Novità in arrivo – #boodnews

Cari lettori,

c’è una novità di cui vi voglio parlare, novità che – vi confesso – non vedo l’ora di leggere.

Si tratta de “La Bestia”. È la terza indagine affidata a Joe Spark, uno degli avvocati penalisti più empatici del panorama letterario, ad opera, ovviamente, della brava Marcella Nardi, disponibile dal 5 agosto in formato cartaceo ed eBook.

Ecco a voi la breve sinossi:

IL FASCINO MISTERIOSO DEL DELITTO…


Il terzo Legal Thriller della serie mozzafiato “LE INDAGINI DELL’AVVOCATO JOE SPARK“.

  • Seattle 2021. La città è terrorizzata da una serie di feroci stupri.
  • Chi è lo spietato assassino soprannominato La Bestia?
  • Perché violenta brutalmente solo giovani donne bionde?
  • Perché indossa spaventose maschere animalesche?
  • Come mai Mary Harrison, la moglie di un cliente facoltoso di Joe Spark, sparisce improvvisamente?
  • È anche lei una vittima della Bestia?
  • Riuscirà il nostro avvocato-detective a dipanare questa intricata matassa?

Joe Spark è un affascinante avvocato penalista. Alto, capelli ricci nero corvino, e penetranti occhi azzurri, vive sulla baia di Seattle in un bellissimo paesino, Alki. Ama il buon cibo, le belle donne e detesta la tecnologia. Joe Spark, uomo dalla mente acuta, non riesce mai a voltare le spalle dinnanzi a un omicidio. Sente forte il bisogno di fare giustizia, nel tentativo di dare un senso ai misteri più oscuri della vita.

A breve ne sapremo di più.

Keep in touch!

“Un amore cucito addosso” di Roberta Colombari, Amarganta.

Quanti pensieri dedicate ai personaggi che incontrate nei libri che leggete? Mi spiego meglio, forse la domanda, così scritta, non è chiara. Un bravo autore – pur dedicando gran parte del suo lavoro alla trama, all’ambientazione e alla costruzione logica della struttura – non può dimenticare l’empatia che i suoi protagonisti devono sprigionare e quel legame che resta vivo, anche dopo la parola fine. Una sorta di filo immaginario, una specie di flash che si accende a intermittenza e che ti riporta, di tanto in tanto, alle azioni di quel personaggio, alle emozioni che ha suscitato in te e a quelle che ancora ti porti dentro.

Penso a questo, da quando ho terminato la lettura di Un amore cucito addosso” di Roberta Colombari, pubblicato da Amarganta, e il personaggio che mi ha spinta a scrivere questo lungo incipit è Lucia.

Prima di portarvi a conoscere questa donna straordinaria, un breve cenno alla trama è doveroso. “Un amore cucito addosso” è una storia di famiglia che, come tale, narra amori e dolori da un punto di vista molto particolare: il narratore è, infatti, una voce molto originale e schietta, che si presenta subito al lettore in tutta la sua semplicità. Una voce interessante che interviene al punto giusto e che presenta la famiglia Altavilla: una stirpe di imprenditori buoni, intraprendenti, lungimiranti. Giovanni e Lucia sono gli “ultimi” sposi, coloro i quali si sono innamorati davanti ai tessuti che lui vende e lei taglia, che sentono la fortuna sulla pelle, il potere del tutto e anche di più. Sarebbe tutto perfetto, non fosse che in letteratura (e nella vita) il destino prepara sgambetti e curve a gomito da affrontare con la giusta determinazione.

Lucia è una donna che vive ogni istante della sua vita e questa fine psicologia mi è piaciuta moltissimo: nel suo vivere ho trovato intensità, speranza, lotta, coraggio, commozione e resilienza. In Lucia c’è l’essere vivente che interpreta i messaggi della vita, che attraversa i dolori e che prosegue, nonostante tutto. Ed è questo che mi ha colpito: il suo vivere convinta di essere al posto giusto, nel momento giusto, anche quando il dolore è così grande che ti toglie il fiato. La sua bontà, il suo fidarsi della vita, il suo restare a galla: mi ha conquistata, totalmente.

Attorno a Lucia, poi, si stringe una corona di personaggi, tutti indispensabili, ognuno dei quali è incastonato come una pietra preziosa: il piccolo Lorenzo – intelligente, dolce e amabile -, l’avvenente Julia – una donna da scoprire -, i suoceri – anime sempre presenti –, e naturalmente Giovanni: l’uomo che ha scelto di amare.

Un’ulteriore nota positiva è data dall’ambientazione geografica. L’autrice ha scelto una cornice invitante, quasi romantica, per la storia di Giovanni e Lucia: siamo a Penne, un borgo dell’entroterra abruzzese. Un luogo che l’autrice riesce a far diventare una casa in cui tornare e da cui partire.

Nella sfera gastronomica, l’autrice ha puntato sulla semplicità, sui piatti di casa e della tradizione del luogo cosicché il quadro generale si mantiene in linea con il progetto iniziale. Lucia riceve la proposta di matrimonio davanti a un gelato; il banchetto propone gli arrosticini, pipindune e ove (una preparazione a base di peperoni cornetto abruzzesi), pinzelle (dolci base da farcire con fantasia) e, naturalmente, la classica torta nuziale; le colazioni, a casa Altavilla, sono a base di marmellata casalinga, l’unica nota spinta è Giovanni che usa il whisky per stemperare lo stress. Le cene nei ristoranti raffinati non mancano, ma è davanti alla tavola di casa che i due sposi si ritrovano.

Sì, avete letto bene: ho scelto il verbo ritrovarsi. Perché è questo che succede a Giovanni e Lucia. Infatti, “Un amore cucito addosso” non è uno sdolcinato inno all’amore a prima vista, all’entrata in scena di bellissimo principe azzurro che porta la sua amata sulle ali della felicità. In questo romanzo ci sono segreti, tanti e dolorosi, difficili da digerire e da tenersi addosso; ci sono i viaggi, quelli dai quali non puoi tornare come se niente fosse accaduto; c’è la paura oscura di perdere chi ami e la sofferenza che questo genera. In fondo a tutto, però, la forza (il destino, la buona sorte, il credo o come meglio preferite chiamare quella luce che brilla anche se il buio è fitto) subentra in ogni pagina, in ogni frase, per lei, Lucia, ma non solo.

Infine, una nota di merito va all’autrice: ho trovato una penna decisa, amichevole e fidata. Una penna da osservare, insomma.

Si ringrazia l’autrice per l’invio diretto del file lettura.

Nota biografica dell’autrice:

Roberta Colombari è nata a Villasimius, in provincia di Cagliari, figlia di uno chef e di una casalinga. Dopo la separazione dei genitori è affidata alle cure della nonna paterna e si trasferisce a Lugano, nella Svizzera italiana. In seguito risiede a Zurigo e nella Svizzera francese. Mamma e casalinga, ama la lettura, scrivere romanzi, la natura e gli animali. Crede nell’amicizia e nei rapporti umani, si definisce una donna semplice che ama la vita.

Il sito internet della casa editrice è: http://www.amarganta.eu.

“Il Mistero delle Spille Longobarde – Le indagini di Étienne e Annabella” di Marcella Nardi, Amazon Self Publishing.

La letteratura ci ha spesso presentato la figura dell’investigatore standard: uomo, empatico, più o meno ambizioso, più o meno ironico, preciso e arguto. Pensate agli intramontabili Hercule Poirot e Sherlock Holmes, giusto per citarne un paio. Oppure, spesso, nelle TV fiction, la parte investigativa è stata affidata a una coppia che, con il suo appeal, ha portato una nuova immagine, sempre più gradevole e coinvolgente. Negli anni ’80 sbarcarono in Italia “Starsky & Hutch”, poi venne il turno di “Miami Vice” e a seguire, negli anni, il filone poliziesco è stato uno dei più accattivanti di sempre con strutture sempre più complesse, coppie o squadre al maschile e femminile pronte a tutto pur di arrestare i criminali.

Pensate ora a qualcosa di completamente diverso da ciò che avete letto – o visto in Tv o al cinema. Pensate a un detective che non lo è ufficialmente – non ancora, per il momento – ma che ha tutte le carte in regola per entrare a pieni voti nel mondo investigativo: lui si chiama Étienne Pivot è un giovane universitario amante della storia medievale, ha un talento speciale per le analisi e la ricostruzione dei fatti, nonché un’intelligenza fine e una passione per casi particolarmente intricati. Passioni e talenti che condivide, totalmente, con la fidanzata Annabella.

Come avrete capito, Étienne e Annabella sono i protagonisti del romanzo “Il Mistero delle Spille Longobarde” di Marcella Nardi, e come avrete intuito, l’dea di accentrare un’indagine a sfondo storico a due giovani mi è parsa, da subito, originale e vincente. Mi piace l’idea che in un mondo sempre più social e digitale, l’autrice abbia messo in campo le sue spiccate conoscenze storiche al servizio di una narrazione fresca, giovane, empatica e coinvolgente. Giovani e Storia: un’accoppiata curiosa e interessante.

Siamo nel capitolo primo e il lettore viene già trascinato nella trama: i due ragazzi, di ritorno a Roma dopo una vacanza a Parigi, vengono avvicinati dal professor Claudio De Carolis. L’uomo chiede aiuto a Étienne per risolvere il mistero della scomparsa di un suo amico e collega – il dottor Alex Nardi – due spille longobarde e una tavoletta antica. Per il giovane, e per la sua compagna, inizia qui il viaggio nella Storia e nel presente: un viaggio articolato, energico, intricato e ricco di colpi di scena. Ci sono incontri spiacevoli, – come è giusto che sia, in un genere letterario così complesso – fughe, strategie, inganni, ma anche rapporti familiari che si consolidano davanti a un’ottima cena casalinga, dove il tavolo diventa un luogo di scambio di informazioni tra padre e figlio (Pivot padre era nella Squadra Omicidi), ma anche un luogo di ritrovo delle emozioni sopite, come solo la casa natale sa essere e, ovviamente, per godersi il merito dopo una lunga fatica. Infatti, le indagini circa le Spille Longobarde, il professore scomparso, e un misterioso tesoro a cui gli studiosi tengono particolarmente, assomigliano a una matrioska, ma è proprio questo che Étienne sa fare: scavare, a fondo e fino in fondo.

Una ulteriore nota di merito va al personaggio di Annabella. Già nel titolo, l’autrice ha deciso di inserire anche il suo nome, affidando così l’intero caso a entrambi. La presenza femminile – o meglio, le presenze femminili perché anche la mamma di Étienne sa il fatto suo, credetemi – è molto sentita. Annabella non è una spalla ma una guida, è una presenza costante, come la luna nel cielo.

Ultimo, e non certo per importanza, lo stile preciso e puntuale, pulito e lineare di Marcella Nardi si conferma ancora una volta una gradita certezza anche in questo genere letterario dedicato ai ragazzi (e non solo a loro…).

Breve nota biografica dell’autrice:

Marcella Nardi nasce nel ridente borgo Medievale di Castelfranco Veneto. Si laurea in Informatica, campo in cui lavora per ventidue anni, tra Segrate e Milano. Nel 2008 si trasferisce a Seattle, USA, dedicandosi all’insegnamento dell’italiano, alle traduzioni tecniche e alla scrittura di romanzi. Molte sono le sue passioni: la Storia antica e medievale, la fotografia, i viaggi, la lettura, il modellismo storico e, soprattutto, l’amore per la scrittura di romanzi. Come amante di romanzi gialli e di Medioevo, Marcella si è classificata al terzo posto, nel 2011, al concorso “Philobiblon – Premio letterario Italia Medievale” con uno dei sei racconti che hanno dato vita al suo primo libro, un’antologia, dal titolo di “Grata Aura & altri gialli medievali”, la cui prima edizione si chiamava “Medioevo in Giallo”. Nel dicembre 2014 ha vinto il Primo Premio al concorso “Italia Mia”, indetto dalla Associazione Nazionale del Libro, Scienza e Ricerca, con un racconto ambientato a Gradara. Continua a scrivere e dal 2013 ha al suo attivo oltre 15 pubblicazioni. Ha creato una serie poliziesca di 6 romanzi, in cui la detective è proprio lei: quasi lo stesso nome e con le sue stesse caratteristiche, fisiche e caratteriali. Ha anche creato una nuova serie di genere Legal thriller, ambientato a Seattle, USA. Il titolo del primo romanzo di questa collana è “Morte all’Ombra dello Space Needle”.

Marcella Nardi ha anche scritto un romanzo mystery/storico dal titolo “Joshua e la Confraternita dell’Arca”. Ha scritto anche un paranormale, un romance/erotico e alcuni racconti.

 Il suo sito web ufficiale è: www.Marcellanardi.com

La sua pagina autore su Amazon è: Marcella Nardi su Amazon.it: libri ed eBook Kindle di Marcella Nardi

La sua bacheca Facebook è:

https://www.facebook.com/Marcella.nardi.5

Il suo gruppo di Cultura e Libri:

https://www.facebook.com/groups/Marcella.nardi.scrittrice/

Il suo gruppo per gli autori INDIE:

https://www.facebook.com/groups/Marcellaeilsuoamoreperilibri/

Si ringrazia l’autrice per il file lettura in omaggio.

“Uno scialle sul fiume Temo” di Maria Lidia Petrulli – Pluriversum Edizioni

Ho una predilezione per le colazioni abbondanti, quelle lente, senza l’accompagnamento fastidioso dell’orologio che anticipa impegni e doveri. E, in questo contesto – casalingo, intimo e raccolto – immagino la tavola perfetta: tovaglia senza pieghe, tazze combinate, un cesto di pane ancora fumante, un caffè forte e un vasetto di marmellata fatta in casa. La confettura di frutta è molto più che un sapore dolce. È un insieme di azioni a ripetizione (la raccolta della frutta, la pulitura, la cottura) che culminano con un concetto che troppo spesso tendiamo ad accantonare: l’attesa. Quel tempo sospeso eppure prezioso, tradizionale, da ritrovare. Una colazione accompagnata dai profumi di una marmellata è sempre una festa, a mio avviso.

Quando parliamo di confettura, immaginiamo l’albicocca, la pesca, le fragole o i frutti di bosco. Tutti gusti delicati, morbidi. Se parlassimo di agrumi, invece, la mente andrebbe subito a un sapore diverso, più deciso, più spigoloso. La marmellata di limoni – e il suo complesso sapore dolce-amaro di cui parleremo tra poco – è molto più che un alimento, tra le pagine di “Uno scialle sul fiume Temo” di Maria Lidia Petrulli, edito da Pluriversum.

Prima di addentrarci in questo concetto di contrasto è bene una premessa circa la trama: siamo in un’epoca moderna e Aliena lascia Tolosa per rifugiarsi in Sardegna, a Monteleone Rocca Doria, un paese adagiato su un lago che prende acqua dal fiume Temo, al di là del quale ci sono colline e, infine, il mare. Aliena è un’illustratrice, è sposa di un uomo che non sente più suo, ha un passato certo alle spalle e un futuro incerto davanti a sé; è una donna che ha speso molte energie, che ha bisogno di ritrovarsi e soprattutto di accettarsi. È albina e il suo candore la rende diversa. Lo è stata per tutta la sua vita, in città, e lo è ancora adesso, dopo l’approdo in una comunità che vive di tradizioni e usanze.

Ecco il primo contrasto: immaginate una donna alta, sinuosa, dal fisico asciutto e longilineo e dalla pelle diafana che decide di trasferirsi un angolo remoto della Sardegna, terra che, per antonomasia, è una scala cromatica di colori mediterranei i cui abitanti ne sono diretta testimonianza.

L’aspetto della diversità, è uno dei temi che più ho apprezzato, in questo romanzo. Aliena deve affrontare l’ostacolo, ci deve passare attraverso, deve faticare, esattamente come avviene nella raccolta dei frutti della marmellata, quando le mani bruciano e vorresti fermarti, lasciar perdere. Gli abitanti di Monteleone Rocca Doria – che continuano ad amare le leggende di cui la loro terra è avvolta e che costituiscono un racconto nel racconto – la credono una bruxia, una strega, una persona che porterà sciagure e sfortune, qualcuno da osservare a distanza.

L’autrice con una buona capacità narrativa e descrittiva dei luoghi ci racconta la comunità chiusa che contrasta nettamente con la gioia improvvisa di accogliere una forestiera che non è più un pericolo e il quadro geografico/storico di grande rilievo e valore appare come uno sfondo magico, affascinante, ammaliante. Il lettore resta piacevolmente coinvolto dalla natura selvaggia, dalle storie narrate e dalle leggende del luogo, dall’arte culinaria – tripudio di sapori e profumi che, credetemi, già solo questo vale l’intera lettura– e dai legami solidi e imprescindibili che rappresentano l’uomo e la sua Terra. Una terra resa ospitale dall’uomo stesso che vede nella natura che lo circonda il suo fondamento, il luogo sul quale poggiare e restare.

Un ulteriore contrasto di grande coinvolgimento è sicuramente rappresentato dall’amicizia che nasce tra la protagonista e una donna anziana, Annalisa Doria. All’apparenza, come per la marmellata di limoni, sembra un accostamento improbabile: età, interessi, vissuto, futuro, sostanza… ogni elemento potrebbe essere discordante, incompatibile. Eppure, ancora una volta, Maria Lidia Petrulli sceglie la strada della semplicità e del cuore per rendere l’impossibile possibile e veritiero.

Un ultimo, ma non l’ultimo, tema che mi piace sottolineare dopo questa lettura è lo spazio che l’autrice ha dedicato alla solitudine di una donna (o di più donne, in questo caso, ma non vi svelerò altro). Un tema caro, in letteratura, osannato e a volte abusato. In questo romanzo, nello specifico, la dolcezza con cui viene trattato e la soglia di trasformazione dello stesso è un valore aggiunto particolarmente gradevole.

“Uno scialle sul fiume Temo” è una fiaba moderna in cui trama, temi e una buona narrazione costituiscono una base concreta che coinvolge il lettore nei contrasti che, quando sapientemente dosati, riescono a trasformarsi in qualcosa di buono e prezioso. Come la marmellata di limoni.

Si ringrazia l’autrice per la copia lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Maria Lidia Petrulli è medico psichiatra e psicoterapeuta. Appassionata di storia e mitologia celtica e medievale, inizia la sua carriera di scrittrice nel 2002 con Sui Sentieri di Avalon. Seguono Fara e Il Suo Cappello e La Realtà e Il Suo Enigma nel 2009; la trilogia fantasy Il volto segreto di Gaia e la saga per ragazzi Emilie Sanslieu; il fantasy storico Sotto le colline d’Irlanda; il noir Il collezionista di clessidre e l’antologia La bambina che voleva essere trasparente, vincitrice del premio Il Litorale 2015 e del premio Città di Dolianova 2014. Il volo della libellula (Edizioni Ensemble 2019) ha vinto il premio Graffiti Narrativa ed è stato finalista dei premi letterari Kobo Writing Life 2017 (sezione inediti), Como Poesia 2019 e Ioscrittore 2018. In Francia ha pubblicato il giallo Écrire ne tue pas assez (le Lys Bleu Éditions, 2019).

Il sito internet dell’editore è: www.pluriversumedizioni.it.

“Ritroviamoci alla fine del mondo” di Angelica Romanin, Amazon Self Publishing

Quali sono gli elementi che stuzzicano l’ispirazione di uno scrittore? Da dove provengono le scintille che innescano la visione, il viaggio? Domande aperte, cari lettori, le cui risposte racchiudono personalità e unicità: il vissuto e il vivendo, l’emotività e la sensibilità, i concetti e le ipotesi, le competenze e l’immaginazione e molto, molto altro.

Una significativa fonte d’ispirazione è sicuramente l’attualità. Penso al contesto sociale, alla struttura economica, alla storia di un luogo e alla sua geografia: il mondo che ci circonda, insomma. Un mondo che, agli occhi curiosi di un artista, diventa terreno fertile per lo sviluppo di un’idea.

Un esempio di quanto il mondo esterno riesca a essere influente è il nuovo romanzo di Angelica Romanin: Ritroviamoci alla fine del mondo”. L’autrice ha ambientato la narrazione nel 2012, un arco temporale che, oggi, molti di voi non classificherebbero come il più infausto, visti gli avvenimenti in corso, ma che allora venne marchiato come il più temibile di sempre. Si temeva, infatti, che un’antica profezia Maya si sarebbe avverata il 21 dicembre e il nostro mondo sarebbe finito in una catastrofe annunciata. Una sorta di fine del mondo causata da eventi inarrestabili.

All’interno di questo contesto di presagi e rischi, di cambiamenti e variabili, di pseudofidanzati e fedeli amici, l’umorismo di Martina – la protagonista del romanzo – è una luce che irradia energie capaci di sorprendere e di strapparti più di un sorriso.

A questo proposito, e prima di addentrarci oltre, una nota è doverosa. Angelica Romanin possiede l’invidiabile talento di comunicare attraverso una scrittura fluida, trasparente, ma, soprattutto, divertente, a tratti comica. Il contrasto che si genera, in questo modo, è appetibile e gradevole, e inoltre, questo effetto spezza l’andamento sentimentale che è parte fondamentale della trama.

Nella trama, dunque, troviamo gli elementi base di un romanzo rosa, fresco, giovanile e intenso: Martina perde lavoro e fidanzato, torna a vivere nella casa di famiglia e, da quel momento, si innesca una miccia che accende le sue avventure sentimentali, condite da nuove e vecchie amicizie e da un costante vagare tra le domande eterne alle quali le è sempre più difficile rispondere. È il suo posto nel mondo, il suo arrivare alla meta, e il suo viaggio verso una destinazione ignota: questa è Martina. Con Sara, la sorella, i battibecchi sono esilaranti, con la mamma, affetta da sciagura-fobia, ancor di più. E poi c’è la nonna, il personaggio che rispecchia il tema matriarcale-femminile sul quale è basata l’opera: una donna che sa. I muffin, le crostate, le lasagne bagnate da un’abbondante colata di ragù sono i mezzi che sceglie per portare in tavola ciò che davvero conta.

Angelica Romanin ha scelto uno stile narrativo spigliato, schietto. Martina ti trascina nelle sue sfortune, nei i suoi fallimenti, nella sua confusione arricchendo il racconto di ironia e sarcasmo. Per lei, l’Amore è un groviglio, una tela nella quale resta intrappolata, una strada senza cartelli stradali, e le cene romantiche, gli aperitivi, le fughe dalla città sono un espediente per cercare, di continuo, la risposta.

È di Martina, una citazione che riporto: mi ha colpito particolarmente, perché rappresenta al meglio la direzione del romanzo (e non a caso, l’autrice ha scelto un’immagine gastronomica):

“… Se Giuseppe era pane e Nutella, Filippo era fragole e champagne…”

 “Ritroviamoci alla fine del mondo” è ricco di similitudini e contrasti, in giusta dose e senza accavallamenti: l’ambientazione temporale scelta, come già detto; il negativismo mediatico –  e un evento sismico straordinario  – che si fonde alla leggerezza che usa la protagonista per narrare le sue sventure amorose; la struttura famigliare matriarcale, il ruolo sociale della donna e la forza che, un nucleo simile, possiede per natura; il tema della posizione lavorativa che, in questo caso, viene trattato con veridicità (sono certa che molte ragazze si ritroveranno in Martina) e, infine, il bisogno umano di stare nel gruppo, tra gli Altri, e di ritrovarsi sempre, fosse anche “alla fine del mondo”.

Si ringrazia l’autrice per la copia lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Angelica Romanin è nata e vive a Ferrara. È diplomata in lingue e ha frequentato la facoltà di scienze biologiche. Ha pubblicato il suo primo romanzo nel 2008 con Giraldi editore, riedito a luglio 2020 con il titolo  “Uomini, attacchi di panico e altre disgrazie”. 

È inoltre autrice della commedia romantica “Il Natale che non ti aspetti” e di una climate-fiction di fantascienza dal titolo “Nel futuro che ci attende”.

Il libro è disponibile su http://www.amazon.com

“Cambio vita – Vado a fare il soccorritore” di Francesco Nucera,Augh!Edizioni.

Quando il lavoro è una mansione e quando, invece, una vocazione? Qualunque sia la vostra professione, la domanda è sempre valida. Che siate manager o commessi, imprenditori o dipendenti, vi sarete domandati, ora o in passato, se il posto che occupate è davvero quello per cui siete nati. E, certamente, vi sarà capitato di sognare il cambiamento, un luogo diverso, colleghi più simpatici e superiori più umani, orari adattabili e meno stritolanti. Se poi volessimo soffermarci sullo stress (adesso si chiama sindrome da burnout) allora scriveremmo un volume di grandezza simile a un’enciclopedia.

Ogni casella della vostra professione, tuttavia, è inserita in un contenitore più ampio: il lavoro che svolgete parla di voi, anche se qualche volta non ve ne accorgete. Ed è proprio questo a fare la differenza: non siamo nati per fare tutti lo stesso lavoro. “A ognuno il suo” scrisse Sciascia e mi permetto di prendere in prestito questa citazione che sento appropriata e funzionale.

Immaginate, ora, il ruolo di un soccorritore. Quando scrivo “ora” intendo quest’epoca storica, pandemica, folle e triste ma anche densa di solidarietà e bontà. Vi viene in mente le vocazioni, la missione, la cura, il sacrificio, la generosità, l’impegno, la resistenza, la paura, il coraggio? E se, oltre questi valori, ci fosse l’esigenza di rientrare a pieni voti nella vita? Se ci fosse il bisogno di riscattare sé stessi, il proprio passato, per redimersi o per far parte di una normalità che, altrimenti, non ci sarebbe?

“Cambio vita – Vado a fare il soccorritore” di Francesco Nucera, edito da Augh!, ci racconta la storia di Marco e Bruno, due personaggi diversi (sotto tutti i punti di vista) eppure legati da un unico vincolo: il lavoro. Sono entrambi soccorritori (Marco è un volontario) e l’ambientazione storica è il primo capitolo della pandemia Covid, quando ancora si brancolava nel buio. L’ambientazione geografica è l’interland milanese, Rozzano per la precisione: siamo nell’occhio del ciclone, insomma.

Marco è un ragazzo di ventitré anni cresciuto tra violenza, criminalità, solitudine e rabbia; Bruno è un uomo che ha un vuoto dentro e attorno a sé, al suo attivo anni di lavoro e un matrimonio già fallito. Marco ha bisogno di un riscatto; Bruno sta per affrontare una valanga che lo metterà a nudo.

Marco organizza la sua vera prima cena romantica per Claudia e nel dubbio, prepara una bottiglia di vino e una di birra: è certo che la scelta determinerà l’esito della serata. Marco ha bisogno di Claudia, perché in lei vede il suo futuro, l’ancora di salvezza che gli permetterà di mettere a tacere il richiamo costante che proviene dal suo passato. Per questo si adatta a una serata sushi anche se preferirebbe una pizza.

Bruno si ciba di grana e ascolta la musica che la tecnologia ha scelto per lui; va in cerca del Kefir, al supermercato, come se questo bastasse a cambiare abitudini e a riportare indietro la moglie Katia; inghiotte tramezzini per colmare un vuoto che, invece, si allarga sempre di più, mettendo in luce le sue debolezze.

Intanto, le ambulanze macinano strade e curve, i soccorritori indossano tute protettive, la leggerezza dura il tempo di un caffè e la rabbia cresce. Non è la pandemia, la causa, ma una voragine profonda, frutto di cattiverie e rabbia, che non lascia scampo.

Francesco Nucera affronta il tema della precarietà lavorativa, del futuro incerto, del riscatto da ingiustizie, della vendetta e della violenza familiare, della criminalità e della prevaricazione sociale, del complotto e della verità, e, nel farlo, non si dimentica di inserire la solidarietà, l’amore, l’amicizia, il sostegno, il coraggio e un pizzico di ironia, soprattutto in alcuni dialoghi (un contrasto curioso e creato con una buona tecnica). Infine, è interessante (e determinante) la testimonianza che giunge, seppur in forma romanzata, della vita del soccorritore: un insieme di doveri, scelte, messaggi e azioni.

Si ringrazia Valentina Petrucci dell’ufficio stampa per l’invio del file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autore:

Francesco Nucera è nato a Milano nel 1979 dove ha vissuto fino all’adolescenza. Nel ’94 ha lasciato il capoluogo lombardo per trasferirsi con la famiglia nella vicina Rozzano. Ma è solo nel 2002, quando lo Stato lo ha obbligato a svolgere il Servizio Civile in ambulanza, che è entrato veramente in contatto con la sua nuova città.
In due decenni da soccorritore dipendente ha imparato a conoscere e apprezzare Rozzano, tanto da dedicarle libri e racconti con cui spera di trasmettere la sua passione per quel micro mondo che cresce all’ombra di Milano, ma che così poco condivide con la città della moda. Oggi vive nelle campagne tra il capoluogo lombardo e Pavia in compagnia di sua moglie e dei loro tre figli. Anche in questa pandemia continua a lavorare in ambulanza.
È il cofondatore di Minuti Contati, un portale online di scrittura creativa su cui organizza contest letterari.
Per AUGH! ha già pubblicato Le mille facce della stessa moneta (2017) ed Ernesto – Genesi di un eroe (2018). Tra le altre pubblicazioni: Nerd antizombie – Apocalisse a RozzAngeles (2019, Nero Press Editore), Il popolo delle sabbie (2020, PS Edizioni).

Il sito dell’editore è: http://www.aughedizioni.it

“Il Manoscritto” di Stefania Convalle, Edizioni Convalle – #boodnews.

Mi capita spesso di ricevere richieste di consigli di lettura e, altrettanto spesso, mi capita di non riuscire a sintetizzare, in poche parole, cosa sento dopo aver terminato un libro. Un libro è un universo, una vita intera, un mondo speciale, e io faccio fatica a semplificare aggettivi e concetti ad esso correlati. Ci ho provato, a raggruppare, ma ogni volta ho tralasciato elementi, emozioni, suggestioni. E questo non è raccontare un libro, anzi, è penalizzare ciò che l’autore ci ha dedicato.

In questo caso specifico, sintetizzare “Il Manoscitto” di Stefania Convalle, la sua nuova opera, è un’impresa praticamente impossibile ma, per ovvie ragioni, cercherò di fare del mio meglio.

Nel titolo, per iniziare, si racchiude un mondo fatto di immagini evocative di un tempo che troppo spesso abbiamo allontanato: le fasi di scrittura a mano, oggi sempre più rare, vista la tecnologia che è entrata a far parte del nostro quotidiano. Immaginate un diario, un’agenda, o anche solo un fascio di fogli all’interno dei quali non esistono solo parole e fatti, ma un insieme di emozioni che dal cuore arrivano alla mente e, da qui, alla mano che impugna una penna e li trascrive, con pazienza, cura, e qualche errore o cancellatura. Facile, dunque, comprendere come, nella scelta del titolo, l’autrice abbia già racchiuso un mondo tutto da scoprire.

Quando si inizia la lettura, quel mondo letterario che l’autrice ha creato, diventa un bel posto in cui stare. Il primo incontro è con Emilia, la protagonista. Una donna che si occupa di talenti letterari e sogni da pubblicare, una donna che scopre la sua fragilità dopo una storia d’amore che non l’ha resa felice e che ha bisogno di ritirarsi in un nido, lontano dalla sua quotidianità. Una storia di fine e principio, insomma e, in questa fase preliminare, il suo bisogno di ripartire da dove tutto ebbe inizio, in quel tempo felice e spensierato che è stata la sua infanzia, rende questo personaggio autentico e appassionante.

Quando Emilia lascia Milano alla volta di Trieste, la città nella quale ha vissuto la dolce e felice età dell’infanzia, sono partita anch’io. Adoro i ritorni, quelli verso le origini.

Immergendosi nella trama, il ritorno (e il bisogno in esso racchiuso) diventa ancor più forte. Ho apprezzato la scelta dell’autrice di inserire profumi che – se chiudi gli occhi – ti sembra di sentirli: come quello della berlina  – una montagna di panna e amarena –  che consumava al bar, in compagnia della zia Wanda che lavorava con l’uncinetto, oppure della “millefoglie” che volteggia in cucina. Sono profumi di casa, di cose belle, indimenticabili. Tutto ciò di cui ha bisogno Emilia (e anche noi).

Il tempo di ricostruire, quello lineare e senza intoppi (che poi, esiste davvero?) non è ancora giunto, per la protagonista: ci sono personaggi che entrano nella sua vita, senza che lei l’abbia scelto, c’è un’amicizia speciale, con una vicina di casa, che nasce davanti un goccio di slivovitz, un manoscritto che rincorre i suoi sguardie poi, naturalmente, l’Amore. Quest’ultimo tema è presente in molte forme, tutte di grande rilievo, a mio avviso, perché Emilia è capace di amare, di concedersi, di proteggere e di prendersi cura di Altri. Perché l’Amore esiste, ne “Il Manoscritto” ma non aspettatevi nulla di sdolcinato o troppo mieloso: è un sentimento, a tratti doloroso, che ha generato solitudine, che aspetta il perdono. Insomma, un sentimento autentico, che ti lascia addosso riflessioni da elaborare.

Nel viaggio di Emilia, Trieste è uno sfondo che regala emozioni su emozioni. La protagonista, insieme ad alcuni personaggi di cui non vi svelerò altro, esplora luoghi a lei cari e, in molte occasioni, mi è sembrato di vedere gli scorci della città, il mare che diventa specchio per i palazzi storici, i Caffè che sono luoghi d’incontro, tra sapori e sguardi, e che generano momenti eterni.

“Il Manoscritto” è un’opera che racchiude una trama, tante possibilità, vite e destini che s’incontrano per restare, di parole scritte per non dimenticare ciò che è stato; di sfide e incoraggiamenti, di verità e bugie, di vicinanza e speranza.

E, infine, una nota sulla “penna”. Non ho mai negato quanto mi senta bene, tra gli scritti di Stefania Convalle: la sua capacità di accarezzare con decisione, di far vivere sentimenti sopiti ed emozioni autentiche, di narrare con sintesi e semplicità, è un talento che merita di essere sostenuto e promosso.

Si ringrazia l’autrice per il file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Stefania Convalle ha al suo attivo numerose pubblicazioni: romanzi, poesie, opere sperimentali a più mani e un manuale di scrittura. Tra i riconoscimenti più importanti, il Premio Giovani “Microeditoria di qualità”: nel 2017 con il romanzo “Dipende da dove vuoi andare” e nel 2018 con “Il silenzio addosso”; entrambe le opere sono state presentate nel programma “Milleeunlibro” di Rai Uno. Nel 2020 “Anime Antiche” si aggiudica il “Marchio della Microeditoria”.

Scrittrice, organizzatrice di eventi culturali, ha fondato il Premio Letterario “Dentro l’amore”. Writer Coach, Talent Scout, Stefania Convalle è anche editrice dal 2017, anno di fondazione della Edizioni Convalle, “una casa editrice col cuore d’autore”, come ama definirla.

Il sito dell’editore è: www.edizioniconvalle.com

“Il castello dei desideri” di Valentina Piazza, Panesi Edizioni.

Farina, latte, uova, crema, burro, liquori e granella di nocciola in dosi massicce: quali immagini evocano in voi, questi alimenti? Quali i ricordi e quanti i sorrisi che tornano a farvi compagnia? Qualcuno starà ricordando una ricorrenza di famiglia oppure un evento più intimo e personale. Un matrimonio, un battesimo, la pensione… una festa, insomma, una gioia che vorremmo tornare a poter vivere con la giusta serenità.

Se rivolgessi una domanda simile a un abitante di Lavagna e dintorni – provincia di Genova e limitrofi – sono certa che molti penserebbero alla “Torta dei Fieschi”, un’antica ricetta che si tramanda di generazione in generazione che vede il dolce protagonista della celebrazione del 14 agosto, un corteo che termina con un “gioco delle coppie”.

“Il castello dei desideri” di Valentina Piazza, edito da Panesi, è un romanzo rosa a tinte storiche ambientato proprio a Lavagna, in un antico maniero, affascinante e ricco di suggestioni.

Viola, la giovane custode tuttofare del castello, si trova a dover fare i conti con la cruda realtà del momento: i conti non tornano, i turisti sono in fuga verso altri lidi, e la proprietà viene ceduta: Valerio è l’acquirente.

La trama, come già si percepisce dalle prime battute dell’opera, gravita attorno al castello che è, a tutti gli effetti, un elemento protagonista e non solo una gradevole ambientazione di sfondo. Questa scelta rafforza la narrazione e la rende interessante anche perché l’autrice ha trovato il modo di nascondere una storia nella storia attraverso una serie di ombre e voci soffuse che tornano dal passato.

La narrazione è in prima persona e quest’alternanza di voci è una scelta che ho apprezzato perché rende il contesto più intimo, più raffinato. Il ruolo dei personaggi è ulteriormente impreziosito e il lettore si lascia ammaliare dalla semplicità (e dalle conoscenze storiche) di Viola, dalla simpatia di Cagliostro – un gatto molto speciale – e dalla sfrontatezza di Valerio.

L’ambientazione è stata costruita con grande impegno e l’abilità di tratteggiare un paesaggio fino a farlo diventare fulcro dell’opera è, in questo caso, un dato di fatto; la scrittura fresca, delicata, semplice e diretta è un ulteriore aspetto gradevole, che rende la lettura scorrevole.

Infine, il contesto storico del passato che torna nel presente per spiegare gli errori, le diseguaglianze, le sopraffazioni e gli abusi. Un passato che torna per versare luce sulle ombre del presente, per rendere giustizia, e per mantenere viva la tradizione di un tempo che, forse, tanto lontano non è.

Si ringrazia l’editore per l’invio diretto del file omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Valentina Piazza è nata il 4 giugno 1986 a Busto Arsizio, in provincia di Varese. Si è laureata all’Università degli Studi di Milano, a indirizzo Lettere moderne, con una tesi riguardante la storia dell’Inquisizione. Ha lavorato come insegnante di scuola dell’infanzia e come commessa in libreria per alcuni anni. Attualmente vive in provincia di Genova, è sposata e ha due bellissime bambine di cinque e tre anni. Da qualche tempo è mamma a tempo pieno e collabora con il blog “Romance non stop” per cui scrive recensioni. Ha moltissimi interessi tra cui il disegno, la fotografia e la scrittura. Ha pubblicato per la Literary Romance Tesoro di Scozia (2018) e Il canto degli abissi (2018); sono invece autopubblicati Raccontami della Scozia, Lo scozzese dei miei sogni, L’anima della spada e molti altri.

Sito internet della casa editrice: http://www.panesiedizioni.it

“Famiglie favolose” di Francesco Maddaloni e Guido Radaelli,Salani Editore – #boodkids

Qualche volta penso a come sarebbe bello ritornare bambini e riprendersi un po’ di quella spensieratezza mista a libertà che, crescendo e per ovvio motivi, si perde lungo la strada. Già… la strada che percorriamo non è quasi mai quella che ci siamo immaginati e, a volte, ci troviamo davanti a salite, decisioni, errori e ingiustizie. Se potessi tornare bambina, mi prenderei per mano e mi direi che a tutto si può rinunciare, – o almeno ci si può provare – ma non al coraggio.

Il coraggio è come il DNA: non puoi farne a meno perché, altrimenti, non saresti più tu. E infatti, sarebbe bello – in un mondo utopico– che del coraggio se ne facesse una materia scolastica, se non addirittura una specializzazione o un master.

Leggere “Famiglie favolose” di Francesco Maddaloni e Guido Radaelli, edito da Salani, mi ha convinta di quanto importante sia la forza d’animo, ancor più adesso, in quest’epoca storica che rischia di diventare un buco enorme dal quale potrebbe essere molto difficile uscire.

Quest’opera si prefigge l’infanzia, come target, ma a mio modesto parere, è una lettura che ha il potere di coinvolgere completamente gli adulti che si addentreranno in essa. “Famiglie favolose” è, infatti, uno di quei libri che vanno narrati, tra le cui pagine gli occhi (quattro consigliati, o anche più) vanno in cerca dell’illustrazione più ricca, più divertente. È un libro “d’insieme” perché nutre e ti offre domande che prima o poi sai che dovrai affrontare e, soprattutto, spiegare.

In aggiunta, la scelta degli autori di affidare la narrazione a personaggi tratti dal mondo animale avvalora il tema della comunità, del rispetto, della diversità, dell’orgoglio, del bisogno di appartenenza e della generosità sui quali poggia l’opera, in aggiunta al coraggio, di cui si è già parlato. Mirtilla, Carlos e Fernando, Pinky, Milo, Susie e Alberta, Ciro, Amani sono le colonne portanti di famiglie straordinarie dove l’amore è ovunque.

Una nota, infine, sulle illustrazioni che sono state affidate a penne “favolose”.

Si ringrazia l’ufficio stampa per il file lettura in omaggio.

Breve nota biografica degli autori:

Guido Radaelli si occupa di marketing e comunicazione. Negli ultimi dodici anni ha lavorato tra Milano, Parigi e New York inseguendo la sua grande passione: dare vita a idee che ancora non ci sono.
Non sa cucinare, ma apprezza chi lo fa. È cintura nera in composizioni di fiori e forse un giorno avrà un giardino in cui coltivarli.

Francesco Maddaloni è un giornalista e autore televisivo. Tra le altre produzioni nel 2018 ha lavorato come autore per la docu-serie di LaEffe Love me gender, che ha esplorato i temi dell’identità di genere e delle famiglie non-convenzionali in Italia. Francesco ama suonare il piano e cucinare. E sogna non troppo segretamente di avere un cane di nome Giasone.

Il sito della casa editrice è: http://www.salani.it

“Nonna, mi spazzoli i capelli?” di Adelia Rossi, Edizioni Convalle.

Un libro è un oggetto diverso da qualsiasi altro perché, a differenza di tutto ciò che è statico, esso è costruito attorno a un’anima. Anche il genere letterario più lontano da qualsiasi sentimentalismo racchiude al suo interno un nucleo pulsante che sostiene, narra, e che gioca con le emozioni.

“Nonna, mi spazzoli i capelli?” di Adelia Rossi, una delle ultime novità di Edizioni Convalle, è un valido esempio di libro-con-anima, il cui nucleo pulsa, vibra.

Iniziamo dal titolo, nel quale il lettore trova già moltissimo: una storia densa di intimità e ricordi, e un richiamo a uno scambio generazionale che incuriosisce.

La trama è stata costruita su una base attuale e un passato che torna –con  delicatezza – nel presente, attraverso le parole scritte in un diario. Questa scelta è un ulteriore affondo nell’intimità di un rapporto familiare unico, molto difficile da spiegare e da narrare: il legame tra nonna e nipote.

Il tema del rapporto familiare in questione non è uno dei più semplici, in narrativa. Questo perché la complessità del rapporto che si instaura tra nonni e nipoti può far cadere l’autore nel tranello della banalità o del prevedibile.

Adelia Rossi, invece, è riuscita nell’intento di far emergere consapevolezza, forza, determinazione e amore, con una semplicità disarmante: il risultato è un’opera che stringe sul nucleo centrale e allarga i sentimenti e coinvolge i personaggi che, avvolti da una bolla di cambiamenti, si lasciano attraversare, stupire, condurre.

Anche nella scelta dei nomi, l’autrice insiste sul legame: Matilde è il nome della nonna (che tutti chiamano Tilde) e della nipote, quest’ultima protagonista attiva del romanzo. Un nome che unisce, che resta, che non ti dà scampo e che, come ricorda Giovanna Agata Lucenti nella sua gradevole prefazione, la giovane ritiene una sfortuna. Questo accade prima, in quelle poche battute d’inizio, nell’incipit, per usare un termine tecnico. Ma basta poco, il tempo è un attimo e porta con sé un uno stravolgimento di convinzioni col quale tutti dovranno fare i conti.

La prima è proprio Matilde (la giovane, per capirci). Le domande le cadono addosso come una cascata e lei vaga in cerca di risposte, nei tanti scritti che la nonna le ha lasciato: ci sono i ricordi di una vita, l’amore, il desiderio, i consigli e quella verosimiglianza che non conosce età. Perché è vero… i tormenti non scadono. Matilde legge, ma non come leggerebbe un romanzo o un saggio qualunque. Legge perché ne ha bisogno e perché si rende conto che il rapporto con sua nonna non è stato come avrebbe voluto. Si nasconde tra le righe e cerca passi, ricordi, immagini di un luogo che le è caro, come lo è stato per Tilde: il Friuli.

C’è Elsa, l’amica della nonna, la cui stranezza ha innescato discussioni familiari, in passato. Elsa, una donna fragile ma leale, l’amica che ognuno dovrebbe avere: non ci pensa due volte a sfornare caffè e torte di mele per sostenere Matilde nel suo lento vagare in cerca di sé stessa.

C’è Teresa, la nuora. Un personaggio enigmatico, destabilizzante, addensato di ombre e dubbi, in principio, che, davanti a una bevanda agli agrumi e a una tavola imbandita, inizia a capire che non c’è nulla da temere.

E, infine, Aldo. Figlio, padre, marito. L’uomo che lega, conserva, amministra i rapporti. Lui che perde e ritrova, che si spinge sempre più in là per non dimenticare e per restare ancorato alla famiglia.

“Nonna, mi spazzoli i capelli?” è una lettura viva, che gratifica il lettore grazie al ritmo delicato della narrazione. Un ritmo intimo ed equilibrato che dimostra un’ottima capacità di scrittura dell’autrice.

Si ringrazia l’editore per l’invio del file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Adelia Rossi nasce a Gemona del Friuli il 2 febbraio 1949. Giovanissima, si trasferisce a Milano. La lotta per i diritti in genere e quelli della donna in particolare, la vedono sempre in prima linea. Partecipa a vari concorsi piazzandosi spesso tra i primi posti e ottenendo varie note di merito. Oltre alla poesia, ama confrontarsi con la narrativa, soprattutto quella per ragazzi. Sempre in fermento, alterna questa sua passione a quella del teatro e non disdegna nemmeno il cabaret che la vede spesso in scena da protagonista. Nutre un forte sentimento verso tutti gli animali, ma sono i felini che riempiono la sua esistenza. Da qualche anno è tornata a vivere a Bordano in Friuli, sua terra natia. “Nonna, mi spazzoli i capelli?” è la sua prima opera di narrativa.

Il sito della casa editrice è: http://www.edizioniconvalle.com

“Scrivere – Alla ricerca di sé e del proprio stile” di Stefania Convalle, Edizioni Convalle.

Professione scrittore.

Un articolo con un titolo simile – o sottotitolo –  evoca un ventaglio di possibilità, scelte, idee, prove e fallimenti. Oltre che abitudini, impegno, dedizione, ispirazione, dettagli e tecniche.

È proprio tra le tecniche di scrittura che ci porta Stefania Convalle col suo ““Scrivere –  Alla ricerca di sé e del proprio stile” pubblicato dall’omonima casa editrice.

Sì, si tratta di un manuale, avete inteso bene. Ma non è un freddo e calcolato testo regolativo, nemmeno uno scrigno aperto su un tesoro. Questo volume di appena centoventipagine è una lavorazione artistica che propone una direzione, un percorso, consigli pratici alternati a esercizi. Ci sono l’autrice e l’editore che si fondono in una sola competenza; c’è il suggerimento furbo; c’è l’ironia dell’autrice e l’uso del cibo che, come sempre sostengo, è uno dei mezzi di comunicazione più efficaci di sempre.

Ecco un esempio. Siamo alla pagina numero settantuno e l’autrice sta affrontando la “bestia nera” degli editori: gli avverbi.

“… Se infarcirete la vostra narrazione di parole che finiscono in mente, il risultato sarà un appesantimento pari a una cena a base di brasato con la polenta a ferragosto…”

Chiaro, no?

“Scrivere –  Alla ricerca di sé e del proprio stile” è un manuale autentico, vivo, pulsante, perché tra i tanti suggerimenti che l’autrice propone ce n’è uno che resta fondamentale e che si ripete, fino alla fine: l’unico modo per scrivere – davvero – è ascoltare la propria anima. Mettersi a nudo, insomma, senza timori, senza vergogna.  

Si ringrazia l’autrice per l’invio del libro cartaceo in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Stefania Convalle ha al suo attivo numerose pubblicazioni: romanzi, poesie, opere sperimentali a più mani e un manuale di scrittura. Tra i riconoscimenti più importanti, il Premio Giovani “Microeditoria di qualità”: nel 2017 con il romanzo “Dipende da dove vuoi andare” e nel 2018 con “Il silenzio addosso”; entrambe le opere sono state presentate nel programma “Milleeunlibro” di Rai Uno. Nel 2020 “Anime Antiche” si aggiudica il “Marchio della Microeditoria”.

Scrittrice, organizzatrice di eventi culturali, ha fondato il Premio Letterario “Dentro l’amore”. Writer Coach, Talent Scout, Stefania Convalle è anche editrice dal 2017, anno di fondazione della Edizioni Convalle, “una casa editrice col cuore d’autore”, come ama definirla.

Il sito della casa editrice è: http://www.edizioniconvalle.com

“Io non dimentico – Le indagini del detective Lynda Brown” di Marcella Nardi, Amazon Self Publishing.

Qualche settimana fa si è celebrata la Giornata Mondiale della Famiglia e, come d’abitudine ormai, il tema è diventato virale, oggetto di articoli stampa e post all’interno dei social, corredati da foto e simpatiche didascalie. Un po’ troppo? Forse. La famiglia è il concetto più arcaico che l’uomo abbia inventato: l’affettività e il sostegno, il bisogno di appartenenza e di confidenza sono i fondamenti che non passeranno mai di moda. Famiglia è famiglia. A me piace pensarla in questo modo.

Leggere “Io non dimentico – Le indagini del detective Lynda Brown” l’ultima fatica letteraria di Marcella Nardi, pubblicato come sempre con la piattaforma Amazon, mi ha condotta in una ulteriore riflessione sull’importanza della famiglia e su ciò che, troppo spesso, tendiamo a giudicare.

Andiamo con ordine, però.

Inizio con una nota di merito. Tutti i romanzi di Marcella Nardi sono strutturati su una trama complessa (come è giusto che sia, visto il genere). L’autrice presenta i personaggi attraverso uno schema iniziale e, nel corpo del romanzo, i capitoli sono ulteriormente sottotitolati da luogo e orario. Difficile perdersi e, invece, gradevole restare ancorati ai passaggi temporali e al ritmo incalzante degli eventi.

Nello specifico, la trama di quest’opera è stata creata attorno a una serie di brutali omicidi che hanno coinvolto uomini e donne apparentemente slegate tra loro: l’abilità di Lynda Brown è, dunque, richiesta per studiare i casi e fermare il colpevole. La protagonista è di origini statunitensi, è da poco in pensione, dovrebbe gustarsi il tempo ritrovato e dedicarsi alla famiglia (ha una nipote di pochi mesi), ma il senso del dovere e di giustizia vince e l’indagine le resta incollata addosso, senza scampo. Lynda torna a collaborare con la giovane Isabella, una figura, anch’essa, costruita con grande abilità: in principio potrebbe sembrare una spalla, invece è una partner di tutto rispetto che, nel corso degli eventi, convince.

L’ambientazione che l’autrice ha scelto è il Lazio: gli eventi si svolgono tra la Capitale e alcuni paesi della provincia. Gli spostamenti dei personaggi sono agevolati dallo schema già citato in principio.

La scelta del contesto gastronomico è un altro punto a favore. L’autrice ha scelto di bilanciare le abitudini italiane e quelle americane: ci sono le colazioni a base di cappuccino e croissants salati o caffè e omelette; la pizza che sa essere irresistibile e motivo di indagine; confezioni di arachidi che rendono l’aria “elettrica” e un pesto che sprigiona profumo di casa.

Marcella Nardi scava e porta alla luce molti temi valevoli di approfondimenti e riflessioni. C’è il conflitto di essere donna-madre-lavoratrice e quell’equilibrio per cui tanto ci affanniamo: domande e dubbi, tentativi e fallimenti, tipici dell’essere donna. C’è il senso del dovere che spinge con determinazione le azioni degli uomini e il senso di giustizia che non è da meno; c’è la brutalità e la violenza, l’impotenza e l’amarezza, la spietatezza e la solitudine. C’è l’amore, naturalmente, ed è un sentimento maturo e pronto, perché consapevole. E infine, c’è quel bisogno di famiglia, di casa, di calore e rispetto che, come una polvere fine, l’autrice ha sparso un po’ ovunque. La famiglia come fulcro, come nido, come nucleo, come valore per cui vale la pena lottare. Sempre.

Breve nota biografica dell’autrice:

Marcella Nardi nasce nel ridente borgo Medievale di Castelfranco Veneto. Si laurea in Informatica, campo in cui lavora per ventidue anni, tra Segrate e Milano. Nel 2008 si trasferisce a Seattle, USA, dedicandosi all’insegnamento dell’italiano, alle traduzioni tecniche e alla scrittura di romanzi. Molte sono le sue passioni: la Storia antica e medievale, la fotografia, i viaggi, la lettura, il modellismo storico e, soprattutto, l’amore per la scrittura di romanzi. Come amante di romanzi gialli e di Medioevo, Marcella si è classificata al terzo posto, nel 2011, al concorso “Philobiblon – Premio letterario Italia Medievale” con uno dei sei racconti che hanno dato vita al suo primo libro, un’antologia, dal titolo di “Grata Aura & altri gialli medievali”, la cui prima edizione si chiamava “Medioevo in Giallo”. Nel dicembre 2014 ha vinto il Primo Premio al concorso “Italia Mia”, indetto dalla Associazione Nazionale del Libro, Scienza e Ricerca, con un racconto ambientato a Gradara. Continua a scrivere e dal 2013 ha al suo attivo oltre 15 pubblicazioni. Ha creato una serie poliziesca di 6 romanzi, in cui la detective è proprio lei: quasi lo stesso nome e con le sue stesse caratteristiche, fisiche e caratteriali. Ha anche creato una nuova serie di genere Legal thriller, ambientato a Seattle, USA. Il titolo del primo romanzo di questa collana è “Morte all’Ombra dello Space Needle”.

Marcella Nardi ha anche scritto un romanzo mystery/storico dal titolo “Joshua e la Confraternita dell’Arca”. Ha scritto anche un paranormale, un romance/erotico e alcuni racconti.

 Il suo sito web ufficiale è: www.Marcellanardi.com

La sua pagina autore su Amazon è: Marcella Nardi su Amazon.it: libri ed eBook Kindle di Marcella Nardi

La sua bacheca Facebook è: https://www.facebook.com/Marcella.nardi.5

Il suo gruppo di Cultura e Libri: https://www.facebook.com/groups/Marcella.nardi.scrittrice/

Il suo gruppo per gli autori INDIE: https://www.facebook.com/groups/Marcellaeilsuoamoreperilibri/

Si ringrazia l’autrice per il file di lettura in omaggio.

“Storia di Claire” di Barbara Chinello, Panesi Edizioni.

“… La vita troverà il modo di aggiustare le cose, diceva mia nonna quando gli eventi non seguivano i suoi piani…”

Ho scelto questa citazione, per iniziare l’articolo di oggi, non a caso. La perfetta organizzazione, l’incastro di eventi e la strategia sono, infatti, un tema che mi fa sempre dubitare e meditare. Quando mi imbatto in riflessioni simili, trovo conferma circa l’insorgere dei miei dubbi, una sorta di giustificazione a ciò che alcune letture suscitano.

La vita non è una perfetta pianificazione di orari e giorni, modi e tempi, stagioni e cicli. L’esistenza non è un territorio pianeggiante dal quale vedere l’orizzonte limpido, sempre e da ogni angolazione. Forse l’uomo ha creduto di poter dominare il destino, di poterlo deviare o adattare a sé, e forse, tutti questi meccanismi logici non hanno mai tenuto conto di ciò che è, invece, illogico. MI riferisco agli altri e agli eventi che ci circondano e che, ci piaccia o no, influiscono sulle nostre scelte e modificano le nostre direzioni.

“Storia di Claire” di Barbara Chinello, pubblicato da Panesi Edizioni, è un romanzo che ha usato questo principio come nucleo-trama.

Siamo in un’epoca moderna e la giovane Amanda (una scrittrice svizzera in preda al classico vuoto narrativo) deve affrontare la fine di un amore e la perdita della madre. Un principio emotivo famoso, in letteratura, qui narrato con una penna delicata che, nel primo capitolo, annuncia qualcosa che verrà, qualcosa che sarà ancora più interessante.

Amanda si trova, infatti, ad affrontare un passato che le è stato nascosto, un trascorso che riguarda la sua famiglia e lei, di conseguenza:  il tutto ha inizio con un confortante tè all’inglese e il racconto di una lunga storia d’amore.

Barbara Chinello, attraverso una scrittura romantica e ricca di particolari descrittivi, accompagna il lettore nella seconda guerra mondiale, nel triangolo Inghilterra – Francia – Germania (con uno sguardo verso la Svizzera) dove la brutalità e la crudeltà si fondono insieme ai personaggi.

C’è Edward, un giovane militare, che osserva gli schizzi di champagne sulla sua uniforme e s’innamora; c’è Gertrude che coltiva piante per creare decotti abili a curare anime e ferite; c’è Nadine che, per curare, usa il brodo di pollo. C’è Friedrich, ufficiale tedesco inviato a Lione che partecipa a cene d’obbligo, ma che, quando s’innamora prova il gusto di sedersi a tavola e gustare uno stufato di manzo, un gratin di patate e formaggio e una fetta di torta di mele.

C’è lei, la protagonista, la giovane Claire, che vede i suoi sogni di moglie svanire e che decide di partire per la Francia del Sud, per curare i malati e sfidare la paura. Claire che ha accettato un matrimonio combinato da amore e fiducia; che conosce il senso del dovere pur appartenendo a una famiglia benestante; che soffre e si rialza; che piange e ama, con la stessa intensità.

“Storia di Claire” racconta gli anni bui della guerra affidando un ruolo fondamentale alle donne: molte sono le figure che intervengono a sostegno della resistenza, che sfidano il terrore e le ingiustizie, ciascuna con una forte personalità, ciascuna con la sua emotività. Ci sono, inoltre, i segreti, i silenzi, le deviazioni, le bugie, le ingiustizie, le fortune, le incomprensioni, le speranze, l’amicizia e la solidarietà. Tutti componenti usati con cura ed equilibrio che permettono di leggere con fluidità. Tutti elementi che, abbinati a una buona trama, permettono di ritrovare quelle riflessioni in premessa che, soprattutto sul finale, ti fanno dire che è davvero “la vita ad aggiustare le cose”.

Si ringrazia l’editore per l’invio diretto del file omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Nata a Piove di Sacco (PD) nel 1980, Barbara Chinello ha lavorato per alcuni anni come educatrice di asilo nido. Ora è mamma a tempo pieno. Storia di Claire è il suo romanzo d’esordio.

Sito internet della casa editrice: http://www.panesiedizioni.it

Novità in arrivo – #boodnews

Cari lettori,

ho il piacere di presentarvi, in anteprima, un libro che sta per uscire.

Si tratta di una nuova indagine ideata dall’infaticabile Marcella Nardi, dal titolo “IO NON DIMENTICO”.

Ecco a voi la breve sinossi:

UN’INDAGINE AD ALTA TENSIONE che vi catturerà fino alle battute finali.

Un POLIZIESCO ambientato a Roma. La seconda indagine di una DETECTIVE dalla mente acuta: LYNDA

BROWN.

– Quali terribili segreti si celano tra i borghi della provincia romana?

– Perché proprio in quei luoghi un killer ha brutalmente assassinato delle coppie, riservando un rito macabro alle donne?

– Può un’infanzia sofferta trasformare un bambino in un adulto ossessionato da feroci istinti omicidi?

– Lynda Brown risolverà questo caso intricato?

– Ciò che Lynda Brown, un’americana trapiantata a Roma da oltre vent’anni, scoprirà, le lascerà l’amaro in bocca e un forte senso di disincanto, ma resterà sempre con la profonda convinzione di continuare a lottare per il trionfo della Giustizia.

Non vedo l’ora di tuffarmi in quest’avventura.

Keep in touch, a breve ne sapremo di più.

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