“EMMA” di Helena Molinari, Pentàgora.

“… Tutto era compiutezza e ordine, nei discorsi comuni, nel racconto di sempre, nella polenta che un po’ si deve attaccare al paiolo, le insegnava ogni volta nonna Linda. E tu lì a fissarla, e poi, con il bastone, al momento opportuno, a girarla, a rovesciarla, a rimestarla, come la vita che è culla e senso della fatica…”

Pensate a come cambia il risultato, in base agli elementi che scegliete di sommare. Se nella matematica il risultato finale è garantito, nella vita, invece, i fattori sono spesso imprevedibili e incomprensibili. Pensate a questo concetto applicato alla cucina. Ingredienti, tempi, metodi, dosi, condimenti, scelta degli alimenti… un insieme di addendi che possono cambiare anche totalmente il risultato.

Pensate alla polenta, per esempio. Un piatto base, tradizionale e all’apparenza semplice. Pensate alle tante modalità di preparazione e di condimento che abbiamo elaborato per renderlo ancora più gustoso. Oggi abbiamo la “fortuna” di affidarci a confezioni istantanee che permettono di abbattere i tempi di cottura e di garantire un risultato apprezzabile, ma come dimenticare il gusto pieno ottenuto dopo la cottura lenta nel paiolo? Come non ricordare la magia di quel tempo sospeso, d’attesa e memoria, che riempie le case, quando la polenta gira calma e serena?

Il risultato, voi direte, sarà sempre un confortevole piatto di polenta e la differenza sarà nei condimenti (i bruscitt, il gorgonzola, il latte o le patate). Invece, secondo me, esiste una notevole differenza. Perché polenta non è mai solo polenta e perché  l’ingrediente “tempo” ha un peso fondamentale, che cambia il gusto e l’esito delle nostre esperienze.

Il tempo in concessione è un principio fondamentale per Emma, la protagonista dell’omonimo romanzo di Helena Molinari, edito da Pentàgora.

Emma è una donna colta, sensibile, di salute cagionevole, mamma e moglie, figlia e nipote. Fa parte di quel gruppo di donne che conosce la fatica e che la sa trattare con la giusta determinazione, che usa le mani per raccogliere i frutti dell’orto e che ha la sapienza per non sprecarne neanche uno; è una donna di sapere e il suo impegno nello studio è una costante. Emma è, soprattutto, una donna che ha bisogno di solitudine per affrontare il percorso che l’aspetta: una fase di silenzio e isolamento, di giornate scandite da un programma certo, per ritrovare i valori e quella parte di sé che crede di aver perduto.

Helena Molinari spinge la sua protagonista in un viaggio mistico e spirituale, in un luogo caro alla protagonista, un eremo che ha il potere di sfruttare il tempo e di renderlo una fase indispensabile per la rinascita. L’autrice dà voce a Emma che riempie le pagine di narrazione e diari, fasi entrambe curate alla perfezione che solleticano la curiosità del lettore nel comprendere chi è veramente Emma e l’origine del suo tormento. La narrazione in ogni sua parte esprime delicatezza e forza, come una fiamma flebile di una candela che scalda e rincuora.

Il viaggio, inoltre, ha una forma spirituale di grande rilievo: la preghiera, i ricordi, la memoria e l’incontro con i vecchi amici sono tutti elementi che compongono riflessioni necessarie ed esperienze obbligatorie.

Ho trovato valori di spessore, in “Emma”: c’è il sacrificio di un tempo lontano che deve essere ricordato “… tutte le settimane si valicava la montagna là e si barattava formaggio per olio … e dovevo cucinare per tutti, anche per i minatori che ospitavamo…”; la fatica senza premio apparente, quella che Pietro, il marito di Emma, le rimprovera perché è più certa la “legna nella stufa e lo spezzatino da finir di cuocere…”; del bisogno di assecondare “i pensieri elementari, ma necessari, come poche altre cose domestiche e primitive, come l’acqua e il pane…”. C’è la voglia di tornare a casa, dopo il lungo viaggio, che si presenta davanti a un piatto di strangozzi; legami antichi e preziosi che si consolidano grazie agli ingredienti di una torta a base di yogurt e un’amicizia speciale che si ritrova davanti a un piatto di risotto con radicchio e “polenta fasoa, preparata con farina di granoturco bianco e accompagnata da una zuppa di fagioli ben diversa da quella della sua valle…”.

Helena Molinari possiede una penna raffinata, colta, che carezza il foglio e che ti cura. Nel leggere “Emma”, infatti, ti trovi catapultato in un contesto infinito e riflessivo di grande intensità. Le ambientazioni e la voce narrante riescono a esprimere una gradevole spiritualità e i silenzi, di cui è ricca l’opera, creano un’empatia generosa con il lettore.

Infine, il tempo. Questo spazio intimo e di ricerca, lento ma non vuoto, che per Emma diventa un bisogno costante, un mezzo attraverso il quale tornare all’origine, al centro della sua esistenza, alle risposte, al passato e al futuro, ai ricordi e alle speranze, alla comprensione e all’accettazione. Un tempo prezioso, di cura e ascolto di sé, da assecondare e non affrettare perché questo procedimento funziona un po’ come il paiolo con la polenta: la pazienza e l’attesa sono gli ingredienti indispensabili e irrinunciabili che conferiscono al piatto un gusto speciale e intimo.

Si ringrazia l’autrice per l’invio diretto del romanzo.

Nota biografica dell’autrice:

Helena Molinari (Lavagna, 1969).

Scrittrice e conduttrice radiofonica. 

Ideatrice del Festival della Parola (Chiavari, dal 2014).

Collabora con il magazine del gruppo de L’ Espresso Letteratitudine di Massimo Maugeri.

Emma è il suo romanzo di esordio.

Il sito della casa editrice è: www.pentagora.it.

“Monroe – Il predatore di demoni” di Lorenzo Armenio, Edizioni Convalle. #boodkids

“… Dopotutto non esiste bene senza male. Non esiste male senza bene. …”

C’è sempre un buon motivo per parlare di coraggio. Sì, ne sono convinta, perché questo concetto non è (quasi) mai qualcosa di astratto o effimero, ma al contrario è un solido fondamento sul quale puntare a più riprese e con costanza. Solitamente, infatti, a chi ha la fortuna di conoscerne il significato più intenso resta impressa nella mente la straordinaria fonte di energia che sprigiona un’impresa fuori dalla norma: è un’energia potente, gratificante, da “standing ovation”. Questa potenza è il risultato delle prove alle quali ci siamo sottoposti: sono le paure che abbiamo dominato, le ansie che abbiamo vinto, i limiti che abbiamo abbattuto. Un traguardo, insomma.

Durante la lettura di “Monroe –  Il predatore di demoni” di Lorenzo Armenio, pubblicato da Edizioni Convalle, ho pensato alle più svariate forme di intraprendenza e impegno, non a caso…

Inizio con una spiegazione: Lorenzo Armenio è un autore esordiente. “Che scoperta…”, “Maddai?!”, “E allora?” mi sembra quasi di sentirli, i vostri commenti e in parte li condivido: il mondo è pieno di autori più o meno pronti per fare il salto verso l’Olimpo-del-successo, ma la questione, qui, è un po’ diversa. Lorenzo Armenio ha (solo) quindici anni. È un adolescente, un giovane che, in quest’epoca storica, sta vivendo l’amara condizione di studente-a-distanza, che si sentirà arrabbiato, sconsolato, fermo, qualche volta più del normale. Non conosco Lorenzo, personalmente intendo, e potrei sbagliarmi in quello che sto per scrivere, ma tra le righe del suo libro ho percepito una forma di coraggio autentica che mi ha colpito. Ho letto libertà, flussi fantasiosi, espressioni autentiche e ironiche. Ho sentito la forza della giovinezza che non si cura di strategie o mercati perché ha un bisogno espressivo inarrestabile, vero, battente. Un bisogno che non puoi frenare perché sono la tua valvola di sfogo, il tuo modo di stare nel mondo degli altri.

L’autore, per una buona parte dell’opera, affida la narrazione al protagonista – Jason Monroe – un barista che serve cocktails per hobby e un predatore di demoni per missione. Jason, della famiglia degli Helsing, non teme la paura e si imbatte in una battaglia colossale contro chi crede sia il Male. Jason ha amici fedeli che, come una cordigliera, lo proteggono e, come un pubblico, lo esortano a non mollare nella lotta contro l’Inferno e le sue forme più oscure. Nella lotta – una lotta estenuante, a base di strategie e armi fantastiche – emerge un ritmo coinvolgente reso tale da dialoghi brevi e punte di ironia e dalla voce del protagonista che quando si rivolge al lettore – con domande ed esclamazioni – riesce a creare un legame speciale. La trama, come immaginerete, è arricchita da effetti letterari speciali e dallo stile narrativo fresco e immediato che appartiene al giovane autore (e che, personalmente, spero non perda mai).

Infine, non mancano riferimenti alla “Divina Commedia”, all’importanza dell’amicizia come fonte di inesauribile energia e protezione, al bisogno di appartenenza, alla solitudine dell’eroe e al Male che sfida il Bene.

E, per finire, un finale “col botto” pieno di… coraggio narrativo.

Consiglio di lettura:

Questo romanzo è stato inserito nel gruppo di letture #boodkids vista la giovane età dell’autore e in considerazione del genere letterario nel quale si colloca. Va comunque precisato che è adatto a un pubblico +12 e/o Young Adult. Non solo: il genere fantasy, i suoi rimandi tecnologici e il ritmo avventuroso, è un filone molto apprezzato dal pubblico adulto che vuole continuare a sognare supereroi e superpoteri.

Si ringrazia l’editore per l’invio del libro.

Nota biografica dell’autore:

Lorenzo Armenio nasce a Monza il 18 gennaio 2006. Già nei primi anni della scuola primaria si appassiona e produce diverse storie sotto forma di fumetti, evidenziando in tenera età il suo estro creativo. Ottiene il diploma di licenza media nel mese di giugno 2020 con ottimi risultati, e proprio durante il periodo di quarantena a causa del Covid 19 esorcizza paure e timori scrivendo la sua prima opera “Monroe, il predatore di demoni”. É ora iscritto al primo anno del Liceo Scientifico Scienze Applicate presso l’Istituto Paolo Frisi di Monza. I suoi interessi principali sono la lettura, la pittura di miniature di genere fantasy, i videogiochi e i cani. Il suo sito è www.leterredilorenzo.it.

Il sito della casa editrice è: http://www.edizioniconvalle.com.

“Un uomo alla deriva” di Armando Rudi, Edizioni Convalle.

… “ Insomma: per il nuovo Mancato l’uomo si serviva della musica allo scopo di uscire dal purgatorio dell’esistenza reale e proiettarsi nel paradiso di una condizione sublimata o precipitare nell’inferno di una condizione disperata, casi da considerare entrambi riprovevoli evasione del compito accollato agli uomini dal destino. E se questo avveniva per tutte le arti, era fenomeno assai più marcato nell’arte musicale…”

Vi è mai capitato di ripensare ai vostri professori del liceo? Vi ricordate ancora quella miscela di rispetto e soggezione, di determinazione e  – talvolta – stima che avete provato? Riuscite a tornare alla memoria di voi all’ascolto, dei rumori di sottofondo che animavano l’aula, delle distrazioni e della (sana) voglia di evadere? Per il target anni ’80 (il mio) è un memories, per qualcuno più giovane è un’immagine recente e per i più fortunati è addirittura contemporaneo (tralasciamo le problematiche attuali e andiamo oltre…).

In ogni caso, qualsiasi età abbiate, avrete sicuramente un ricordo nitido di quel professore… sì, proprio quel professore che, per un motivo o l’altro, si è contraddistinto dagli altri. Perché ci sono alcune persone che hanno la capacità di entrarti dentro, di lasciare il famoso segno, quel taglio netto nella memoria che ha la capacità di resistere al carico di ricordi che la vita ci permette di accumulare.

Il professor Edoardo Mancato – protagonista di “Un uomo alla deriva” di Armando Rudi, Edizioni Convalle – è uno di questi.

Spiegarvi come quest’uomo – professore del Conservatorio –  sia riuscito a trattenere la mia attenzione per tutte le cinquecentododici pagine (sì, proprio così, avete letto bene) sarà il mio obiettivo e spero di riuscirci, in questo contesto così breve e compresso.

Innanzitutto la scrittura di Armando Rudi – come definita anche da Stefania Convalle nella sua prefazione – è “d’altri tempi”: ricorda molto la letteratura del secolo scorso che abbiamo conosciuto al liceo (appunto…), quella piena, colta, che padroneggia la lingua italiana e che spinge la narrazione in una introspezione che non ha fretta di svelarsi. Una narrazione coinvolgente, ricca di riflessioni e flussi di coscienza, esposta da un narratore delicato, preciso, elegante. L’uso della lingua italiana (a proposito, quant’è bella la nostra lingua quando è usata al meglio?) è coinvolgente: l’autore si avvale di accenti, punteggiatura e tempi verbali con una precisione invidiabile. Una precisione che, da lettrice bulimica quale sono, non ho potuto che amare e ammirare.

Addentrandoci nella trama: lo stupore continua.

Le prime battute dell’opera ci conducono immediatamente all’evento-svolta e anche questa scelta incuriosisce: il professore, di ritorno dal lavoro, trova un misterioso libricino a terra. Lo raccoglie. Lo osserva. Pensa. Lo afferra e lo prende con sé. La sera, davanti al solito bicchiere di whisky invecchiato, il suo unico vizio, entra nella lettura. Le pagine si compongono di versi e di un’analisi personale e dettagliata di alcuni componimenti musicali. Mancato si lascia rapire e si convince che quelle pagine appartengano a uno dei suoi studenti. Entra nelle parole, le scopre, le sente sue, gli entrano dentro e deflagrano con violenza producendo uno scoppio che si traduce in un nuovo mondo. Da questo momento in poi, la vita del professore entra in un vortice di eventi, dubbi, emozioni, trepidazioni. Da questo momento in poi, Mancato non sarà più il perfetto esecutore della musica che ha accompagnato tutta la sua vita perché le note, gli “Adagio” e i “Calante” avranno un suono più cupo, più distante.

Per conoscere il professore il lettore si deve addentrare nelle molte riflessioni che compongono lo scritto e che è obbligato a rileggere, talvolta, tanta è la loro bellezza:

 “…con il passare degli anni l’incapacità di scrittura si era sedimentata nell’uniforme incrostazione di limitatezze che aveva ricoperto la sua vita con lo strato di sabbia e ruggine incrosta gli oggetti caduti in mare e giacenti sul fondale…”

e

“… anche perché. Mi dicevo, cos’è questa mia esigenza di essere sempre e in tutto morale?…”

oppure

“… le conquiste e le vittorie arridono i primi. Ai secondi restano i sogni…”.

Il professore cade, inciampa nella vita, quella stessa vita che credeva piatta, senza curve. Si ritrova a fare i conti con il bene e il male tra il tè casalingo e una bottiglia di vino costosa, in una casa che sembra aver perduto il suo significato e una nuova eccitante e vibrante, in una costante idea del presente oscurata da qualcosa che non riesce a comprendere.

“Un uomo alla deriva” è un’opera intensa, corposa, ricca e prorompente, una culla per il lettore che desidera accomodarsi in una bella lettura.

Consiglio di lettura:

Questo romanzo è adatto a chi cerca una lettura d’intenditore, raffinata, che coinvolge lentamente; a chi cerca una lettura quotidiana, da tenere sul comodino o in un luogo speciale della libreria. Un libro adatto a chi ama la musica classica e agli inesperti: questo viaggio musicale potrebbe essere il giusto stimolo per iniziare un nuovo viaggio.

Si ringrazia l’editore per l’invio del romanzo.

Nota biografica dell’autore:

Armando Rudi è nato in un villaggio situato ai confini dell’antico contado del Seprio. L’autore ha compiuto studi umanistici troncati in dirittura d’arrivo per sopravvenuta diffidenza verso la cultura imperante; ha percorso la trafila di una professione in campo amministrativo fino a posizioni di responsabilità; è convolato a nozze rimaste, per volere del destino, senza figli; libero di conseguenza da problemi di prole, ha orientato le sue energie verso iniziative ecologiche, sociali e animaliste, mai rinunciando nel medesimo tempo a coltivare sia una costante fruizione di musica classica sia una costante produzione letteraria, quest’ultima dapprima nel campo della poesia, in seguito nel campo della prosa.

Link di acquisto del libro:

https://www.edizioniconvalle.com/un-uomo-alla-deriva-c2x26106796

“MUSA E GETTA”. Sedici scrittrici per sedici donne indimenticabili (ma a volte dimenticate).A cura di Arianna Ninchi e Silvia Siravo, Ponte alle Grazie

Riuscire a parlare di donne – con concetto, intendo – non è cosa semplice. L’universo femminile è spesso banalizzato o, al contrario, elevato verso orbite esagerate; è stato vittima di elogi o disprezzi; di parole sorde o violente, affettuose o sensibili. Parlare di donne, però, è sempre un bene. E quando dico “bene” intendo che i benefici del ricordo sono un prezioso alleato nel presente di tutti i giorni, soprattutto adesso, in questa epoca moderna che riempirà i prossimi libri di storia. Questo perché essere donna è appartenenza, privilegio, radici, sostanza; è credere fino in fondo, restare anche dopo una partenza, lottare anche quando si è in pace. Essere donna è Amare: perché una donna ha una conoscenza tale dell’amore che va oltre, che scava nel profondo, che toglie e dona. Un principio che – a volte – pone la donna in una posizione piuttosto scomoda e attaccabile, fragile e sottomessa.

“Musa e getta”, edito da Ponte alle Grazie, è un progetto coraggioso: sedici scrittrici omaggiano la vita di sedici donne che sono state protagoniste della Storia, alcune di loro, purtroppo, divenute tali attraverso sacrifici e delusioni. Sono tutte penne di ricerca, precise, a volte ironiche, taglienti e autentiche. Sono penne che hanno saputo scavare nel passato, nei ricordi, nelle vite dei più stimati uomini di sempre che, con ego e presunzione, si sono avvalsi della grandezza delle loro muse, spesso gettando ombre sulle loro esistenze. Uomini che hanno ricevuto elogi (e ancora ne riceveranno), che abbiamo osannato per la loro creatività o per la loro intelligenza e che hanno raggiunto tali risultati grazie alla presenza costante di una donna di altrettanta intelligenza e creatività. Una presenza costante, non necessariamente fisica. Perché una donna è anche questo: la sua grande capacità di amare non conosce limiti, non ha confini, non ha bisogno di essere presente.

Quest’opera è una raccolta di voci, di legami. Le autrici sono scese nell’animo delle loro muse, donne che – finalmente – sono diventate le protagoniste indiscusse della scena. Il dialogo che ogni autrice ha instaurato con la propria protagonista è intimo e viscerale e non esiste più la scala gerarchica che eleva o demolisce: il lettore si trova all’interno di un cerchio attorno al quale ruotano le voci, le impressioni, le struggenti emozioni. Ti trovi “dentro” perché le storie del passato tali non sono più, anzi, sono attuali e vive come mai prima d’ora.

Riconosci l’ingiustizia nei confronti di Rosalind Franklin quando chi le ha sottratto la sua foto della struttura del DNA riceve le massime onorificenze; le ambizioni perdute di Zelda Sayre Fitzgerald e la sua fine commovente; il coraggio di diventare un’icona che appartiene (ancora oggi) a Kate Moss e ad Amanda Lear; la devozione di Nadežda Konstantinovna Krupskaija che serve tè al suo uomo, nonostante tutto; il bisogno di appartenere di Pamela des Barres nella sua ricerca spirituale quando l’alcol sparisce e subentra il succo di grano e di Alene Lee tra le famiglie italiane che le regalavano la salsa di pomodoro, appena arrivata in città. Ti trovi a leggere di speranze, lotte, fragilità, follie, sregolatezze, trasgressioni, libertà, ideali, ispirazione ma soprattutto di intelligenza. Un’intelligenza fine, nascosta, che è stata causa di solitudini e ingiustizie ma che ha la grande fortuna di essere immortale.

La narrazione è un mix di stili cosicché ogni autrice adatta il suo alla costruzione del personaggio. Non mancano i riferimenti letterari e le citazioni, la struttura a “domanda e risposta”, simile a un’intervista, l’ambientazione che appare e scompare a seconda dei passaggi e che è stata sempre ben dosata.

“Musa e getta” è un progetto editoriale di grande valore e non solo perché vede coinvolte curatrici e autrici di rilievo del panorama letterario contemporaneo. Il grande pregio di quest’opera è l’idea di partenza, lo sviluppo della stessa e il risultato finale giunto a noi: un ritratto intimo e autentico di sedici donne che, grazie alle loro anime, hanno giocato un ruolo fondamentale nella Storia.

Si ringrazia Matteo Columbo dell’ufficio stampa per l’invio diretto del libro.

Nota biografica delle curatrici:

ARIANNA NINCHI

Studia recitazione presso il CIMES-DAMS di Bologna. A teatro è diretta, tra gli altri, da suo padre, Arnaldo Ninchi, e da Piero Maccarinelli, Antonio Calenda, Ennio Coltorti, Gianfranco Calligarich, Anna Redi, Monica Nappo. Al cinema ha lavorato per Francesco Falaschi, Gianfranco Pannone, Daniele Misischia, Filippo Bologna, Leonardo Pieraccioni, Stefano Mordini.

È attiva anche in ambito editoriale: ha frequentato il corso di scrittura RAI ERI; ha scritto per la radio (Radio Vaticana); ha adattato e tradotto per il teatro; ha pubblicato testi sulla tradizione attoriale della sua famiglia (la VIP dei Ninchi è Ave). Ha 42 anni e vive a Roma.

SILVIA SIRAVO

Attrice, si diploma all’Accademia Nazionale D’Arte  Drammatica Silvio D’amico nel 2005. Partecipa  a corsi di perfezionamento con Fura Dels Baus, Peter Clough e Peter Stein. Diretta da Armando Pugliese è Ofelia nell’Amleto con Alessandro Preziosi e Viola ne La dodicesima Notte con Luca de Filippo.

Interpreta Mommina in Questa sera si recita a soggetto. Tra gli altri lavori teatrali a cui partecipa ricordiamo anche Erano tutti i miei figli e Re Lear, entrambi con Mariano Rigillo. Vince il premio “Ombra della sera” come miglior attrice emergente e il premio miglior attrice rivelazione “Franco Enriquez”. In televisione partecipa alla trasmissione Domenica In condotta da Pippo Baudo e alla trasmissione di Gigi Marzullo Milleunlibro. Ha 37 anni e vive a Roma.

Nota biografica delle autrici:

RITANNA ARMENI                                                        

Giornalista e scrittrice, ha collaborato alla nascita de «Il Manifesto». Nel 1998 è diventata portavoce dell’allora segretario di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti. È stata per tre anni conduttrice di “Otto e mezzo” insieme a Giuliano Ferrara. Con Ponte alle Grazie ha pubblicato: Di questo amore non si deve sapere (2015), La colpa delle donne (2006), Prime donne. Perché in politica non c’è spazio per il secondo sesso (2008), Una donna può tutto. 1941: volano le Streghe della notte (2018), Mara. Una donna del Novecento (2020).

ANGELA BUBBA                                                              

Giornalista e scrittrice, con il romanzo d’esordio La casa (Elliot 2009) è stata finalista al premio Strega, al premio Flaiano, al premio John Fante e al premio Berto. Per Bompiani ha pubblicato nel 2012 MaliNati, a cui sono seguiti Via degli Angeli (2016), scritto insieme a Giorgio Ghiotti e con la prefazione di Sandra Petrignani, e Preghiera d’acciaio (2017). Suoi scritti sono apparsi su «Nuovi Argomenti» e «Nazione indiana».

MARIA GRAZIA CALANDRONE                                

Poetessa, scrittrice, giornalista, drammaturga, insegnante, autrice e conduttrice Rai (ultimo ciclo: Esercizi di poesia), tiene laboratori di poesia in scuole pubbliche, carceri, DSM. Premi Montale, Pasolini, Trivio, Europa, Dessì e Napoli per la poesia, Bo-Descalzo per la critica letteraria. Ultimi libri: Serie fossile (Crocetti 2015, Feltrinelli 2020), Gli Scomparsi – storie da «Chi l’ha visto?» (Pordenonelegge 2016), Il bene morale (Crocetti 2017 e 2019), Giardino della gioia (Mondadori 2019 e 2020), Fossils (SurVision, Ireland

2018), Sèrie Fòssil (Edicions Aïllades, Ibiza 2019) e il romanzo Splendi come vita (Ponte alle Grazie 2021). Sue sillogi compaiono in antologie e riviste di numerosi paesi.

ELISA CASSERI                                                    

È nata nel Basso Lazio nel 1984 ed è laureata in Ingegneria Meccanica. Autrice dei romanzi Teoria idraulica delle famiglie (Elliot, 2014) e La botanica delle bugie (Fandango, 2019), nel 2015 ha vinto la 53a edizione del Premio Riccione per il Teatro con L’orizzonte degli eventi. Collabora con la rivista «Nuovi Argomenti».

CLAUDIA DURASTANTI                            

Scrittrice e traduttrice, il suo romanzo d’esordio Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra (2010) ha vinto il Premio Mondello Giovani; nel 2013 ha pubblicato A Chloe, per le ragioni sbagliate, nel 2016 Cleopatra va in prigione e nel 2019 La straniera, finalista alla LXXIII edizione del Premio Strega e in corso di traduzione in 20 paesi.

ILARIA GASPARI                                                     

Ha studiato filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa e si è addottorata all’università Paris 1 Panthéon Sorbonne. Nel 2015 è uscito per Voland il suo primo romanzo, Etica dell’acquario, e nel 2018 ha pubblicato per Sonzogno Ragioni e sentimenti, un conte philosophique sull’amore. Per Einaudi ha pubblicato Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita (2019).

LISA GINZBURG                                 

Scrittrice e saggista, vive e lavora a Parigi. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Desiderava la bufera (Feltrinelli, 2002), Colpi d’ala (Feltrinelli, 2006), Per amore (Marsilio, 2016), Buongiorno mezzanotte, torno a casa (Italo Svevo edizioni, 2018) e Pura invenzione. Dodici variazioni su Frankenstein di Mary Shelley (Marsilio, 2018). Ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Cara pace (2020), con Ponte alle Grazie

CHIARA LALLI                                         

Chiara Lalli insegna Storia della medicina all’Università degli studi di Roma “Sapienza”. Scrive per Il Corriere della Sera, Sette, la Lettura e Le Scienze. Ha pubblicato libri di bioetica e di filosofia pratica con Fandango, Mondadori, Il Mulino e Il Saggiatore. Insieme a Cecilia Sala è autrice dell’audioserie Polvere. Il caso Marta Russo.

CRISTINA MARCONI                                                                     

Cristina Marconi è giornalista e scrittrice. Laureata in filosofia alla Normale di Pisa, vive a Londra, scrive di politica britannica e insegna scrittura creativa alla Scuola Belleville. Con il suo romanzo, Città irreale (Ponte alle Grazie, 2019), ha vinto tra le altre cose il Premio Rapallo Opera Prima e il Premio Severino Cesari. A marzo uscirà A Londra con Virginia Woolf per Giulio Perrone Editore. 

LORENZA PIERI                                                         

Dopo gli studi universitari a Siena e Parigi, ha lavorato per quindici anni nell’editoria. Dal 2014 vive negli Stati Uniti, dove alterna la scrittura di narrativa a quella giornalistica. Nel 2016 le Edizioni E/O hanno pubblicato il suo primo romanzo, Isole minori, che ha vinto quattro premi ed è stato tradotto in cinque lingue e nel 2019 Il giardino dei mostri, candidato al premio Strega 2020 e da poco lanciato negli Stati Uniti da Europa Editions con il titolo The Garden of Montsers.

LAURA PUGNO                                                                 

Ha pubblicato i romanzi: Sirene (Einaudi, 2007, Marsilio 2017), Quando verrai

(minimum fax, 2009), Antartide (minimum fax 2011), La caccia (Ponte

alle Grazie, 2012), La ragazza selvaggia (Marsilio 2016, Premio

Selezione Campiello 2017) e La metà di bosco (2018). In poesia: Il

colore oro (Le Lettere, 2007), La mente paesaggio (Perrone, 2010), Bianco (Nottetempo, 2016), I diecimila giorni: Poesie scelte 1991-2016 (Feltrinelli Zoom, 2016), I legni (Pordenonelegge 2018), L’alea (Perrone 2019) e Noi (Amos 2020). Inoltreè autrice del saggio In territorio selvaggio, Nottetempo (2018) e, con Giulio Mozzi, dell’Oracolo Manuale per poete e

poeti (Sonzogno, 2020).

VERONICA RAIMO                                                        

Veronica Raimo, scrittrice e traduttrice. I suoi ultimi libri sono Miden per Mondadori (2018) e Le bambinacce per Feltrinelli, scritto con Marco Rossari (2019). Collabora con diverse riviste e giornali e traduce dall’inglese. 

TEA RANNO                                                          

Siciliana d’origine, dal 1995 vive a Roma. Ha pubblicato i seguenti romanzi:per e/o: Cenere (2006, finalista ai premi Calvino e Berto e vincitore del premio Chianti) e In una lingua che non so più dire (2007); per Mondadori: La sposa vermiglia (2012, vincitore del premio Rea), Viola Fòscari (2014), L’amurusanza (2019), Terramarina (2020); per Frassinelli: Sentimi (2018); per la Armando Curcio Editore: quattro libri per bambini e il romanzo per ragazzi: Saura. Le stanze del cuore.

IGIABA SCEGO                                                      

Nata nel 1974 a Roma, da una famiglia di origini somale, si è laureata in letterature straniere alluniversità “La Sapienzadi Roma. Giornalista e scrittrice, collabora con «La Repubblica» e «Internazionale», ma anche con riviste che si occupano di temi a lei molto vicini: limmigrazione e la cultura africana. Tra i suoi romanzi Adua (Giunti, 2015) e La mia casa è dove sono (Rizzoli, 2010)

ANNA SICCARDI                                                              

Vive a Milano, dove si è laureata in Estetica e in Storia dell’arte.

Diplomata in Drammaturgia alla Scuola Civica Paolo Grassi, ha scritto testi teatrali e cortometraggi, e collabora con «Harper’s Bazaar». La parola magica (NN Editore, 2020) è il suo esordio letterario.

CHIARA TAGLIAFERRI                                                      

È autrice con Michela Murgia del progetto “Morgana, la casa delle donne fuori dagli schemi”, il podcast di Storielibere.fm che è diventato un libro edito da Mondadori. Ha scritto insieme a Melissa Panarello il podcast “Love stories”, e curato quello di Teresa Ciabatti “Invidia”. Collabora con “Domani”, “F” e la “Rivista del cinematografo”. È stata coordinatrice editoriale per Storielibere.fm, la piattaforma più innovativa di narrazioni audio online. Ha lavorato come autrice di trasmissioni radiofoniche di successo per Rai Radio2.

«Supercalifragilistichespiralidoso» di Amelia Belloni Sonzogni – #boodracconti

«Smetti per favore con quella canzone!»

Mia moglie era nervosa, come talvolta le capitava quando doveva occuparsi la domenica pomeriggio delle faccende di casa rimandate durante la settimana. Le dava fastidio tutto, compresa nostra figlia che canticchiava una canzoncina imparata a scuola – in effetti era una lagna: terra di betullaaaa casa del castoroooo, soprattutto quel ritornello senza senso bumbidiaidibum; chissà a quale repertorio apparteneva, meglio non indagare.

L’aveva ripresa con un tono brusco, mentre si organizzava con catini, strofinacci e pochi nauseabondi detersivi. L’apparizione dell’armamentario segnava l’inizio di quelle che con un sorriso amabile chiamavo grandi manovre; risultavo irritante, perché il mio senso dell’umorismo non era colto nelle sue sfumature. Ripiegai quindi il giornale che stavo leggendo e raggiunsi la mia “Ninin”. Diligente ma imbronciata, riponeva i suoi giocattoli nella cesta di vimini in un angolo del tinello:

«Papà, la maestra di canto ha detto di impararla bene» si giustificò quasi piangendo.

«Parlerò con la mia collega perché almeno stabilisca quante volte al massimo la devi ripetere!» replicò ancora mia moglie stizzita.

Con il dito sulle labbra, accennai a mia figlia di tacere e sollevai le spalle per suggerirle di non badare al tono della mamma. Quando le strizzai l’occhio, sorrise e mi venne vicino. Pensai: «Meglio uscire». Mi affacciai alla porta del cucinino e chiesi a mia moglie infilata sotto il lavello: «Ti dispiace se usciamo?» Ricevetti la risposta che avevo immaginato: «Ma no, anzi! Così finisco prima e meglio».

«Dove andiamo, papà?»

«Sorpresa» risposi.

Sul pianerottolo incontrammo il dottor Marcucci che, in pantofole ma con la borsa medica in mano, rientrava forse da una visita a un condomino. Ci salutammo e lui chiese alla piccola dove andasse: «A spasso con papà – rispose soddisfatta – e mi sono coperta bene, così lei Dottore non mi deve guardare le tonsille». Ridemmo di gusto. La mia “Ninin” era così, spontanea e birichina, curiosa, allegra. Cercavo di plasmare il suo gusto sul mio amore per il bello, quindi appena potevo la portavo a visitare chiese, mostre o musei, ma quel pomeriggio avevo deciso di regalarci un momento più lieve. Mentre raggiungevamo la fermata del tram sotto casa immaginavo il suo stupore allo svelarsi della sorpresa; mi meravigliai io invece quando mi chiese: «Prendiamo la metropolitana, papà? A scuola qualche giorno fa la maestra ha detto che l’hanno appena inaugurata: linea 1 rossa. Mi piacerebbe vedere com’è». Saliti sul tram che ci avrebbe portato quasi a destinazione, le spiegai per quale motivo fosse scomodo raggiungere dalla nostra via Pacini la prima fermata utile a Piazzale Loreto e mi feci raccontare dell’inaugurazione di cui avevo letto sul Corriere della Sera. Mi disse della signora che aveva tagliato il nastro, dei Martinitt schierati a una fermata, non ricordava quale, del cardinale e del sindaco che erano entrati passando attraverso quei “cosi di metallo” i tornelli, il sindaco era lo stesso che era venuto a scuola. «Dev’essere importante la mia scuola» aggiunse.

Sorrisi delle sue ingenue deduzioni ma mi resi conto di come assorbisse informazioni e umori che la circondavano. Sperai non avvertisse la preoccupazione che mi tormentava. Da quando ero diventato padre, ero passato da uno spavento all’altro ogni volta che la guerra fredda si riscaldava: e l’Ungheria e il Medio Oriente e il muro di Berlino; ora il Vietnam. A parte questo – a parte per modo di dire – tenevo d’occhio la situazione economica. Speravo di sbagliarmi, ma insegnavo economia politica, non avevo molte possibilità di errore e da un anno ormai i segnali di crisi lampeggiavano ad ogni ragionamento. Erano parecchi, solo il crescere dell’inflazione metteva a dura prova i nostri sacrifici. Avevamo due stipendi, mi rassicurava mia moglie; era vero ma le spese erano tante e non volevo ricorrere al pagamento a rate tanto in voga: avevamo appena acquistato il frigorifero, mia moglie avrebbe voluto anche il televisore però si era deciso di aspettare Natale. Chissà se sarei riuscito ad acquistarlo, forse con la tredicesima e qualche ripetizione in più, anche se ormai iniziavano a scarseggiare gli studenti bisognosi di recuperare voti migliori. Il nostro tram stava arrivando in piazza Cavour, si vedevano gli archi di Porta Nuova; decisi di passeggiare un poco. La giornata non era fredda e l’aria meno fuligginosa del solito, nonostante il cielo grigiastro.

«Quando scendiamo, papà?»

«Vieni, alla prossima. Attaccati bene, che frena».

«Davanti all’Alemagna! Allora facciamo merenda!» esclamò scendendo. Scintillavano quei suoi occhi di golosa. E pure i miei, al pensiero di una cioccolata calda con un ciuffo di panna montata e due mignon di pastafrolla con le more glassate; ma le risposi: «Non è questa la sorpresa e poi lo sai, sono contrario alle merende, rovinano l’appetito. Vieni, attraversiamo al semaforo».

Camminò, con la testa rivolta all’indietro, lo sguardo alle torte in vetrina: tre file disposte su altrettanti ripiani nascosti da una stoffa colorata. Mi fermai e la lasciai osservare. Una signora impellicciata con un cappello a turbante uscì in quel momento dalla pasticceria, infilandosi i guanti e guardandosi intorno come se cercasse qualcuno; ci vide e ci sorrise. Ricambiai con un cenno, sollevai appena il cappello. La raggiunse un signore che la prese sottobraccio e rispose al mio saluto. Attraversarono con noi e presero a sinistra, verso San Francesco da Paola, la chiesa di via Manzoni in cui entravo spesso quando ci passavo davanti, catturato dalla forma a contrabbasso della struttura e dagli interni barocchi, unici in centro a Milano. Alla mia piccola non piaceva, diceva che era pesante.

Anticipai il suo desiderio di guardare la vetrina di «noè», fornitissima come sempre di giocattoli di ogni tipo, ma mi accorsi che non era poi così interessata:

«Non ti piacciono?» chiesi.

«Sono belli, ma lo sai papà cosa desidero più di ogni giocattolo».

Il tono era rassegnato e provai una fitta al cuore, ma non si poteva: «Lo so, Ninin, ma sai anche tu che per ora non si può prendere un cucciolo…». Non mi lasciò finire: «Passiamo almeno da quel negozio che c’è là? – indicò con la mano e la ripresi, non era un gesto educato – Li guardo in vetrina, solo per poco, ti prego». Era domenica, il negozio chiuso senza cuccioli: la convinsi ad affrettare il passo. Prendemmo via Monte Napoleone e non potei fare a meno di pensare al giorno in cui nel 1954, dieci anni prima, avevo trovato quei due quadri. Li avevo visti, grandi come un libro, appoggiati al basamento della colonna che ornava un portone, e non mi era parso vero. L’uomo che provava a venderli conservava sotto abiti più che logori un’aria signorile antica, superata. Gli avevo chiesto di poterli osservare da vicino; le firme, che conoscevo, mi erano parse autentiche e mi ero informato sul prezzo, solo per curiosità. Non avevo di certo denaro sufficiente, ma quell’uomo, dopo avermi guardato come se avesse compreso che li avevo riconosciuti e apprezzati, mi aveva risposto quasi in un sussurro: «Quel che può darmi» con uno struggimento tale che mi ero tenuto in tasca giusto il necessario per il biglietto del tram ed ero tornato a casa con i quadri. Una follia che mia moglie non aveva compreso. E la capivo, in quel periodo avevamo appena firmato per l’acquisto della nostra casa, ma erano bellissimi da lasciare alla mia Ninin che li avrebbe amati come me.

«Oh, guarda che ghiottonerie!»

La mia esclamazione qualche passo più avanti fu proprio spontanea. La vetrina del Salumaio di Monte Napoleone era per me un invito a nozze. Prelibatezze dai prezzi inavvicinabili che ammiravo con la scusa di mostrarle a mia figlia perché ne imparasse nome e provenienza. Ci divertivamo anche a memorizzare i nomi dei piatti di elaborata gastronomia da suggerire alla mamma come ricette da sperimentare. Guardammo insieme quelle architetture di taleggio, bitto, provolone, forme di grana aperte, forme intonse che reggevano oblunghi vassoi di tome, castelmagno e robiole, e sotto ciotole di mozzarelle e caciocavallo. Nell’altra vetrina un cartello spiegava che nel “mese francese” alcune specialità erano in offerta: roquefort, brie, camembert… «Dai, andiamo» le dissi prima che mi domandasse la traduzione di ognuno di quei nomi e come facevano a stare al fresco i formaggi se nel negozio non c’era nessuno a metterli in frigorifero. Sapevo che si interrogava su quale fosse la sorpresa e mi inteneriva il modo in cui si affidava a me; pareva quasi smarrita: in una chiesa no, al Poldi Pezzoli – il nostro museo preferito – nemmeno, dove la stavo portando?

Ci fermammo davanti al cinema Rivoli quando lo spettacolo del pomeriggio stava per iniziare.

«Mary Poppins? Andiamo davvero a vedere Mary Poppins? Grazie papà!!»

Era come avevo letto: un film sulla gioia di essere bambini e io tornavo bambino con lei. Uscimmo divertiti e felici, la mia “Ninin” quasi saltellava di gioia ripensando alle immagini che più l’avevano catturata: «Bert che suonava tutti gli strumenti…e poi ballava con i pinguini…e la corsa con i cavalli. E quando con Mary scivolavano sullo stagno appoggiati alle tartarughe? E il tè sul tetto!! Tutti neri come gli spazzacamini. Piacerebbe anche a me cantare con un pettirosso. Le castagne!»

«Non c’erano castagne nel film, almeno mi pare».

«No papà, c’è un signore che le vende, guarda là».

Era avvolto nella nuvola di calore e fumo che saliva dal pentolone. Con la punta delle dita annerite fuori dai guanti di lana spostava qualche castagna per raggiungere il giusto punto di cottura, poi strofinava le mani una sull’altra, si chiudeva il bavero attorno al collo e si guardava intorno cercando di scovare qualche goloso.

«Cosa sono queste, papà?»

«L’è un filsòn, tousa. T’el voeret?» le rispose il caldarrostaio. Dall’uso del vocabolo intuii che era come me, milanès ariùs, cioè immigrato dalla bassa. A Milano, infatti, i filsòn li chiamavano firunàt. Scambiai due parole in lingua mentre ne acquistavo uno: quando io e mia moglie eravamo bambini queste collane di castagne secche, infilate con l’ago da donne e bambine per racimolare qualche soldo, erano un regalo goloso e prezioso. Pensai che a mia moglie potessero piacere.

La mia “Ninin” entrò in casa sventolando il sacchettino:

«Mamma, mamma, guarda che bella, è per te!»

La trovò seduta al tavolo del tinello, a correggere i compiti dei suoi alunni. Aprì il sacchetto:

«Un filsòn de ciuchin!»

«Ma no, sono castagne!»

«Quando sono secche, nel nostro dialetto si chiamano ciuchìn. Te le preparerò presto». Mi ringraziò, con un sorriso stanco e si informò: «Allora, dove siete stati? Cosa avete visto di bello?»

«Un film bellissimo, mamma. Mary Poppins, pieno di animali e di canzoni fantastiche. Senti, te ne canto una: Supercalifragilistichespiralidosooooo».

Nessuno di noi due ebbe il coraggio di interromperla.

«Dove sono? Che ore sono?»

«Le nove di sera. Sei in ospedale. Come ti senti, papà?»

«Meglio, forse; ma che anno è?»

«1994, perché?»

«Forse ho sognato. Pensavo a quando eri piccola e ti ho portato a vedere Mary Poppins, ti ricordi?»

Nota biografica dell’autrice:

Amelia Belloni Sonzogni è nata a Milano, dove ha studiato, vissuto, lavorato come insegnante di lettere nella scuola media pubblica e collaborato come storica alla cattedra di Storia contemporanea dell’Università degli Studi di Milano presso la quale si è laureata. Ha pubblicato numerosi saggi sulla storia di Milano, sulla storia dell’assistenza e previdenza, alcune monografie su enti privati e pubblici, biografie di uomini politici lombardi ed una pressoché unica storia del Prix Italia, concorso per radio, tv, web patrocinato dalla Rai, che si svolge ogni anno dal 1948 (per i dettagli www.ameliabellonisonzogni.it nella sezione I miei libri). Da qualche anno ha lasciato l’insegnamento, ma l’attività di ricerca è rimasta una passione. Si ritiene una privilegiata perché vive in modo molto semplice nel posto di mare cui è legata sin dalla prima infanzia, dove ha trovato il tempo e la dimensione giusta per dedicarsi alla scrittura.

Bood ha ospitato il suo libro “Io ho sempre parlato”.

“La ricetta del cuore in subbuglio” di Viola Ardone,Salani Editore.

“…E invece la vita va da un’altra parte e non ha tempo per verificare i nostri calcoli…”

Oggi iniziamo con una domanda-gioco: se doveste usare una parola (attenti, una sola…) per spiegare la vita, cosa scegliereste? Vi posso dare qualche suggerimento: destino, opportunità, fortuna, esperienze, amore, salite, discese, affetti, famiglia. Qualcuno punterebbe sul pratico, certamente: lavoro, stabilità, successo, scalate, impegno, crescita, indipendenza, studio. Ad altri, invece, suonerebbe meglio la via sentimentale: emozioni, cuore, anima, visione, coraggio, radici, tradizioni, libertà. E poi, ci sarebbe sicuramente chi si cimenterebbe nel filosofico: saggezza, infinito, spiritualità.

Ogni concetto è come un codice personale, unico e privato e, molto spesso, siamo convinti che questo sia l’unico modo per chiudere la serratura della porta che ci protegge dagli scossoni della vita.

Per Dafne, la protagonista di “La ricetta del cuore in subbuglio” di Viola Ardone edito da Salani, la vita è – quasi sempre – una questione geometrica, tanto che è riuscita a elaborare un manuale complesso di “Fondamenti di Geometria Sentimentale” che la rassicura e le permette di avere una soluzione alle tanta sfaccettature della sua esistenza. Per Dafne, il bisogno di calcolare è una questione seria, ovvia: non ne può fare a meno perché nella matematica trova le certezze che le sono mancate.

La struttura narrativa del romanzo presenta due voci: la prima è la Dafne bambina che, diretta, innocente e ironica, racconta la sua vita in casa, a scuola, in compagnia della nonna. La sua esperienza di “sorella maggiore” alla quale è permessa la libertà di mangiare biscotti a letto; di stare con la mamma in cucina, di vederla friggere le cotolette mentre ricorda la pancia della mamma “così grande”. In questo diario, l’autrice usa il cibo come mezzo di comunicazione, e, vi assicuro, il risultato è così straordinario che avere questo libro tra le mani mi ha permesso di volare, in molti passaggi. Perché la capacità di tradurre la vita attraverso la cucina, in questo romanzo, sfiora la perfezione.

La Dafne bambina, in questo suo tradurre messaggi senza filtri, ci racconta tutto di lei e del suo piccolo grande mondo, con una precisione simbolica disarmante: la mamma “fece la faccia come quando apre la busta del supermercato e scopre che si è dimenticata proprio il latte…” e  che “appena vide il mobile fece la faccia di quando le capita proprio io pezzettino di aglio intero della pasta e lenticchie, che poi per digerirlo ci vuole la mano di dio…”. Ti lascia lì, a sentire il suo dolore sordo e quel presagio di disastro quando la mamma “andò vicino al fornello, prese il ruoto della pasta al forno con la besciamella e lo sbatté sopra al tavolo. Allora mio padre uscì dalla cucina con i piedi pesanti e urtò vicino al tavolo e il ruoto cadde a terra” e ti fa venire voglia di abbracciarla quando scrive di un pranzo a due e che “la mamma aveva messo un piatto accupputo sopra alla pasta di mio padre e aveva lasciato la tovaglia e tutto. Poi mia mamma era triste e non guardava la televisione né niente e io non sapevo che cosa fare..”

La Dafne bambina è una delle più intelligenti della classe, odia i nervetti e ha occhi così limpidi che le permettono di vedere ciò che altri non riescono a vedere.

La seconda voce – che si alterna alla prima – è un narratore intimo che esplora e scava, che risveglia ed esporta. Dafne è un’adulta, una giovane donna che ha trovato nell’architettura la risposta alle equazioni e alle operazioni che si è portata addosso, quando da Napoli è arrivata a Milano. La carriera, in risposta alla vita sentimentale incerta, è certa, Dafne è competente e la strada verso l’affermazione è servita. E mente la carriera vola il cuore è in subbuglio, non trova pace, ha paura, non vuole arrendersi al fatto che batte.

La Dafne adulta deve lottare contro se stessa perché è sempre più convinta che la ricetta e la formula siano risposta. Ma le domande sono tante, troppe, e i fattori (o gli ingredienti) sono altrettanti: è impossibile metterli in ordine. Succede quando torna a Napoli per una riunione di famiglia e si salva da una imminente catastrofe parentale grazie a un sufflè; quando davanti un tagliere di formaggi, e agli aerei in partenza, decide di restare a guardare invece che partire per un viaggio che è nato solo nella sua mente. E, infine, a Parigi, nell’atto finale, quando in un bicchiere di calvados trova il suo riflesso, il risultato dell’equazione.

Viola Ardone traccia una protagonista affascinante, che non puoi non amare, già dalle prime battute del romanzo: è una donna fragile e forte perché è stata una bambina fragile e forte; una donna sincera perché è stata una bambina sincera; è una donna che ha paura d’amare perché è stata una bambina che ha sentito la forza dell’amore, quel sentimento che copre tutto, come una coltre impermeabile.

““La ricetta del cuore in subbuglio”, attraverso una narrazione introspettiva, porta il lettore nel tema nella maternità, della perdita, dell’accettazione, della lotta contro se stessi, della tragedia, del viaggio dentro se stessi, dell’amicizia, della carriera e dell’amore che resta nelle vene nonostante tutto, dell’essere genitori e figli e della fatica di guardarsi indietro per provare a fare un passo nel futuro. E infine della vita, dei codici che le assegniamo e che ci illudiamo siano la risposta alle tante domande che l’affollano.

Si ringraziano Riccardo, Chiara e Valeria dell’ufficio stampa per l’invio diretto dell’E-Book.

Nota biografica dell’autrice:

VIOLA ARDONE è nata a Napoli nel 1974. Dopo la laurea in Lettere, ha lavorato per diversi anni nel campo dell’editoria ed è autrice di varie pubblicazioni. Attualmente insegna italiano e latino nei licei. Il suo ultimo romanzo è Il treno dei bambini. Per Salani ha pubblicato La ricetta del cuore in subbuglio e Una rivoluzione sentimentale.

http://www.salani.it

“Frozen in Love” di Silvia Civano, Panesi Edizioni.

Oggi vi voglio portare in un sogno e no, non sono impazzita, anche se potrebbe sembrare…

È successo che dalla lista dei tanti libri che ho in attesa di essere letti, ho pescato lui, senza un criterio logico, senza premeditazione e senza strategia: cioè come faccio sempre. Ho iniziato “Frozen in Love” di Silvia Civano, pubblicato da Panesi Edizioni, con una convinzione e ne sono uscita con un’altra.

Andiamo con ordine.

Nel mio casellario, “Frozen in Love” è rimasto tra i romantici, quelli dei sentimenti a valanga e dei cuori pulsanti eppure la storia di Jasmine – la sua originalità e i molti messaggi che l’autrice ha sparso tra le righe – ha reso questa lettura più coinvolgente del previsto.

La trama inizia da un ritorno: Jasmine, dopo la perdita della mamma, ritorna a vivere a casa del padre a Wentimon, Canada. La ragazza, ora diciottenne, è vissuta in Egitto, dopo la separazione dei genitori, nella città natale della madre. Jasmine è, quindi, una ragazza diversa. E la sua diversità è ben visibile: il colore della pelle, le gambe lunghe, gli occhi grandi e sporgenti, la dolce goffezza dei suoi movimenti, resi tali da una vita semplice ed essenziale. La diversità di Jasmine è Jasmine e questo è dimostrato dalle tante ingiustizie che ha subito: i nonni che non l’hanno mai accettata, la fine del matrimonio dei genitori, il distacco e il viaggio, la perdita della mamma e il ritorno in una città che non ha mai definito “casa”. In questo capitolo che Silvia Civano narra, l’ingiustizia che cade addosso alla ragazza è ancora più evidente: il suo arrivo a scuola s’inaugura con una sospensione per aver reagito alle perfidie di una compagna, il rapporto con il padre inciampa qualche volta e il peso della perdita della madre è come un macigno che spinge giù, sempre più giù.

Jasmine è unica, anche nell’affrontare le discese. Ha rabbia da vendere, muscoli pronti e un ciondolo al collo a cui aggrapparsi: ritorna alla pista di pattinaggio che frequentava da bambina, quando viveva coi suoi genitori, e quello diventa il luogo dove ogni ingiustizia svanisce. Il manto ghiacciato è la causa delle cadute ma lei si rialza, ancora e ancora, fino ad accorgersi di quanto sia naturale stare lì. E proprio su quella superfice liscia che sembra poter appiattire tutte le ansie, i destini di Jasmine e Kevin d’intrecciano. Nel ghiaccio i ragazzi vedono il sentimento che li lega trasformarsi, più volte, e, in ogni sua fase, il manto gelido e solido resiste, come un testimone fedele, come un appiglio al quale resistere, nonostante tutto.

I due protagonisti si cercano, si allontanano, si ritrovano, lottano l’uno per l’altra senza volerlo e, tutto questo, diventa una trama consistente, non ovvia.

La narrazione a due voce, in prima persona, i dialoghi rapidi abbinati alla descrizione dei luoghi e delle stagioni che si alternano sono tutti elementi che aggiungano enfasi al racconto.

Silvia Civano, in questo romanzo che rientra in un target doppio (young adult e adulti), ci presenta anche un quadro gastronomico ben studiato, che completa ulteriormente l’opera e che ha il potere di far emergere i ricordi, esattamente come dovrebbe essere. Ci sono i panini al prosciutto e formaggio del pub che ha cambiato gestione ma non atmosfera; la pasta al forno delle sorprese e dei ritorni; il sandalo e la cannella che rimandano all’amore figliare; le colazioni veloci perché quando si è ragazzi essere di corsa è un dovere verso se stessi; la cioccolata calda che è un’amica e un sollievo; un sufflè e un vino d’annata che diventano difficili da digerire; il tè davanti alle fiamme di un caminetto acceso che riscalda e infonde coraggio; i cibi speziati della cucina egiziana che incontrano la pizza e la lasagna per unire e annullare le distanze. Questi sono solo alcuni degli esempi e credetemi, c’è molto altro ancora.

“Frozen in Love” è una storia d’amore che nasce dall’odio. Sì, avete letto bene ed è questa la particolarità di quest’opera. L’autrice, infatti, usa l’amore (quello classico a forma di cuore) per spiegare gli effetti del razzismo, delle ingiustizie, dei pregiudizi, dell’emarginazione, della discriminazione, del bullismo e della cattiveria; usa l’amicizia (quella autentica) per far emergere quanto male possa fare la solitudine; l’essere figlia per mantenere vivo il ricordo di una madre che non c’è più, la cui presenza è costante e ben dosata.

E infine il pregiudizio e l’arroganza che sono, in questo caso, terreno fertile per i sogni: quelli veri, quelli che sei disposto a tutto, quelli sani, quelli della rinascita.

Si ringrazia Annalisa Panesi per l’invio diretto del romanzo.

Nota biografica dell’autrice:

Silvia Civano è nata e vive a Genova. Ama viaggiare con l’immaginazione e vede la scrittura e la lettura come le compagne ideali per le sue avventure. Ha pubblicato una saga fantasy per ragazzi: Le avventure di Posso (prequel), Posso e la Fiamma nella foresta (vol.1), Posso nella morsa dei ghiacci (vol. 2), Posso tra le ceneri di Eonia (vol.3); un mistery per ragazzi: Il telefono dell’aldilà; un chick lit: Tre amiche a New York.

Il libro è disponibile qui:  https://panesiedizioni.it/book/frozen-in-love-silvia-civano/

“Quando il ciliegio sfiorirà – Una corsa contro il tempo per Debora Nardi” di Elena Andreotti, Self Publishing. #boodinterviste

Immaginate un paese protetto dalle dolci colline laziali, non distante dalla Capitale; una comunità attiva che opera e sostiene iniziative e amicizie; strade calme e villette basse, giardini curati, orti ricchi di frutti e passeggiate nel verde; lieti incontri tra amiche, ordine e compostezza ovunque; inquinamento ridotto all’osso e il cielo visibile in ogni angolo, in ogni stagione. Un luogo simile sarebbe un posto fantastico per vivere, vero? Un luogo di pace, dove ognuno ha il suo posto e la sua ragione di vita, dove i fiori nascono nei prati e l’aria è limpida.
Sì, sarebbe il paese ideale…

Eppure, pensate che Elena Andreotti ha creato uno scenario così idilliaco per le indagini della simpatica Debora Nardi, la donna che, traendo ispirazione da Agatha Christie e Jessica Fletcher, è diventata la protagonista di molti dei suoi romanzi. Quello che sto per presentarvi, e che ho avuto l’onore di leggere, s’intitola “Quando il ciliegio sfiorirà”.

Debora è una donna curiosa, dall’intelligenza acuta, empatica e coraggiosa. Con l’amica Flora divide pranzi a base di arrosto con patate, la cura del giardino e le passeggiate in cima al monte per mantenere la forma fisica e mentale, camminate che, per entrambe, sono momenti preziosi per studiare le indagini dalle quali non riescono a star lontane. Debora è l’assistente segreta  – e non ufficiale– titolo che si è guadagnata sul campo e che è terreno fertile per il quasi quotidiano scambio di vedute con Sergio, il responsabile delle indagini, al quale lei non risparmia suggerimenti circa la cattiva alimentazione di quest’ultimo a base di panini con prosciutto e provola che ingurgita tra una pausa e l’altra.

In questa indagine, tuttavia, Debora (insieme a Flora) si trova a dover fare i conti con una faccenda particolarmente difficile da affogare nei tanti tè e caffè in compagnia dell’aria dolce che scende dal monte: Marta, mamma adottiva di Marco, perde suo figlio in un’indicente automobilistico che, sin dal primo momento, presenta una dinamica piuttosto sospetta. E, in pochi passaggi, il lettore comprende che i temi della genitorialità, dell’adozione e dell’abbandono, saranno un perno sul quale ruoterà l’intera trama.

Per meglio conoscere Debora Nardi e il suo mondo, ho invitato l’autrice che ha accettato di essere qui con noi e di rispondere a qualche domanda.

Buongiorno Elena, benvenuta.

Grazie, Valeria, buongiorno anche a te.

Raccontaci di te. Quali sono le tue attività e le tue passioni.

Ormai sono una romantica signora di campagna che cura il giardino e studia il sistema migliore per far fuori il prossimo. A parte gli scherzi, vivo in campagna e ormai sono in pensione. Ho di recente interrotto il mio impegno nel volontariato e mi sono dedicata al mio blog e a scrivere gialli. Amo la fotografia che pratico da moltissimi anni, in particolare la macrofotografia e amo anche dipingere ma, per questioni di spazio, a un certo punto ho smesso. Dopo che hai regalato quadri a chiunque l’avesse voluto e riempito le pareti di casa, non resta che smettere, altrimenti devi cambiare attività e metterti in commercio.

Leggo da quando ho compreso il senso delle parole e ho iniziato a leggere gialli dall’età di tredici anni. Con la fantascienza ho cominciato più tardi, perché ti confesso che gli alieni mi facevano paura, ma mi sono fermata alla fantascienza classica; oggi mi attira poco. A parte queste preferenze, apprezzo la lettura in generale.

Per lungo tempo mi è piaciuto anche lavorare ai ferri e all’uncinetto.

Sono molto curiosa di sapere come è nato il personaggio di Debora Nardi e quante indagini le hai affidato e quante ancora ne nasceranno.

È successo un giorno che stavo seminando delle bocche di leone e, poiché sono un pollice verde a fasi alterne, pensai a Jessica Fletcher e al suo bel giardino, così scrissi un post intitolato Vorrei essere Jessica Fletcher e possibilmente vivere a Cabot Cove. Subito dopo mi venne in mente di scrivere il primo racconto con Debora Nardi, quello che è inserito nel primo libro con tre racconti (Vorrei essere Jessica Fletcher – Tre racconti in giallo). All’inizio furono pubblicati nel mio blog.

Poi ho scritto altri quattro libri con la stessa protagonista: Morte dolceamara, Di porpora vestita, Il mistero di Villa dei glicini e Quando il ciliegio sfiorirà. Dopo di ciò sono passata a un nuovo personaggio Fil Vanz, ma i fans di Debora la reclamano, perciò l’ho inserita nel terzo romanzo giallo di Fil Vanz che ancora deve essere pubblicato ma ha già un titolo: Il delitto va servito freddo.

In questo filone, ho notato il ruolo da protagonista che hai conferito alla comunità, insieme naturalmente ai tuoi personaggi. Quanto conta, per te, il luogo in cui si vive?

Io non sono nata nel posto dove abito attualmente, anche se ci vivo da molti anni, ma posso dirti che in qualche modo ti definisce oppure ti ridefinisce. C’è una sorta di adattamento reciproco, come è successo a me quando sono venuta in questa zona prevalentemente rurale, anche se la campagna, come attività produttiva è residuale, ma l’aspetto culturale è ancora presente. C’è una mentalità di un certo tipo, che vive il ritmo delle stagioni. Per carattere non mi appiattisco sulla mentalità dei luoghi che frequento, ma ne assecondo gli umori. Un po’ quello che fa Debora: conosce tutti, mantiene buoni rapporti, ma anela a qualcosa di più.

Debora è una casalinga per dovere. Racconti di una donna che ama la sua famiglia ma che, ogni tanto, sente il bisogno di essere qualcos’altro, di essere “lei” fino in fondo e di potersi affermare. Un tema sul quale si dibatte da sempre: il ruolo della donna. Vuoi dirci qualcosa di più, a riguardo?

Io sono nata quando il femminismo non si sapeva cosa fosse, anche se il femminismo politico si era già fatto avanti con le lotte per il suffragio universale; ma il femminismo sociale si affermò con la rivoluzione sessuale. Sicuramente le donne hanno ottenuto diritti che neanche avrebbe immaginato qualche anno prima. Pensa al nuovo diritto di famiglia, noi che con l’unità d’Italia avevamo ereditato il codice Zanardelli, uno dei peggiori quanto a posizione della donna. Io però non ho fatto mai leva su un mio diritto dovuto al genere, bensì ho sempre puntato sul merito, a scuola quanto al lavoro e spesso surclassavo i colleghi uomini da cui avevo sempre manifestazioni di rispetto e apprezzamento. Anzi, proprio sul lavoro, non ho apprezzato donne che hanno fatto carriera grazie alle loro amicizie affettuose, mettiamola così.

Ultima domanda. Cosa cucinerebbe Debora quando ha bisogno di ricaricarsi, dopo un’indagine estenuante come questa?

Debora è come me: i dolci non le riescono bene però le piacciono molto, perciò glieli prepara Flora, la sua amica e compagna d’avventure. Di sicuro un bel ciambellone al cioccolato non le dispiacerebbe.

Si ringrazia l’autrice per l’invio diretto del romanzo.

Nota biografica dell’autrice:

Elena Andreotti è sociologa con perfezionamento in bioetica. Ha lavorato per circa venti anni nella P.A. dove si è occupata a lungo di informatica, partecipando a progetti riguardanti il sistema informativo aziendale e curando la formazione dei colleghi. Attiva nel volontariato, attualmente cura

la formazione dei volontari.

Ha collaborato per una decina d’anni con un periodico locale, occupandosi della rubrica di bioetica.

Appassionata di pittura, fotografia e macrofotografia che pratica dilettantisticamente, ma con buoni risultati.

Lettrice onnivora, predilige la letteratura ‘gialla’ e fantascientifica.

I suoi libri sono disponibili nella sua Pagina autore di Amazon (https://www.amazon.it/Elena-Andreotti/e/B07PMRP5LY)

Il suo Blog personale è  Non solo campagna – il blog di Elena

(https://nonsolocampagna.wordpress.com)

Profilo Facebook: Elena Andreotti

(https://www.facebook.com/people/Elena-Andreotti/100010596252486)

Pagina Facebook Non Solo Campagna – Il blog di Elena

(https://www.facebook.com/Non-Solo-Campagna-Il-blog-di-Elena 1465049453538351)

Profilo di Instagram @elena.andreotti.autrice

(https://www.instagram.com ›elena.andreotti.autrice)

Il libro è disponibile a questo link:

“Là dove finisce il fiume” di Fortunata Barilaro Gattei, Edizioni Convalle.

Oggi parliamo di nomi propri di persona, un argomento che non abbiamo mai trattato finora ma che, in letteratura, ha un peso notevole.

Vi propongo questi:

“Nina”: normalmente utilizzato come diminutivo di Giovanna o Anna, oppure come nome proprio, deriva dall’ebraico e significa “bella, dono”.

“Diego”: deriva dal greco e significa “colto, istruito”.

“Sara”: uno dei più biblici più famosi, significa “signora, principessa”.

“Giorgia”: deriva dal romano antico e il suo significato più puro è legato alla terra, a chi la coltiva.

“Claudia”: nel significato originale troviamo un rimando all’essere claudicante ma anche la forza e la determinazione a non arrendersi mai davanti alle sconfitte della vita.

I nomi che vi ho proposto (tutti belli, antichi, pieni di significato), sono stati scelti da Fortunata Barilaro Gattei nel suo romanzo “Là dove finisce il fiume” pubblicato da Edizioni Convalle. Una scelta decisa o fortunata, studiata o casuale, ma comunque appropriata che nasconde molti dettagli della trama.

La trama nel presente si snoda attorno a un fatto doloroso accaduto molti anni prima: la piccola Sara, che ama agghindarsi di gioielli come una principessa, si perde nel fiume. Si perde… o meglio, di lei si perde ogni traccia. Il suo piccolo corpo e la sua anima pura spariscono tra le onde burrascose del fiume in piena, in un paese remoto della Puglia. Nina, la bella e amorevole mamma di Sara, da allora entra in uno stato di pazzia: il fatto di averla persa è un contenitore di dolore e disperazione, una ruota impazzita che gira e trita ogni speranza di felicità. Diego è un giornalista colto che si occupa di finanza e che giunge in Puglia per scontare il peso del tradimento e della separazione dalla moglie e che, a causa di un incidente col destino, si trova a dover alloggiare nel B&B che gestiscono i genitori di Giorgia. Quest’ultima è una fanciulla che sta crescendo e che ha un sogno: restare nella sua terra e aprire una libreria cioccolateria.

Fortunata Barilaro Gattei ambienta il suo romanzo in un luogo che profuma di terra, antichi sapori, convivialità, accoglienza e silenzi; dove la tavola è – ancora- un luogo d’incontro, dove ci si può conoscere senza filtri; dove i territori – il fiume e il mulino, i sentieri bui – costituiscono un legame conflittuale ma indispensabile.

Nell’usare la tavola, l’autrice accentua la semplicità della vita del luogo, intervallata da parole e silenzi, da ombre e raggi di sole, da decisioni e accettazioni, da lacrime e nenie cantate per disperazione.

Diego si trova nella trattoria di Adriano per caso, il giorno dopo il suo arrivo, e il profumo intenso lo riporta a casa, quando era bambino e sua mamma preparava il pranzo della domenica; si lascia invitare da Giorgia, alla prima cena in casa offerta dall’host e, davanti alla frittata di patate e a un nocino, percepisce un’insolita sensazione di calore che non avrebbe mai pensato di trovare; si trova ad ammirare la bellezza di Nina, quella malinconia che le vela lo sguardo, davanti alla tazza di cioccolata calda che lei gli serve, nel loro primo incontro non previsto; osserva la cuccumella e resta affascinato da quell’antica usanza di servire il caffè, prima di vistare il mulino, uno dei luoghi più interessanti del territorio (e dell’opera). Diego inizia a conoscere i profumi, come mai prima. La malvarosa, in particolare, che è legato a Nina, o delle melanzane fritte durante il loro primo pranzo insieme; l’aroma del caffè forte che si spande nella cucina del B&B e che annuncia il nuovo giorno. Una scia di profumi che lo cattura ancor prima che lui se ne renda conto.

La scelta di narrare la storia attraverso la voce di Diego conferisce al romanzo un punto di vista prioritario ma non esclusivo: l’autrice attraverso passaggi, memorie, descrizioni e dialoghi riesce a far emergere ogni protagonista, ogni ombra caratteriale, ogni elemento distintivo. Diego è voce, occhi, passi, partenze e ritorni, dubbi (tanti), tensioni (tantissime), emozioni e amore e proprio in questa sua completezza riesce a narrare ogni istante con grazia e precisione tanto che il lettore non perde neanche un particolare della trama, dell’ambientazione, delle emozioni (fortissime, credetemi) e del finale che innalza il livello emotivo dell’opera.

Un’ultima nota. Mi capita spesso di innamorarmi dei personaggi che conosco grazie agli autori… sarà che sono tanti, ognuno con la propria storia, ognuno col proprio destino e non è quasi mai possibile indicare un preferito. Tuttavia, quando conoscerete Claudia non resterete indifferenti. Il suo romanesco, quel modo di raccontare la vita con leggerezza, quel suo modo di stare tra gli altri e la sua forza d’animo saranno elementi che vi conquisteranno, ne sono certa.

“Là dove finisce il fiume” è un romanzo pieno di vita: ci sono i dolori e le ingiustizie inenarrabili, i sacrifici, le lotte interiori, la solitudine ma anche le amicizie, le vicinanze, le strade da percorrere perché è lì che trovi i destini migliori, e l’amore che nonostante tutto trova la forza di esistere.

Si ringrazia l’editore, Stefania Convalle, per l’invio del romanzo.

Nota biografica dell’autrice:

Fortunata Barilaro nasce in un piccolo paese della Calabria. All’età di 19 anni si trasferisce a Roma, dove vivrà per circa trent’anni; attualmente vive in Salento dove coltiva la passione per la scrittura, mai realmente abbandonata. Lavora come infermiera e il tempo libero lo dedica alla cura dei suoi tanti animali. La sua casa e il suo giardino sono pieni di cani e gatti che trova per strada. Il suo primo romanzo, “La casa sulla scogliera”, è stato pubblicato nel 2018 con Edizioni Convalle. “Là dove finisce il fiume” è la sua seconda opera.

il libro è disponibile qui:

https://www.edizioniconvalle.com/la-dove-finisce-il-fiume-978-88-85434-42-4-c2x30614792

“La danza degli angeli” di Monica Lamanna, Robin Edizioni

Era venuto il momento di far vedere la mia danza degli angeli a tutti.

La danza è un mezzo di comunicazione attraverso il quale l’artista trova un equilibrio con se stesso, il suo corpo, le emozioni e la messa in scena dell’atto. Ci sono molti artisti che instaurano un rapporto diretto col pubblico, che riescono a condurre una conversazione con gli altri attraverso il coordinamento dei movimenti, allineati alla musica, alle luci, all’atmosfera, che lavorano di forza e disciplina e che non smettono mai di credere nel loro sogno. I danzatori, dicevo, sanno esprimere sentimenti ed emozioni attraverso un lavoro estenuante a cui sottopongono il loro corpo (e la loro mente) e, nell’atto finale, lo spettacolo, arrivano a dimostrare tutto il loro “sapere”. Questa è la parte ovvia. Quella che tutti conosciamo, quella parte che “vediamo e sentiamo”.

Tuttavia, c’è qualcosa di più profondo e sconosciuto, in quest’arte che ha il potere di conquistare un pubblico sempre più vasto e misto (adulti e bambini, adolescenti e nonni). C’è un percorso segreto, non visibile agli occhi del pubblico, che si cela dentro l’artista: è un insieme di movimenti liberi, puri e sciolti che nascono dall’anima. È qualcosa di innato e privato, un bisogno di vivere più che una tecnica acquisita. È quella danza speciale e unica che Monica Lamanna racconta nel suo romanzo “La danza degli angeli” edito da Robin Edizioni.

Francesca è il corpo attraverso il quale la danza emerge con naturalezza, e questo la porta dall’Italia a New York. È un viaggio verso la speranza, verso la possibilità di approfondire il suo talento. Ospite della nonna Amelia, titolare della pasticceria Ferretti, Francesca vive di muscoli e tempra, si allena, frequenta la scuola, sgranocchia crackers, quando è sfinita dalle lezioni si concede un hamburger e ci crede.

Jamie è un avvocato che sta per trattare uno degli affari più gloriosi della sua carriera: la costruzione di un centro commerciale dove adesso sorge la pasticceria Ferretti. È un giovane di bell’aspetto che sta scalando il successo a suon di affari e intuito, che sta comodo in una relazione sentimentale poco impegnativa.

Come avrete capito, l’autrice sceglie di intrecciare le tre vite in un insieme di fatti a rotazione.

La trama si apre con l’incontro tra Jamie e Francesca – un incidente –  e l’alchimia è così forte che nemmeno loro ci credono, in principio. I due sono strabiliati, si cercando, si trovano, non sanno nulla dei passi nel futuro che stanno per compiere e del disastro che Jamie sta per compiere, per portare a termine la sua mansione. Attenzione, però, perché niente è come sembra… La trama, infatti, a un certo punto si vela di intrighi e sotterfugi e devia in un finale ben strutturato.

Monica Lamanna attraverso una scrittura semplice e diretta, composta per lo più da brevi periodi che conferiscono al testo un andamento equilibrato e di gradevole lettura, ci accompagna nella vita dei tre personaggi e ha la capacità di raccontare frames e immagini tanto che per gran parte della lettura mi è parso di “vedere” le scene, come all’interno di un film.

L’autrice ambienta il romanzo in una moderna New York, in una società all’apparenza rivolta al business e al potere, nella quale le personalità emergono con forza. Francesca è una ragazza che attraverso la danza esprime i riflessi della sua anima, che non riesce a tenere a bada i ricordi di bambina quando la nonna la invitava a preparare con lei i dolcetti al rum, che capisce il disagio di Amelia, quando a tavola ci sono i pancakes bruciati, che si ritrova a mangiare un hot-dog con Jamie prima che possa rendersi conto del suo coinvolgimento. Jamie preferisce i pasti frugali a base di panini e birra ma con Francesca il tempo sembra aver dilatato ogni dettaglio, e proprio in pasticceria, quando riceve in dono un dolce a base di ricotta, le sue certezze iniziano a vacillare. Amelia è una donna coraggiosa che lotta per tenere aperta la sua pasticceria, che nei dolci trova un appiglio al dolore per la perdita del marito e che, pur non essendo una voce diretta all’interno della narrazione, ha un ruolo fondamentale nella trama e nel racconto gastronomico.

Monica Lamanna racconta una storia d’amore e di speranza, una storia che segue un percorso stabilito e ben articolato e, proprio per questo, rende la lettura piacevole. La narrazione in prima persona, i colpi di scena e la confortevole aria d’amore e semplicità che aleggia per gran parte del romanzo sono elementi aggiuntivi che rendono “La danza degli angeli” una lettura fresca, che non passa mai di moda.

Si ringrazia l’autrice per l’invio del romanzo.

Nota biografica dell’autrice:

Monica Lamanna è nata il 20 ottobre 1969 a Salerno, città nella quale vive con il marito Massimo e i suoi tre figli Manuel, Giusy e Christian. Dopo essersi laureata in Economia e Commercio all’Università degli Studi di Salerno ha svolto per pochi anni la professione di contabile c/o vari studi, poi ha superato un concorso nel 2004 ed è diventata insegnante di diritto ed economia. Attualmente presta servizio in un istituto tecnico commerciale di Salerno. Questo è il suo primo libro e oltre a scrivere ama leggere, andare al cinema, fare sport e naturalmente insegnare, che non considera essere solo un lavoro, ma una vera e propria missione alla quale dedica passione e attenzione. Ha iniziato a scrivere questo romanzo circa quattro anni fa, soprattutto durante i lunghi e frequenti viaggi in treno che, per lavoro, la portavano al Nord, a Verona, splendida cittadina ma tanto lontana dai suoi affetti. La passione per la scrittura, così come per la lettura, l’accompagna sin da quando era bambina. Legge e scrive romanzi in cui il protagonista è soprattutto l’amore che è l’unico sentimento che riesce davvero ad emozionarla.

Il libro lo trovate qui:

https://www.lafeltrinelli.it/smartphone/libri/monica-lamanna/danza-angeli/9788872746868

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“Una calda tazza di caffè americano” di Stefania Convalle, Edizioni Convalle

“… E mi parlava.

Da cuore a cuore..”.

Ognuno ha il proprio caffè perché ognuno ha il bisogno di caffeina che gli spetta.

C’è chi senza la moka non parte; altri che solo al bar (perché ci vuole un sano scambio di vedute); qualcuno che solo in pigiama, con la tazza calda tra le mani, nel silenzio prezioso della casa; qualche anima che preferisce la macchinetta a cialde, altri che si spingono a provare miscele esotiche e lontane perché c’è quel richiamo inspiegabile ma affascinante al quale non sanno resistere. Un caffè dice molto, moltissimo, di noi. Non è solo un caffè, non lo è mai.

Lo sa bene Molly, la protagonista di “Una calda tazza di caffè americano” di Stefania Convalle, edito in una nuova veste con Edizioni Convalle. Lei è una donna dai molti volti, ricerche, speranze e sogni appesi alla realtà. Una donna che affida la sua anima a “dieci minuti” di scrittura al giorno. Un esperimento incuriosisce il lettore, già dall’incipit.

L’autrice usa la narrazione a lei cara – la prima persona – per presentare la sua protagonista e il suo mondo. In questo romanzo ci entri a passi pieni, perché la penna di Stefania Convalle è delicata, confortevole, e ti mette subito a tuo agio. È come se ti trascinasse e tu non puoi nulla: devi arrenderti e conoscere la trama, l’evoluzione, il destino, il finale. La particolarità di quest’opera è (anche) che non ci sono dialoghi aperti: non li troverete perché il libro tutto è un dialogo diretto col lettore. Si potrebbe definire una sorta di diario, una testimonianza.

E non fidatevi, perché la voce di Molly non sarà la sola che vi emozionerà: ce ne saranno altre che spiegheranno misteri e altre ancora che confermeranno sensazioni.

Molly vive in Italia, in una società moderna, scrive, è un operatore di Zen Shiatsu, è la tata di Rebecca, balla il tango,  “niente l’appaga quanto un bignè alla crema”. Ha bisogno della pagina bianca perché attraverso la scrittura comprende le prove che la vita le ha messo davanti, per commentare il presente e aspettare il futuro. Una vita come tante, in cerca di un posto nel mondo.

Per Molly, la meta è l’America del Nord ed è davanti a un panino e a una birra che accetta la sfida di partire. La partenza è un’avventura, un viaggio verso l’ignoto paese e l’ignota parte di sé che la sta invitando a lasciar andare razionalità e concretezze.

A New York, la vista spazia, la curiosità è insaziabile e Molly si stupisce della prospettiva così ampia e diversa tanto che anche gli hamburger le sembrano fuori misura. Lì, nonostante la frenesia del nuovo, Molly torna nei ricordi perché è proprio quando siamo lontani che torniamo a casa: pensa al papà che portava a casa la pizza, quando “la pizza era un lusso”; torna nelle delicate sfumature del caffè americano ogni volta che sente il bisogno di rassicurarsi; torna ai suoi “dieci minuti” di scrittura perché non può farne a meno.

Il viaggio continua nel Vermont e davanti a un piatto di pancakes conosce Cinzia, s’avventura in una milonga e dopo un Cuba Libre i suoi occhi incontrano quelli di un uomo. Non li ha cercati, non li ha immaginati, eppure sono lì, come una sorpresa inaspettata.

Il viaggio di Molly è ancora lungo, pieno di incontri e suggestioni, di bistecche e pannocchie arrostite, di vino della California, di mele dolci e brunch. È un seguito da vivere, un destino di cui fidarsi, una lezione da imparare.

Stefania Convalle, in questa sua opera, dimostra ancora una volta la sua predisposizione a narrare suggestioni, a tradurre l’effimero affinché il lettore ne venga a conoscenza con delicata precisione, a scrivere di cuori che si parlano una lingua intima e segreta. Un’opera commovente, sentimentale ma non mielosa, con un finale inaspettato ma lieto.

Si ringrazia l’autrice per l’invio diretto del libro.

Nota biografica dell’autrice:

Stefania Convalle ha al suo attivo numerose pubblicazioni: romanzi, poesie, opere sperimentali a più mani e un manuale di scrittura. Tra i riconoscimenti più importanti, il Premio Giovani “Microeditoria di qualità”: nel 2017 con il romanzo “Dipende da dove vuoi andare” e nel 2018 con “Il silenzio addosso”; entrambe le opere sono state presentate nel programma “Milleeunlibro” di Rai Uno. Nel 2020 “Anime Antiche” si aggiudica il “Marchio della Microeditoria”.

Scrittrice, organizzatrice di eventi culturali, ha fondato il Premio Letterario “Dentro l’amore”. Writer Coach, Talent Scout, Stefania Convalle è anche editrice dal 2017, anno di fondazione della Edizioni Convalle, “una casa editrice col cuore d’autore”, come ama definirla.

Libro disponibile qui: https:

http://www.edizioniconvalle.com/una-calda-tazza-di-caffe-americano-9788885434097-c2x25247281

“Eravamo soli” di Fulvio Di Sigismondo, AltreVoci Edizioni

Vedi? Chi ha il pane non ha i denti! Invece di farsi compagnia, di aiutarsi e consolarsi, vengono qui, in questa tristezza di posto, a litigare e a fare del bordello.”

In Cina esiste il Monte delle Pesche: lo chiamano “Sondo”. Un’antica leggenda narra la storia di un pescatore che trovò un paese incantato, nel quale visse per trecento anni, a ridosso della montagna. Visse lì, in quel paradiso di vita rigogliosa, ma lontano dai suoi affetti. Da allora, e ancora oggi, in Oriente, le pesche sono considerate il frutto dell’immortalità.

A casa mia, invece, quando dici pesche dici estate, sole, giornate che si allungano verso la sera. Associ la pelle vellutata al fresco succoso per alleggerire il peso di una giornata afosa e alla dolcezza delle marmellate fatte in casa.

Per Antonio, uno dei tre protagonisti di “Eravamo soli”, primo romanzo di Fulvio Di Sigismondo edito da AltreVoci, le pesche noci sono una faccenda seria: sono il suo frutto proibito, lui che soffre di diabete. Antonio è un ex partigiano ed è vedovo. Vive in una palazzina tra i ricordi di un amore rispettoso ed eterno, il passato atroce della guerra che ha vissuto in prima persona che gli ha causato la perdita dei suoi affetti più cari e la moka che gorgoglia spesso, più per abitudine che altro. Antonio è solo, la sua solitudine è il peso del presente che batte forte i rintocchi, senza pietà alcuna; è la voglia di non arrendersi anche se la fatica è tanta ed e proprio questo a spingerlo al supermercato (insieme alla voglia di un sacchetto di pesche noci, ovviamente).

Luca e Margherita sono due ragazzi. Lui che gioca a fare il grande; lei che si è scoperta piccola e indifesa. Lui che affronta l’aria che ristagna di fallimento, in casa, con birre e stupefacenti; lei che sogna e lotta contro i dubbi che l’assillano. Luca sfida il destino, la sregolatezza, la ribellione, le sue incertezze di ragazzo solo; Margherita sfida se stessa, le regole della comunità che la deve proteggere, il desiderio di normalità, tutto per lui, per Luca.

Ma gli eventi sono dannati, in “Eravamo soli”, e la trama è ben costruita. Margherita e Luca sono destinati alla loro solitudine e a una disgraziata evoluzione degli eventi che comporteranno uno strappo doloroso nelle loro vite.

Quando Antonio e Luca si vedono, per la prima volta al supermercato, il primo sta cercando le pesche noci, il secondo sta per rubare gli alcolici che gli serviranno per la festa. Una festa estrema, da sballo, l’ultima. È un incontro brusco, aggressivo, che segna la svolta nella trama perché l’autore ha deciso che da questo momento in poi niente sarà più come prima.

Fulvio Di Sigismondo adopera una scelta stilistica cara a molti autori: la narrazione in prima persona su misura per ogni personaggio. L’autore ci regala tre voci ben distinte che esprimono personalità, vissuto e vivendo di ognuno. L’uso di questo elemento distintivo, in questo caso, è gradevole e ben costruito: il lettore ha una visione più realistica dell’universo di Luca (la sofferenza per la famiglia che vive di espedienti e per l’amico che si mette nei guai, il Pezzo; il bisogno di affogare nella vodka il presente; l’amore per Margherita, contrastante e deformante). Entrare nel mondo di Margherita è altrettanto immediato: ci sono pagine piene di sogni, lotte, delusioni, solitudini, bisogni, appartenenze, amori e speranze.

Quando dà voce ad Antonio, Di Sigismondo racconta la solitudine, la stessa che travolge i ragazzi. Son passati anni, tanti, i contesti sociali sono diversi, il mondo è diverso eppure l’autore, con piacevole naturalezza, ci pone davanti alla stessa impotenza. Ci sono i flashback dal passato (crudi, dolorosi), l’immensa solitudine del presente, la perdita della dignità e l’indifferenza che aleggia indisturbata. E poi l’amore. Fulvio Di Sigismondo non ne dimentica neanche una sfumatura nel ricordo di un matrimonio lungo e felice, finito troppo presto che ancora è motore, che ancora spinge con forza e che lo continuerà a fare, finché potrà.

In “Eravamo soli” ho trovato un patchwork emozionale completo. C’è l’amicizia, la tragedia, l’amore, il rapporto tra genitori e figli, il degrado sociale, la violenza, la rabbia, la delusione, le seconde possibilità, i contrasti dell’animo umano e la resistenza. C’è la paura, il sostegno, la cattiveria, il tradimento, la rinascita, la passione, la bontà e la dolcezza.

Una dolcezza non puoi far a meno di apprezzare, dopo l’ultima pagina, che impregna l’aria di buono… come il profumo delicato che emanano le pesche noci mature.

Si ringrazia Annalisa Panesi per l’invio diretto del romanzo.

Nota biografica dell’autore:

Fulvio Di Sigismondo è nato a Sestri Levante (Ge) nel 1965, educatore e formatore, si occupa del coordinamento di spazi e servizi rivolti a giovani e adolescenti e della progettazione di azioni riguardanti le politiche giovanili. Ha pubblicato due saggi sul tema dell’educazione e delle pratiche di lavoro sociale con i giovani Tutto si muove da dentro, un nuovo incontro tra generazioni (Oltre Edizioni, 2017) e Noi andiamo, l’irrinunciabile memoria del futuro (Thesis, 2019). Eravamo soli è il suo primo romanzo.

Il libro è disponibile per l’acquisto in tutte le migliori librerie, anche on line. Questo il link della casa editrice per l’acquisto diretto:  https://www.altrevociedizioni.it/libri/eravamo-soli-fulvio-di-sigismondo/  

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“La tana del polpo” di Giorgio Lupo, Augh!Edizioni.

Cosa vuoi fare di tutta questa rabbia che ti porti dentro?”

Quando si dice “rabbia” si evocano molti concetti: l’intolleranza, l’impotenza, la fatica, l’ingiustizia, la delusione, solo per citarne alcuni. Dire “rabbia” è un po’ come confessare un fallimento, una discesa negli abissi, un groviglio di negatività e freddezze dal quale è difficile uscire, un po’ come una caduta tra le sabbie mobili.

Ci sarebbe un volume intero da scrivere in proposito, perché la rabbia è un universo inesplorato, anche se a volte pensiamo il contrario. Da ciò, tuttavia, deriva una questione che vorrei portare alla vostra attenzione e che, in considerazione del momento storico che stiamo attraversando, sono certa vi permetterà riflessioni interessanti: la capacità dell’Uomo di trasformare la rabbia in opportunità.

Giorgio Lupo nel suo romanzo “La tana del polpo” edito da Augh!Edizioni scrive di rabbia. Ne usa in abbondanza, ne sparge dosi in ogni angolo. La usa per creare, difendere, sbagliare, ammettere, esistere. La scrive così bene che, in alcuni passaggi, l’impotenza e la follia sono così veri che ti sembra di sentirne il profumo: una scia acre, esattamente come deve essere.

Avrete capito che “La tana del polpo” è un giallo. Un giallo dalle tinte molto accese che, proprio per questa particolarità, presenta ombre e macchie scure e contrastanti.

L’ambientazione è la Sicilia moderna, Termini Imerese per la precisione. Grazie a un’abilità narrativa di rilievo, Giorgio Lupo narra i dintorni e la città con leggerezza e scrupolo, con naturalezza e metodo. Il risultato è un’ambientazione che entra nel libro e che ti tiene per mano, facendoti sentire tutta la sua magica contraddizione. La presenza costante del luogo continua nei dialoghi – resi autentici da varie espressioni dialettali che compaiono qua e là – dalle tradizioni, dai temi ambientali che – purtroppo – sono spesso legati a questa terra (costruzioni civili senza dignità e l’abbandono di rifiuti).

La trama è un crescendo vorticoso di fatti presenti e flashback dal passato: un narratore originale racconta i primi mentre una voce squilibrata e oscura dichiara i secondi.  

L’autore ha costruito una trama affilata, tanto affilata da essere, in alcuni frangenti, quasi realmente tagliente. Per alcuni aspetti (morbosità, rabbia, vendetta e follia) mi ha ricordato “Io Uccido” di Giorgio Faletti. Non amo i paragoni letterari, ma in questo caso la brutalità di alcuni passaggi della trama mi ha ricordato gli stessi brividi, la stessa tensione e la – quasi – paura a proseguire.

Sulla costruzione dei personaggi, Lupo muove la penna con arguzia e competenza e, in questo, ho trovato la grande particolarità di quest’opera, il centro, l’essere. È grazie ai suoi personaggi, infatti, che l’autore ricava e crea l’equilibrio indispensabile e irrinunciabile, quella gradevolezza che spinge il lettore, quell’ironia pungente – a tratti oserei dire divertente – che miscela terrore e leggerezza in giuste dosi. Quella peculiarità che cambia ogni passaggio, in modo estremamente positivo.

Placido Tellurico è il centro. L’uomo che tiene il romanzo in mano, lo sbirro, lui che con la rabbia fa a pugni tutti i giorni. Tellurico è un’anima sola – la moglie lo ha lasciato – vive con la figlia e affronta la vita a suon di sensi di colpa, attrazione per le femmine, bicchieri di rum, battute coi sottoposti, riflessioni pungenti e caffè densi come solo quelli del Sud sanno essere. Il suo è un fascino che non passa inosservato, soprattutto se è lui a non accorgersene. È un uomo giusto e tollerante, confuso nei sentimenti e determinato a scoprire chi è il pericoloso assassino che gli sta col fiato sul collo e che sembra anticipare le sue mosse, che combatte con la disgregazione sociale giovanile e che si fa carico di tutto ciò che gli sta attorno, anche se non lo ammetterebbe mai.

Placido è un padre premuroso che macina chilometri per comprare un cornetto alla nutella per sua figlia e che, quello stesso giorno, inizia a domandarsi come potrà proteggerla dal mostro che serpeggia tra le vie della città; è il capo che permette ai sottoposti una “lenta e laboriosa digestione” dopo un pranzo a base di arancine; è l’uomo che ha bisogno di una pacca sulle spalle, quando cerca Amilcare  – l’uomo che pronuncia la frase in premessa, per intenderci-  si fuma una sigaretta e si gode la dolcezza di un panino all’olio, dolcezza che ritrova solo in quelli dell’amico. E ancora, è l’imbarazzo fatta persona davanti a una caponata poetica e romantica che anche il suo palato grezzo – come lo definisce egli stesso – riconosce e che gli apre il cuore, quel cuore che ha tenuto chiuso per troppo tempo; è la tempra forte dei siciliani quando dichiara il suo disgusto verso il tè (soprattutto quello dai nomi impronunciabili); è la quotidiana abitudine a resistere davanti a un bicchiere di latte e a una giornata che non ha idea di come terminerà. Sullo sfondo, come dicevo, leggende barbare che tornano prepotenti nell’affascinante isola bagnata dal sole e dal vento, i cui profumi di panelle invadono le strade e dove i cartocci di ricotta e i cannoli sono la base per iniziare i festeggiamenti finali.

“La tana del polpo” narra una storia crudele e morbosa attraverso un personaggio affascinante, semplice e umano. Giorgio Lupo ci regala una fotografia della società moderna nella quale i soprusi si sommano alle ingiustizie, la lotta tra il Bene e il Male distrugge i confini e la crudeltà offusca la prospettiva. Uno spaccato di vita nel quale la prima rabbia che conosciamo scorre come un fiume in piena, rompe gli argini, uccide e distrugge. Uno spaccato di vita nel quale l’altra metà della rabbia, quella più profonda e “sana” diventa un mezzo per rinascere e fare pace con se stessi.

Si ringrazia Valentina Petrucci dell’ufficio stampa per l’invio del romanzo.

Nota biografica dell’autore:

Giorgio Lupo è nato a Termini Imerese nel 1973. Laureato in Giurisprudenza, lavora come Sales Manager per Sara Assicurazioni. Con il racconto A mala corda ha vinto il XLIII Premio Writers Magazine Italia ed è stato selezionato tra i vincitori del Premio Nazionale Racconti Tricolore. Con il racconto giallo I buoni vicini è arrivato terzo al concorso Giallo Piccante, organizzato dall’Accademia del Peperoncino, in collaborazione con Giallo Mondadori. Suoi
racconti sono presenti in antologie edite da Delos Book e Il Viandante. Ideatore e organizzatore, insieme al ristorante sociale “Tocca a tia”, del Termini Book Festival.

Il libro lo trovate qui:

http://www.aughedizioni.it/prodotto/la-tana-del-polpo/

“Nickname: Fil_Vanz_88 – La prima indagine di Fil Vanz” di Elena Andreotti- Self Publishing

“…Non dire così. La mia scelta nasce da una valutazione di tipo esistenziale. Quando mi occupavo di informatica non vedevo altro che il mondo virtuale e mi sono perso quello reale. No, ormai ho chiuso. Non aggiorno neanche il modello del cellulare…”

Esiste davvero la possibilità di cambiare o l’uomo resta sempre e comunque fedele a sé? Siamo (o meno) capaci di imparare dai nostri errori, di cambiare la nostra pelle e di resettare tutti quei comportamenti che ci hanno scaraventato nell’angolo più tossico della nostra esistenza? E, ancora, se il cambiamento avviene, il merito è della sola forza di volontà o di particolari forze astrali che si abbattono sulla nostra vita? Infine, chi possiede il vero codice di giudizio supremo per stabilire la misura degli errori altrui?

Queste domande esistenziali mi hanno accompagnato durante la lettura dell’ultima opera di Elena Andreotti, “Nickname: Fil_Vanz_88 – La prima indagine di Fil Vanz”, un giallo informatico, in cui il protagonista, Filippo Maria Vanzitelli è l’uomo che ha coinvolto se stesso in un cambiamento di vita radicale.

L’autrice – con la sua penna determinata a non perdersi in fantasticherie narrative – ci presenta un personaggio estremamente affascinante. Filippo è stato per anni a capo di una società per la sicurezza informatica e il mondo virtuale – oscuro e ambiguo – lo ha inghiottito facendogli perdere contatto con la realtà e l’amore per sua moglie, Lidia. La solitudine del divorzio gli ha permesso di risvegliare i principi esistenziali base e, dopo aver venduto la società, si è ritirato nelle campagne romane in un castello che ha trasformato in un club esclusivo per golfisti. Il cielo, le vallate, il tempo e la sua stessa compagnia, gli hanno permesso di impugnare un pennello e di scegliere i colori migliori per i quadri che, da quando è al castello, dipinge senza sosta. Fil è cambiato, ogni suo comportamento è lontano anni luce dal suo passato di hacker, ma il mondo del dark web non ha finito, con lui. Perché come si risolve un omicidio? Come si investiga su una donna matura e una giovane entrambe innamorate dello stesso uomo, lui che ha perso la vita dietro a un cespuglio? Fil è costretto a tornare. Sono le circostanze a obbligarlo a rientrare in quel ruolo che lo ha rapito per tanto tempo, nient’altro.

Mentre l’indagine ufficiosa affianca l’ufficiale, l’autrice dirige l’attenzione sul suo protagonista. Ci presenta l’uomo che inizia la giornata con un caffè ristretto macchiato di schiuma al latte e che non disdegna un Mocaccino con cannella; che spiazza tutti quando accetta un pranzo a base di trippa; che a tavola con Francesca, la sua collaboratrice, tentenna sulle lasagne perché il web ha già coinvolto ogni sua cellula e, in una altra “scena”, davanti a un dolce tiramisù, le concede massima fiducia. Con Lidia, Filippo finisce a cena e prima di una sbriciolata con crema pasticcera e frutti di bosco il tuffo nel passato, nelle abitudini e nelle confidenze, è un obbligo al quale lui si sottopone senza tante riserve.

L’autrice scopre la trama, la psicologia del suo protagonista, i luoghi dell’ambientazione con una scrittura semplice e immediata tant’è che anche chi come me non ha nessuna confidenza con il mondo informatico si trova a suo agio. L’effetto generale è un libro breve (sono circa 140 pagine) che si legge con gradevolezza e con conseguente curiosità.

E, infine, nell’evidente intenzione dell’autrice di affidare altre indagini al suo personaggio, io resto sempre con la stessa domanda senza risposta: sarà davvero cambiato?

Si ringrazia l’autrice per l’invio diretto del romanzo.

Nota biografica dell’autrice:

Elena Andreotti è sociologa con perfezionamento in bioetica. Ha lavorato per circa venti anni nella P.A. dove si è occupata a lungo di informatica, partecipando a progetti riguardanti il sistema informativo aziendale e curando la formazione dei colleghi. Attiva nel volontariato, attualmente cura la formazione dei volontari. Ha collaborato per una decina d’anni con un periodico locale, occupandosi della rubrica di bioetica. Appassionata di pittura, fotografia e macrofotografia che pratica dilettantisticamente, ma con buoni risultati. Lettrice onnivora, predilige la letteratura ‘gialla’ e fantascientifica.

I suoi libri sono disponibili nella sua Pagina autore di Amazon (https://www.amazon.it/Elena-Andreotti/e/B07PMRP5LY)

Il suo Blog personale è  Non solo campagna – il blog di Elena

(https://nonsolocampagna.wordpress.com)

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Il libro è disponibile a questo link:

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