Un volo (non) libero.

Ci sono voli liberi, altri programmati con estrema precisione.

Ci sono voli senza meta, altri necessari.

Ci sono atterraggi futili, altri irrinunciabili, vitali.

Ci sono occhi che osservano le sfumature dei profumi e dei colori; occhi che hanno direzione, bisogno, necessità.

Ci sono movimenti precisi, organizzati, che rispondono a esigenze precise.

C’è la raccolta, la laboriosità, il sacrificio, il mistero, la resilienza, il viaggio, la collettività.

C’è un mondo che ha molto da insegnarci.

Si ringrazia Elisa Girodo per la foto (contatti Facebook Elisa Girodo; Instagram @baby.e.mum; web site https:instantpix.wixsite.com/pixphotography).

“La casa sulla scogliera” di Fortunata Barilaro Gattei, Edizioni Convalle.

Maggio è il mese dei boccioli, dell’aria che diventa più calda, del sole che si divide lo spazio con la pioggia, del cielo che, a tratti, diventa più terso. Maggio è anche il mese in cui i programmi per l’estate diventano più concreti e vicini: alzi la mano chi non ha voglia di ideare una fuga, di sedersi davanti a un orizzonte infinito, sotto a un cielo che vi guarda con attenzione.

In questo mese transitorio di quest’anno altrettanto transitorio (speriamo) ho letto “La casa sulla scogliera” di Fortunata Barilaro Gattei, Edizioni Convalle. Mentre ero tra le righe di questa straordinaria storia familiare, la cui protagonista – Ester – una giovane chiamata a conoscere il mistero legato alle sue origini, ho fatto un viaggio. Sì, mi sono affiancata alla giovane infermiera che parte da Roma diretta in Salento e con lei mi sono lasciata invadere dai colori, dai profumi, dai paesaggi e dalla storia di quest’area geografica. Mi sono lasciata conquistare dalle abitudini del luogo, dalle feste di paese che sono il fulcro sociale, dai caffè che non si rifiutano mai, dalla terra che accoglie gli ulivi e dall’accoglienza. Quest’ultimo concetto, in particolare, è stato nebulizzato con estrema precisione tanto da essere diventato simile a uno sfondo dai colori tenui ma indispensabili.

L’ambientazione, dicevo, è un concetto che i romanzieri sanno trattare sempre con grande maestria: Fortunata Barilaro Gattei va oltre. Riesce a rendere il luogo vivo tanto quanto i personaggi dell’opera. Il quadro generale, quindi, diventa un luogo nel quale il lettore si trova a “osservare” e sognare, non solo a leggere.

La trama è dolce, invitante. Non svelerò i dettagli della vita della bella Ester, ma vi basti sapere che ogni personaggio ha un ruolo specifico per avviare la macchina della verità. Il mistero – circa l’insolito invito che Ester riceve da un notaio sconosciuto – fa parte dell’incipit, ma sono il viaggio e l’arrivo a costituire il vero cuore dell’opera.

C’è Caterina che accoglie Ester. Il suo invito a cena a base di burrata, verdure alla griglia e legumi diventa una porta aperta sulla loro amicizia; l’amicizia tra Fabio e Luca, invece, è più da patatine e birre ma quando si trovano insieme, loro quattro, scelgono il comfort di un piatto di spaghetti al pomodoro e basilico.

E poi ci sono Enzo, Laura, Teresa, Attilio, Mimino e molti altri ancora che impareranno a ritrovarsi, più che a conoscersi, perché un fatto tragico accaduto in passato va spiegato, capito, narrato, pianto. La verità non basta, a volte, e questo concetto Ester lo comprende all’istante, non appena si trova tra le mani un lungo manoscritto a lei indirizzato.

L’autrice, in quest’opera, usa narrazioni diverse per ampliare al meglio le voci dei personaggi e per rendere ancor più efficace i temi che ha voluto raccontare: i silenzi, l’abbandono, il bisogno d’appartenenza, le menzogne, la debolezza, la forza, l’amicizia, la solitudine.

Ultimo, ma non per ordine di importanza, arrivare ai ringraziamenti e trovare un così intimo e reale riferimento all’ispirazione è stato come ricevere conferma di ciò che hai percepito per quasi tutta la durata dell’opera.

Si ringrazia l’editore, Stefania Convalle, per il file in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Fortunata Barilaro nasce in un piccolo paese della Calabria. All’età di 19 anni si trasferisce a Roma, dove vivrà per circa trent’anni; attualmente vive in Salento dove coltiva la passione per la scrittura, mai realmente abbandonata. Lavora come infermiera e il tempo libero lo dedica alla cura dei suoi tanti animali. La sua casa e il suo giardino sono pieni di cani e gatti che trova per strada. Il suo primo romanzo, “La casa sulla scogliera”, è stato pubblicato nel 2018 con Edizioni Convalle. “Là dove finisce il fiume” è la sua seconda opera.

Il sito dell’editore è: http://www.edizioniconvalle.com

“Sto per tornare a casa” di Vincenza Fava, Scatole Parlanti.

In ambito letterario-artistico, il destino delle donne è un protagonista affidabile che genera un notevole spessore: ci sono gli spigoli, le sfumature, gli alti e i bassi, le ombre e le luci, i dubbi e le certezze. E poi i cambiamenti che sfidano le basi, il futuro che non è mai troppo distante dal passato, i traguardi che appaiono in lontananza, i fallimenti che si nascondono nelle pieghe dei sogni, i sacrifici infiniti… Potrei continuare, scrivere pagine e pagine, e ancora non basterebbero. Essere donna significa appartenere a un universo da difendere e rispettare. Soprattutto quando non sei donna.

In “Sto per tornare a casa” di Vincenza Fava, edito da Scatole Parlanti, il mondo “donna” viene raccontato in maniera esemplare da voci e angolazioni all’apparenza molto diverse tra loro.

La trama si snoda attorno a Lara, Silvana e Anna: tre anime erranti, ognuna in preda a un conflitto aggressivo. La prima è una giovane bella, intelligente, dal cui passato le è rimasta una valigia piena di ansie legate a una malattia poi sconfitta, solo in termini medici. Silvana è una madre che ha costruito la sua solitudine con determinazione e criterio mentre Anna è un’adolescente in preda a una rabbia che le lascia addosso altra rabbia. Un uomo – uno scrittore – tiene sospesa la trama, fino alla fine.

L’autrice ha scelto una narrazione coraggiosa ma ben riuscita: l’alternanza di voci e capitoli lascia spazio a un narratore onnisciente e alla voce intensa dei personaggi che subentrano con forza, come per esasperare la loro essenza e rafforzare la loro presenza. Non solo. Questo cambiamento di stile, oltre che essere particolarmente coinvolgente in termini di lettura, riesce a introdurre i temi trattati. Uno di questi è legato alla genitorialità che l’autrice esplora e mette a nudo attraverso conflitti, silenzi, ordini e regole. Ce ne sono molti, ma in questo spazio ne riporterò solo un paio. Evocativo è il passaggio nel quale Anna si concentra sul gusto delle patatine fritte per aggirare la rabbia che prova e in quanto a Silvana, i dubbi sul suo essere madre li sente addosso come la pelle, da quando sua figlia se n’è andata di casa.

L’amore, altro tema ricorrente, è la controversia che si trova ovunque, in questo romanzo. Non è un amore romantico, né idealista. È un rapporto complesso, che non lascia spazio a cuori e leggerezze. Le feste a base di ricchi buffet e bollicine allontanano anziché unire, Lara se ne rende conto e non c’è molto che lei possa fare, per cambiare il decorso degli eventi.

Infine, “Sto per tornare a casa” – come evoca il titolo – è un viaggio che il lettore compie insieme alle protagoniste all’interno dell’universo femminile e a tutte le (dolorose) sfaccettature che lo compongono. Un viaggio non semplice, pregno di domande, ma che, infine, conduce verso una porta aperta sulla speranza.

Si ringrazia Valentina dell’ufficio stampa per il file omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Vincenza Fava è laureata in Lingue e Letterature straniere ed è giornalista pubblicista. Si occupa da anni di poesia e teatro, è attrice e regista. Alcune sue poesie e racconti sono stati pubblicati in diverse antologie come Le verità nascosteCon gli occhi celesti. Vent’anni di teatro indipendente. Conversazioni con Maurizio Gregorini AA.VV.L’amore è femminaGenerazione ai marginiSono bella ma non è colpa mia, Il morso verde. Ha pubblicato le sillogi Segni dell’istinto (Edizioni del Giano, Roma, 2006), La ragione nell’amore (Edizioni Cleup, Padova, 2012), Deserti di mare (Galassia Arte, Roma, 2013), Binari storti (LietoColle, 2015), Il nome che torna (Augh!, 2016) e il romanzo e-book Un sorriso perfetto (2014). Attualmente lavora come editor per il Gruppo Editoriale Utterson. Tra le sue interpretazioni teatrali: MedeaLa ragazza che non sapeva inginocchiarsi (tratto dal Diario di Etty Hillesum) e Psicosi delle 4 e 48 di Sarah Kane. Dirige laboratori teatrali per adulti ai Magazzini della Lupa di Tuscania (VT).

Il sito dell’editore è: http://www.scatoleparlanti.it

“Anime Antiche” di Stefania Convalle, Edizioni Convalle.

L’interrogazione. L’aula. Le finestre mai abbastanza ampie. I banchi (senza rotelle). Gli sguardi d’incoraggiamento dei compagni d’avventura. Quanti di voi ricordano il momento in cui il professore lanciava la “bomba” sul cognome? Io lo ricordo così bene che ogni tanto mi tornano alla mente le interrogazioni d’inglese “a tappeto” che facevano tremare la voce di tutti, compresi i più preparati, e mi viene ancora quel brivido lungo la schiena, gelido, che mi costringe ad ammettere che le domande restano (e sempre resteranno) uno dei metodi migliori per stimolare riflessioni. Certo, se avessi compreso questo concetto allora mi sarei risparmiata un’abbondante dose d’ansia, ma “meglio tardi che mai” è un detto che suona bene, a questo punto.

In un’epoca in cui ci siamo affidati al “veloce-e-subito”, concetto sul quale abbiamo eretto grattacieli, il tempo per rispondere a una domanda è spesso considerato inutile, quasi un ostacolo. La nostra società ci ha indotto a spingerci nella frenesia, nel vortice della perfezione, nel ritmo battente. Ci siamo fiondati, coraggiosi ed esperti, perché ci siamo convinti che la vita fosse da prendere a morsi e che ogni attimo perso sarebbe stato un fallimento personale. Ci abbiamo creduto, e ci crediamo ancora. Non vediamo l’ora di tornare a vivere, serbatoio pieno e piede sull’acceleratore. Non aspettiamo altro che ripiombare nel vortice delle esperienze vissute e non viste. Certo, potrebbe funzionare non fosse che alcune letture (e autori) ti intrappolano e ti costringono ad ascoltare quella voce che hai messo a tacere, ma che non sei mai riuscito a dimenticare. Letture che ti obbligano a fermarti, ad ascoltarti, ad analizzare.

“Anime antiche” di Stefania Convalle, edito dall’omonima casa editrice, è una di queste. È un’opera intensa, che ti spinge fuori dalle tue certezze e che ti obbliga a scendere nella profondità di te stesso attraverso un tema caro all’autrice: la spiritualità. Nel romanzo, complice l’alone di mistero che si respira in ogni pagina, le domande – dirette, indirette e nascoste – sono inevitabili come i tornanti lungo una strada di montagna.

…“Allora cominciamo da qui: sei felice, Muriel?”…

…“Tanto per sapere, questa cosa dell’anima antica, è una buona notizia?”…

…”Eppure basterebbe così poco per essere felici, mi dissi. Non aspettarsi niente, forse. Non cercare niente, forse. Amare meno, forse. O amare meglio… Forse.”…

…”Ma le domande spesso rimangono senza risposta, proprio le più importanti.”…

Potete considerarle un’entrée particolarmente raffinata: il main dish è molto più corposo e ricco.

La trama si snoda attorno a quattro personaggi: Muriel, Luna, Lorenzo e Greg. Quattro anime, quattro cuori, quattro destini. Quattro storie distinte verrebbe da dire, in principio. Tuttavia, quando ti addentri nelle sfumature delle loro esistenze, nel loro passato e nel loro presente, ti accorgi che il legame che ha scelto di narrare l’autrice è qualcosa per cui vale la pena arrivare fino in fondo. Le domande, allora, si rincorrono, si annodano, si svelano e tu ti trovi ad affrontarle di petto.

Muriel è la prima anima che incontri e in lei scorgi i tratti di una donna che conosce l’amore e le sue ombre. Greg è un uomo che sprigiona dolcezza e mistero in ogni suo gesto, che ha forza per lottare e per guardare in faccia il destino che lo attende. Lorenzo è un personaggio che, appena lo incontri, ti suscita un insieme di risposte. “Egoista e vittima di sé” leggi nella quarta di copertina: una definizione che mi convince. Luna raccoglie dubbi e li trasforma in parole scritte. 

Muriel e Greg iniziano a conoscersi davanti a un bourbon pomeridiano che ha il sapore forte di un inizio sconvolgente; proseguono la conoscenza davanti a una bistecca condita da patatine fritte e iniziano a viaggiare. Tutto in loro (mente, anima, mani, occhi) è pronta per il viaggio che li attende e che li condurrà in Sardegna. Lorenzo – che viene definito da Muriel “bello come un piatto di spaghetti al pomodoro e basilico quando sei a dieta” – è con loro perché è esattamente lì che dovrebbe essere.

In “Anime antiche” ritroviamo i luoghi cari all’autrice: la sua Milano, la costa nord-est degli Stati Uniti e la Sardegna. Ogni ambientazione compone uno sfondo delicato, non invadente, eppure indispensabile a creare un legame solido con i personaggi. È un piacere, per me, ritrovare la scrittura si Stefania Convalle: quel suo modo di accarezzare i sentimenti e portarli alla luce sotto una veste naturale è un talento che merita di essere raccontato.

Infine, è giusto spendere qualche parola sui messaggi che l’autrice ci propone, in quest’opera: il mistero, le affinità, l’amicizia, il rispetto, il viaggio e – soprattutto –  il ritorno, la pazienza, il coraggio. E, poi, l’Amore: il sentimento che vince sempre, per il quale la lotta è giusta, che completa e che ti induce a porti quelle domande che, altrimenti, non vorresti mai affrontare.

Si ringrazia l’autrice/editore per l’omaggio cartaceo.

Nota biografica dell’autrice:

Stefania Convalle ha al suo attivo numerose pubblicazioni: romanzi, poesie, opere sperimentali a più mani e un manuale di scrittura. Tra i riconoscimenti più importanti, il Premio Giovani “Microeditoria di qualità”: nel 2017 con il romanzo “Dipende da dove vuoi andare” e nel 2018 con “Il silenzio addosso”; entrambe le opere sono state presentate nel programma “Milleeunlibro” di Rai Uno. Nel 2020 “Anime Antiche” si aggiudica il “Marchio della Microeditoria”. Scrittrice, organizzatrice di eventi culturali, ha fondato il Premio Letterario “Dentro l’amore”. Writer Coach, Talent Scout, Stefania Convalle è anche editrice dal 2017, anno di fondazione della Edizioni Convalle, “una casa editrice col cuore d’autore”, come ama definirla.

Il sito internet della casa editrice è: http://www.edizioniconvalle.com

“Come delfini tra pescecani – Un’indagine per i Cinque di Monteverde” di François Morlupi, Salani Editore.

Immagino abbiate letto la recente notizia del nuovo modo di acquistare la pizza: un distributore automatico crea la vostra porzione e il vostro gusto. Non ci sono mani sporche di farina a comporre: è tutto automatico, rapido, easy. Un nuovo modo di gustare, qualcuno ha detto, qualche altra anima, più tradizionale, ha già marchiato la faccenda come “imbarazzante”. Quale che sia la vostra posizione in merito, sappiate che la pizza è sempre una questione seria, anzi serissima.

Lo sa bene François Morlupi che nel suo “Come delfini tra pescecani – Un’indagine per i Cinque di Monteverde” edito da Salani usa una fetta di pizza per dare il via alle indagini su un caso di suicidio sospetto. Sull’evolversi della trama non svelerò particolari: vi basti sapere che da “quel” sospetto nasceranno una serie di eventi a catena.

Come succede nei migliori romanzi a tinte gialle, il commissario è un’icona: l’autore, in questo caso, ha creato un uomo d’altri tempi, medicinale-dipendente e ipocondriaco, umano al punto giusto, avido lettore di classici (Proust e le madeleine non mancano). Il commissario Ansaldi sceglie la compagnia di un amico peloso per combattere le sue solitudini (Chagall è il nome del cane, giusto per affinare l’alone culturale attorno alla sua figura), tende la mano ai suoi collaboratori, vive in lotta perenne con la tecnologia ed è di una semplicità disarmante (esilarante è l’incontro-scontro con un ministro).

Il gruppo di lavoro al commissariato è tra i più vasti: i Ringo Boys (Di Chiara e Leoncini, chiamati così per via del colore della pelle chiara dell’uno, ambrata dell’altro), l’amara e colta Loy – vice ispettore e la giovane Alerami, bella e dolce.

La trama si snoda nell’ambiente calcistico romano, nei suoi meccanismi spietati e nei suoi sogni eterni. Non mancano i riferimenti alla fede (Di Chiara rappresenta al meglio il tifoso), alle strategie, al ruolo della squadra e, nel raccontare questa fetta di “mondo”, l’autore costruisce una tela fitta e realistica.

Il ruolo della squadra è, inoltre, duplice: viene ripreso e sviluppato nel gruppo lavoro al commissariato con notevole riguardo e al lettore giunge forte, questo messaggio di unione e appartenenza.

Il racconto è affidato a un narratore ironico che ama condire l’ipocondria di Ansaldi con ansia e visioni catastrofiche; i battibecchi dei “Ringo Boys” e la guida spericolata di Roy che eleva l’ansia del commissario. Un’incursione – un tono di voce diverso e più inquietante – irrompe spesso e spinge il ritmo, tra cupezza e mistero.

Nel complesso, “Come delfini tra pescecani – Un’indagine per i Cinque di Monteverde” è un romanzo variegato nel quale lo sfondo delle indagini permette di affrontare temi ben più complessi: la diversità e l’uguaglianza, la felicità e l’opportunità, l’amore e la speranza, la lotta e i soprusi, la vittoria e il fallimento. Il tutto condito da una spiccata nota ironica gradevole, da un vassoio di bignè che non ti aspetti e da lei: la fetta di pizza che torna anche nel finale.

Si ringrazia l’ufficio stampa per il file omaggio.

Nota biografica dell’autore:

FRANÇOIS MORLUPI: classe 1983, italo-francese, lavora in ambito informatico in una scuola francese di Roma. Prima di questo ha scritto due romanzi, che per mesi sono stati sempre ai primi posti delle classifiche ebook, diventando un caso editoriale.

Sito internet dell’editore: http://www.salani.it

“Come acqua” di Roberto Chilosi, AltreVoci Edizioni – #boodinterviste, #boodperglialtri

“… E ora scrivo un libro: una sfida enorme, un salto nel vuoto. Un percorso interiore sicuramente divertente e allo stesso tempo doloroso. Non ho grandi aspettative: il peggio che mi possa capitare è capire qualcosa in più su me stesso. …”

Ci sono sorprese che ti restano addosso molto più di altre. Sono quelle che davvero non ti aspetti, che hanno il potere di interagire con le tue emozioni molto più di altre; che, spesso, ti mostrano scenari che non ti saresti mai aspettato e che, soprattutto, ti trascinano e ti fanno riemergere.

“Come acqua” di Roberto Chilosi, AltreVoci Edizioni, è stato tutto questo e anche di più.

Andiamo con ordine, come al solito questa è la parte più difficile perché le emozioni sono tante, si affollano, e io devo fare un po’ d’ordine.

Roberto Chilosi è uno sportivo: canoista, nuotatore, guida rafting, maestro di canoa. Le sue imprese sportive lo hanno portato in giro per il mondo ad affrontare avventure che, credetemi, se siete i classici lettori da divano, vi faranno strabuzzare gli occhi.

“Come acqua”, infatti, è una sorta di diario nel quale l’autore racconta luoghi, sforzi, impegno, follia, coraggio, allenamento, pratica e tecnica. Non solo, e qui viene il bello… Questa opera è una raccolta di spirito, umanità, rispetto, solitudine, mistero, sacrificio, accettazione e… fame. Una narrazione d’emozione e sentimento, di coraggio e speranza, che si tinge del bisogno primordiale dell’uomo: il cibo. Non mi credete? Confesso che non lo avrei creduto nemmeno io. “Come acqua” è stata una sorpresa, sin dall’inizio.

La prima avventura inizia nel giorno della vigilia di Natale, in un ristorante toscano. Nel bel mezzo della solennità del servizio, come solitamente si conviene alla giornata in questione, l’autore organizza la sua spedizione: la discesa in solitaria di uno dei torrenti più impegnativi della Lunigiana. Quando atterriamo in Cile, ci sembra di sentire il profumo della carne che cuoce sulla griglia, della frutta esotica che profuma l’aria e dei biscotti “simili ai Ringo”. All’Elba l’adrenalina e la fame si saziano con calzoni, Coca Cola, e cioccolato bianco; in Tibet cavoli e uova vanno per la maggiore. E poi ci sono i piatti “on the road” (pasta, riso liofilizzato), le barrette energetiche che salvano sempre e molto altro ancora.

Lo stile narrativo è uno dei miei preferiti: autenticità e capacità di tradurre pensieri formano una comunicazione diretta e coinvolgente. Lo sfondo naturale, raccontato attraverso uno sguardo rispettoso, e il racconto delle imprese sportive, realizzato con un taglio moderno e sintetico al punto giusto, conferiscono ulteriore interesse all’opera.

Soprese, dicevo in principio… e siccome io adoro sorprendervi, ho pensato di ospitare l’autore, qui e ora, per il ciclo #boodinterviste.

Godetevi la lettura.

Buongiorno Roberto e grazie per aver accettato questo invito.

Grazie a te per l’opportunità che mi hai dato di poter rispondere a queste domande, per aver letto attentamente il libro e averne colto lo spirito.

Grazie anche a chi leggerà questa intervista e leggerà il libro.

Inizio con una citazione che ho amato molto. Scrivi “Niente è impossibile. Per nessuno”. Un bel messaggio, in tempi come questi, da mental coach. Siamo noi a costruire il nostro destino?

Sempre e nella maggior parte. Io sono un determinista, spesso, sicuramente sbagliando, ritengo che ogni cosa che mi accade è perché io ho fatto in modo che accadesse.

Non credo molto nella fortuna, anche se a volte penso che mi abbia aiutato.

Sicuramente nelle cose che ho fatto ci ho messo del mio, dall’organizzazione di un viaggio, prima ancora dalla scelta di fare quel viaggio, alla preparazione fisica e mentale necessaria per quello che sarei andato a fare.

Da piccolo vedevo gli sportivi più famosi non come mete irraggiungibili, ma come persone che si erano impegnate a fondo in qualcosa a cui tenevano e ci erano riuscite.

Ho sempre pensato che ogni risultato che avrei ottenuto sarebbe dipeso da me.

Mi ha incuriosito molto il tuo rapporto con la scrittura e la lettura: sei uno sportivo che legge, una rarità, quasi. Ci sono letture/scrittori ai quali ti affidi prima delle tue spedizioni?

Secondo me non sono pochi gli sportivi che leggono, almeno negli sport che pratico io, per me farlo è un piacere e una necessità.

Prima di un viaggio cerco di reperire più informazioni possibili relativamente al luogo in cui andrò.  Leggo resoconti sportivi, usi, costumi, storia, geografia della mia destinazione. Cerco di entrare più possibile nella vita di quel posto per viverlo e comprenderlo meglio. Non ho mai partecipato a viaggi organizzati e preferisco sempre usare i mezzi che usano i locali per spostarmi, piuttosto che i più comodi mezzi turistici 

Oltre alla lettura, ho percepito il bisogno di scrivere, annotare, tracciare, come se questo fosse una sorta di testimonianza da lasciare. Dove scrivi i tuoi appunti di viaggio? Usi tecnologia o carta e penna?

Scrivo molto in viaggio, esclusivamente su carta, sia per non dimenticare che per passare il tempo e rilassarmi   magari al termine di una discesa molto impegnativa. Le emozioni a caldo tendi a perderle col passare dei giorni. Magari le rielabora, ma scriverle ti aiuta a fare chiarezza anche dentro di te e razionalizzare i passi successivi.  Scrivere poi era anche una necessità dovuta al fatto che fino all’avvento degli ebook i libri cartacei erano ingombranti e dover passare in fiume più giorni, e doversene portare dietro anche due o tre, avrebbe tolto spazio al cibo.

Hai raccontato il rapporto col cibo con rispetto e dignità. Ci hai messo davanti a un fatto che, molto spesso, dimentichiamo: il cibo non è scontato. E che la fame, quella vera, quando la senti, vince su tutti gli altri fattori. Vorrei che ci raccontassi qual è stata l’esperienza culinaria più estrema che hai vissuto, nei tuoi viaggi.

Mi sono sempre adeguato ai cibi locali, spesso, soprattutto nei primi viaggi, prendendo sonore infezioni intestinali.

In viaggio mi adatto a tutto, mangio qualsiasi cosa a casa invece sono più attento.

A livello di “stranezze“ non mi ha entusiasmato il coccodrillo in Africa o il latte fermentato di cavalla in Mongolia,  ma quando ho veramente fame non sento i sapori e mando giù di tutto.

La fame, quella vera che ho patito in alcuni viaggi, e che mi teneva sveglio la notte, mi ha reso molto poco schizzinoso in questo senso.

Ho visto gente lavorare 12 ore in condizioni terribili per un pugno di riso, mentre noi ci stressiamo se non possiamo fare la colazione al bar o mangiare al ristorante. È una questione di rispetto.

Hai scritto la fatica. Ne hai tracciato forma e dettagli con estrema precisione. Per tutta la durata della lettura ho percepito rispetto anche per questo aspetto e, a volte, la sensazione che spingere oltre i limiti fosse una fuga dalle domande (e dalle situazioni). Possiamo affermate che lo sport (estremo o no) è una terapia, uno spazio nel quale possiamo ascoltare noi stessi, accettarci e perdonarci?

Si. È un banco di prova almeno lo è per me, è il mio miglior antidepressivo, la mia migliore medicina.

In acqua in particolare mi sento protetto, sempre a mio agio, nonostante a volte la paura.

Ma quando do tutto me stesso sono comunque soddisfatto e non mi preoccupo troppo se fallisco: fa parte del gioco.

Il gioco negli sport che pratico a volte è la mia stessa vita e questo mi stimola a migliorarmi sempre, almeno a provarci.

In un periodo storico come questo, l’essenziale è stato d’obbligo. Siamo tornati a vivere con semplicità e con maggiore consapevolezza, anche i rapporti con la famiglia. Nella tua opera, i riferimenti all’essenzialità sono sparsi un po’ ovunque. In attesa che i lettori leggano “Come acqua” vorresti raccontare loro cos’è, per te, l’essenziale?

L’essenziale è la salute, il cibo, il vivere la propria vita indipendentemente dagli altri ma rispettandoli.

Siamo abituati a stressarci, io stesso quando sono a casa lo faccio per cose che ritengo indispensabili ma non lo sono, come una connessione ad internet o un vestito nuovo, ma basta fermarsi un attimo per rendersi conto che sono solo illusioni. Infatti i viaggi che faccio spesso mi aiutano a ridimensionare il mio punto di vista.

Luogo che consiglieresti di visitare, zaino in spalla e occhi curiosi?

La Patagonia cilena senza alcun dubbio.

Infine. Come avrete letto nel titolo, questo è un progetto #boodperglialtri. Io ho deciso di non svelare a quale associazione hai devoluto parte del ricavato delle vendite del tuo libro. Credo, infatti, che sia una sorpresa nella sorpresa da scoprire e da tenere stretta al cuore. Se tu sei d’accordo, lascerei ai lettori la possibilità di arrivarci, così come ci sono arrivata io, dopo il percorso che è stata questa lettura.

Sì, va bene.

Grazie all’editore per questo gentile omaggio e grazie all’autore per aver partecipato alle #boodinterviste.

Nota biografica dell’autore:

Roberto Chilosi È nato a Chiavari nel 1966, vive e lavora tra Borgo Val di Taro e Parma. Nel 1995 si licenzia da un impiego pubblico per inseguire il proprio ideale liquido: diventa guida rafting, maestro di canoa, viaggiatore e sportivo. Lettore “totale” e compulsivo, scrittore, ha effettuato discese in canoa nei fiumi più belli e impegnativi nei cinque continenti, compiendo alcune prime discese in solitaria, come il Marsyangdi o la parte alta del Tamur in Nepal.

Ha trasferito lo stesso spirito nel nuoto, compiendo numerose traversate soprattutto in inverno, in mare in giro per il mondo e spesso in solitaria, la dimensione prediletta. Ovunque vada, se c’è un fiume o un mare, ci deve entrare dentro. Kilo, the ultimate Water Warrior.

Come acqua, racconto di vita, viaggio, imprese sportive, è il suo primo romanzo.

Sito internet dell’editore:www.altrevociedizioni.it.

Un libro non è mai solo un libro.

C’è un esercizio di scrittura creativa che amo molto: la descrizione di una fotografia. È un insieme di sguardi e percezioni che trovo sempre interessante, un’occasione per raccontare in modo intimo ed emotivo.

Quando la brava Elisa Girodo (Instagram baby.e.mum, web site https://instantpix.wixsite.com/pixphotography) mi ha inviato questa foto ho visto mani tese verso un legame che, oggi più che mai, ha un valore inestimabile; ho fissato il libro, nelle cui pagine c’è il sapere, il più alto strumento di condivisione, il più grande potere che l’uomo ha tra le mani. Ho visto la curiosità di un bambino, il suo bisogno di crescere, di appartenere, di accogliere. E, ancora: tramandare, raccontare, coinvolgere, appassionare, comunicare: azioni che abbiamo il dovere di difendere.

Infine, lo sfondo dai colori tenui e calmi conferisce speranza mentre la recinzione garantisce una sorta di protezione, come la cornice di un quadro prezioso.

E voi, cosa vedete in questa foto?

#giornatamondialedellibro

#giornatamondialedellibro2021

“Una giornata da (non) dimenticare” di Roberta Capriglione – #boodracconti.

È una giornata invernale come tante altre. Sveglia alle 7:04, sbadigli, sbuffi e poca voglia di alzarmi. Il bisogno impellente del caffè è la sola motivazione che ho per lasciare il calduccio del piumone e per imbattermi nel freddo gelido di una casa con esposizione a nord. Infilo le ciabatte zebrate di peluche e mi dirigo come uno zombie verso la cucina. Alzo le braccia verso l’alto e poi le stiracchio dietro la schiena. L’ultima lezione di yoga è stata tutt’altro che leggera, ma la sensazione di fatica e i doloretti ad alcuni muscoli di cui ignoravo l’esistenza, mi fanno provare un enorme senso di soddisfazione.

Il suono del caffè che esce dalla moka mi riporta in una posizione naturale. Il suo profumo mi fa socchiudere gli occhi e mi fa provare, per un secondo, un meraviglioso stato di beatitudine. Anche questa è una piccola conquista. Vedo gli avanzi della cena della sera prima: peperoni e una piccola manciata di riso in bianco. Il resto è tutto pesantemente sul mio stomaco. Prendo il piatto e lo infilo dentro il frigo con un leggero senso di disgusto. Vado in bagno per nascondere con uno strato di trucco i segni impietosi della notte e tiro su i capelli in una coda salvatrice. Mi guardo allo specchio con poca convinzione e alzo le spalle sconsolata alla vista della mia immagine riflessa. Dopo aver superato la fase di restauro prendo la borsa e chiudo la porta con due mandate.

La mattinata in ufficio scorre velocemente: qualche telefonata, molte pratiche da sbrigare e la solita riunione con Gianluca. Mi chiedo cosa ci sia di tanto importante in quello che faccio per essere chiamata quotidianamente nella sua stanza per fare “il punto della situazione”. Ormai la frase “facciamo il punto della situazione?” è diventato un mantra, qualcosa che prima o poi troverò scritto tra su frasicelebri.it.  

Verso l’ora di pranzo vedo entrare, puntuale, Sara nella mia stanza.

“Allora, andiamo a mensa?”

“Credo che oggi salterò il pranzo. Non ho digerito la cena papale di ieri sera.”

“Ho giusto quello che fa al caso tuo: una miracolosa tisana al rabarbaro che riuscirebbe a sturare anche un lavandino!”

“Forse non hai idea di quello che divoro dopo una faticosissima lezione di yoga, altro che lavandini! Comunque mi hai convinta, ho bisogno di staccare.”

Ci mettiamo in fila pazientemente, con i nostri vassoi tra le mani e gli occhi puntati sul menù. Noto subito tra i secondi, calamari e piselli, il mio piatto preferito! Ho fatto bene a farmi convincere, altrimenti mi sarei privata di uno dei più grandi piaceri di queste quattro mura. Chiedo alla signora una porzione abbondante, sperando negli effetti benefici della tisana al rabarbaro di Sara. Proprio mentre mi giro verso la mia amica per chiederle una magica bustina, noto sul suo volto un’espressione perplessa. Cerco di seguire la direzione del suo sguardo e vedo lui: Roberto De Santis, il Dio Apollo dei fornitori.

Io e De Santis abbiamo avuto un breve flirt clandestino. Lui bellissimo, desiderato da qualsiasi donna della terra e dell’Olimpo, donnaiolo, scapolo incallito, inafferrabile. Io bella, giovane, attraente, ma purtroppo, una delle tante. Non posso accettare di essere stata scaricata come una qualunque dalla divinità De Santis. Il mio ego è stato miseramente calpestato da quell’uomo senza cuore! Guardo Sara con sguardo complice. Anche lei sembra aver intuito le mie intenzioni. Procedo a passo sicuro con il mio vassoio pieno di calamari e piselli e accentuo la falcata trionfale verso un tavolo libero. Con un colpo di testa degno della migliore Rita Hayworth della Garbatella, sposto i capelli dalle spalle e procedo con un’espressione sostenuta. Decido di ignorare il suo sguardo meravigliosamente bastardo e gli lancio un saluto frettoloso e distratto. Lui continua a guardarmi, facendo intravedere un sorrisetto vittorioso. Così non va, la mia strategia non ha funzionato e il mio ego grida ancora vendetta! Cosa potrei fare per far vacillare un verme così sicuro di sé? Mentre cerco di escogitare un piano lui mi spiazza. Si alza e viene verso la mia direzione. Sta cercando una scusa per rivedermi, ecco. Adesso mi inviterà a uscire e passeremo una serata di quelle da film a stelle e strisce!

“Ciao Laura, bello rivederti.” Mi limito a sorridere, mantenendo il mio atteggiamento altezzoso. Lui allunga la mano verso di me e io arrossisco per l’imbarazzo. Mi vorrà accarezzare qui, davanti a tutti i colleghi? Mi ritraggo istintivamente. Poi vedo qualcosa nella sua mano.

“Eri così concentrata sulla tua passerella che ti è caduto il badge per terra.”

Divento rossa per la delusione, o forse per la vergogna. Brutto omuncolo maledetto!

“Oh, grazie!” dico frettolosamente prendendo il badge.

“Ci vediamo!” Lui mi volta le spalle e torna dai suoi colleghi accentuando lo sguardo bastardo di prima. Io accenno uno dei sorrisi più finti mai fatti in vita mia e alzo la mano destra in segno di saluto. Sento bollire qualcosa all’interno del mio stomaco. Lascio circa la metà del mio piatto di calamari e piselli e vado via.

Nel silenzio della mia casetta cerco di non pensare all’accaduto. La delusione è forte, ma è soprattutto l’orgoglio a urlare insistentemente come un coro da stadio. Mi chiedo come sia possibile perdere la serenità per un semplice capriccio.

Guardo le ciabatte zebrate di peluche e poi mi giro istintivamente verso la poltrona vuota, proprio quella che una volta veniva contesa da me e dal mio ex. La malinconia sale e con essa anche i ricordi che vorrei scacciare via con forza. È solo il desiderio di avere qualcuno al mio fianco a richiamare in vita i fantasmi del passato.

A un tratto il suono del citofono mi fa sobbalzare dalla sedia. Chi può essere a quest’ora? Dall’altro lato dell’aggeggio sento la voce squillante di Sara. Sorpresaaa! Dopo pochissimi istanti la vedo uscire dall’ascensore insieme a Marta e Serena. Nelle loro mani tre bottiglie di birra, un cartone gigante di pizza e una bustina di tisana al rabarbaro sventolata per l’occasione davanti al mio volto. Le guardo, rido e penso tra me e me che in fondo non va così male. Chiacchieriamo, ridiamo e sdrammatizziamo sull’accaduto. Il tema De Santis tiene banco. Le parole pesanti, gli insulti gratuiti e le previsioni sul decadimento fisico del fornitore riescono a spegnere ogni minimo accenno di orgoglio ferito. A un certo punto Serena dice: “Persino Gianluca dice che De Santis è un deficiente! Mi chiedo perché così tanta antipatia!”. La guardo cambiando espressione. O forse è l’espressione a cambiare qualcosa in me?

Prima di andare a dormire penso e ripenso alla serata. Non c’è migliore terapia di un gruppo di amiche solidali e verbalmente assassine nei confronti degli stronzi.

Poi un raptus. Prendo il cellulare arraffandolo con velocità e impazienza. Scrivo il messaggio:

Che ne dici di fare il “punto della situazione” davanti a un caffè domani mattina?

La risposta arriva dopo pochissimi secondi.

Non aspetto altro…

Mi alzo, prendo le ciabatte zebrate di peluche, le infilo nel cesto dell’immondizia e vado a dormire con il sorriso sulle labbra.

Nota biografica dell’autrice:

Roberta Capriglione nasce a Catanzaro, nel 1976. Si laurea a Milano in Relazioni Pubbliche, per poi trasferirsi a Roma, dove vive tuttora. È una scrittrice. Ha pubblicato Con il vento a favore (Capponi Editore 2018 – Selfpublishing 2020) e Variazione (Casta Editore 2020). Ha ricevuto diversi riconoscimenti e menzioni d’onore. Scrive articoli per riviste on line e si occupa di comunicazione.

“EMMA” di Helena Molinari, Pentàgora.

“… Tutto era compiutezza e ordine, nei discorsi comuni, nel racconto di sempre, nella polenta che un po’ si deve attaccare al paiolo, le insegnava ogni volta nonna Linda. E tu lì a fissarla, e poi, con il bastone, al momento opportuno, a girarla, a rovesciarla, a rimestarla, come la vita che è culla e senso della fatica…”

Pensate a come cambia il risultato, in base agli elementi che scegliete di sommare. Se nella matematica il risultato finale è garantito, nella vita, invece, i fattori sono spesso imprevedibili e incomprensibili. Pensate a questo concetto applicato alla cucina. Ingredienti, tempi, metodi, dosi, condimenti, scelta degli alimenti… un insieme di addendi che possono cambiare anche totalmente il risultato.

Pensate alla polenta, per esempio. Un piatto base, tradizionale e all’apparenza semplice. Pensate alle tante modalità di preparazione e di condimento che abbiamo elaborato per renderlo ancora più gustoso. Oggi abbiamo la “fortuna” di affidarci a confezioni istantanee che permettono di abbattere i tempi di cottura e di garantire un risultato apprezzabile, ma come dimenticare il gusto pieno ottenuto dopo la cottura lenta nel paiolo? Come non ricordare la magia di quel tempo sospeso, d’attesa e memoria, che riempie le case, quando la polenta gira calma e serena?

Il risultato, voi direte, sarà sempre un confortevole piatto di polenta e la differenza sarà nei condimenti (i bruscitt, il gorgonzola, il latte o le patate). Invece, secondo me, esiste una notevole differenza. Perché polenta non è mai solo polenta e perché  l’ingrediente “tempo” ha un peso fondamentale, che cambia il gusto e l’esito delle nostre esperienze.

Il tempo in concessione è un principio fondamentale per Emma, la protagonista dell’omonimo romanzo di Helena Molinari, edito da Pentàgora.

Emma è una donna colta, sensibile, di salute cagionevole, mamma e moglie, figlia e nipote. Fa parte di quel gruppo di donne che conosce la fatica e che la sa trattare con la giusta determinazione, che usa le mani per raccogliere i frutti dell’orto e che ha la sapienza per non sprecarne neanche uno; è una donna di sapere e il suo impegno nello studio è una costante. Emma è, soprattutto, una donna che ha bisogno di solitudine per affrontare il percorso che l’aspetta: una fase di silenzio e isolamento, di giornate scandite da un programma certo, per ritrovare i valori e quella parte di sé che crede di aver perduto.

Helena Molinari spinge la sua protagonista in un viaggio mistico e spirituale, in un luogo caro alla protagonista, un eremo che ha il potere di sfruttare il tempo e di renderlo una fase indispensabile per la rinascita. L’autrice dà voce a Emma che riempie le pagine di narrazione e diari, fasi entrambe curate alla perfezione che solleticano la curiosità del lettore nel comprendere chi è veramente Emma e l’origine del suo tormento. La narrazione in ogni sua parte esprime delicatezza e forza, come una fiamma flebile di una candela che scalda e rincuora.

Il viaggio, inoltre, ha una forma spirituale di grande rilievo: la preghiera, i ricordi, la memoria e l’incontro con i vecchi amici sono tutti elementi che compongono riflessioni necessarie ed esperienze obbligatorie.

Ho trovato valori di spessore, in “Emma”: c’è il sacrificio di un tempo lontano che deve essere ricordato “… tutte le settimane si valicava la montagna là e si barattava formaggio per olio … e dovevo cucinare per tutti, anche per i minatori che ospitavamo…”; la fatica senza premio apparente, quella che Pietro, il marito di Emma, le rimprovera perché è più certa la “legna nella stufa e lo spezzatino da finir di cuocere…”; del bisogno di assecondare “i pensieri elementari, ma necessari, come poche altre cose domestiche e primitive, come l’acqua e il pane…”. C’è la voglia di tornare a casa, dopo il lungo viaggio, che si presenta davanti a un piatto di strangozzi; legami antichi e preziosi che si consolidano grazie agli ingredienti di una torta a base di yogurt e un’amicizia speciale che si ritrova davanti a un piatto di risotto con radicchio e “polenta fasoa, preparata con farina di granoturco bianco e accompagnata da una zuppa di fagioli ben diversa da quella della sua valle…”.

Helena Molinari possiede una penna raffinata, colta, che carezza il foglio e che ti cura. Nel leggere “Emma”, infatti, ti trovi catapultato in un contesto infinito e riflessivo di grande intensità. Le ambientazioni e la voce narrante riescono a esprimere una gradevole spiritualità e i silenzi, di cui è ricca l’opera, creano un’empatia generosa con il lettore.

Infine, il tempo. Questo spazio intimo e di ricerca, lento ma non vuoto, che per Emma diventa un bisogno costante, un mezzo attraverso il quale tornare all’origine, al centro della sua esistenza, alle risposte, al passato e al futuro, ai ricordi e alle speranze, alla comprensione e all’accettazione. Un tempo prezioso, di cura e ascolto di sé, da assecondare e non affrettare perché questo procedimento funziona un po’ come il paiolo con la polenta: la pazienza e l’attesa sono gli ingredienti indispensabili e irrinunciabili che conferiscono al piatto un gusto speciale e intimo.

Si ringrazia l’autrice per l’invio diretto del romanzo.

Nota biografica dell’autrice:

Helena Molinari (Lavagna, 1969).

Scrittrice e conduttrice radiofonica. 

Ideatrice del Festival della Parola (Chiavari, dal 2014).

Collabora con il magazine del gruppo de L’ Espresso Letteratitudine di Massimo Maugeri.

Emma è il suo romanzo di esordio.

Il sito della casa editrice è: www.pentagora.it.

“Monroe – Il predatore di demoni” di Lorenzo Armenio, Edizioni Convalle. #boodkids

“… Dopotutto non esiste bene senza male. Non esiste male senza bene. …”

C’è sempre un buon motivo per parlare di coraggio. Sì, ne sono convinta, perché questo concetto non è (quasi) mai qualcosa di astratto o effimero, ma al contrario è un solido fondamento sul quale puntare a più riprese e con costanza. Solitamente, infatti, a chi ha la fortuna di conoscerne il significato più intenso resta impressa nella mente la straordinaria fonte di energia che sprigiona un’impresa fuori dalla norma: è un’energia potente, gratificante, da “standing ovation”. Questa potenza è il risultato delle prove alle quali ci siamo sottoposti: sono le paure che abbiamo dominato, le ansie che abbiamo vinto, i limiti che abbiamo abbattuto. Un traguardo, insomma.

Durante la lettura di “Monroe –  Il predatore di demoni” di Lorenzo Armenio, pubblicato da Edizioni Convalle, ho pensato alle più svariate forme di intraprendenza e impegno, non a caso…

Inizio con una spiegazione: Lorenzo Armenio è un autore esordiente. “Che scoperta…”, “Maddai?!”, “E allora?” mi sembra quasi di sentirli, i vostri commenti e in parte li condivido: il mondo è pieno di autori più o meno pronti per fare il salto verso l’Olimpo-del-successo, ma la questione, qui, è un po’ diversa. Lorenzo Armenio ha (solo) quindici anni. È un adolescente, un giovane che, in quest’epoca storica, sta vivendo l’amara condizione di studente-a-distanza, che si sentirà arrabbiato, sconsolato, fermo, qualche volta più del normale. Non conosco Lorenzo, personalmente intendo, e potrei sbagliarmi in quello che sto per scrivere, ma tra le righe del suo libro ho percepito una forma di coraggio autentica che mi ha colpito. Ho letto libertà, flussi fantasiosi, espressioni autentiche e ironiche. Ho sentito la forza della giovinezza che non si cura di strategie o mercati perché ha un bisogno espressivo inarrestabile, vero, battente. Un bisogno che non puoi frenare perché sono la tua valvola di sfogo, il tuo modo di stare nel mondo degli altri.

L’autore, per una buona parte dell’opera, affida la narrazione al protagonista – Jason Monroe – un barista che serve cocktails per hobby e un predatore di demoni per missione. Jason, della famiglia degli Helsing, non teme la paura e si imbatte in una battaglia colossale contro chi crede sia il Male. Jason ha amici fedeli che, come una cordigliera, lo proteggono e, come un pubblico, lo esortano a non mollare nella lotta contro l’Inferno e le sue forme più oscure. Nella lotta – una lotta estenuante, a base di strategie e armi fantastiche – emerge un ritmo coinvolgente reso tale da dialoghi brevi e punte di ironia e dalla voce del protagonista che quando si rivolge al lettore – con domande ed esclamazioni – riesce a creare un legame speciale. La trama, come immaginerete, è arricchita da effetti letterari speciali e dallo stile narrativo fresco e immediato che appartiene al giovane autore (e che, personalmente, spero non perda mai).

Infine, non mancano riferimenti alla “Divina Commedia”, all’importanza dell’amicizia come fonte di inesauribile energia e protezione, al bisogno di appartenenza, alla solitudine dell’eroe e al Male che sfida il Bene.

E, per finire, un finale “col botto” pieno di… coraggio narrativo.

Consiglio di lettura:

Questo romanzo è stato inserito nel gruppo di letture #boodkids vista la giovane età dell’autore e in considerazione del genere letterario nel quale si colloca. Va comunque precisato che è adatto a un pubblico +12 e/o Young Adult. Non solo: il genere fantasy, i suoi rimandi tecnologici e il ritmo avventuroso, è un filone molto apprezzato dal pubblico adulto che vuole continuare a sognare supereroi e superpoteri.

Si ringrazia l’editore per l’invio del libro.

Nota biografica dell’autore:

Lorenzo Armenio nasce a Monza il 18 gennaio 2006. Già nei primi anni della scuola primaria si appassiona e produce diverse storie sotto forma di fumetti, evidenziando in tenera età il suo estro creativo. Ottiene il diploma di licenza media nel mese di giugno 2020 con ottimi risultati, e proprio durante il periodo di quarantena a causa del Covid 19 esorcizza paure e timori scrivendo la sua prima opera “Monroe, il predatore di demoni”. É ora iscritto al primo anno del Liceo Scientifico Scienze Applicate presso l’Istituto Paolo Frisi di Monza. I suoi interessi principali sono la lettura, la pittura di miniature di genere fantasy, i videogiochi e i cani. Il suo sito è www.leterredilorenzo.it.

Il sito della casa editrice è: http://www.edizioniconvalle.com.

“Un uomo alla deriva” di Armando Rudi, Edizioni Convalle.

… “ Insomma: per il nuovo Mancato l’uomo si serviva della musica allo scopo di uscire dal purgatorio dell’esistenza reale e proiettarsi nel paradiso di una condizione sublimata o precipitare nell’inferno di una condizione disperata, casi da considerare entrambi riprovevoli evasione del compito accollato agli uomini dal destino. E se questo avveniva per tutte le arti, era fenomeno assai più marcato nell’arte musicale…”

Vi è mai capitato di ripensare ai vostri professori del liceo? Vi ricordate ancora quella miscela di rispetto e soggezione, di determinazione e  – talvolta – stima che avete provato? Riuscite a tornare alla memoria di voi all’ascolto, dei rumori di sottofondo che animavano l’aula, delle distrazioni e della (sana) voglia di evadere? Per il target anni ’80 (il mio) è un memories, per qualcuno più giovane è un’immagine recente e per i più fortunati è addirittura contemporaneo (tralasciamo le problematiche attuali e andiamo oltre…).

In ogni caso, qualsiasi età abbiate, avrete sicuramente un ricordo nitido di quel professore… sì, proprio quel professore che, per un motivo o l’altro, si è contraddistinto dagli altri. Perché ci sono alcune persone che hanno la capacità di entrarti dentro, di lasciare il famoso segno, quel taglio netto nella memoria che ha la capacità di resistere al carico di ricordi che la vita ci permette di accumulare.

Il professor Edoardo Mancato – protagonista di “Un uomo alla deriva” di Armando Rudi, Edizioni Convalle – è uno di questi.

Spiegarvi come quest’uomo – professore del Conservatorio –  sia riuscito a trattenere la mia attenzione per tutte le cinquecentododici pagine (sì, proprio così, avete letto bene) sarà il mio obiettivo e spero di riuscirci, in questo contesto così breve e compresso.

Innanzitutto la scrittura di Armando Rudi – come definita anche da Stefania Convalle nella sua prefazione – è “d’altri tempi”: ricorda molto la letteratura del secolo scorso che abbiamo conosciuto al liceo (appunto…), quella piena, colta, che padroneggia la lingua italiana e che spinge la narrazione in una introspezione che non ha fretta di svelarsi. Una narrazione coinvolgente, ricca di riflessioni e flussi di coscienza, esposta da un narratore delicato, preciso, elegante. L’uso della lingua italiana (a proposito, quant’è bella la nostra lingua quando è usata al meglio?) è coinvolgente: l’autore si avvale di accenti, punteggiatura e tempi verbali con una precisione invidiabile. Una precisione che, da lettrice bulimica quale sono, non ho potuto che amare e ammirare.

Addentrandoci nella trama: lo stupore continua.

Le prime battute dell’opera ci conducono immediatamente all’evento-svolta e anche questa scelta incuriosisce: il professore, di ritorno dal lavoro, trova un misterioso libricino a terra. Lo raccoglie. Lo osserva. Pensa. Lo afferra e lo prende con sé. La sera, davanti al solito bicchiere di whisky invecchiato, il suo unico vizio, entra nella lettura. Le pagine si compongono di versi e di un’analisi personale e dettagliata di alcuni componimenti musicali. Mancato si lascia rapire e si convince che quelle pagine appartengano a uno dei suoi studenti. Entra nelle parole, le scopre, le sente sue, gli entrano dentro e deflagrano con violenza producendo uno scoppio che si traduce in un nuovo mondo. Da questo momento in poi, la vita del professore entra in un vortice di eventi, dubbi, emozioni, trepidazioni. Da questo momento in poi, Mancato non sarà più il perfetto esecutore della musica che ha accompagnato tutta la sua vita perché le note, gli “Adagio” e i “Calante” avranno un suono più cupo, più distante.

Per conoscere il professore il lettore si deve addentrare nelle molte riflessioni che compongono lo scritto e che è obbligato a rileggere, talvolta, tanta è la loro bellezza:

 “…con il passare degli anni l’incapacità di scrittura si era sedimentata nell’uniforme incrostazione di limitatezze che aveva ricoperto la sua vita con lo strato di sabbia e ruggine incrosta gli oggetti caduti in mare e giacenti sul fondale…”

e

“… anche perché. Mi dicevo, cos’è questa mia esigenza di essere sempre e in tutto morale?…”

oppure

“… le conquiste e le vittorie arridono i primi. Ai secondi restano i sogni…”.

Il professore cade, inciampa nella vita, quella stessa vita che credeva piatta, senza curve. Si ritrova a fare i conti con il bene e il male tra il tè casalingo e una bottiglia di vino costosa, in una casa che sembra aver perduto il suo significato e una nuova eccitante e vibrante, in una costante idea del presente oscurata da qualcosa che non riesce a comprendere.

“Un uomo alla deriva” è un’opera intensa, corposa, ricca e prorompente, una culla per il lettore che desidera accomodarsi in una bella lettura.

Consiglio di lettura:

Questo romanzo è adatto a chi cerca una lettura d’intenditore, raffinata, che coinvolge lentamente; a chi cerca una lettura quotidiana, da tenere sul comodino o in un luogo speciale della libreria. Un libro adatto a chi ama la musica classica e agli inesperti: questo viaggio musicale potrebbe essere il giusto stimolo per iniziare un nuovo viaggio.

Si ringrazia l’editore per l’invio del romanzo.

Nota biografica dell’autore:

Armando Rudi è nato in un villaggio situato ai confini dell’antico contado del Seprio. L’autore ha compiuto studi umanistici troncati in dirittura d’arrivo per sopravvenuta diffidenza verso la cultura imperante; ha percorso la trafila di una professione in campo amministrativo fino a posizioni di responsabilità; è convolato a nozze rimaste, per volere del destino, senza figli; libero di conseguenza da problemi di prole, ha orientato le sue energie verso iniziative ecologiche, sociali e animaliste, mai rinunciando nel medesimo tempo a coltivare sia una costante fruizione di musica classica sia una costante produzione letteraria, quest’ultima dapprima nel campo della poesia, in seguito nel campo della prosa.

Link di acquisto del libro:

https://www.edizioniconvalle.com/un-uomo-alla-deriva-c2x26106796

“MUSA E GETTA”. Sedici scrittrici per sedici donne indimenticabili (ma a volte dimenticate).A cura di Arianna Ninchi e Silvia Siravo, Ponte alle Grazie

Riuscire a parlare di donne – con concetto, intendo – non è cosa semplice. L’universo femminile è spesso banalizzato o, al contrario, elevato verso orbite esagerate; è stato vittima di elogi o disprezzi; di parole sorde o violente, affettuose o sensibili. Parlare di donne, però, è sempre un bene. E quando dico “bene” intendo che i benefici del ricordo sono un prezioso alleato nel presente di tutti i giorni, soprattutto adesso, in questa epoca moderna che riempirà i prossimi libri di storia. Questo perché essere donna è appartenenza, privilegio, radici, sostanza; è credere fino in fondo, restare anche dopo una partenza, lottare anche quando si è in pace. Essere donna è Amare: perché una donna ha una conoscenza tale dell’amore che va oltre, che scava nel profondo, che toglie e dona. Un principio che – a volte – pone la donna in una posizione piuttosto scomoda e attaccabile, fragile e sottomessa.

“Musa e getta”, edito da Ponte alle Grazie, è un progetto coraggioso: sedici scrittrici omaggiano la vita di sedici donne che sono state protagoniste della Storia, alcune di loro, purtroppo, divenute tali attraverso sacrifici e delusioni. Sono tutte penne di ricerca, precise, a volte ironiche, taglienti e autentiche. Sono penne che hanno saputo scavare nel passato, nei ricordi, nelle vite dei più stimati uomini di sempre che, con ego e presunzione, si sono avvalsi della grandezza delle loro muse, spesso gettando ombre sulle loro esistenze. Uomini che hanno ricevuto elogi (e ancora ne riceveranno), che abbiamo osannato per la loro creatività o per la loro intelligenza e che hanno raggiunto tali risultati grazie alla presenza costante di una donna di altrettanta intelligenza e creatività. Una presenza costante, non necessariamente fisica. Perché una donna è anche questo: la sua grande capacità di amare non conosce limiti, non ha confini, non ha bisogno di essere presente.

Quest’opera è una raccolta di voci, di legami. Le autrici sono scese nell’animo delle loro muse, donne che – finalmente – sono diventate le protagoniste indiscusse della scena. Il dialogo che ogni autrice ha instaurato con la propria protagonista è intimo e viscerale e non esiste più la scala gerarchica che eleva o demolisce: il lettore si trova all’interno di un cerchio attorno al quale ruotano le voci, le impressioni, le struggenti emozioni. Ti trovi “dentro” perché le storie del passato tali non sono più, anzi, sono attuali e vive come mai prima d’ora.

Riconosci l’ingiustizia nei confronti di Rosalind Franklin quando chi le ha sottratto la sua foto della struttura del DNA riceve le massime onorificenze; le ambizioni perdute di Zelda Sayre Fitzgerald e la sua fine commovente; il coraggio di diventare un’icona che appartiene (ancora oggi) a Kate Moss e ad Amanda Lear; la devozione di Nadežda Konstantinovna Krupskaija che serve tè al suo uomo, nonostante tutto; il bisogno di appartenere di Pamela des Barres nella sua ricerca spirituale quando l’alcol sparisce e subentra il succo di grano e di Alene Lee tra le famiglie italiane che le regalavano la salsa di pomodoro, appena arrivata in città. Ti trovi a leggere di speranze, lotte, fragilità, follie, sregolatezze, trasgressioni, libertà, ideali, ispirazione ma soprattutto di intelligenza. Un’intelligenza fine, nascosta, che è stata causa di solitudini e ingiustizie ma che ha la grande fortuna di essere immortale.

La narrazione è un mix di stili cosicché ogni autrice adatta il suo alla costruzione del personaggio. Non mancano i riferimenti letterari e le citazioni, la struttura a “domanda e risposta”, simile a un’intervista, l’ambientazione che appare e scompare a seconda dei passaggi e che è stata sempre ben dosata.

“Musa e getta” è un progetto editoriale di grande valore e non solo perché vede coinvolte curatrici e autrici di rilievo del panorama letterario contemporaneo. Il grande pregio di quest’opera è l’idea di partenza, lo sviluppo della stessa e il risultato finale giunto a noi: un ritratto intimo e autentico di sedici donne che, grazie alle loro anime, hanno giocato un ruolo fondamentale nella Storia.

Si ringrazia Matteo Columbo dell’ufficio stampa per l’invio diretto del libro.

Nota biografica delle curatrici:

ARIANNA NINCHI

Studia recitazione presso il CIMES-DAMS di Bologna. A teatro è diretta, tra gli altri, da suo padre, Arnaldo Ninchi, e da Piero Maccarinelli, Antonio Calenda, Ennio Coltorti, Gianfranco Calligarich, Anna Redi, Monica Nappo. Al cinema ha lavorato per Francesco Falaschi, Gianfranco Pannone, Daniele Misischia, Filippo Bologna, Leonardo Pieraccioni, Stefano Mordini.

È attiva anche in ambito editoriale: ha frequentato il corso di scrittura RAI ERI; ha scritto per la radio (Radio Vaticana); ha adattato e tradotto per il teatro; ha pubblicato testi sulla tradizione attoriale della sua famiglia (la VIP dei Ninchi è Ave). Ha 42 anni e vive a Roma.

SILVIA SIRAVO

Attrice, si diploma all’Accademia Nazionale D’Arte  Drammatica Silvio D’amico nel 2005. Partecipa  a corsi di perfezionamento con Fura Dels Baus, Peter Clough e Peter Stein. Diretta da Armando Pugliese è Ofelia nell’Amleto con Alessandro Preziosi e Viola ne La dodicesima Notte con Luca de Filippo.

Interpreta Mommina in Questa sera si recita a soggetto. Tra gli altri lavori teatrali a cui partecipa ricordiamo anche Erano tutti i miei figli e Re Lear, entrambi con Mariano Rigillo. Vince il premio “Ombra della sera” come miglior attrice emergente e il premio miglior attrice rivelazione “Franco Enriquez”. In televisione partecipa alla trasmissione Domenica In condotta da Pippo Baudo e alla trasmissione di Gigi Marzullo Milleunlibro. Ha 37 anni e vive a Roma.

Nota biografica delle autrici:

RITANNA ARMENI                                                        

Giornalista e scrittrice, ha collaborato alla nascita de «Il Manifesto». Nel 1998 è diventata portavoce dell’allora segretario di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti. È stata per tre anni conduttrice di “Otto e mezzo” insieme a Giuliano Ferrara. Con Ponte alle Grazie ha pubblicato: Di questo amore non si deve sapere (2015), La colpa delle donne (2006), Prime donne. Perché in politica non c’è spazio per il secondo sesso (2008), Una donna può tutto. 1941: volano le Streghe della notte (2018), Mara. Una donna del Novecento (2020).

ANGELA BUBBA                                                              

Giornalista e scrittrice, con il romanzo d’esordio La casa (Elliot 2009) è stata finalista al premio Strega, al premio Flaiano, al premio John Fante e al premio Berto. Per Bompiani ha pubblicato nel 2012 MaliNati, a cui sono seguiti Via degli Angeli (2016), scritto insieme a Giorgio Ghiotti e con la prefazione di Sandra Petrignani, e Preghiera d’acciaio (2017). Suoi scritti sono apparsi su «Nuovi Argomenti» e «Nazione indiana».

MARIA GRAZIA CALANDRONE                                

Poetessa, scrittrice, giornalista, drammaturga, insegnante, autrice e conduttrice Rai (ultimo ciclo: Esercizi di poesia), tiene laboratori di poesia in scuole pubbliche, carceri, DSM. Premi Montale, Pasolini, Trivio, Europa, Dessì e Napoli per la poesia, Bo-Descalzo per la critica letteraria. Ultimi libri: Serie fossile (Crocetti 2015, Feltrinelli 2020), Gli Scomparsi – storie da «Chi l’ha visto?» (Pordenonelegge 2016), Il bene morale (Crocetti 2017 e 2019), Giardino della gioia (Mondadori 2019 e 2020), Fossils (SurVision, Ireland

2018), Sèrie Fòssil (Edicions Aïllades, Ibiza 2019) e il romanzo Splendi come vita (Ponte alle Grazie 2021). Sue sillogi compaiono in antologie e riviste di numerosi paesi.

ELISA CASSERI                                                    

È nata nel Basso Lazio nel 1984 ed è laureata in Ingegneria Meccanica. Autrice dei romanzi Teoria idraulica delle famiglie (Elliot, 2014) e La botanica delle bugie (Fandango, 2019), nel 2015 ha vinto la 53a edizione del Premio Riccione per il Teatro con L’orizzonte degli eventi. Collabora con la rivista «Nuovi Argomenti».

CLAUDIA DURASTANTI                            

Scrittrice e traduttrice, il suo romanzo d’esordio Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra (2010) ha vinto il Premio Mondello Giovani; nel 2013 ha pubblicato A Chloe, per le ragioni sbagliate, nel 2016 Cleopatra va in prigione e nel 2019 La straniera, finalista alla LXXIII edizione del Premio Strega e in corso di traduzione in 20 paesi.

ILARIA GASPARI                                                     

Ha studiato filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa e si è addottorata all’università Paris 1 Panthéon Sorbonne. Nel 2015 è uscito per Voland il suo primo romanzo, Etica dell’acquario, e nel 2018 ha pubblicato per Sonzogno Ragioni e sentimenti, un conte philosophique sull’amore. Per Einaudi ha pubblicato Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita (2019).

LISA GINZBURG                                 

Scrittrice e saggista, vive e lavora a Parigi. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Desiderava la bufera (Feltrinelli, 2002), Colpi d’ala (Feltrinelli, 2006), Per amore (Marsilio, 2016), Buongiorno mezzanotte, torno a casa (Italo Svevo edizioni, 2018) e Pura invenzione. Dodici variazioni su Frankenstein di Mary Shelley (Marsilio, 2018). Ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Cara pace (2020), con Ponte alle Grazie

CHIARA LALLI                                         

Chiara Lalli insegna Storia della medicina all’Università degli studi di Roma “Sapienza”. Scrive per Il Corriere della Sera, Sette, la Lettura e Le Scienze. Ha pubblicato libri di bioetica e di filosofia pratica con Fandango, Mondadori, Il Mulino e Il Saggiatore. Insieme a Cecilia Sala è autrice dell’audioserie Polvere. Il caso Marta Russo.

CRISTINA MARCONI                                                                     

Cristina Marconi è giornalista e scrittrice. Laureata in filosofia alla Normale di Pisa, vive a Londra, scrive di politica britannica e insegna scrittura creativa alla Scuola Belleville. Con il suo romanzo, Città irreale (Ponte alle Grazie, 2019), ha vinto tra le altre cose il Premio Rapallo Opera Prima e il Premio Severino Cesari. A marzo uscirà A Londra con Virginia Woolf per Giulio Perrone Editore. 

LORENZA PIERI                                                         

Dopo gli studi universitari a Siena e Parigi, ha lavorato per quindici anni nell’editoria. Dal 2014 vive negli Stati Uniti, dove alterna la scrittura di narrativa a quella giornalistica. Nel 2016 le Edizioni E/O hanno pubblicato il suo primo romanzo, Isole minori, che ha vinto quattro premi ed è stato tradotto in cinque lingue e nel 2019 Il giardino dei mostri, candidato al premio Strega 2020 e da poco lanciato negli Stati Uniti da Europa Editions con il titolo The Garden of Montsers.

LAURA PUGNO                                                                 

Ha pubblicato i romanzi: Sirene (Einaudi, 2007, Marsilio 2017), Quando verrai

(minimum fax, 2009), Antartide (minimum fax 2011), La caccia (Ponte

alle Grazie, 2012), La ragazza selvaggia (Marsilio 2016, Premio

Selezione Campiello 2017) e La metà di bosco (2018). In poesia: Il

colore oro (Le Lettere, 2007), La mente paesaggio (Perrone, 2010), Bianco (Nottetempo, 2016), I diecimila giorni: Poesie scelte 1991-2016 (Feltrinelli Zoom, 2016), I legni (Pordenonelegge 2018), L’alea (Perrone 2019) e Noi (Amos 2020). Inoltreè autrice del saggio In territorio selvaggio, Nottetempo (2018) e, con Giulio Mozzi, dell’Oracolo Manuale per poete e

poeti (Sonzogno, 2020).

VERONICA RAIMO                                                        

Veronica Raimo, scrittrice e traduttrice. I suoi ultimi libri sono Miden per Mondadori (2018) e Le bambinacce per Feltrinelli, scritto con Marco Rossari (2019). Collabora con diverse riviste e giornali e traduce dall’inglese. 

TEA RANNO                                                          

Siciliana d’origine, dal 1995 vive a Roma. Ha pubblicato i seguenti romanzi:per e/o: Cenere (2006, finalista ai premi Calvino e Berto e vincitore del premio Chianti) e In una lingua che non so più dire (2007); per Mondadori: La sposa vermiglia (2012, vincitore del premio Rea), Viola Fòscari (2014), L’amurusanza (2019), Terramarina (2020); per Frassinelli: Sentimi (2018); per la Armando Curcio Editore: quattro libri per bambini e il romanzo per ragazzi: Saura. Le stanze del cuore.

IGIABA SCEGO                                                      

Nata nel 1974 a Roma, da una famiglia di origini somale, si è laureata in letterature straniere alluniversità “La Sapienzadi Roma. Giornalista e scrittrice, collabora con «La Repubblica» e «Internazionale», ma anche con riviste che si occupano di temi a lei molto vicini: limmigrazione e la cultura africana. Tra i suoi romanzi Adua (Giunti, 2015) e La mia casa è dove sono (Rizzoli, 2010)

ANNA SICCARDI                                                              

Vive a Milano, dove si è laureata in Estetica e in Storia dell’arte.

Diplomata in Drammaturgia alla Scuola Civica Paolo Grassi, ha scritto testi teatrali e cortometraggi, e collabora con «Harper’s Bazaar». La parola magica (NN Editore, 2020) è il suo esordio letterario.

CHIARA TAGLIAFERRI                                                      

È autrice con Michela Murgia del progetto “Morgana, la casa delle donne fuori dagli schemi”, il podcast di Storielibere.fm che è diventato un libro edito da Mondadori. Ha scritto insieme a Melissa Panarello il podcast “Love stories”, e curato quello di Teresa Ciabatti “Invidia”. Collabora con “Domani”, “F” e la “Rivista del cinematografo”. È stata coordinatrice editoriale per Storielibere.fm, la piattaforma più innovativa di narrazioni audio online. Ha lavorato come autrice di trasmissioni radiofoniche di successo per Rai Radio2.

«Supercalifragilistichespiralidoso» di Amelia Belloni Sonzogni – #boodracconti

«Smetti per favore con quella canzone!»

Mia moglie era nervosa, come talvolta le capitava quando doveva occuparsi la domenica pomeriggio delle faccende di casa rimandate durante la settimana. Le dava fastidio tutto, compresa nostra figlia che canticchiava una canzoncina imparata a scuola – in effetti era una lagna: terra di betullaaaa casa del castoroooo, soprattutto quel ritornello senza senso bumbidiaidibum; chissà a quale repertorio apparteneva, meglio non indagare.

L’aveva ripresa con un tono brusco, mentre si organizzava con catini, strofinacci e pochi nauseabondi detersivi. L’apparizione dell’armamentario segnava l’inizio di quelle che con un sorriso amabile chiamavo grandi manovre; risultavo irritante, perché il mio senso dell’umorismo non era colto nelle sue sfumature. Ripiegai quindi il giornale che stavo leggendo e raggiunsi la mia “Ninin”. Diligente ma imbronciata, riponeva i suoi giocattoli nella cesta di vimini in un angolo del tinello:

«Papà, la maestra di canto ha detto di impararla bene» si giustificò quasi piangendo.

«Parlerò con la mia collega perché almeno stabilisca quante volte al massimo la devi ripetere!» replicò ancora mia moglie stizzita.

Con il dito sulle labbra, accennai a mia figlia di tacere e sollevai le spalle per suggerirle di non badare al tono della mamma. Quando le strizzai l’occhio, sorrise e mi venne vicino. Pensai: «Meglio uscire». Mi affacciai alla porta del cucinino e chiesi a mia moglie infilata sotto il lavello: «Ti dispiace se usciamo?» Ricevetti la risposta che avevo immaginato: «Ma no, anzi! Così finisco prima e meglio».

«Dove andiamo, papà?»

«Sorpresa» risposi.

Sul pianerottolo incontrammo il dottor Marcucci che, in pantofole ma con la borsa medica in mano, rientrava forse da una visita a un condomino. Ci salutammo e lui chiese alla piccola dove andasse: «A spasso con papà – rispose soddisfatta – e mi sono coperta bene, così lei Dottore non mi deve guardare le tonsille». Ridemmo di gusto. La mia “Ninin” era così, spontanea e birichina, curiosa, allegra. Cercavo di plasmare il suo gusto sul mio amore per il bello, quindi appena potevo la portavo a visitare chiese, mostre o musei, ma quel pomeriggio avevo deciso di regalarci un momento più lieve. Mentre raggiungevamo la fermata del tram sotto casa immaginavo il suo stupore allo svelarsi della sorpresa; mi meravigliai io invece quando mi chiese: «Prendiamo la metropolitana, papà? A scuola qualche giorno fa la maestra ha detto che l’hanno appena inaugurata: linea 1 rossa. Mi piacerebbe vedere com’è». Saliti sul tram che ci avrebbe portato quasi a destinazione, le spiegai per quale motivo fosse scomodo raggiungere dalla nostra via Pacini la prima fermata utile a Piazzale Loreto e mi feci raccontare dell’inaugurazione di cui avevo letto sul Corriere della Sera. Mi disse della signora che aveva tagliato il nastro, dei Martinitt schierati a una fermata, non ricordava quale, del cardinale e del sindaco che erano entrati passando attraverso quei “cosi di metallo” i tornelli, il sindaco era lo stesso che era venuto a scuola. «Dev’essere importante la mia scuola» aggiunse.

Sorrisi delle sue ingenue deduzioni ma mi resi conto di come assorbisse informazioni e umori che la circondavano. Sperai non avvertisse la preoccupazione che mi tormentava. Da quando ero diventato padre, ero passato da uno spavento all’altro ogni volta che la guerra fredda si riscaldava: e l’Ungheria e il Medio Oriente e il muro di Berlino; ora il Vietnam. A parte questo – a parte per modo di dire – tenevo d’occhio la situazione economica. Speravo di sbagliarmi, ma insegnavo economia politica, non avevo molte possibilità di errore e da un anno ormai i segnali di crisi lampeggiavano ad ogni ragionamento. Erano parecchi, solo il crescere dell’inflazione metteva a dura prova i nostri sacrifici. Avevamo due stipendi, mi rassicurava mia moglie; era vero ma le spese erano tante e non volevo ricorrere al pagamento a rate tanto in voga: avevamo appena acquistato il frigorifero, mia moglie avrebbe voluto anche il televisore però si era deciso di aspettare Natale. Chissà se sarei riuscito ad acquistarlo, forse con la tredicesima e qualche ripetizione in più, anche se ormai iniziavano a scarseggiare gli studenti bisognosi di recuperare voti migliori. Il nostro tram stava arrivando in piazza Cavour, si vedevano gli archi di Porta Nuova; decisi di passeggiare un poco. La giornata non era fredda e l’aria meno fuligginosa del solito, nonostante il cielo grigiastro.

«Quando scendiamo, papà?»

«Vieni, alla prossima. Attaccati bene, che frena».

«Davanti all’Alemagna! Allora facciamo merenda!» esclamò scendendo. Scintillavano quei suoi occhi di golosa. E pure i miei, al pensiero di una cioccolata calda con un ciuffo di panna montata e due mignon di pastafrolla con le more glassate; ma le risposi: «Non è questa la sorpresa e poi lo sai, sono contrario alle merende, rovinano l’appetito. Vieni, attraversiamo al semaforo».

Camminò, con la testa rivolta all’indietro, lo sguardo alle torte in vetrina: tre file disposte su altrettanti ripiani nascosti da una stoffa colorata. Mi fermai e la lasciai osservare. Una signora impellicciata con un cappello a turbante uscì in quel momento dalla pasticceria, infilandosi i guanti e guardandosi intorno come se cercasse qualcuno; ci vide e ci sorrise. Ricambiai con un cenno, sollevai appena il cappello. La raggiunse un signore che la prese sottobraccio e rispose al mio saluto. Attraversarono con noi e presero a sinistra, verso San Francesco da Paola, la chiesa di via Manzoni in cui entravo spesso quando ci passavo davanti, catturato dalla forma a contrabbasso della struttura e dagli interni barocchi, unici in centro a Milano. Alla mia piccola non piaceva, diceva che era pesante.

Anticipai il suo desiderio di guardare la vetrina di «noè», fornitissima come sempre di giocattoli di ogni tipo, ma mi accorsi che non era poi così interessata:

«Non ti piacciono?» chiesi.

«Sono belli, ma lo sai papà cosa desidero più di ogni giocattolo».

Il tono era rassegnato e provai una fitta al cuore, ma non si poteva: «Lo so, Ninin, ma sai anche tu che per ora non si può prendere un cucciolo…». Non mi lasciò finire: «Passiamo almeno da quel negozio che c’è là? – indicò con la mano e la ripresi, non era un gesto educato – Li guardo in vetrina, solo per poco, ti prego». Era domenica, il negozio chiuso senza cuccioli: la convinsi ad affrettare il passo. Prendemmo via Monte Napoleone e non potei fare a meno di pensare al giorno in cui nel 1954, dieci anni prima, avevo trovato quei due quadri. Li avevo visti, grandi come un libro, appoggiati al basamento della colonna che ornava un portone, e non mi era parso vero. L’uomo che provava a venderli conservava sotto abiti più che logori un’aria signorile antica, superata. Gli avevo chiesto di poterli osservare da vicino; le firme, che conoscevo, mi erano parse autentiche e mi ero informato sul prezzo, solo per curiosità. Non avevo di certo denaro sufficiente, ma quell’uomo, dopo avermi guardato come se avesse compreso che li avevo riconosciuti e apprezzati, mi aveva risposto quasi in un sussurro: «Quel che può darmi» con uno struggimento tale che mi ero tenuto in tasca giusto il necessario per il biglietto del tram ed ero tornato a casa con i quadri. Una follia che mia moglie non aveva compreso. E la capivo, in quel periodo avevamo appena firmato per l’acquisto della nostra casa, ma erano bellissimi da lasciare alla mia Ninin che li avrebbe amati come me.

«Oh, guarda che ghiottonerie!»

La mia esclamazione qualche passo più avanti fu proprio spontanea. La vetrina del Salumaio di Monte Napoleone era per me un invito a nozze. Prelibatezze dai prezzi inavvicinabili che ammiravo con la scusa di mostrarle a mia figlia perché ne imparasse nome e provenienza. Ci divertivamo anche a memorizzare i nomi dei piatti di elaborata gastronomia da suggerire alla mamma come ricette da sperimentare. Guardammo insieme quelle architetture di taleggio, bitto, provolone, forme di grana aperte, forme intonse che reggevano oblunghi vassoi di tome, castelmagno e robiole, e sotto ciotole di mozzarelle e caciocavallo. Nell’altra vetrina un cartello spiegava che nel “mese francese” alcune specialità erano in offerta: roquefort, brie, camembert… «Dai, andiamo» le dissi prima che mi domandasse la traduzione di ognuno di quei nomi e come facevano a stare al fresco i formaggi se nel negozio non c’era nessuno a metterli in frigorifero. Sapevo che si interrogava su quale fosse la sorpresa e mi inteneriva il modo in cui si affidava a me; pareva quasi smarrita: in una chiesa no, al Poldi Pezzoli – il nostro museo preferito – nemmeno, dove la stavo portando?

Ci fermammo davanti al cinema Rivoli quando lo spettacolo del pomeriggio stava per iniziare.

«Mary Poppins? Andiamo davvero a vedere Mary Poppins? Grazie papà!!»

Era come avevo letto: un film sulla gioia di essere bambini e io tornavo bambino con lei. Uscimmo divertiti e felici, la mia “Ninin” quasi saltellava di gioia ripensando alle immagini che più l’avevano catturata: «Bert che suonava tutti gli strumenti…e poi ballava con i pinguini…e la corsa con i cavalli. E quando con Mary scivolavano sullo stagno appoggiati alle tartarughe? E il tè sul tetto!! Tutti neri come gli spazzacamini. Piacerebbe anche a me cantare con un pettirosso. Le castagne!»

«Non c’erano castagne nel film, almeno mi pare».

«No papà, c’è un signore che le vende, guarda là».

Era avvolto nella nuvola di calore e fumo che saliva dal pentolone. Con la punta delle dita annerite fuori dai guanti di lana spostava qualche castagna per raggiungere il giusto punto di cottura, poi strofinava le mani una sull’altra, si chiudeva il bavero attorno al collo e si guardava intorno cercando di scovare qualche goloso.

«Cosa sono queste, papà?»

«L’è un filsòn, tousa. T’el voeret?» le rispose il caldarrostaio. Dall’uso del vocabolo intuii che era come me, milanès ariùs, cioè immigrato dalla bassa. A Milano, infatti, i filsòn li chiamavano firunàt. Scambiai due parole in lingua mentre ne acquistavo uno: quando io e mia moglie eravamo bambini queste collane di castagne secche, infilate con l’ago da donne e bambine per racimolare qualche soldo, erano un regalo goloso e prezioso. Pensai che a mia moglie potessero piacere.

La mia “Ninin” entrò in casa sventolando il sacchettino:

«Mamma, mamma, guarda che bella, è per te!»

La trovò seduta al tavolo del tinello, a correggere i compiti dei suoi alunni. Aprì il sacchetto:

«Un filsòn de ciuchin!»

«Ma no, sono castagne!»

«Quando sono secche, nel nostro dialetto si chiamano ciuchìn. Te le preparerò presto». Mi ringraziò, con un sorriso stanco e si informò: «Allora, dove siete stati? Cosa avete visto di bello?»

«Un film bellissimo, mamma. Mary Poppins, pieno di animali e di canzoni fantastiche. Senti, te ne canto una: Supercalifragilistichespiralidosooooo».

Nessuno di noi due ebbe il coraggio di interromperla.

«Dove sono? Che ore sono?»

«Le nove di sera. Sei in ospedale. Come ti senti, papà?»

«Meglio, forse; ma che anno è?»

«1994, perché?»

«Forse ho sognato. Pensavo a quando eri piccola e ti ho portato a vedere Mary Poppins, ti ricordi?»

Nota biografica dell’autrice:

Amelia Belloni Sonzogni è nata a Milano, dove ha studiato, vissuto, lavorato come insegnante di lettere nella scuola media pubblica e collaborato come storica alla cattedra di Storia contemporanea dell’Università degli Studi di Milano presso la quale si è laureata. Ha pubblicato numerosi saggi sulla storia di Milano, sulla storia dell’assistenza e previdenza, alcune monografie su enti privati e pubblici, biografie di uomini politici lombardi ed una pressoché unica storia del Prix Italia, concorso per radio, tv, web patrocinato dalla Rai, che si svolge ogni anno dal 1948 (per i dettagli www.ameliabellonisonzogni.it nella sezione I miei libri). Da qualche anno ha lasciato l’insegnamento, ma l’attività di ricerca è rimasta una passione. Si ritiene una privilegiata perché vive in modo molto semplice nel posto di mare cui è legata sin dalla prima infanzia, dove ha trovato il tempo e la dimensione giusta per dedicarsi alla scrittura.

Bood ha ospitato il suo libro “Io ho sempre parlato”.

“La ricetta del cuore in subbuglio” di Viola Ardone,Salani Editore.

“…E invece la vita va da un’altra parte e non ha tempo per verificare i nostri calcoli…”

Oggi iniziamo con una domanda-gioco: se doveste usare una parola (attenti, una sola…) per spiegare la vita, cosa scegliereste? Vi posso dare qualche suggerimento: destino, opportunità, fortuna, esperienze, amore, salite, discese, affetti, famiglia. Qualcuno punterebbe sul pratico, certamente: lavoro, stabilità, successo, scalate, impegno, crescita, indipendenza, studio. Ad altri, invece, suonerebbe meglio la via sentimentale: emozioni, cuore, anima, visione, coraggio, radici, tradizioni, libertà. E poi, ci sarebbe sicuramente chi si cimenterebbe nel filosofico: saggezza, infinito, spiritualità.

Ogni concetto è come un codice personale, unico e privato e, molto spesso, siamo convinti che questo sia l’unico modo per chiudere la serratura della porta che ci protegge dagli scossoni della vita.

Per Dafne, la protagonista di “La ricetta del cuore in subbuglio” di Viola Ardone edito da Salani, la vita è – quasi sempre – una questione geometrica, tanto che è riuscita a elaborare un manuale complesso di “Fondamenti di Geometria Sentimentale” che la rassicura e le permette di avere una soluzione alle tanta sfaccettature della sua esistenza. Per Dafne, il bisogno di calcolare è una questione seria, ovvia: non ne può fare a meno perché nella matematica trova le certezze che le sono mancate.

La struttura narrativa del romanzo presenta due voci: la prima è la Dafne bambina che, diretta, innocente e ironica, racconta la sua vita in casa, a scuola, in compagnia della nonna. La sua esperienza di “sorella maggiore” alla quale è permessa la libertà di mangiare biscotti a letto; di stare con la mamma in cucina, di vederla friggere le cotolette mentre ricorda la pancia della mamma “così grande”. In questo diario, l’autrice usa il cibo come mezzo di comunicazione, e, vi assicuro, il risultato è così straordinario che avere questo libro tra le mani mi ha permesso di volare, in molti passaggi. Perché la capacità di tradurre la vita attraverso la cucina, in questo romanzo, sfiora la perfezione.

La Dafne bambina, in questo suo tradurre messaggi senza filtri, ci racconta tutto di lei e del suo piccolo grande mondo, con una precisione simbolica disarmante: la mamma “fece la faccia come quando apre la busta del supermercato e scopre che si è dimenticata proprio il latte…” e  che “appena vide il mobile fece la faccia di quando le capita proprio io pezzettino di aglio intero della pasta e lenticchie, che poi per digerirlo ci vuole la mano di dio…”. Ti lascia lì, a sentire il suo dolore sordo e quel presagio di disastro quando la mamma “andò vicino al fornello, prese il ruoto della pasta al forno con la besciamella e lo sbatté sopra al tavolo. Allora mio padre uscì dalla cucina con i piedi pesanti e urtò vicino al tavolo e il ruoto cadde a terra” e ti fa venire voglia di abbracciarla quando scrive di un pranzo a due e che “la mamma aveva messo un piatto accupputo sopra alla pasta di mio padre e aveva lasciato la tovaglia e tutto. Poi mia mamma era triste e non guardava la televisione né niente e io non sapevo che cosa fare..”

La Dafne bambina è una delle più intelligenti della classe, odia i nervetti e ha occhi così limpidi che le permettono di vedere ciò che altri non riescono a vedere.

La seconda voce – che si alterna alla prima – è un narratore intimo che esplora e scava, che risveglia ed esporta. Dafne è un’adulta, una giovane donna che ha trovato nell’architettura la risposta alle equazioni e alle operazioni che si è portata addosso, quando da Napoli è arrivata a Milano. La carriera, in risposta alla vita sentimentale incerta, è certa, Dafne è competente e la strada verso l’affermazione è servita. E mente la carriera vola il cuore è in subbuglio, non trova pace, ha paura, non vuole arrendersi al fatto che batte.

La Dafne adulta deve lottare contro se stessa perché è sempre più convinta che la ricetta e la formula siano risposta. Ma le domande sono tante, troppe, e i fattori (o gli ingredienti) sono altrettanti: è impossibile metterli in ordine. Succede quando torna a Napoli per una riunione di famiglia e si salva da una imminente catastrofe parentale grazie a un sufflè; quando davanti un tagliere di formaggi, e agli aerei in partenza, decide di restare a guardare invece che partire per un viaggio che è nato solo nella sua mente. E, infine, a Parigi, nell’atto finale, quando in un bicchiere di calvados trova il suo riflesso, il risultato dell’equazione.

Viola Ardone traccia una protagonista affascinante, che non puoi non amare, già dalle prime battute del romanzo: è una donna fragile e forte perché è stata una bambina fragile e forte; una donna sincera perché è stata una bambina sincera; è una donna che ha paura d’amare perché è stata una bambina che ha sentito la forza dell’amore, quel sentimento che copre tutto, come una coltre impermeabile.

““La ricetta del cuore in subbuglio”, attraverso una narrazione introspettiva, porta il lettore nel tema nella maternità, della perdita, dell’accettazione, della lotta contro se stessi, della tragedia, del viaggio dentro se stessi, dell’amicizia, della carriera e dell’amore che resta nelle vene nonostante tutto, dell’essere genitori e figli e della fatica di guardarsi indietro per provare a fare un passo nel futuro. E infine della vita, dei codici che le assegniamo e che ci illudiamo siano la risposta alle tante domande che l’affollano.

Si ringraziano Riccardo, Chiara e Valeria dell’ufficio stampa per l’invio diretto dell’E-Book.

Nota biografica dell’autrice:

VIOLA ARDONE è nata a Napoli nel 1974. Dopo la laurea in Lettere, ha lavorato per diversi anni nel campo dell’editoria ed è autrice di varie pubblicazioni. Attualmente insegna italiano e latino nei licei. Il suo ultimo romanzo è Il treno dei bambini. Per Salani ha pubblicato La ricetta del cuore in subbuglio e Una rivoluzione sentimentale.

http://www.salani.it

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