di violenza e sofferenza. L’autrice presenta una famiglia normale che vive d’amore per il proprio amico fedele: ci sono ricordi di vacanze in barca quando si mangiava la focaccia e le risate echeggiavano libere; ci sono i caffè del mattino che anticipano la colazione e le scorribande nei prati vicino casa a mangiare more; ci sono le bomboniere a forma di marmellata di peperoni per gli umani e fiumi di biscottini e crocchette per i cuccioli. Il tutto però, è condito da un legame speciale che ha il sapore candido dell’amore, quello puro e indissolubile che si crea solo quando si ha il coraggio di amare con dedizione. Un sentimento che vince la violenza, la rabbia, la solitudine e la paura con un’abbondante dose di pazienza e comprensione.

Un ottimo editing, una scrittura scorrevole e un’alternanza di flash dal passato, presente e futuro ben dosato convincono e completano l’opera.

Io mi fermo qui.

Ora cedo la voce all’autrice che ha accettato la proposta di partecipare alle #boodinterviste e che ci racconterà di lei, di Pedro e dell’avventura che è amare un amico peloso.

Buongiorno Amelia e grazie per aver accettato questo invito. Con il tuo libro nasce anche l’hashtag (e progetto) #boodperglialtri. Vorrei che ci raccontassi a chi hai deciso di devolvere il ricavato della vendita del tuo libro e come è nata questa idea.

Buongiorno a te Valeria e grazie per la tua toccante introduzione. Sono onorata di inaugurare questo progetto.

Il ricavato della vendita del mio libro è destinato al Rifugio di Francesca Cognato, una donna che da sola, anni fa, a Palermo ha iniziato ad aiutare cani randagi, abbandonati o maltrattati, condizione quest’ultima purtroppo frequente; li accoglieva, li accudiva e cercava di trovare loro una famiglia. A lei si sono aggiunte altre volontarie, l’impegno è cresciuto, i cani sono aumentati e la sua iniziativa si è trasformata in Onlus Sos Primo Soccorso Cani e Gatti https://www.facebook.com/sosprimosoccorsocaniegatti oppure su Twitter @francycognato.

Io l’ho incrociata per caso. Le espressioni dei cani per cui si chiedeva adozione mi dicevano che nonostante la vita in canile si sentivano amati; le testimonianze di chi ne aveva adottato uno, e anche più di uno, mi hanno convinto. Così ho seguito le vicende del Rifugio che in quel periodo cercava aiuti per costruire la propria nuova sede sul terreno assegnato dal Comune: un bene confiscato alla mafia, usato come discarica, su cui era necessario iniziare e ultimare i lavori, rispettando scadenze talvolta ricordate con frequenza assillante. Mi sono unita ai privati accorsi in aiuto, grazie ai quali il Rifugio è stato quasi del tutto completato. In quel periodo stavo scrivendo il libro che è dedicato a Pedro; ho pensato a come potevo restituire il bene ricevuto da lui, a come rendergli onore perché era davvero un individuo straordinario. Donare il ricavato delle vendite mi è sembrato un modo degno.

Ho trovato molto originale la scelta stilistica di affidare una parte della narrazione (e dei dialoghi) a Pedro. Raccontaci come è nata questa idea.

Hai presente i truccatori, o gli stilisti? Dicono che non è necessario essere perfetti esteticamente. Anche un difetto può rendere attraenti, persino belli, l’importante è saperlo valorizzare. È stata una considerazione che ho interpretato quasi come una sfida quando due editor, in modi diversi e con diversi approcci, mi hanno comunicato le loro impressioni sul libro nella sua prima stesura. In particolare, i costruttivi rilievi di uno di loro, a sua volta scrittore, mi hanno spronato a cercare una soluzione originale. E mi fa piacere che tu lo abbia sottolineato. Ho rivoluzionato tutto, riscrivendo da capo e cambiando completamente l’impostazione, per trasformare i punti deboli in punti di forza, perché diventassero una caratteristica distintiva. Ne sono molto soddisfatta dato che i riscontri avuti finora sono stati tutti positivi. Mi sono occupata io stessa dell’editing, tenendo conto delle impressioni del mio personale beta-reader, e mi sono lasciata ispirare dai “musi” che mi guardavano, uno dallo schermo del computer (Pedro), l’altro da sotto la sedia (Giatt).

Elena e Riccardo, i protagonisti dell’opera, sono due persone “normali”, con una vita vissuta e in parte dolorosa. Sono così autentici e veri che sembrano reali. A chi somigliano?

Mi fa piacere si noti l’autenticità nella cosiddetta normalità. A conclusione delle riflessioni che hanno accompagnato la scelta del titolo, ho preferito questo aggettivo, “normali”, nonostante le perplessità legate al suo diffuso utilizzo, specie nella lingua parlata; un utilizzo talvolta improprio forse per pigrizia nella ricerca di alternative migliori: che vuol dire “normale” e cosa identifica la normalità? Poi però mi è sembrato il più utile per suggerire ai lettori che si potevano facilmente riconoscere in Elena e Riccardo. Sembrano veri perché somigliano a persone vere, a chi ha vissuto malattie, perdite, incomprensioni con gli affetti più cari, a chi ha traslocato, avuto dei vicini di casa, cambiato lavoro e città, viaggiato, vissuto con un animale. E somigliano in parte a chi scrive e a chi è descritto.

Domanda ovvia ma non banale. Ci racconti cosa significa, per te, amare un animale?

Hai ragione, non c’è nulla di banale nella relazione che si instaura con un animale e risponderti non è semplice, dato che detesto la retorica, ma l’hai già detto tu e senza retorica: amare con dedizione. Forse posso sintetizzare il concetto molto sfaccettato nell’espressione “vivere quotidiano” quando indica lo stare a contatto tutto il tempo possibile con la massima attenzione e consapevolezza, senza perdersi espressioni, attimi, frazioni di sguardi o movimenti; condividere, prendersi cura, alimentare con il cibo ma non solo. Pedro, per esempio, mostrava una totale noncuranza del cibo tranne per quegli alimenti di cui era ghiotto. Si alimentava, e spesso con qualche difficoltà, della quotidiana pappa, ma ne avrebbe fatto anche a meno. Non così del contatto stretto, delle carezze, dell’andare insieme. Un animale è per me un famigliare, e non è questione di specie, cane, gatto, gallina o pesce rosso; sarebbe lo stesso sentire, certo con interazioni differenti. Poi c’è lo strazio del distacco ma, come ha detto un mio amico, è meglio lasciarsi che non essersi mai incontrati.

E, infine, leggerti è stata una bella esperienza. La tua è una scrittura immediata e coinvolgente. Hai altri progetti in corso o pronti per la pubblicazione?

Sto lavorando a una serie di racconti, scritture alcune recenti, altre più datate il cui tema di base è il legame con gli animali, ma non solo. Sono storie realistiche, che indagano i rapporti famigliari, ambientate in momenti diversi di un arco temporale storico, con il file rouge di un legame privilegiato che analizza i motivi per cui un certo sentire, un’impronta diventano tipici e si tramandano. Sono consapevole della risposta nebulosa, ma non vorrei svelare di più. Potrebbe essere questo il primo dei progetti pronto per la pubblicazione. Altri in corso invece richiedono più tempo: uno in particolare, il romanzo storico che tanto desidererei realizzare, necessita ancora di parecchio impegno. Sarà il concretizzarsi di una tacita promessa, come “Io ho sempre parlato” è stato il realizzarsi di un patto tra me e Pedro, essere sempre insieme.

Si ringrazia l’autrice per l’invio diretto del manoscritto e per la partecipazione alle #boodinterviste.

Nota biografica dell’autrice

Amelia Belloni Sonzogni è nata a Milano, dove ha studiato, vissuto, lavorato come insegnante di lettere nella scuola media pubblica e collaborato come storica alla cattedra di Storia contemporanea dell’Università degli Studi di Milano presso la quale si è laureata. Ha pubblicato numerosi saggi sulla storia di Milano, sulla storia dell’assistenza e previdenza, alcune monografie su enti privati e pubblici, biografie di uomini politici lombardi ed una pressoché unica storia del Prix Italia, concorso per radio, tv, web patrocinato dalla Rai, che si svolge ogni anno dal 1948 (per i dettagli www.ameliabellonisonzogni.it nella sezione I miei libri). Da qualche anno ha lasciato l’insegnamento, ma l’attività di ricerca è rimasta una passione. Si ritiene una privilegiata perché vive in modo molto semplice nel posto di mare cui è legata sin dalla prima infanzia, dove ha trovato il tempo e la dimensione giusta per dedicarsi alla scrittura.

Link di acquisto del libro:

https://www.youcanprint.it/animali-domestici-cani-generale/io-ho-sempre-parlato-vita-di-un-cane-unico-con-umani-normali-9788831679152.html

Il libro è presente in tutti i principali store (Amazon, Ibs, Feltrinelli, Mondadori ecc.). Considerata la finalità benefica, l’autrice suggerisce l’acquisto diretto su Youcanprint perché il riconoscimento dei diritti è un poco più consistente ma soprattutto più rapido.

“IL BOSCO DEI COLORI” di Cristina Galli, Quirici Edizioni, traduzione di Helen Gregory – #boodinterviste – #boodkids.

Cari lettori, sapete quanto io tenga al tema lettura nell’infanzia. Credo, e non mi stancherò mai di scriverlo, che i piccoli lettori di oggi saranno lettori onnivori di domani; che l’avvicinamento al libro stimoli la loro curiosità e crei una sorta di viaggio emotivo nel quale loro sono i protagonisti e nel quale la loro sete di sapere viene saziata con strumenti semplici e immediati.

Oggi vi voglio segnalare una lettura originale: è una favola per bambini (e adulti) avventurosi, che vogliono scoprire il mondo del bosco con occhi… creativi e pieni di colori unici nel loro genere.

Lascio la parola all’autrice che ci porterà direttamente nel magico mondo del “Bosco dei colori”.

Buongiorno Cristina e grazie per aver accettato questa intervista.

Grazie a te per questa fantastica opportunità.

Entriamo nel vivo. Come è nata l’idea di scegliere il bosco per l’ambientazione del tuo libro?

Sono una mamma che per scelta ha voluto lasciare la realtà “cittadina” per trasferirmi a vivere a ridosso di un bosco, in un paese delle Prealpi Lombarde. Vivo qui da quasi 9 anni con mio marito (fattore) e i miei due bambini di 6 e 7 anni. Ho sempre creduto nell’importanza della natura sia per il benessere dell’adulto, ma soprattutto per i bambini. Il bosco offre semplicità, accoglienza, empatia e armonia tra animali e vegetali. Sin dalla nascita della mia prima figlia ho passato le giornate a camminare nel bosco, mostrandole la bellezza, e raccontando storie di fantasia. Da qui è nata l’idea di realizzare un libro che parlasse di questo bosco.

Nella tua introduzione si legge “ … ora ho disegnato, scritto e ricamato…” Ci vorresti raccontare quali tecniche hai usato per realizzare le grafiche del tuo libro?

La mia è una continua “ricerca” e sperimentazione di modi nuovi di trasmettere emozione e dare rilevanza alla “manualità”, ad oggi quasi “estinta” nelle nuove generazioni. Non utilizzo il computer, le illustrazioni sono totalmente realizzate a tempera su carta o tempera e ricamo su tessuto.

Ho apprezzato molto il testo bilingue: italiano in una pagina, inglese nell’altra. Un’idea particolare e interessante. Ci vuoi raccontare come è nata questa intuizione?

Ho vissuto per anni all’estero, la mia prima esperienza fu a 16 anni in Inghilterra dove capii l’importanza di conoscere nuove lingue, soprattutto l’inglese. I miei bambini sono cresciuti a “canzoncine” in inglese e racconti che inventavo io, da qui l’idea di scriverne un libro.

E ora, perché non ci dici qualcosa di te… Siamo molto curiosi di conoscerti. Oltre alla scrittura e al disegno, quale altra arte ti affascina?

Come ti ho anticipato, da quando ho avuto i miei bambini ho dato una svolta drastica alla mia vita. Sono Designer & Product Manager accessori moda, e ho collaborato per vari marchi sia italiani che esteri. Mi sono occupata di “ricerca materiali” per diversi anni, da qui l’interesse nella sperimentazione. Avendo frequentato da ragazza la scuola di illustrazione per l’infanzia presso lo IED, circa 15 anni fa ho deciso di tornare al mio “sogno nel cassetto”: illustrare racconti per bambini, anche se ciò comportava la “precarietà”! Il primo libro che ho illustrato e scritto (italiano/inglese) è stato il Leone Zebrato, nel 2016. Dal cucito al disegno dal modellare al dipingere, ho sempre avuto la predisposizione verso la manualità, ma soprattutto la curiosità nel sperimentare. Il mio intento e desiderio è quello di trasmettere ai bambini, durante i miei laboratori, la voglia di sperimentare “Natura e la manualità” e non avere come riferimento solo la “tecnologia”.

Infine, la domanda che più mi sta a cuore. Sostengo da sempre che per avvicinare i bambini ai libri è opportuno conoscere i loro desideri, le loro emozioni e, soprattutto, i loro interessi. Detto ciò, a quale piccolo lettore consiglieresti “Il Bosco dei colori”?

Il libro, pubblicato nel 2018, è un racconto in rima, molto orecchiabile in italiano, un po’ più impegnativo nella traduzione in inglese che è anch’essa in rima (scritto da Helen Gregory madre lingua inglese). È rivolto a bambini di età scolare dai 5/6 anni ai 9/10, età che reputo più bisognosa di stimolo alla fantasia e di avvicinarsi alla Natura tramite esperienze nuove.

Grazie, Cristina, per aver partecipato a questa iniziativa. Tienici aggiornati sui tuoi nuovi progetti, saremo felici di leggerti.

L’autrice segnala che il libro è disponibile per l’acquisto scrivendo direttamente a: ilboscodeicolori@gmail.com.

Una zuppa di riso e lenticchie di Romana Francesca Dimaggio – #boodracconti

«Patatine, scatolette, bevande gassate, pop-corn, vaschetta di gelato e… l’immancabile cioccolato. È uno stronzo.»

La donna sollevò lo sguardo dal carrello e sbatté le palpebre: «Come, scusa?»

Il commesso del supermercato davanti a lei spostò le braccia dai fianchi per incrociarle al petto: «O stai organizzando una festa per dodicenni o sei stata appena lasciata. Ma, vista la tuta e il maglione di lana extralarge che indossi, direi la seconda, quindi è uno stronzo.»

Il suo labbro inferiore tremolò leggermente, ma il mento lo tirò su, cercando di mostrare una forza che in quel momento non sembrava avere. Strizzò gli occhi gonfi dal pianto per leggere meglio il nome sulla targhetta appuntata al grembiule: «Tom…»

«Per servirti» le sorrise.

«Tom… Mi dispiace non avere la mise adatta per il supermercato, ma non credo che siano affari tuoi.» Il tono più tagliente di una lama affilata.

Il ragazzo sollevò le mani in un gesto di resa: «So che in questo momento mi vedi come un rappresentante del genere maschile della razza umana e probabilmente stai escogitando mille modi per annientarmi, quindi ti perdono.» Le regalò un ultimo sorriso e sparì dietro la corsia dei surgelati.

***

Gli scaffali degli alcolici erano i più alti e la proprietà si premurava di tenerli sempre pieni.

Tom la vide spostarsi verso i vini rossi e picchiettarsi una guancia mentre leggeva un’etichetta.

«Sei passata al livello successivo? Ora punti all’alcool?»

La donna si voltò mostrandogli uno sguardo colpevole e smarrito allo stesso tempo, come una bambina colta dai genitori con le mani nel vasetto della marmellata.

Tom diede un’occhiata fugace al carrello: «Fossi in te sceglierei un rosé.» Prese una bottiglia da un paio di ripiani più in là e gliela porse: «Questo è perfetto col pane e la maionese che hai scelto.»

Lei si rigirò il vino tra le mani, poi corrucciò la fronte e decise di sfidarlo: «Sto per comprare anche del caviale. Penso di preparare una cena per una persona speciale. Non credi sia meglio un rosso corposo?»

«Sì, sei speciale e per te non serve l’eccesso di un rosso, come non basta un freddo vino bianco.»

Lei rimase un momento a bocca aperta, incapace di ribattere, poi ci provò: «Io… Io… Non ho detto che…» Fallì.

Tom rise di gusto: «Quelle sono quantità per uno» indicò il cibo nel carrello.

Vide le sue guance avvampare. Fece un altro passo, solo un sorriso, la voce più bassa e il viso più vicino per farsi sentire meglio: «E sono felice che stia riprendendo in mano la tua vita.»

I suoi occhi sfuggivano d’ovunque, tranne che in quelli di lui, finché non trovò il modo o il coraggio di allontanarsi, di scappare, lasciandolo lì, accanto al suo carrello pieno.

Solamente il rosato stretto forte tra le mani.

***

A volte aveva paura di spaventarla, di risultare insistente, ma come resistere alla sua presenza senza poterle parlare?

La schiena dritta, i capelli raccolti in una coda alta, solo qualche ciuffo lasciato libero di accarezzare quel lungo collo affusolato.

Nemmeno se ne rendeva conto e già camminava nella sua direzione.

Si fermò alle sue spalle e inspirò il suo odore. «Sapevo di aver indovinato.»

Lei posò nuovamente la boccetta di profumo che stava annusando e lo guardò solo con la coda dell’occhio. Sorrise. «Tu sai sempre tutto, vero, Tom?» Si voltò a sostenere il suo sguardo e per la prima volta si sentì perso, perso in lei, nella sua forza d’animo. «Tu credi di sapere tutto. In fondo, cosa sai veramente di me? Che profumo uso? Quale vino bevo?»

Un’altra prima volta: Tom indietreggiò. Ma capiva che era quella la sua occasione. «Forse hai ragione, forse è solo questo che so di te. Eppure sono due anni che ti vedo mentre ti aggiri in questo supermercato. Ti ho vista venire qui anche con quell’idiota e comprare solo le cose che piacevano a lui, mentre lanciavi sguardi malinconici a scatole di tè o confezioni di caramelle dai colori allegri.»

Tornò a camminare nella sua direzione e questa volta fu lei a dover indietreggiare sotto l’attacco dei suoi sentimenti: «Credo di conoscerti più io di quell’imbecille che ti ha lasciata. Perché altrimenti non l’avrebbe mai fatto. E non chiederò scusa per questo, non riuscirai ad allontanarmi solo perché hai paura. Vuoi sapere una cosa? Be’, ho paura anch’io, ma almeno ci provo. E quando sarai pronta a conoscermi anche tu… Be’, sai dove trovarmi!» Si era scaldato, si era lasciato andare, forse un po’ troppo, perché un paio di clienti lo fissavano straniti.

Si stava mettendo nei guai: il lavoro, la reputazione del negozio, l’affitto… Una serie di responsabilità gli piombarono addosso come una doccia gelata.

Stava sbagliando. Stava sbagliando tutto con lei.

«Scusa.» Si voltò. «Mi dispiace.» Un sussurro prima di sparire dietro l’angolo.

«Non provarci nemmeno, stavolta!» La voce della donna lo raggiunse alle spalle: «Tom!» urlò per fermarlo.

Non fece in tempo a girarsi che un pacco di lenticchie gli finì dritto in fronte: l’impatto fu così forte che la confezione esplose e migliaia di lenticchie si sparsero ovunque come coriandoli, per terra, tra gli scaffali, addosso a lui.

Sentì lei trattenere il fiato, il brusio della clientela scomparire.

«Oh mio dio, mi dispiace» le mani alla bocca, gli occhi spalancati e non riusciva ancora a capire se volesse piangere dalla vergogna o ridergli in faccia.

«Ti dispiace?» fece un passo verso di lei.

«Ti ho fatto male?»

«Ti dispiace, eh?» allungò un braccio per afferrare un pacco di riso.

«Sì, ti aiuto a ripulire» si offrì, ma lui continuava a camminare lentamente e ad aprire la confezione.

«Non preoccuparti» sogghignò. «Piuttosto… preoccupati di questo.» Sollevò la mano e le rovesciò l’intero contenuto sulla testa, facendole finire il riso dappertutto, nei capelli, nei vestiti, e dovette serrare le labbra per impedire che finisse anche nella bocca. Ma durò poco, perché non riuscì più a trattenere le risate.

«Bene, direi che ora posso invitarti a cena. Ti porto a mangiare una zuppa di riso e lenticchie

Rideva lei, puntinata di bianco dal riso, e rideva lui, con tutte quelle macchioline marroni addosso.

Nota biografica dell’autrice:

Romana Francesca Dimaggio è nata a Barletta nel 1981. Nel 2008 ha conseguito la laurea specialistica in fisica presso l’Università degli Studi di L’Aquila; negli anni successivi ha lavorato come consulente informatico a Padova e Bergamo. Trasferitasi a Roma, ha svolto diversi lavori, tra ripetizioni, pet-sitting e divulgazione scientifica in musei e librerie. Attualmente vive con il marito e lavora per una società che si occupa di asset management di impianti fotovoltaici ed eolici. Ama il Giappone, tanto da studiarne la lingua da autodidatta, gli anime, i manga e gli origami; le piacciono inoltre il teatro e il cinema. Adora leggere romanzi rosa, thriller e fantasy, e da qualche anno coltiva la passione per la scrittura, sperimentando sempre nuove tecniche e nuovi stili. Debutta nel 2020 con il suo primo romanzo, pubblicato da Brè Edizioni.

“Chef stellato per una sera” di Andrea Biagini, DeA Planeta Editore

“Uno scrittore è come un grande pettegolo che rivela i segreti in modo professionale.”  – Janice Valencia Capulso.

Il “segreto” è uno dei temi più usati in letteratura. È, infatti, un perno elaborato all’interno del quale le trame ruotano insieme alle gesta eroiche (o meno) dei personaggi. È il centro del cerchio, la base statica dalla quale si irradia la vicenda. Se ben dosato e sviluppato, un buon segreto si trasforma in morale, riempie il testo e lo amplifica fino a farlo diventare indispensabile.

Un “segreto” non si limita a essere solo tema creativo, anzi, vista la sua innata importanza, si trasforma in strategia nell’ambito del business: pensiamo alle imprese che custodiscono progetti, ad artisti che proteggono le loro tecniche, a creativi che tutelano il proprio estro.

Converrete con me, un segreto professionale non è affatto semplice da rivelare. Si tratta di un atto di fiducia verso l’Altro, sinonimo di grande altruismo e generosità che, in tale veste, ricopre un certo fascino. Ho pensato a questo, quando ho iniziato a leggere “Chef stellato per una sera” di Andrea Biagini edito da DeA Planeta. L’autore, consulente del settore food & lifestyle e grande appassionato di cucina, ha usato certamente questa formula, nel coinvolgere cinquanta chef stellati in questo progetto nato nei mesi del lockdown totale, il primo per intenderci.

Una formula che si è rilevata vincente, vi spiego il motivo.

Prima di entrare nel merito della “consistenza”, vorrei spendere qualche parola circa l’impaginazione e la forma del manuale. Sapete quanto io ami le prefazioni: le ritengo un biglietto da visita di valore inestimabile e, quando ben scritte, ritengo siano la formula migliore per accogliere il lettore. In questo caso, la prefazione di Anna Mazzotti è come una stretta di mano decisa e accogliente: “… poi, sentite, con il cuore, se quel piatto vi dà emozione: è questa la risposta fondamentale…” scrive e convince, in maniera diretta e semplice.

Si prosegue con una breve introduzione dell’autore che spiega, nel dettaglio, il progetto: pone domande (“…Come è possibile avere tutti i sapori che ti esplodono in bocca?” eh…già, come è possibile?); fornisce stimoli così reali che non si possono non condividere (…” Proviamo anche noi a seguire queste ricette … le stelle brilleranno per davvero…”); presenta una nota originale e gradevole (la selezione di vini consigliati da Luca Martini). Il grado di curiosità si eleva: il lettore entra nel vivo e inizia ad assaporare ciò che verrà.

Il libro, a questo punto, viene presentato secondo le regole classiche dei manuali di cucina: antipasti, primi, secondi e dolci, ma le sorprese non sono finite. Ogni ricetta è firmata (nel senso letterale del termine) dal suo creatore e, ulteriore nota gradevole, è il consiglio per l’impiattamento. Quest’ultima fase, se nell’ambito casalingo è un fatto spontaneo, tra le mani di uno chef stellato diventa materia di studio e perfezionamento senza la quale il piatto servito non racconterebbe la sua storia.

I contenuti di “Chef stellato per una sera” sono molto interessanti e consentono di apprendere le tecniche e le preparazioni: il procedimento delle ricette è narrato in fasi temporali, pertanto il lettore ha facilmente la risposta ai suoi interrogativi; stessa cosa avviene in fase di trascrizione degli ingredienti. La precisione, in tal senso, è riportata con maestria e questo è un ulteriore valore aggiunto.

Affascinante è sicuramente il viaggio nei prodotti locali che personalmente amo sempre ritrovare, quando leggo un ricettario: Chef Mammoliti si serve dell’aglio della sua provincia (Cuneo) nell’elaborato “Astrattismo – Alici marinate, bagnetto rosso e verde, crema di pane della tradizione”; Chef Croce sceglie le patate a pasta gialla della vicina Como nel suo “Da Candida” a Campione d’Italia; Chef Pasquerelli si affida ai gamberi d’Oneglia per la sua Zuppa di Pesce del Mar Ligure… solo per citarne alcuni.

Naturalmente, alcune ricette sono elaborate e per la corretta riproduzione, lo stesso autore, consiglia di seguire attentamente le indicazioni degli Chef nonché la scelta di ingredienti di alta qualità. Siamo d’accordo, se in alto si vuole arrivare, un po’ di fatica bisogna fare e, pertanto, è accettabile (e onesto) che l’autore lo riconosca. Ma, nonostante ciò, ci sono anche ricette semplici che rincuorano e che, ancora una volta, dimostrano quanto importante sia la qualità della materia prima trattata: “O’ sgombro mio” di Chef D’Agostino che ripropone un classico della tavola siciliana con pochi e selezionati ingredienti; le “Polpette di pane” di Chef Cuttaia che stupiscono per facilità di elaborazione; la “Lasagna tradizionale alla bolognese” di Chef Taglienti che emana genuinità ed essenzialità.

Il ricettario si conclude con un’ingegnosa segnalazione di menù da comporre, una riflessione di Marco But, un’originale escursione nel mondo della moda scritta da Angelo Inglese, una conclusione di Pierantonio Invernizzi e i ringraziamenti finali dell’autore.

Per usare un messaggio a noi molto caro, lettori, posso dire che ce n’è davvero per tutti i gusti: “Chef stellato per una sera” è un messaggio di unione, di vicinanza, di costruzione. È un viaggio nell’Italia bella, quella che lavora e vive per la divulgazione della bellezza, del suo patrimonio gastronomico, della fatica e della soddisfazione. È un contenitore di sapori autentici che richiedono mani (e menti) sapienti per presentarsi al pubblico, di pazienta e resilienza, di sogni e realtà, di possibilità e ingegno. L’Italia a tavola, l’Italia che conosce l’arte di amare.

Si ringrazia l’ufficio stampa per l’invio diretto del manuale.

Nota biografica dell’autore:

Andrea Biagini consulente strategico nel settore food & lifestyle, ma soprattutto appassionato intenditore della buona cucina, si è laureato in Economia e Commercio all’Università Cattolica di Milano. Dopo varie esperienze nel settore pubblicitario digitale è approdato nel gruppo Michelin, dove in questi ultimi anni ha ricoperto il ruolo di responsabile commerciale della divisione Michelin Travel Partner. Dopo 16 anni trascorsi nel gruppo Michelin, nel 2019 ha fondato la società di consulenza 32consulting, mettendo a disposizione di aziende, ristoranti e hotel tutta la sua esperienza nell’alta cucina, con una particolare attenzione alle logiche di business e marketing strategico. Il progetto Chef stellato per una sera nasce per gioco, ma con la convinzione che tutti possono imparare alcuni piccoli segreti gourmet e cucinare con amore le ricette stellate che troverete in questa straordinaria e unica raccolta.

Il libro è disponibile in tutte le librerie e in tutti gli store on line, anche in formato e-book.

“Il tempo che faceva” di Aldo Boraschi, AltreVoci Edizioni

La relazione tra l’uomo e le condizioni meteorologiche è uno dei più interessanti studi in ambito psicologico. Gli esperti sostengono che il nostro bisogno di conoscere in anticipo cosa succederà nel cielo rappresenti il bisogno di controllo che contraddistingue l’Uomo e la sua fragile natura. Ed è proprio questa necessità che ci induce a pensare a quanto, nonostante i nostri sforzi per dimostrare il contrario, siamo dipendenti e strettamente legati all’Ambiente che ci circonda: siamo una parte, un micromondo nel Mondo, un’esistenza che può considerarsi tale solo se inserita all’interno di qualcosa di più grande. Il concetto è più attuale che mai: l’uomo, da sempre, si affida alla conoscenza (e alla previsione) del futuro meteorologico per sostenere (o meno) i propri progetti e le proprie illusioni.

A Senzunnome, il paese ligure scenografia de “Il tempo che faceva” di Aldo Boraschi, pubblicato da AltreVoci Edizioni, le condizioni atmosferiche sono una questione seria. Il paese si adagia sul mare e questa location non è casuale: la vita economica (e sociale) del paese ruotava attorno alla pesca, la spiaggia è sempre luogo di struggenti decisioni, i venti possono diventare improvvisamente nemici, la pioggia può tramutarsi in tempesta e le stelle sono la direzione. Il Paese, in passato, ha lottato contro una frana che, a causa della pioggia torrenziale che il cielo aveva accumulato per mesi, ha distrutto completamente l’ufficio anagrafe. La memoria storica di Senzunnome è stata persa ufficialmente, ma è ancora custodita nella mente degli abitanti del luogo.

Una di queste menti appartiene a Gelinda. L’autore ci presenta una donna che si è ritirata nella residenza per anziani del paese, un luogo nel quale ha portato se stessa, la sua malattia (il diabete) che sopporta a suon di merendine, un cappello a falda larga, i suoi diari meteorologici e i suoi libri, la sua dignità e la passione che l’ha tenuta viva: il gelato. Gelinda Rustichetti, infatti, è la donna che per decenni ha portato avanti il Bar Gelateria, un luogo mistico, nel quale pescatori, amici, preti e famosi hanno stazionato a lungo, a gustare il gelato di Gelinda, quello che ha il sapore della pioggia e del vento, quello che sazia solitudini e asprezze. Un Bar nel quale i caffè forti sono insostituibili, il Pinguino è il gelato della consolazione e le cene sono a base di trenette al pesto accompagnate da un fresco Vermentino.

Se la memoria del paese è un racconto da narrare, lo è anche la storia del gelato, Gelinda ne è ben consapevole. Il suo essere così effimero eppure così dolce le ha permesso di sopravvivere alla solitudine di una vita che l’ha resa la donna che è e l’opportunità di tramandare il suo sapere le è chiara fin dal principio, dal suo primo incontro con Beata. Beata è una fanciulla di rara bellezza, le cui forme non passano inosservata, il cui appellativo – la scema del paese – hanno fatto di lei un fiore cresciuto sul suolo più arido e inospitale che esista.

Le due anime s’incontrano in uno spazio che sembra impossibile, in un’età che sembra sbagliata, in un contesto che normalmente non si spiegherebbe. Eppure, loro si appartengono, come la spiaggia al mare, la pioggia al terreno, le stelle ai naviganti, il latte al gelato.

La trama che ci presenta Aldo Boraschi è ricca di personaggi curiosi, luoghi chiusi e aperti, azioni commuoventi e viaggi emotivi. L’amicizia tra Gelinda e Beata – i cui nomi di battesimo non convenzionali anticipano il gusto del loro rapporto – è il filo che lega le pagine del romanzo. La prima, certa che tramandare sia l’unico modo per mantenere vivo il ricordo, e la seconda, una perla che deve nascondere la sua bellezza e che deve lottare contro il mondo ingiusto che la circonda, costituiscono l’anima pulsante del romanzo. Gli altri personaggi ruotano e arricchiscono il loro rapporto, ognuno col suo essere, anche negativo. C’è Primo il fratello di Beata, il bambino non può vivere senza gelato e senza l’affetto di sua sorella; c’è Celso lo strambo nipote di Gelinda; c’è Mirca la donna rumena che nasconde le merendine per Gelinda; ci sono gli uomini del passato che hanno consumato colazioni a base di pane e sardine e che hanno brindato al Bar, con Gelinda, un’amicizia senza fine.

“Il tempo che faceva” è un libro capace di parlare al lettore, di coinvolgerlo in una scia di significati indimenticabili, tutti al femminile: l’abbandono e l’amicizia, il bisogno di appartenenza e di indipendenza, la resilienza e l’accettazione di sé, la vita e la morte, la crescita e la fermezza, l’ironia e le lacrime, l’umiliazione e la rivalsa. Ci sono i sogni che ti restano addosso, quelli che le donne come Gelinda (e Beata in seguito) sanno far diventare realtà. E poi, ultimo non per ordine di importanza, il potere dei ricordi. In questo romanzo, il passato è un tesoro di inestimabile valore senza il quale la vita sarebbe uno sprofondare senza fine; rappresenta, inoltre, l’opportunità, la rinascita, il sole dopo la tempesta, l’alba dopo la notte. Perché anche la pioggia più battente non può durare in eterno e il sole che sorge, in seguito, emana una luce nuova, più saggia e ancora più preziosa.

Si ringrazia Annalisa per l’invio diretto del romanzo.

Nota biografica dell’autore:

Aldo Boraschi è nato nel 1964 ed è giornalista, scrittore e blogger. Ha lavorato per oltre vent’anni in redazioni giornalistiche di emittenti televisive, settimanali e quotidiani. Ha pubblicato per la casa editrice Rupe Mutevole: Donne Altrimenti Amate (2012), Al limite del buio (2012), L’enfasi eccessiva (2013), Dalidà (2014), Il Funambulo e altre vite (2016), La parte sbagliata del tappeto (2016), Storie da osteria (2017), Onorarono (2019). Ha curato Intrighi, leggende e misteri. La storia dei Fieschi (2015) e la congiura del Conte Gian Luigi Fieschi (2015). Ha pubblicato per la casa editrice “I Libri di Emil” La Voce del Geco (2018) e L’arte della solitudine (2019). Ha tradotto dall’inglese l’opera della scrittrice libanese Joumana Haddad Humanus – Il terzo sesso (2017). Del 2019 è La Donna Francese (Panesi Edizioni).

Il libro è disponibile per l’acquisto in tutte le migliori librerie, anche on line. Questo il link della casa editrice: https://www.altrevociedizioni.it/libri/il-tempo-che-faceva-aldo-boraschi/

“Istruzioni per un disastro” di Nicola Cavagnaro, Scatole Parlanti

  “… Da tempo Giovanni si sentiva a disagio, come fosse fuori posto in mezzo ai suoi amici, una delle ultime volte in cui si erano trovati, una settimana prima della partenza, aveva avuto la sensazione di essere quasi un estraneo…”

Avete presente quelle situazioni nelle quali vi trovate a osservarvi e a sentire il vostro disagio? Quei momenti in cui vorreste essere ovunque fuorché lì, in quel determinato spazio, in compagnia di quelle persone che vi fanno sentire come un elefante nel centro storico della città? E ancora, riuscite ad avvertire l’imbarazzo che le parole sanno creare e il bisogno di fuga che esse generano? Ecco se siete riusciti ad avvicinarvi mentalmente a una situazione di disagevole stallo, e al malessere che ne deriva, siete nella condizione migliore per iniziare a leggere “Istruzioni per un disastro” di Nicola Cavagnaro edito da Scatole Parlanti nella collana Voci.

Siamo in una fiaba moderna ambientata tra la dolce Liguria bagnata dal vento e dal sole, la febbrile Milano, la Varsavia dei ricordi e l’Irlanda dell’imminente futuro, nella quale Giovanni, Paolo, Ale, Angelo (il Pazzo), Francesca e Marco si ritrovano come solo chi ha del vissuto di gruppo può fare. Ogni personaggio ha una vita, un’esistenza che gli è caduta addosso come la pioggia in estate, a momenti benefica, a volte molesta. Il matrimonio di Marco è l’occasione, la reunion, il momento della verità che è rimasta sospesa e mai dimenticata, è il centro del mondo emotivo che attrae Ale (il donnaiolo), Francesca (ex di Giovanni, ora impegnata con Paolo), il Pazzo (precipitato nel tunnel dello sballo) e Giovanni (il giornalista che non ha ancora tagliato il cordone ombelicale con il suo passato).

La voce narrante si concentra su Giovanni. Ci presenta un uomo ragazzo, un single moderno, agganciato al ricordo di un amore lontano e mai davvero dimenticato; un’anima che si è costruita un lavoro a suon di domeniche in redazione e che ha barattato amicizia-amore-casa in cambio di una posizione; che si sente diverso, inopportuno, perché quel posto che si è preso, nel mondo cittadino, sa essere anche un peso. Giovanni si perde nelle serate milanesi a base di sushi e prosecco in una relazione appena iniziata che teme di strozzare, come al solito; ritrova il senso di sicurezza a casa dei genitori nelle trenette al pesto, nella pasta ceci e salsiccia, nella torta di mele e cannella, nel bicchiere di vino bianco che dimostra un legame familiare più solido e maturo, nel silenzio carico di messaggi che un caffè con suo padre sa generare; ritorna a farsi prendere “a sberle” dal profumo della focaccia e del rosmarino, delle alghe e del vento; si abbandona alla scossa gelida del mojito; avverte forte la solitudine quando si ritrova a mangiare un piatto di riso e pomodori già conditi che provengono da casa, senza coinquilini né vino, e soprattutto quando sorseggia uno Sbagliato che lo obbliga a chiedersi se ama davvero Francesca.

La trama è come un album di foto ordinate in base alle emozioni più che a un piano temporale. L’autore possiede un’ottima capacità introduttiva che gli permette di accompagnare il lettore nel passato dei personaggi che si miscela al presente con una formula semplice ed efficace. Ogni personaggio trova il suo giusto spazio, uno spazio nel quale la sua esperienza di vita è ricoperta di ricordi, di vissuto, di delusioni e certezze. E, in queste pagine, il lettore si fa carico delle emozioni di ognuno con spontaneità: si ritrova accanto a Francesca a quel suo lento vagare tra il ricordo di Giovanni e il presente con Paolo, nel temere l’incontro (e tutto ciò che questo comporta) in prossimità del bancone degli aperitivi; si lascia prendere per mano dalla dolcezza di Paolo quando sceglie alimenti cotti e fa attenzione a evitare quelli crudi nel piatto che porta alla sua amata; si commuove nei passaggi che ritraggono Angelo – Il Pazzo – l’uomo simbolo di un legame inaspettato eppure autentico, lui con la sua anima avvolta da uno strato di solitudine che nemmeno l’ultima Kilkenny riesce a cancellare. E, infine, si domanda chi sia veramente Ale, l’eterno sciupafemmine, che continua a nascondere sé stesso tra le bollicine di una birra e il sapore pungente del primo caffè del giorno in compagnia di una semi-sconosciuta.

Nicola Cavagnaro usa dialoghi diretti ed efficaci, periodi brevi alternati a riflessioni personali e questo stile narrativo crea una danza tra capitoli e personaggi molto accattivante. In questa opera spinge il lettore all’interno di uno spaccato giovanile che parla di amicizia e abbandono, di scelte precise e mancate, di esperienze e rimpianti, di sogni che si infrangono come le onde sulla spiaggia e di una realtà che è difficile da accettare. Racconta l’Uomo e i suoi più intimi segreti annegati tra fiumi di birra e scie di fumo, il bisogno di appartenenza che fa a pugni con il desiderio di costruire se stessi, l’Amore e la passione, la ricerca della solitudine e la bellezza che si nasconde nei ritorni a casa, dell’opportunità da cogliere e di quel treno che passa una volta soltanto. Si spinge tra i significati più profondi di un viaggio fisico che diventa occasione per rivivere la passione dell’amicizia e per trovare, infine, il modo per far pace con se stessi e con il passato.  

Si ringrazia Valentina dell’ufficio stampa per l’invio diretto del romanzo.

Nota biografica dell’autore:

Nicola Cavagnaro è nato a Chiavari nel 1983. Vive a Genova e ha studiato filosofia in Norvegia, a Bergen. Giornalista, a volte scrive di viaggi. Istruzioni per un disastro è il suo secondo romanzo.

Il libro è disponibile in libreria e negli store online in formato cartaceo.

“Il trattamento Ridarelli” di Roddy Doyle, Salani Editore, traduzione di Giuliana Zeuli, disegni di Brian Ajhar

Buon Anno!

Il 2020 è definitivamente concluso e speriamo si sia portato via tutti i dispiaceri che ci ha scagliato addosso senza pietà.

Con oggi, il primo giorno di questo nuovo anno, vi voglio presentare un nuovo progetto che mi auguro sarà di vostro gradimento: i boodkids.

Già in passato avete letto gli articoli dedicati alle letture dell’infanzia e, vista l’urgenza che preme la nascita e la cura dei piccoli lettori, mi piace l’idea di dedicare loro uno spazio dedicato, dove potranno trovare letture per tutti i gusti. Letture che, come abbiamo già scritto in passato, dovranno essere ad hoc, rispondere e ampliare i loro interessi e le loro passioni. Perché abbiamo bisogno di lettori che trovino nei libri le risposte alle loro curiosità e che, per questo, possano considerare i libri come amici e mai come nemici.

Ecco a voi, dunque, la prima proposta che dedichiamo a lettori della scuola primaria che vorranno vivere un’avventura comica: “Il Trattamento Ridarelli”

“…Mentre vi stavo raccontando dei Ridarelli, una donna che passeggiava in un parco a Bombay per poco non ha schiacciato una lumaca. Non è mica una cosa eccitante. Be’, per la lumaca sì, però….”

Il signor Mack fa l’assaggiatore di biscotti in una fabbrica che li produce: i suoi preferiti sono quelli con la marmellata di fichi, non ama, invece, i cracker. Una sera alza la voce coi suoi figli, li manda in camera, senza cena. Dopo la sfuriata, si pente… e li richiama. Ma è troppo tardi perché la mattina seguente dovrà sottoporsi al “Trattamento Ridarelli”: l’esecuzione che spetta agli adulti che si comportano male coi propri figli. Mentre il signor Mack s’incammina – direzione fabbrica dei biscotti-  il resto della famiglia (Billie Jean, Robbie, Jimmy e Kayla accompagnati da Rover, il cane del vicino) segue una “scorciatoia” che li conduce in Egitto e a Parigi per andare a “salvare” il capofamiglia.

Una trama originale, ricca di episodi divertenti. Una scrittura scorrevole e diretta, un’impaginazione impreziosita da gradevoli illustrazioni in bianco e nero.

Nota biografica dell’autore:

Roddy Doyle è nato a Dublino nel 1958, dove vive e lavora ancora oggi. È autore di romanzi famosi in tutto il mondo (Paddy Clarke ah ah ah!, vincitore del Booker Prize 1993), sceneggiatore teatrale e cinematografico. Ha trasformato alcune sue storie in film di successo, come The Commitments per cui ha ricevuto il BAFTA per la miglior sceneggiatura. Si è occupato anche di narrativa per ragazzi: con i suoi libri ha vinto l’Irish Children’s Book of the Year ed è stato selezionato per la CILIP Carnegie Medal. Dalla serie “Il Trattamento Ridarelli”, Salani ha pubblicato anche “Rover salva il Natale”, “Le avventure nel frattempo” e “Rover e il Pupo Bello Grosso”, oltre a “La gita di mezzanotte” e “Tutta sua madre”.

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