Post in evidenza

“La Fiamma della Vendetta” di Marcella Nardi.

“… Joe fu tentato di dirle che le strade di Los Angeles non erano lastricate di oro, ma di scatole di cartone.”

Che differenza c’è tra un sogno e una possibilità? Il sogno è un fenomeno attribuibile a una visione, a un’illuminazione e a un insieme di immagini che spingono l’Uomo verso un futuro nel quale egli vorrebbe vivere. La possibilità è, forse – e sottolineo, forse – una percezione più realistica di una visione che, in seguito a una catena di eventi, potrebbe avere luogo. Questa è la mia opinione, a riguardo, ma non vi nego che ho molti dubbi, circa la differenza sostanziale dei due concetti. Un sogno può diventare una possibilità? E, se sì, cosa siamo disposti a sacrificare per concede una possibilità al nostro sogno?

Quest’ultima domanda mi è apparsa più volte, durante la lettura dell’ultima opera di Marcella Nardi, dal titolo “La Fiamma della Vendetta”, con protagonista l’ormai famoso avvocato Joe Spark. La trama di questo Legal Thriller inizia con un incendio che si sviluppa nel laboratorio di Connor Bradley, il tatuatore di origini irlandesi amico di Joe, e prosegue con una serie di incidenti, tra i quali appaiono affascinanti donne che colpiscono Joe, non solo per la loro bellezza. Chi ha già letto in passato le avventure dell’avvocato di Seattle ritroverà – con piacere – la sua arguzia e l’attenzione che egli pone nei casi in cui si imbatte nonché la sua umanità che, insieme al bisogno di giustizia, lo hanno reso una vera icona. Ancora una volta, Marcella Nardi porta il suo protagonista in un viaggio dentro sé, tra i suoi ricordi, nei sentimenti che vorrebbe archiviare una volta per tutte ma che, purtroppo, gli resteranno addosso, in questo romanzo e forse, come accade nella vita reale, per sempre.

La citazione che ho tratto dal libro è all’interno di uno dei passaggi chiave, che non vi svelerò. Tuttavia, rappresenta un concetto che, come ho scritto poc’anzi, mi ha colpita moltissimo. Marcella Nardi vive negli Stati Uniti e la serie legata alle indagini di Joe Spark è ambientata a Seattle. Tale ambientazione racconta, seppur qualche volta in modalità nascosta, la società reale. L’America e il sogno che essa rappresenta, l’immigrazione che è stata – ed è ancora – un viaggio verso un futuro migliore, il taglio col passato, il voler migliorare la propria condizione economica e sociale. “La Fiamma della Vendetta” mi è piaciuto anche per questa ragione: non è solo un romanzo giallo. Io ho vissuto questa lettura come un mezzo per riflettere sul cambiamento, sul sogno di una vita migliore e sui mezzi che, qualche volta, l’Uomo usa per raggiungere il suo fine, su chi sia davvero la vittima e chi il carnefice, su quanto conti – davvero – il bisogno di trovare il proprio posto, in relazione al contesto in cui si vive, in cui si cresce.

Infine, come non citare le abitudini di Joe che convincono sempre e che delineano ulteriormente la sua personalità. Mi riferisco ai boccali di birra e i pranzi abbondanti che non si nega mai, ai sandwich della pausa pranzo, al caffè che, all’occorrenza, sa creare intimità e all’immancabile Johnnie Walker che crea l’atmosfera per le confidenze.

Consiglio di lettura: leggete “La Fiamma della Vendetta” se avete voglia di abbinare un buon giallo a una serie di considerazioni sulla società moderna.

Si ringrazia l’autrice per il file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Marcella Nardi nasce nel ridente borgo Medievale di Castelfranco Veneto. Si laurea in Informatica, campo in cui lavora per ventidue anni, tra Segrate e Milano. Nel 2008 si trasferisce a Seattle, USA, dedicandosi all’insegnamento dell’italiano, alle traduzioni tecniche e alla scrittura di romanzi. Molte sono le sue passioni: la Storia antica e medievale, la fotografia, i viaggi, la lettura, il modellismo storico e, soprattutto, una grande fantasia nella stesura di romanzi. Come amante di “gialli” e di Medioevo, Marcella si è classificata al terzo posto, nel 2011, al concorso “Philobiblon – Premio letterario Italia Medievale” con uno dei sei racconti che hanno dato vita al suo primo libro, un’antologia, dal titolo di “Grata Aura & altri gialli medievali”, la cui prima edizione si chiamava “Medioevo in Giallo”. Nel dicembre 2014 ha vinto il Primo Premio al concorso “Italia Mia”, indetto dalla Associazione Nazionale del Libro, Scienza e Ricerca, con un racconto ambientato a Gradara. Nel 2022, a novembre, Marcella conquista un altro importante traguardo: Riconoscimento Speciale per il genere Legal Thriller alla XII Edizione del Premio Internazionale Navarro.

Continua a scrivere e dal 2013 ha al suo attivo oltre 15 pubblicazioni. Ha creato due serie poliziesche: “Le indagini del commissario Marcella Randi” (6 romanzi in cui la detective è proprio lei: quasi lo stesso nome e con le sue stesse caratteristiche, fisiche e caratteriali) e “Le indagini del detective Lynda Brown” (2 romanzi). Ha anche creato una serie di genere Legal thriller, ambientato a Seattle, USA: “Le indagini dell’avvocato Joe Spark”. Sulla scia dei mitici “gialli per ragazzi” degli anni ’60 e ’70, ha dato vita a una serie di Gialli Young Adult: “Le indagini di Étienne e Annabella”, dove due studenti universitari si cimentano a fare i detective.

Marcella Nardi ha anche scritto un romanzo mystery/storico dal titolo “Joshua e la Confraternita dell’Arca”, un paranormale, un romance/erotico e alcuni racconti. Si e’ anche cimentata in un riuscitissimo Spionaggio/Thriller & Suspense, dal titolo “Virus – Nemico Invisibile” e la quinta indagine dell’avvocato Joe Spark, dal titolo “Tutto Torna”.

Il suo sito web ufficiale è: www.marcellanardi.com

La sua pagina autore su Amazon è: Clicca qui

La sua bacheca Facebook è:

https://www.facebook.com/Marcella.nardi.5

Il suo gruppo Facebook di Cultura e Libri:

https://www.facebook.com/groups/Marcella.nardi.scrittrice/

Post in evidenza

“Stradario aggiornato di tutti i miei baci” di Daniela Ranieri, Ponte alle Grazie.

“ … l’anticipo e la fretta si sono impressi in me come su ceralacca: sono il codice, la parola d’ordine con cui affronto tutte le vicende che mi riguardano (dire che le affronto è impreciso, esagerato: il più delle volte le patisco, talvolta le schivo).”

“Continuiamo a innamorarci, nonostante siamo già stati delusi, nonostante abbiamo detto «mai più», come il Giappone, la Norvegia e l’Islanda continuano a cacciare le balene benché sia vietato dal 1986.” Citazioni tratte dal libro.

Sono rimasta sospesa, per qualche istante, davanti a tre parole consecutive e semplici, che nascondono, però, un potere cognitivo straordinario. “Continuiamo a innamorarci” scrive Daniela Ranieri nel suo “Stradario aggiornato di tutti i miei baci” edito da Ponte alle Grazie e candidato al Premio Strega 2022: una semplificazione, questa, che apre significati che non puoi evitare. Perché continuiamo a innamorarci? Perché l’essere vivente è così profondamente legato all’amore, se questo, talvolta, sa essere una costante forma di delusione, sacrificio e impedimento? Perché continuiamo a perderci nelle pieghe dell’amore e nelle sue conseguenze spesso incomprensibili?

Daniela Ranieri usa la forma diaristica, ma non ordinata in senso temporale, per condurre il lettore nel suo mondo, nella sua quotidianità, nella sua personale narrazione di amore –  relazione – affettività con una penna ironica e pungente. Una scrittura, quella dell’autrice, ampia, descrittiva, metaforica, originale: ho amato i doppi punti ripetuti all’interno della stessa frase, una sorta di marcatura e connessione delle informazioni e quel modo di stravolgere la scrittura, rendendola uno specchio della realtà.

Nel suo scrivere, l’intensità delle relazioni e dell’affettività si spande come un profumo nell’aria: per tutta la durata delle quasi settecento pagine, il lettore si trova dentro, accerchiato, impossibile uscire perché le vicende e le sensazioni hanno il sapore imperfetto della realtà ed è piacevole ritrovarsi nelle tante verità che l’autrice ha scritto.

C’è tutto, in questo libro-esperienza: il rapporto con il partner, la società, l’immagine della periferia, l’arte, la letteratura, la religione, la solitudine, la socializzazione, l’ansia, la salute, l’amicizia, gli amici a quattro zampe, un’analisi precisa e originale dei profumi (con tanto di nome brand) e molto altro ancora. L’ironia, come già anticipato, è una compagnia costante che rende piacevole – e ancora più autentica- la narrazione.

E per arricchire ulteriormente il viaggio, c’è un racconto culinario di grande valore, che accompagna le sue avventure e gli incontri, non sempre fortunati ma, proprio per questo, diventati a pieno titolo protagonisti del libro: la minestra di cereali viene analizzata nel suo profondo; il cioccolato è una consolazione; i vini del Carso supportano in viaggio a Trieste, profumi di rosmarino e menta impregnano una serata inaspettata. Questi sono solo alcuni elementi, citarli tutti servirebbe solo a confondere…

Confermo quanto pubblicato sulla quarta di copertina: “Stradario aggiornato di tutti i miei baci” è un libro “caustico, labirintico ad alta definizione: il ritratto lirico e ironico di una donna alle prese con l’amore e altri disguidi nel mondo e della Storia. Il capolavoro di una scrittrice d’impareggiabile maestria”.

Consiglio di lettura: leggete “Stradario aggiornato di tutti i miei baci” quando avete bisogno di una boccata d’aria o quando avvertite quel peso grave che opprime la vostra quotidianità e i vostri rapporti interpersonali.

Si ringrazia Matteo Columbo dell’ufficio stampa per la copia lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Daniela Ranieri, dopo gli studi di Antropologia culturale, ha conseguito un dottorato in Teoria e ricerca sociale. Ha scritto Tutto cospira a tacere di noi (2012), AristoDem. Discorso sui nuovi radical chic (2013) e Mille esempi di cani smarriti (2015), tutti per Ponte alle Grazie. Giornalista, scrive di politica e di cultura sul Fatto Quotidiano.

Post in evidenza

“A caccia dell’Albero della Vita – Un viaggio spirituale nelle tradizioni del giardino” di Maria Teresa De Donato e Anneli Sinkko.

 “Ci riferiamo alla Bibbia, che comprende il cosiddetto Vecchio e Nuovo Testamento e che molti considerano essere la parola inspirata da Dio. Qualunque sia il vostro approccio ad essa, vi invitiamo ad accettarla almeno come documento storico che può essere usata come una mappa per trovare una direzione mentre andremo A caccia dell’Albero della Vita”. Citazione tratta dal libro.

È stato il titolo. Non sempre succede, è vero, anche perché non sono solita fermarmi in superfice, quando scelgo i libri che vi propongo. Tuttavia, stavolta è stato diverso. Trovarsi davanti “A caccia dell’Albero della Vita” ha messo in moto una curiosità che volevo saziare. Ho iniziato, dunque, questa lettura in compagnia delle mie domande, certa che, durante la lettura altre ne sarebbero sorte.

Ho già avuto modo, in passato, di leggere la scrittura precisa e professionale di Maria Teresa De Donato e, invece, non ho mai avuto modo di incontrare quella di Anneli Sinkko, ma l’idea di entrare in questa simbiosi mi incuriosisce, ulteriormente.

Nel testo, incontro subito una particolarità. Le pagine dei riconoscimenti, delle note e delle biografie delle autrici aprono la lettura: un bel modo di introdurre l’opera al lettore che, a questo punto, ha già qualche risposta in tasca. Quando leggo “Abbiamo trascorso vari mesi in un giardino. Questo percorso è stato entusiasmante e difficile” mi viene spontaneo annuire: è facile immaginare il contrasto di sensazioni che l’entusiasmo e la sfida hanno generato – in egual misura, mi auguro – durante lo studio e, forse, anche nelle fasi successive.

Entrando nel vivo dell’opera, per la quali mi limiterò a un’osservazione generale senza svelare i tanti – tantissimi – concetti trattati, mi torna alla mente un’altra frase che ho letto e che riguarda la diversità di atteggiamento nei confronti della vita – e delle domande che in essa esistono –  che le autrici hanno citato: è uno spunto molto interessante, soprattutto perché siamo davanti a un’opera generata da due persone che, pur avendo certamente qualcosa in comune, hanno due menti, due anime e due cuori. Ognuno ha il suo ruolo, il suo vissuto, il suo essere. Questo messaggio mi rincuora e mi rinvigorisce, vista la moda che ci vorrebbe sempre più standardizzati e programmati.

La lettura prosegue e le analisi diventano fitte: le leggende, le religioni, la spiritualità, la realtà, le visioni, l’immortalità e la vita eterna, la scienza, la specie umana e le sue origini, le tradizioni, la linguistica e la filologia, i simboli e le allusioni, la saggezza, la libertà di scegliere tra il Male e il Bene, i sacrifici… giusto per citarne alcune. Mi colpisce anche lo studio svolto sull’etimologa dei termini e l’uso dei verbi, nei testi che le autrici hanno preso in esame.

Le fonti citate sono numerose, tutte elencate in maniera scrupolosa ed esauriente a piè pagina e in una nota finale e questo evidenzia lo studio della materia e il rispetto nei confronti dei testi in analisi e tutto porta alla domanda che si cela nel titolo: la ricerca dell’Albero della Vita.

Leggere questo testo non è facile, e non è una lettura immediata. C’è stato un impegno evidente, da parte delle autrici, di semplificare il più possibile il tema proposto per rendere la lettura più agevole e, certamente, più interessante. In una nota, si evince che “A caccia dell’Albero della Vita” è la somma della “scrittura di Maria Teresa De Donato e del materiale usato nella tesi di Master John 18-20 and the Garden Traditions: A Literary and Theological Reading del Reverendo Anneli Sinkko”. Mentre leggo, un altro messaggio edificante mi rincorre: lo studio può diventare un momento di condivisione e altruismo cognitivo, pur essendo, per sua natura, un’attività solitaria.

Non sono solita concludere i miei articoli con citazioni tratte dal libro stesso, ma stavolta, e in considerazione delle numerose riflessioni che hanno spinto le autrici a pubblicare, farò un’eccezione. E sono ben due – come due sono le autrici – le citazioni che vi propongo e che, spero, generino in voi una sana riflessione, soprattutto oggi, in questo presente che è sempre più coperto da fitte ombre che vogliono oscurare le nostre vite.

“… ci auguriamo che, a prescindere da quale sia il vostro credo spirituale e/o religioso, possiate concentrarvi, apprezzare e valutare il messaggio universale rivolto all’Umanità così come tutte le somiglianze e comunanze presenti in tutte le religioni che possono aiutarci a costruire insieme e ad accettare, possibilmente, di superare le nostre differenza, i nostri contrasti e i motivi che ci separano.”

Tuttavia, riteniamo che la libertà creativa porti anche all’indipendenza. E a volte l’indipendenza è la libertà dei confini. Nel creare gli esseri umani Dio ha dato loro la possibilità di resistere o non resistere alla tentazione. Diventa una questione di scelta.”

Si ringrazia Maria Teresa De Donato per il file lettura in omaggio.

Nota biografica delle autrici:

Dr.ssa MARIA TERESA DE DONATO

Romana di nascita, dopo aver studiato lingue straniere e giornalismo in Italia, si è trasferita negli USA dove vive da oltre 27 anni ed ha ultimato i suoi studi giornalistici presso l’American College of Journalism e conseguito cum laude le lauree Bachelor, Master e Dottorato di Ricerca in Salute Olistica presso Global College of Natural Medicine, specializzandosi in Omeopatia Classica ed in principi di Ayurveda e Medicina Tradizionale Cinese.  Un’appassionata blogger, dal 1995 ad oggi ha collaborato con varie riviste, giornali e periodici in qualità di giornalista freelance. Scrittrice eclettica, olistica e multidisciplinare è anche autrice di numerose pubblicazioni, tra cui due romanzi. I suoi libri sono disponibili su tutti i canali di distribuzione Amazon, librerie incluse.

Dr.ssa ANNELI SINKKO (Ministro di culto/Reverendo in pensione)

Madre e nonna di origine finlandese, vive a Brisbane, Australia. Conosciuta anche come Talatala dai suoi amici nelle Fiji e Auntie (Zietta) dagli Aborigeni australiani si è formata nella Chiesa luterana, prima in Finlandia e poi in Australia, divenendo poi Ministro di culto nella Uniting Church of Australia e, successivamente, missionaria nelle Fiji e tra gli Aborigeni dell’Entroterra di Inala, nel Queensland.  Dopo aver studiato all’Istituto Biblico, ha proseguito i suoi studi accademici prima al Trinity Theological College e, poi, all’Università del Queensland dove si è laureata a pieni voti in Filosofia della Religione.  Grazie ai suoi studi, Anneli è in grado di leggere sia l’ebraico classico sia il greco antico che, come l’aramaico, sono le lingue principali usate nelle Sacre Scritture (Bibbia)

Post in evidenza

“Nonostante tutto” di Francesca Lizzio, Panesi Edizioni.

“Il prezzo da pagare quando sei una persona forte è che nessuno ti viene incontro”. Citazione tratta dal libro.

Le boodinterviste.

Ci sono tanti modi per affrontare la vita. Frase banale? Solo in parte, mi permetto di dire. Le regole, i doveri, le aspettative, i valori sono così tanti che, a volte, subiamo eventi che non riusciamo a comprendere, e che, talvolta, ci appaiono come ingiustizie da cancellare. Eppure, nei tanti metodi di sopravvivenza che abbiamo dovuto elaborare, ce n’è uno, l’unico e insostituibile: essere noi stessi. Esserlo fino in fondo, però, senza deviazioni né facilitazioni, perché una volta un saggio diceva che sei capace di affrontare tutto ciò che la vita ti riserva, e credo non ci sia detto più efficace, più autentico.

Lo ha capito anche Cristina, la protagonista di “Nonostante tutto”, il romanzo di Francesca Lizzio, pubblicato da Panesi Edizioni.

Siamo a Catania, in un’epoca moderna, e lei si trova a dover affrontare un evento al quale non solo non è preparata, ma che le permetterà di attingere a quella forza che è presente in ognuno di noi, quella che, appunto, è l’unica in grado di farci affrontare le tante sfide della vita.

Il principio è la fine di un amore, le cui conseguenze le piombano addosso come una valanga emotiva che non le lascia tregua e che le impone un nuovo adattamento, un cambiamento, un inizio al quale si sente impreparata. Ha bisogno di essere forte, Cristina, e, al suo fianco, Erica e Bea – le amiche – trovano soluzioni al sapore di lasagne salvaumore, crostate che addolciscono pensieri e gelati che ne rallentano l’espansione. Ci sono poi le sorelle, Emma e Su, con le quali una pizza diventa un’occasione per dirsi la verità, la più crudele e scomoda di tutte. E nel mezzo, c’è la vita che corre, il futuro davanti, il passato che va affrontato, il lavoro, la casa, i profumi della Sicilia che non smettono di fluttuare, nonostante tutto.

Il romanzo di Francesca Lizzio fa parte di quelle letture che ti lasciano un retrogusto che fatica ad andarsene: la trama  – ben costruita  – a tratti si fa leggera e comoda, ma sotto questa superficie emergono con prepotenza aspetti umani di grande spessore che ti obbligano a riflessioni. Tante riflessioni.

Ecco perché ho invitato l’autrice a stare un po’ con noi e a rispondere a qualche domanda.

VG: Buongiorno Francesca. Benvenuta.

FL: Grazie a te per l’invito, Valeria.

VG: Rompiamo il ghiaccio: chi è Francesca Lizzio?

FL: È una domanda che mi crea sempre qualche difficoltà. Non perché non saprei cosa rispondere, ma perché avrei così tante cose da dire che non capisco quali siano realmente interessanti.

Ho trent’anni, molte cose di me sono cambiate più di quanto avrei voluto, altre invece per niente. Sono sempre la timida che parla poco e ha paura di disturbare, tanto per fare un esempio.

Per restare in tema “libri”, amo profondamente leggere Miriam Toews. In effetti, se mi soffermassi a pensare a tutti gli scrittori che amo ne verrebbe fuori un elenco senza fine.

VG: La prima domanda relativa al tuo libro riguarda la copertina. L’ho trovata romantica, dal sapore un po’ retrò. Quel quadrato di cielo, inoltre, mi fa pensare alla speranza, come se quello spazio fosse una via d’uscita. E l’ombrello arancione, di cui si vede solo il tessuto? Cosa significa?

FL: Ho scelto questa foto perché mi ricorda tantissimo l’atmosfera di Catania. L’ho trovata perfetta per la storia, soprattutto. Mi piace molto la tua interpretazione, desideravo che trasmettesse la speranza di riuscire a superare le difficoltà, un incoraggiamento a scavare dentro di sé e trovarne la forza… Nonostante tutto.

VG: Che cos’è, per te, Catania?

FL: Catania è una città che avrebbe tutte le potenzialità per diventare più bella, più pulita, più giusta… Ma lo si può dire di tanti altri luoghi, il punto resta sempre lo stesso: sono le persone che fanno le città.

VG: Con che criterio hai scelto i nomi dei tuoi personaggi? Fantasia o qualcuno ti ha ispirata?

FL: Scelgo i nomi semplicemente perché mi piacciono, a volte però nei caratteri dei personaggi inserisco le tracce di qualcuno che conosco. Sono scelte che compio istintivamente, non mi fermo a rifletterci, le sento giuste.

VG: Potremmo definire “Nonostante tutto” un romanzo al femminile, nel quale la difficoltà di essere donna viene interpretata a seconda delle vicende (e delle parole) delle tue protagoniste? E, inoltre, potremmo anche dire che se Cristina è la voce dominante le altre “guardiane” – come le hai nominate tu – sono voci indispensabili?

FL: Certamente. In questo romanzo ho cercato di mettere a nudo le difficoltà che noi donne spesso dobbiamo affrontare da sole, se siamo fortunate contando sulla presenza di una madre, una sorella, un’amica.

Immaginiamo la storia eliminando tutti i personaggi eccetto Cristina, sarebbe stata la stessa? O avrebbe dovuto imparare a convivere con una solitudine logorante, un senso di smarrimento, abbandono e inquietudine che l’avrebbe portata a chiedersi che senso avesse vivere così? Ne vale la pena? Senza nessuno a cui rivolgersi per parlare, per piangere, per ridere, nessuno a cui importi se hai mangiato, se stai bene, se hai bisogno di aiuto. L’immagine che viene fuori è il ritratto della tristezza da cui tutti cerchiamo di fuggire, a volte riempiendola con le persone sbagliate.

Chi ha sofferto raramente è disposto ad accontentarsi, accetterà piuttosto di stare da solo, nella speranza che non sarà sempre così. Cercherà di mantenere viva questa speranza, anche se ridotta a una debole fiamma di una candela immersa nel buio.

Sono tutte voci indispensabili, ognuna di loro è lo specchio di ciò che ha vissuto e del modo in cui ne ha fatto tesoro. Le storie degli altri si mescolano sempre, in qualche modo, alla nostra. È impossibile non lasciarsi coinvolgere (e cambiare) dall’incontro con gli altri, nel bene e nel male.

VG: Immagina una bilancia: metti sui bilancieri solitudine e amicizia. Da che parte pende “Nonostante tutto”?

FL: La storia di Cristina e delle sue sorelle mi ha portato a riflettere sul fatto che quando siamo chiamati a fare una scelta, ad affrontare qualcosa di cui abbiamo paura, siamo soli con noi stessi, anche se fuori da quella porta c’è qualcuno pronto a sostenerci. C’è differenza però tra l’affrontare quel qualcosa e avere qualcuno da cui correre una volta presa la nostra decisione e viverlo senza lasciare traccia.

È pura fortuna quando non c’è squilibrio tra i due fattori, quando la solitudine non è un macigno ma un rifugio temporaneo. Per questa ragione è importante apprezzare l’amore che ci viene dato e dimostrare di non darlo per scontato.

VG: Hai saputo raccontare con delicatezza i rapporti familiari difficili, segnati da eventi che lasciano cicatrici. Che ruolo ha, uno scrittore, quando affronta tali temi?

FL: Personalmente scrivo di ciò che conosco, non saprei fare altrimenti, significherebbe barare. Penso che uno scrittore debba fornire al lettore gli strumenti che gli consentiranno di immedesimarsi, di percepire una vicinanza coi personaggi, di provare dei sentimenti e delle emozioni.

Tutti noi custodiamo una storia e quando scorgiamo una traccia del nostro vissuto altrove, nel vissuto di un altro, ci sentiamo meno soli. Da lettrice è proprio questo quello che cerco in un libro e da scrittrice è questo che spero di riuscire a compiere.

VG: Raccontaci, se puoi, i tuoi prossimi progetti, anche non letterari.

FL: L’interesse verso ciò che scrivo di recente è aumentato notevolmente, con mia immensa gioia e incredulità, per cui ritengo valga la pena parlare del mio desiderio di approfondire la storia che sto scrivendo, un romanzo che sicuramente m’impegnerà per qualche anno. Nel frattempo continuerò a scrivere sul mio blog e a parlare dei libri che amo su Instagram.

VG: E noi continueremo a seguire i tuoi passi. Buona vita, Francesca.

Si ringrazia l’editore per la copia omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Francesca Lizzio nasce a Catania il 22 Aprile del 1992, in “una notte buia e tempestosa”. Fermamente convinta che il meglio di un libro si trovi tra le righe e che valga anche per le persone. Data la sua passione per la biblioteconomia, l’archivistica e l’editoria, scrivere è stata una conseguenza naturale. Nel 2015 ha aperto un blog, “cuore di cactus”, dove si racconta a lettori sparsi per tutta l’Italia. Con Panesi Edizioni ha preso parte all’antologia Oltre i media – Raccontalo con un film o una canzone col racconto breve Giorni (2016) e ha pubblicato il suo romanzo d’esordio Fiore di cactus (2017). Nel 2021 esce Nonostante tutto.

Il suo blog è: https://cuoredicactus.wordpress.com/ e il suo account Instagram è francesca.lizzio.

Il sito internet della casa editrice è : www.panesiedizioni.it

Post in evidenza

“Una straordinaria solitudine” di Stefania Convalle, Edizioni Convalle.

“Ma un giorno il sole cominciò a bussare e cominciai a fare entrare qualche suo raggio caldo nella mia vita”. Citazione tratta dal libro.

Noi tutti siamo in fase di ricerca costante. L’uomo – per sua natura un animale in continuo cambiamento – ha un bisogno primordiale di cercare: se stesso, un miglioramento, un obiettivo più grande, un luogo in cui sentirsi sicuro. Nel suo cambiare, egli mantiene sempre e costantemente il bisogno di amare e di essere amato. È una necessità insostituibile, alla quale non può sottrarsi, perché se è vero che la parte pratica – quella che lo spinge al cambiamento citato poco fa – è più tecnica e razionale, la sfera emotiva sentimentale è la forma in cui converge il senso della vita. L’amore è il centro dell’esistenza ed è l’amore che cerchiamo, sempre, anche quando non vogliamo ammetterlo.

L’amore – questo sentimento tra i più affascinanti della nostra vita – è il tema di “Una straordinaria solitudine”, l’ultima opera di Stefania Convalle, pubblicata dalla Edizioni Convalle.

L’autrice, in questo romanzo, mantiene le caratteristiche stilistiche a lei care e che ormai sono una gradevole certezza per il lettore: narrazione in prima persona, personaggi che raccontano di sé e che si alternano come una danza, e una trama intrecciata secondo uno schema logico e strutturato in maniera esemplare perché permette al lettore di arrivare all’ultima parola insieme a un crescendo di emozioni, di palpitazioni, di pulsazioni.

In questo romanzo, i protagonisti che narrano le loro vite sono Sophie, Maryanne e Victor, e insieme a loro, si alza anche la voce di un luogo mistico: il Golfo dei Poeti. Il mare, le grotte, il vento, la neve, il profumo del basilico fresco e il cielo sono componenti che l’autrice ha reso imprescindibili. Gli ingredienti per immaginare un contesto romantico – da sogno – ci sarebbero tutti non fosse che il titolo – “Una straordinaria solitudine” – crei un contrasto evidente che lascia intendere ciò che, a volte, dimentichiamo. L’amore è un bisogno ma per soddisfare quel bisogno, l’uomo deve affrontare sfide, destini e, soprattutto, se stesso.

Non posso svelarvi molto di più, circa la trama. Il motivo è semplice: Stefania Convalle già dalle prime battute entra nel vivo, con precisione. Per prime battute intendo il senso letterale del temine: siamo nella prima pagina e Sophie, in sole cinque righe, dice molto di sé. Capirete come sia del tutto impossibile svelarvi oltre: sono centosessanta pagine concentrate di fatti, ricordi, emozioni, dolore (tanto, tantissimo), speranza, mancanze, distanze, viaggi oltreoceano, passato e presente, insegnamenti, un’altissima dose di commozione e tanto caffè.

Sì, avete letto bene, non è un errore. Il caffè è un alimento letterario che l’autrice ha usato nella sua forma più semplice ma efficace: quella che crea atmosfera e legami. Legami indissolubili, indelebili, che neanche il tempo può cancellare.

Siete curiosi di saperne di più?

Allora continuate a leggere perché ho invitato l’autrice a trascorrere un po’ di tempo qui e a rispondere a qualche domanda.

VG: Benvenuta, Stefania e grazie di aver accettato il mio invito.

SC: Grazie a te per l’ospitalità!

VG: Ho accennato l’alimento letterario che ho trovato perfetto per la tua opera. Ho contato più di dieci occasioni in cui i tuoi personaggi bevono caffè e in tutti gli scenari hai saputo ricreare l’atmosfera che ho citato poco fa: legami indissolubili. Mi piacerebbe un confronto con te, su questo punto.

SC: Ho un debole per il caffè! Se pensi che uno dei miei primi romanzi s’intitola “Una calda tazza di caffè americano”, già da allora era un elemento che ha fatto parte delle mie narrazioni. Bere un caffè insieme a qualcuno è da sempre un momento d’incontro, di condivisione. D’intimità.

VG: Ci ho girato intorno e forse qualche lettore più perspicace lo ha già capito. Devo ammettere che leggere questa tua opera mi ha commossa e non mi succedeva da tanto tempo. Non solo sul finale, ma anche nel mezzo. È successo anche a te, mentre scrivevi o immaginavi la trama? E, ancora, quanto ti coinvolge – a livello emotivo – l’ideazione dei tuoi personaggi e delle loro vicende?

SC: Come sai scrivo d’istinto, senza un progetto, ma costruendo la storia man mano. “Vivo” la storia insieme ai miei personaggi, condividendo con loro situazioni, vita ed emozioni. Soprattutto emozioni. Mi sono immedesimata sia in Sophie, sia in Victor, come anche in Maryanne, e ogni volta ho provato i loro sentimenti, persino la commozione. Scrivo così.

VG: Parliamo d’amore, un sentimento che hai esplorato più volte, nelle tue opere. Secondo te lo incontriamo o lo costruiamo? Intendo dire: è una questione di destino o è piuttosto un lavoro e un impegno quotidiano?

SC: L’amore è un sentimento che nasce dal cuore, quindi – per me – non può essere qualcosa di costruito. Ce l’abbiamo dentro oppure no. E se l’amore è in noi, allora riusciamo a farlo vivere nel rapporto a due, ma anche nel rapporto con gli altri. Ma anche nei confronti di ciò che ci circonda, che sia la Natura, gli animali, il mondo nella sua interezza. Ma l’amore, da solo, non basta. Richiede impegno, è vero, un impegno quotidiano, specialmente se si parla di amore di coppia; l’amore è anche accettare l’altro, pregi e difetti, e amarlo sempre e comunque.

VG: Chi è il tuo primo lettore?

SC: Quando inizio un romanzo, faccio leggere i capitoli work in progress ad alcune persone che però non sono sempre le stesse, decido al momento. Però c’è una mia carissima amica da tanti anni, Emma Barberis, poetessa e autrice di short story, alla quale invio sempre quello che scrivo. Quindi direi lei, per rispondere alla tua domanda.

VG: Qual è la prima cosa che fai, quando hai scritto la parola “fine”?

SC: Brindo!

VG: Da dove trai ispirazione per le tue opere?

SC: Dalla musica, dalle emozioni che scatena in me, dalla vita che mi circonda, dall’istinto che diventa – a volte – visionario.

VG: Vorrei farti una domanda un po’ provocatoria… Quando ti chiedono che lavoro fai rispondi autore o editore?

SC: Rispondo: casalinga! A parte gli scherzi, il mio lavoro è fare l’editrice. La scrittura è una forma d’arte e quindi non può, a mio giudizio, essere considerato un lavoro, al di là che si guadagni un euro o un milione. L’artista è mosso dalla passione, dal talento che decide di esprimere nella sua opera. Non è un lavoro.

VG: Rendici partecipi, se puoi, dei tuoi prossimi progetti lavorativi.

SC: I progetti lavorativi sono tanti, la mia mente sforna idee alla velocità della luce 😉 ma devo fare i conti col tempo e quindi realizzo quello che posso. In concreto, al momento attuale, sono molto concentrata sulla partecipazione di Edizione Convalle al Salone del libro di Torino che avrà luogo in Maggio. Poi si vedrà. Un passo alla volta, come si suol dire. Per quanto riguarda la mia scrittura, ho in lavorazione un’opera dove raccolgo aforismi estrapolati dalle mie tante opere. Ma nel frattempo, magari dopo il Salone, comincerò un nuovo romanzo, chissà… Scrivere è la mia oasi e quindi lo faccio appena possibile.

VG: E noi seguiremo i tuoi “passi”.

Si ringrazia l’Editore per il file lettura omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Stefania Convalle ha al suo attivo numerose pubblicazioni: romanzi, poesie, opere sperimentali a più mani e un manuale di scrittura. Tra i riconoscimenti più importanti, il Premio Giovani “Microeditoria di qualità”: nel 2017 con il romanzo “Dipende da dove vuoi andare” e nel 2018 con “Il silenzio addosso”; entrambe le opere sono state presentate nel programma “Milleeunlibro” di Rai Uno. Scrittrice, organizzatrice di eventi culturali, ha fondato il Premio Letterario Dentro l’amore. Writer Coach, Talent Scout, Stefania è anche editrice dal 2017, anno di fondazione della Edizioni Convalle, una casa editrice col cuore d’autore, come ama definirla.

Post in evidenza

“Il nome di mio padre – Una nuova indagine di Debora Nardi” di Elena Andreotti – Boodinterviste.

“Quella faccenda le appariva intricata e sfuggente. Cercava di afferrare i suoi stessi pensieri che, nel momento in cui li formulava, svanivano.” Citazione tratta dal libro.

Sarà successo anche a voi e a me capita spesso, molto più spesso di quanto vorrei: le intuizioni, qualche volta, fuggono via, lontano, in un angolo remoto della memoria o chissà dove. La buona abitudine, soprattutto per chi scrive, dovrebbe essere quella di avere sempre a portata di mano un taccuino per appuntare, ma non sempre è facile, non sempre è possibile. A volte i pensieri appaiono come un fulmine rapido, come un lampo che illumina e si spegne con la fretta di un battito di ciglia e il dopo è spesso il tempo del dubbio, del vuoto.

Tuttavia, quando quel fulmine cognitivo appare nella mente di un personaggio come Debora Nardi – la ormai consolidata consulente in macabre scoperte create dall’abile Elena Andreotti – difficilmente svanisce nell’ombra. L’intuizione e l’ingranaggio del pensiero, in lei, si mettono in moto e questo le permette di giungere sempre a risultati, non immediati, ma certi.

“Il nome di mio padre” è il titolo dell’opera che tratta l’ultima avventura che vede protagonista questa eclettica donna e che, stavolta, si trova ad affrontare un delitto diverso dal solito, più legato alla sfera familiare – come recita il titolo – e più intimo, forse anche più toccante, per certi versi.

Siamo a Monte Alto, nella campagna laziale, e Giovanni Belli – un uomo conosciuto per le sue numerose avventure amorose  –  perde la vita in circostanze misteriose. Sul suo corpo martoriato vengono ritrovate alcune fotografie e questo aspetto genera ulteriori dubbi e spinge le indagini verso un terreno delicato che l’autrice ha elaborato con la sua consueta precisione.

Debora Nardi, in questa veste consolidata di consulente ufficiale delle indagini, non ha perso la sua personalità e questo è una ulteriore certezza, per il lettore. La troviamo in compagnia di Flora, l’amica-vicina di casa, in un’analisi dei fatti accaduti mentre controllano la crescita di zucchine e pomodori nell’orto oppure a tavola, davanti a una fumante lasagna di radicchio e provola. La ritroviamo, ancora, dedita ad accudire il cagnolino Lina, e non soffrire la solitudine di casa data da marito e figlia assenti per ragioni lavorative; avvertiamo anche la sua forza psicologica nell’affrontare una situazione intricata ma, per lei sempre più intrigante, in un crescendo di fatti e analisi che spingono la lettura fino all’ultimo capitolo e oltre, nelle note finali dell’autrice che, ho trovato, particolarmente dettagliate, frutto di uno studio accurato.

Per curiosare ancora più a fondo, ho invitato l’autrice a rispondere a qualche domanda.

VG: Buongiorno Elena, grazie di aver accettato il mio invito.

EA: Buongiorno a te.

VG: Come già accaduto per “Il delitto va servito freddo” ritroviamo anche ne “Il nome di mio padre” molti dei protagonisti delle tue opere. Oltre a Debora, infatti, appare anche Filippo Maria Vanzitelli. Restiamo anche nelle ambientazioni alle quali ci hai abituato: Monte Alto e il Castello con annesso campo di golf. A chi ti sei ispirata, se possiamo saperlo, per la creazione di due personaggi così diversi tra loro? 

EA: Per Debora, come ho dichiarato nel primo libro in modo palese, nasce dalla mia ammirazione per il personaggio televisivo di Jessica Fletcher dell’arcinota serie televisiva “La signora in giallo”; Fil Vanz è un personaggio di assoluta fantasia, emerso nel mio immaginario, durante la revisione di “Quando il ciliegio sfiorirà”. Come ben sai, le revisioni sono noiosissime, pertanto, la mia mente comincia a fantasticare su altro. Quindi, ho immaginato un hacker abbandonato dalla moglie a causa delle sue passioni. La location doveva essere sontuosa, perché i guadagni di Fil lo permettevano. Ho pensato al castello di Laura Biagiotti che non è molto lontano da casa mia, come pure i luoghi di Debora sono ispirati a dove vivo.

VG: Circa a metà delle indagini, Debora ammette che vorrebbe una soluzione immediata ma, invece, è obbligata ad attendere i tempi tecnici. Questo passaggio mi ha colpito perché ho sempre pensato che nelle indagini, invece, è necessario battere il tempo e anticipare le mosse. Quali sono, secondo te e anche a fronte dei tuoi studi, le attitudini necessarie per svolgere un’indagine delicata come quella che hai narrato?

EA: Credo che un buon investigatore debba essere dotato di grande empatia e debba essere un profondo conoscitore della natura umana. Inoltre non può mancare di una buona capacità deduttiva e anche di un pizzico di fantasia.

VG: Sempre Debora porta alla luce un altro concetto che ho trovato molto interessante quando, immersa nei suoi pensieri, si rende conto che a volte “con gli esseri umani neanche le parole bastano”. Per uno scrittore, invece, le parole contano, e parecchio. Quanto tempo dedichi alla scrittura, nell’arco di una giornata? Anche a te capita di dover trovare la parola esatta e di faticare, nel riuscirci?

EA: Io scrivo principalmente di mattina, dalle 9 alle 11. Sì, a volte le parole non vengono, ma non ricorro al vocabolario dei sinonimi e contrari, quanto piuttosto cerco di forzare la mente a cercare la parola, perché un buon vocabolario fa parte della preparazione di chi ha frequentato il liceo classico come me.

VG: L’amicizia è un tema molto ricorrente, in questa e nelle tue precedenti opere. Debora e Flora hanno un rapporto semplice ma di grande rilevanza e, sempre Debora, con il comandante della Polizia ha un rapporto a tratti scontroso ma vero e, a momenti, anche divertente. Sono rapporti che alleggeriscono la narrazione e che creano buone emozioni, nella lettura globale. Quanto è importante, secondo te, nella narrazione gialla bilanciare il bene e il male?

EA: Credo che in un giallo classico il bene debba sempre prevalere e anche durante la narrazione deve emergere che il male è un’eccezione. Non per niente il comportamento criminale viene considerato una devianza. Per quanto mi riguarda mi sento naturalmente portata per il giallo soft.

VG: Cosa farebbe Debora Nardi se non ci fossero delitti per un periodo medio/lungo?

EA: Debora è anche impegnata nella comunità e scrive gialli in cui romanza le storie che vive personalmente; quindi, da fare non le manca. Certo, ogni tanto, soffre per non poter essere sul campo.

VG: So che ami molto la fotografia. Cosa rappresenta, per te, l’arte visuale e che ruolo ha – se ce l’ha – nella stesura di un libro?

EA: Quando scrivo e l’ambientazione è lontana dalla possibilità di un mio sopralluogo, uso molto Google maps e Street View. Se nella storia si parla di un ristorante, cerco le immagini del locale e consulto il menu.

Per i titoli e alcuni particolari della storia, in qualche caso hanno giocato le mie stesse foto, che poi compaiono nella copertina: parlo di “Di porpora vestita”, in cui compare un garofanetto del mio giardino, e “Quando il ciliegio sfiorirà”, in cui compaiono i fiori del mio ciliegio. Le foto hanno influenzato notevolmente la storia.

VG: Raccontaci, se puoi, il tuo prossimo progetto anche non letterario.

EA: Ho due romanzi rimasti in sospeso, perché ho cominciato a realizzare audio del mio primo romanzo su Spreaker, un luogo virtuale per podcast.

VG: Hai uno spazio a disposizione, per comunicare con i lettori. Cosa vorresti che sapessero di te?

EA: Quando scrivo i miei gialli io mi diverto e vorrei che anche loro percepissero questo e traessero lo stesso divertimento dalla lettura. C’è un che di implicito e non detto ‒ e tuttavia molto presente ‒, in tutti i miei scritti, che parla di leggerezza e di buoni sentimenti e che vorrei non andasse perduto.

Si ringrazia l’autrice per il file lettura in omaggio e per la foto di copertina.

Nota biografica dell’autrice:

Elena Andreotti è Sociologa (Laurea alla Sapienza di Roma) con Perfezionamento avanzato in Bioetica (diploma conseguito presso la Facoltà di Medicina e chirurgia del policlinico Gemelli di Roma). Esperienza lavorativa ventennale presso la P.A. con mansioni amministrative. Per una decina di anni si è occupata di informatica e sistemi informativi, acquisendo conoscenze di programmazione, analisi e progettazione dei software gestionali, curando anche la formazione dei colleghi sull’informatica di base e la cultura dei sistemi informativi. Ha collaborato con un periodico locale per circa dieci anni per la rubrica di bioetica. Attiva nel volontariato si è occupata della formazione dei volontari. Nel 2017 apre un blog su Wordpres: (https://nonsolocampagna.wordpress.com/)

a cui segue il blog https://elenaandreottiscrittrice.wordpress.com/

Sul primo blog pubblica a puntate i tre racconti che poi confluiranno nel primo giallo, Vorrei essere Jessica Fletcher, pubblicato prima sulla piattaforma StreetLib ‒ con distribuzione a tutte le librerie online ‒, e poi in esclusiva per Amazon. All’attivo quattro collane di libri, tre sono di gialli. (Pubblicati su Amazon, dove sono consultabili nella Pagina autore).

Post in evidenza

“Ballando nel silenzio” di Darinka Montico, AltreVoci Edizioni #boodinterviste.

Avrei voglia di abbracciarmi”. Citazione tratta dal libro.

Per onestà verso i lettori, ci tengo a precisare che ho scritto questo articolo – premessa e domande – il giorno in cui il nostro mondo è stato travolto da un’ondata di violenza che credevamo appartenesse ai nostri libri di storia. Per una serie di coincidenze esce oggi, e proprio per non intaccare le emozioni che, si sa, fanno parte di questo blog, ho deciso di lasciarlo così, integrale e naturale.

Vorrei dirvi che scrivo questo articolo con la solita voglia e determinazione, con la consueta energia e il consolidato impegno, ma mentirei. Ho pensato, riflettuto, scritto e riscritto per giorni, prima di convincermi che potessi ancora farlo. Che potessi ancora parlare di libri, intendo. Il motivo è il mondo al rovescio nel quale stiamo vivendo e che mi ha fatto perdere gusto. Lo ammetto perché la sincerità mi piace sempre, anche quando è un po’ scomoda.

Dunque, non ero certa di continuare a pubblicare articoli e non lo sono ancora del tutto, ma dopo una lunga riflessione sul motivo che, finora, mi ha spinto a scrivere, ho capito che i libri sono una fonte di energia, sono simboli, e per qualcuno sono un appiglio, una comfort zone. Ho capito anche che divulgare bellezza è sempre un dovere, e che adesso, questo dovere, è il privilegio di chi è libero e pertanto è diventato un obbligo verso il Mondo. Il mondo della bellezza, della parola, dei pensieri, della speranza e dei sentimenti. Sentimenti veri, anche se scritti. Insomma, voglio provare a continuare e spero che i lettori apprezzeranno il mio intento.

La lunga premessa introduce il libro di cui vi voglio parlare: “Ballando nel silenzio” di Darinka Montico, pubblicato da AltreVoci.

Vi confesso che ho sentito, da subito, una forza attrattiva straordinaria nei confronti di questo libro autobiografico che è stato scritto durante il primo lockdown, nel 2020. Sarà anche perché entrambe, io e l’autrice, siamo entrate in una nuova dimensione, in quel lontano marzo: lei a Bali, io in cucina. Inoltre, entrambe abbiamo sfidato le nostre ombre e abbiamo scelto di ascoltarci, di usare quel tempo sospeso per provare a comprenderci meglio. Insomma, ho iniziato la lettura in preda ai migliori auspici.

Già dalle prime battute, ho avvertito una vena creativa e autentica che non mi ha mai abbandonato per tutta la lettura dell’opera. L’autrice, infatti, si presenta subito al lettore, quasi senza veste, in un intimo racconto di sé, quando decide di restare a Bali e di accettare l’incertezza di quel momento. La narrazione in forma libera ricorda un diario: ci sono le avventure, gli incontri, i dolori che vengono a galla insieme ai dubbi, i ricordi, l’infanzia e il rapporto controverso con i genitori, gli incontri con i guru che sembrano avere una risposta per ogni perplessità, il rapporto con i partner e con l’Amore, e, ultimo ma non per ultimo, il rapporto col cibo. Lei scrive: “Credo che mangiare sia un’arte a cui vadano dedicati tutto il tempo e la passione necessaria, sia nel combinare ogni forchettata con gli ingredienti del piatto, che nel gustarli in bocca dimostrando il piacere che meritano”. A me pare bellissimo, ancor di più adesso mentre trascrivo queste parole, e continuo a sentire il vento fresco della libertà che una donna esprime, quando ammette di amare il cibo. 

In generale, la narrazione onesta (ma anche ironica, altro plus dell’opera) mi ha condotto nei passaggi che servono, quelli giudicati indispensabili per arrivare al centro, alla soluzione, nel punto esatto in cui dovremmo arrivare, tutti noi: volersi bene. Un concetto cardine, sul quale ruota l’intera opera e che è trattato con sincerità, semplicità e simpatia.

Per accompagnarvi in alcuni dei più significativi passaggi di “Ballando nel silenzio” ho deciso coinvolgere l’autrice che ha accolto il mio invito a raccontarci qualcosa di sé e della sua opera.

VG: Buongiorno Darinka. Grazie di aver accettato il mio invito.

DM: Piacere mio, e scusa il ritardo nel rispondere, sono parecchio impegnata ultimamente e soprattutto non avevo letto l’introduzione che mi avrebbe spinto a risondere prima, MEA CULPA.

VG: Hai a disposizione uno spazio per raccontare chi sei. Siamo molto curiosi….

DM:Adoro Ballare sull’asfalto bagnato su una strada vuota in mezzo alla notte. Accendere candele in chiesa senza lasciare l’offerta. Scattare fotografie. Guardarle dopo tanto tempo. La semiotica. La psicologia e I sogni. L’Arte e gli Artisti. La Politica ma non i politici. Il Cinema. I Film Indipendenti e I Film dell’Orrore. L’odore del Cinema. La coda per comprare i popcorn. I trailer prima dei film. Mano nella Mano. Condividere una lacrima con uno sconosciuto. Il Silenzio. Il rumore della pioggia sui tetti. L’odore dei prati dopo la pioggia.  Nuotare coi pesci, ballare coi pesci. Il fuoco, Giocare col fuoco. l’ironia, il mio compleanno, i pavimenti di legno, il lago d’inverno, Il Blues, La Sicilia, I treni. Fare un picnic a letto, fare l’amore tutto il giorno interrompendo solo per fare un pic nic a letto. Una casa sull’albero. Dylan Dog. Le Sorprese. Le cattedrali gotiche. Le Polaroid. I telefoni che sono solo telefoni. I vestiti d’epoca. Le feste pazze. Cucinare per i miei amici. Chiacchiere e vino, pizza e birra, edamame e sakè. Ridere. Il rumore dei bisbigli. Il rumore delle pagine sfogliate. L’odore di un vecchio libro. Perdermi in una città che non conosco. Uno sguardo sexy al passeggero del treno che va nella direzione opposta. Non sapere. Gli animali, qualche persona. La mia rivoluzione interiore è sbocciata un paio di anni fa quando ho capito che continuare a dedicarmi a fare cose che non mi piacevano era una perdita di tempo. Parlare di me non mi piace ma parlando di quello che mi piace parlo di me…

VG: Partiamo dalla pizza, un “alimento narrativo” che nel tuo libro è molto esplicativo. Conosci Roberta, infatti, proprio seduta davanti a una pizza, a Bali. Roberta diventa una figura importante, per te. Ci daresti una tua definizione di amicizia?

DM: In questo periodo così particolare sono stata costretta a ridefinirla, ho perso diversi amici, non sono morti, semplicemente non hanno più voluto essere miei amici perché abbiamo opinioni diverse su certi temi, particolarmente polarizzanti. Quindi ti so certamente dire quello che l’amicizia non è, non è il rapporto con qualcuno che non ti accetta semplicemente per una differenza di opinioni. Personalmente io mi annoio a stare con persone che mi danno sempre ragione, mi chiedo come sia possibile, le differenze aiutano a crescere, le visioni diverse aiutano ad allargarci la prospettiva. Forse l’amicizia ha più a che fare con l’amore incondizionato per un altro essere che istintivamente ci attrae, e meno con le affinità che ci accomunano, considerando che crescendo le nostre idee continueranno a maturare e cambiare, ma certi, i veri amici, sono sempre .

VG: Ci racconteresti l’esperienza culinaria più originale che hai vissuto?

DM: Occhio di capra sul lago Issikul, in Asia centrale. Camminavo davanti a un pic nic sul prato, vicino allo yurta di chi mi ospitava e dei gentilissimi locali mi hanno offerto ciò che per loro immagino fosse una prelibatezza. (o forse mi stavano prendendo in giro e poi si sono ammazzati di risate dietro alle mie spalle, questo non lo saprò mai) e per non essere scortese, l’ho deglutito in un colpo, non è stata una bella sensazione, ma forse ho aperto il terzo occhio nel mio stomaco. 

VG: Secondo te, siamo artefici o subiamo il nostro destino?

DM: Entrambi, nel senso, è possibile che sia già tutto scritto da inizio a fine, ma tanto non lo sapremo mai, e l’idea di esserne artefici è certamente più stimolante. Quindi io vivo credendo di esserlo, ma spesso con la coda dell’occhio scorgo Dio che mi fa l’occhiolino.

VG: Più volte hai usato, per descriverti, la definizione “scettica interiore” (una definizione che ho trovato geniale). Tra Reiki, Yoga, Nyepi intropsettivo, Breathwork, Lightworker, sessioni di meditazioni e guarigioni cosa scegli oggi e perché. Raccontaci anche se nel frattempo hai sperimentato altre discipline simili.

DM: Kirtan lo accenno nel libro, oggi ho mi sono comprata un armonio e sto imparando a suonarlo, mi sto approcciando all’apnea che è una pratica che trovo meditativa e naturale estensione del breath work, pratico digiuno sempre più spesso, e sto andando a classi di danza tradizionale balinese.

VG: Siamo entrambe sostenitrici dello studio in età adulta. Stai studiando, attualmente? Oppure hai in programma di compiere studi nell’imminente futuro?

DM: Sto studiando più che mai, negli ultimi due anni più che in tutta la mia vita, nulla a livello formale, alla fine laureandomi, ho visto che l’unico mio collega che davvero ha fatto una grande e meritata carriera nell’ambito che avevamo studiato è anche l’unico che mollò al secondo anno, non sono più alla ricerca di pezzi di carta, leggo e ascolto podcast sugli argomenti che m’interessano, la vita è la scuola e io perennemente studente, oggi più appassionata che mai, tengo alla mia libertà e la conoscenza è fondamentale per individuare le tecniche di manipolazione in atto da parte di governi e mass media o influencers al soldo dei governi.

VG: Come definisci “casa”, oggi?

DM: Il luogo in cui mi sento più a mio agio. Prima erano posti, poi è stata la strada, ora è dentro di me.

VG: Sei una viaggiatrice che ha affrontato molte sfide, alcune estreme. Non hai mai avuto paura di non riuscire a raggiungere la meta finale?

DM: In tutta onestà no. C’è sempre un modo, fortunatamente mi viene spontaneo utilizzare i “come” al posto dei “ma”. Come è realizzabile? Non “ma è realizzabile” se non trovo una risposta al come non intraprendo il progetto, se la trovo, poi il resto si tratta solo di avere la determinazione necessaria per portarlo al termine. E avendolo scelto io è perché credo nelle motivazioni, credo abbia un valore, abbandonarlo mi suona come tradimento.

VG: Citazione dal libro : “Il guru suggerisce l’importanza di non focalizzarsi sui problemi, perché questo non farebbe altro che renderli più grandi e crearne di nuovi. Al contrario, pensare alle possibili soluzioni renderà positivo il nostro atteggiamento e permetterà loro di venire a galla”. Tutto questo è un insegnamento preziosissimo, che dovremmo acquisire. Lo senti tuo? E, domanda ancora più difficile, riesci ad applicarlo, nella vita quotidiana?

DM: Ogni tanto quando gli ostacoli appaiono grandi ce lo dimentichiamo, anch’io lo dimentico, infatti senza scherzare me lo voglio tatuare sulla mano come promemoria. Cambiare il mindset, cambia il nostro approccio alla situazione, e ció che sembra un problema, si trasforma in una lezione. Se non impariamo a risolverle si ripresenteranno continuamente sul nostro cammino, con diverse facce, in diverse situazioni, invece se capiamo come gestire l’ostacolo, la prossima volta non sarà più tale, sarà una semplice situazione. 

VG: Ultima domanda. Ci piacerebbe conoscere i tuoi progetti per il futuro, letterario e non.

DM: Anche a me.

Allora ti offro uno spazio qui, per quando avrai voglia di raccontarci qualche tuo nuovo traguardo.

Si ringrazia lo staff della AltreVoci Edizioni per la copia lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Darinka Montico è nata a Verbania nel 1980. È viaggiatrice, scrittrice, fotografa e video maker. Dopo una lunga permanenza all’estero, in cui svolge le professioni più disparate, torna in Italia nel 2014 per dedicarsi completamente alle sue passioni. Ha pubblicato nel 2015 Walkaboutitalia, il diario del suo cammino di sette mesi dalla Sicilia al Piemonte senza soldi in tasca, accompagnata dall’ospitalità di sconosciuti e dai loro sogni. Del 2016 è Mondonauta, il racconto di un altro lungo viaggio dal Laos alla Scandinavia via terra. Dopo aver attraversato l’Oceano Atlantico in barca a vela e le due Americhe in bicicletta, resta bloccata a Bali dalla pandemia del 2020. Da questa esperienza nasce Ballando nel silenzio, il più introspettivo dei suoi racconti.

Post in evidenza

“Tutta la vita davanti – Quando la sciura Marpol era Nora” di Miriam Donati e Anna Maria Castoldi, Scatole Parlanti. #boodinterviste.

“A chi si è battuto e continua a battersi per la parità politica, economica e sociale tra donne e uomini per eliminare tutte le discriminazioni”. Dedica tratta dal libro.

Non sono solita iniziare i miei articoli citando la dedica che apre un’opera perché ho sempre pensato che questa sezione dei libri è intima, quasi una porta sul cuore dell’autore che ogni lettore deve incontrare a suo modo e interpretare secondo l’emozione del momento. Oggi, però, ho deciso di fare un’eccezione perché la frase che ho riportato ha un sapore nuovo, intenso, che ha scavato in profondità, che mi ha fatto riflettere sul peso delle nostre scelte e che mi ha accompagnato per tutta la durata della lettura di “Tutta la vita davanti – Quando la sciura Marpol era Nora” l’ultima fatica letteraria di Miriam Donati e Anna Maria Castoldi, edito da Scatole Parlanti.

Abbiamo già conosciuto le autrici e Onorina (la sciura Marpol) è un’icona, un personaggio che, una volta incontrato, difficilmente ti dimentichi. Ora, in quest’opera e come anticipato dal titolo, abbiamo il piacere di conoscere Onorina – Nora – da giovane, quando il suo futuro era ancora tutto da scrivere.

Siamo negli anni ’60, a Maranese, un paese immaginario alle porte di Milano e Nora sta per sperimentare la sua prima indagine. Non solo. Il mondo di Nora è in continuo movimento: ci sono gli amici, c’è l’amore, lo studio, il lavoro, la famiglia; c’è la delusione, il conflitto di essere donna, la voglia di affermarsi e di far sentire la propria voce.

L’atmosfera è, ancora una volta, quella alla quale le autrici ci hanno abituato: una dolce tensione densa di fatti da scoprire ma arricchita, questa volta, dall’amore, dalle speranze e dei dubbi che la giovane Nora vive con passione.

Ora, per meglio addentrarci nell’opera, passo la parola alle autrici.

VG: Buongiorno Anna Maria, buongiorno Miriam. Bentornate!

Buongiorno Valeria, ben ritrovata! Grazie per questa nuova intervista.

VG: In queste settimane, mentre leggevo la vostra opera, ho avuto modo di riflettere sul significato della libertà, un significato che sembra sempre più offuscato dagli eventi che si stanno verificando. Cos’è, per voi, la libertà?

Domanda pertinente proprio per gli eventi cui stiamo assistendo. Se il nostro libro ti ha suscitato una riflessione così importante, riteniamo di aver raggiunto un piccolo obbiettivo. Scrivendo questo prequel abbiamo avuto modo di ripensare al tema della libertà insieme a Nora, la sciura Marpol ventenne nel 1964, che ha dovuto fare i conti con le costrizioni, esterne e interne, che restringono lo spazio di libertà individuale.  Tutti noi in gioventù abbiamo vissuto l’anelito alla libertà e il peso delle catene che la limitano perché la libertà é uno spazio interdipendente da quello delle persone che ci stanno intorno e varia a seconda dell’età, del genere, delle possibilità economiche, sociali, del posto dove si vive etc. Ancor di più se si è donne. Ci tenevamo a raccontare seppur in un romanzo giallo quanto difficili, in termini di autodeterminazione e parità, siano state le conquiste da parte delle donne e quanto siano, a volte, date per scontate o rimesse in discussione.

VG: Ancora una volta, ho percepito una gradevole armonia e una completa sinergia della tecnica di scrittura. Come ci riuscite? Vi dividete i compiti, per esempio una mano si occupa di dialoghi e l’altra delle descrizioni? Siamo molto curiosi, raccontateci – ma non svelateci – i vostri segreti…

Ciò che tu chiami sinergia per noi è scrittura compenetrata, così definiamo la nostra scrittura di coppia, cioè il risultato finale di un lavoro prima di tutto su noi stesse, nel senso che alla base c’è la consapevolezza della nostra unicità. Tale consapevolezza rende possibile il fluire della scrittura, senza paura di essere di più o di meno dell’altra, mettendo al primo posto la storia che andiamo raccontando. Per questo non ci dividiamo i compiti. Descrizioni, dialoghi e caratterizzazioni dei personaggi sono il frutto della somma, della miscela e della sottrazione delle due scritture che diventano una terza originale scrittura.

VG: Nora, al lavoro, consuma la sua “schiscètta”, durante la pausa pranzo. Quest’immagine mi fa tornare alla mente un pranzo semplice, strettamente legato alla cucina di casa. Racconta anche molto della personalità della vostra protagonista che io definisco autentica. Qualche altro aggettivo per descrivere Nora?

Attenta, curiosa, perspicace, dotata di logica divergente che la fa andare oltre i luoghi comuni, le apparenze, ma anche giovane, e la giovinezza può essere pesante da portare. Come infatti le succede, perché ancora non ha deciso cosa fare della propria vita. È divisa tra Maranese e Milano, tra lavoro e studio, tra due uomini e ha persino un doppio nome. É in un momento difficile, è incerta su se stessa e sulle decisioni da prendere e un delitto avvenuto in Bovisa a Milano, dove lavora, che ha come vittima una giovane donna, moglie e madre, che le malelingue ritengono “che in qualche modo se la sia cercata… sicuramente aveva un amante” la stimola a indagare per difendere l’onestà della vittima: Lo fa in modo inconscio perché lei stessa ha bisogno di capire cosa può fare una donna. Indagare le serve per fare chiarezza sui propri desideri. Ma non è sola: c’è Mary l’amica e collega che la aiuta negli incontri con i vicini della vittima, il maresciallo che la incita a pensare con la propria testa, la vicedirettrice della scuola serale che frequenta che la fa riflettere sul ruolo della donna, la nonna che la tiene ancorata ai valori familiari, ci sono gli amici del treno con i quali discute i fatti del giorno e infine c’è l’amore, per due uomini molto diversi, che la confonde.

VG: Avete raccontato la condizione della donna, in un periodo storico di profonda transizione. A che punto siamo, secondo voi, nel 2022? Domanda non semplice, me ne rendo conto…

Rifacendoci alla risposta data alla prima domanda, purtroppo, ci sono nel mondo situazioni di arretratezza sociale e culturale che scontano soprattutto le donne. Il mondo occidentale vive di contraddizioni. Pur essendo considerato evoluto, permette che ci siano ancora sia situazioni di disparità economica e retributiva (il famoso tetto di cristallo continua a restare intatto), sia arretratezze culturali con rigurgiti di mentalità sessiste e patriarcali che cercano di far tornare le donne nei soli e unici ruoli tradizionali di mogli e madri. Devono essere le donne a non abbassare la guardia sui diritti acquisiti e cogliere ogni occasione e opportunità per ribadire la loro autodeterminazione, incoraggiando anche nella vita quotidiana, un cambio di mentalità nei propri compagni e favorendo nell’educazione dei figli il rispetto dei generi senza discriminazioni e pregiudizi. C’è ancora molto da fare, la strada purtroppo è ancora in salita.  

VG: Passato, presente o futuro. Cosa conta di più nella vita e nella stesura di un’opera narrativa?

Nella vita hanno la medesima importanza secondo noi. Il passato non ci abbandona mai e viviamo il presente che è tale per il vissuto che ci ha formato, ma senza progetti, o meglio, senza sogni per il futuro non saremmo completi. Nella scrittura dei nostri libri il passato è sempre una parte importante che influisce sugli avvenimenti del presente, non tanto e solo perché la storia si ripete, perché ormai abbiamo imparato che non ne teniamo conto, quanto perché fornisce gli elementi per analizzare la realtà che ci circonda e l’eventuale chiave per capire cosa ci potrà accadere. Anche in questo ultimo libro, il passato ha un peso nel determinare il presente dei personaggi e nello spingerli verso scelte che decideranno il loro futuro, esattamente come succede nella vita reale. E come dice la Szymborska “…Ogni inizio infatti è solo un seguito, e il libro degli eventi è sempre aperto a metà (Amore a prima vista- cit. dall’esergo)

VG: Orario e luogo migliore per scrivere. Esistono davvero?

Chi siamo noi per sfatare leggende che scrittori famosi hanno divulgato? Ogni autore ha le proprie abitudini, a volte, addirittura al limite della superstizione o scaramantiche. Quello che possiamo dire è che noi approfittiamo dei momenti liberi perché la vita viene prima di tutto, perché senza la vita non c’è scrittura anche se quando un’idea ti si ficca in testa non ti lascia tregua: non c’è giorno e non c’è notte per lei finché si deposita sulla carta tradotta in parole. L’unica regola è cercare di scrivere tutti i giorni, con qualche eccezione: per entrambe le vacanze. Ecco che emerge ancora la nostra diversità. Infatti l’una scrive appena sveglia, quasi che nel periodo di relax siano le notti a fornire gli spunti per la scrittura del mattino. Per l’altra le vacanze equivalgono a viaggiare e quindi ha tempo solo di prendere appunti.

VG: Il tema della diversità è stato sfiorato spesso. Onorina, riferendosi all’amicizia tra suo padre e un amico di famiglia, resta ammirata dalla stima che fa da padrone alla loro amicizia anche se entrambi hanno pensieri differenti. Quanto è importante, secondo voi, veicolare messaggi di questa portata nei vostri libri?

La nostra percezione è che i messaggi si nascondano a nostra insaputa nel testo, non l’abbiamo mai deciso a priori, è probabile che l’inconscio si prenda delle libertà. Comunque è bello scoprirli da segnalazioni di lettori. Secondo noi alla base di ogni sentimento deve esserci il rispetto, se manca quello non ci sono le basi per un sincero sentimento, che sia amicizia o amore. Facile essere amici quando si è uguali in tutto, valori, preferenze, modo di vivere, più difficile quando l’amico è l’esatto nostro opposto e le sue scelte non sono condivisibili. Il bello dell’amicizia è proprio non giudicare e rispettarle. Ed è quello che succede quando Nora rivela la sua situazione sentimentale all’amica Mary che si dimostra solidale e non se la prende per il ritardo nella confidenza: ci sono segreti che è difficile condividere e ognuno ha i propri tempi.

VG: Un altro fattore che emerge è l’importanza di appartenere a una comunità che evolve ma che, in un certo senso, protegge. Quanto contano, gli Altri, nelle nostre scelte?

Nessun uomo è un’isola dice John Donne ed è vero. Senza gli altri con cui confrontarci o specchiarci saremmo un infinito soliloquio con noi stessi.  E questo assunto è chiaramente percepibile in ogni nostro libro: nel primo Delitti nell’orto attorno alla protagonista c’è il coro del paese, nel secondo Fughe e ritorni, il gruppo del commissariato e gli amici artisti, in quest’ultimo Onorina/Nora è circondata da diversi gruppi come succede sempre in gioventù quando gli orizzonti si allargano il più possibile perché la vitalità del periodo ha bisogno di non trovare dei limiti per consolidarsi in un nucleo identitario.

VG: Vi lascio uno spazio aperto, per comunicare con i nostri lettori. Graditi, come sempre e per puro suggerimento, sono i progetti per il futuro…

Cari lettori ci fa sempre piacere avere un vostro riscontro. Sappiate che quest’ultimo libro è nato proprio da una vostra domanda. Infatti nelle presentazioni dei primi due libri più volte ci è stato chiesto come fosse la sciura Marpol da giovane e ciò ha stimolato la nostra immaginazione. Non sapevamo a cosa saremmo andate incontro! Mesi di ricerche per entrare nell’atmosfera di quegli anni di fervore: i mitici anni sessanta, la crescita economica e sociale, il sessantotto all’orizzonte. Poi la difficoltà di destrutturare un personaggio per arrivare al nucleo primigenio dal quale nascono le caratteristiche di Onorina adulta con il rischio di snaturare il personaggio. Siamo comunque contente di aver raccolto il suggerimento e speriamo di essere riuscite a trasmettere l’entusiasmo di quegli anni che ci ha contagiato. Per quanto riguarda i progetti… abbiamo Tutta la vita davanti, chissà cosa ci riserverà il futuro? Approfittiamo di questo spazio per porre adesso una domanda a te che scrivi e hai pubblicato un libro: com’è stare dall’altra parte?

E io rispondo a voi, care autrici, con molto piacere. Stare da questa parte è una sfida. Entrare ogni volta nelle pieghe più intime delle pagine e cercare di portare alla luce ciò che si può dire e tener nascosto ciò che il lettore deve scoprire da sé è, ogni volta, come iniziare daccapo, una dolce scoperta che mi riempie di gioia. Scrivere e leggere. Leggere e scrivere. Due verbi che nascondono, di fatto, lo stesso grande amore: quello verso i libri.

Vorrei concludere questo articolo con un’ulteriore nota. Avrete notato che non è stata indicata la sigla accanto al nome, accanto a chi, cioè, ha scritto la risposta e nemmeno la sottoscritta ha saputo da quale mano è uscito il testo. Ho apprezzato moltissimo, questo gesto, perché è un’ulteriore conferma di ciò che la scrittura compenetrata (prendo in prestito la citazione delle autrici) fa emergere: un valore che unisce, e che mai come oggi, è tanto prezioso quanto raro. Grazie, allora, ad Anna Maria e Miriam che con il loro libro, le loro parole e la loro rispettosa amicizia hanno saputo regalarci sane riflessioni.

Si ringraziano le autrici per la disponibilità e l’ufficio stampa, nella persona di Valentina Petrucci, per la copia lettura in omaggio.

Biografia delle autrici:

Anna Maria Castoldi e Miriam Donati, nate negli anni Cinquanta, abitano ai confini nord di Milano. Hanno esordito con Delitti nell’orto (Happy Hour Edizioni, 2017), riedito con un’indagine supplementare da Edizioni Convalle nel 2020. Tra le loro pubblicazioni figurano anche Fughe e ritorni – La sciura Marpol indaga ancora (Scatole Parlanti, 2018), finalista al premio “Garfagnana in Giallo Barga Noir” (2018) e La svolta (Edizioni Convalle, 2019), finalista al concorso “Dentro l’amore” (2019), scritto con Giuseppe Milanesi.

Il sito della casa editrice è: http://www.scatoleparlanti.it

Post in evidenza

“A passi leggeri tra i ricordi” di Martina Campagnolo, Edizioni Convalle, #boodinterviste.

Prefazione a cura di Adelia Rossi.

A volte, i ricordi riemergono inarrestabili, dolorosi. Altre, ci avvolgono le spalle proprio come una coperta calda, che si può prendere dal cassetto quando fa freddo. Talvolta, appaiono sotto forma di immagini ancestrali, alle quali la memoria accede senza nemmeno sapere come. (citazione tratta dall’opera).

Ci siamo quasi. L’inverno sta per lasciare spazio alla primavera, a temperature meno rigide, all’aria più mite, alla natura più colorata. Le coperte di lana, quelle che avvolgono e proteggono, seppur con lentezza, verranno riposte nel ripiano più alto dell’armadio, quello che in estate non apriamo quasi mai. Eppure, la lana è una fibra così pura che protegge anche dal caldo, una sorta di fibra magica, insomma, che riesce a garantire benessere anche quando non te lo aspetteresti.

Martina Campagnolo nel suo romanzo “A passi leggeri tra i ricordi”, pubblicato da Edizioni Convalle, usa la metafora della coperta di lana per affrontare un tema che appare nel titolo e che nutre l’intera opera: i ricordi. Memorie liete, dolorose, coraggiose; immagini scattate in un passato che si riflette nel presente; evocazioni suggestive; dubbi esistenziali e risposte aperte che, vi avverto, non sono faccenda da poco. Un assaggio? Subito servito! Ulisse – uno dei personaggi più impenetrabili dell’intera opera – dice: “Ma l’amore, che cos’è? Solo un’invenzione degli uomini per giustificare la propria debolezza“. Argomento complesso, quasi sacro, mi permetto di dire. Perché l’Amore in ogni sua forma, è un ulteriore tema nel tema e questo pone “A passi leggeri tra i ricordi” un testo nel quale l’Esistenza (nella sua forma più completa e intera) viene sfiorata, spinta, analizzata, osservata, commemorata e vissuta. Il tutto attraverso le memorie che tornano a riempire e spezzare la vita di Maia, lei che è in cerca di radici, di risposte, di speranza. In centossessanta pagine circa accanto a Maia tornano a vivere i suoi nonni e i suoi genitori: tre donne e tre uomini.

La prima persona è stata una scelta narrativa piuttosto coraggiosa, considerato il numero di personaggi, ma l’autrice ha dimostrato un’ottima padronanza del tono di voce e il risultato finale è una danza di voci che convince, che allieta la lettura e che mantiene – questo è un ulteriore nota a favore – un filo conduttore chiaro.

Ora, per meglio addentrarci in questa lettura, incontriamo l’autrice che ha accettato l’invito a rispondere a qualche domanda e a raccontarci qualche curiosità.

VG: Benvenuta Martina. Grazie di essere qui con noi.

MC: Buongiorno Valeria e grazie a te per l’invito.

VG: Raccontaci qualcosa di te. Siamo lettori un po’ curiosi…

MC: Provo sempre una certa difficoltà a parlare di me, perché se dovessi dire tutto potrei scrivere un romanzo. E se dovessi dire l’essenziale, forse, rischierei di cadere nella banalità. Cercherò di essere sintetica ed esaustiva al tempo stesso. Credo che tutta la mia vita sia pervasa dalla curiosità e dalla volontà di migliorare, sempre e in qualunque contesto. Questo è stato il motore che in tempi diversi mi ha portato anche ad allontanarmi da casa e a fare nuove esperienze. A diciotto anni, infatti mi sono trasferita a Parigi per motivi di studio. Era il 1995 e sognavo di vivere in Francia, dove si respirava un clima di grande innovazione e apertura culturale. Invece, subito dopo sono approdata in Toscana, dove abitava il mio compagno e dove ho intrapreso gli Studi in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Firenze. Qui, è nato il mio primo e unico figlio: Leonardo, in omaggio al genio di quei luoghi generosi. Alcuni eventi spiacevoli negli anni successivi mi hanno costretto ad abbandonare gli studi e mi hanno ricondotto nella mia terra natale, in Friuli-Venezia Giulia. Lì, mi attendeva un nuovo inizio, di fatto per nulla semplice. Ero sola con il mio bambino di tre anni e tante sfide da affrontare. Del resto le nuove avventure non mi hanno mai intimidito. Ho lavorato da precaria per un certo periodo. Poi, finalmente è sopraggiunta la stabilità lavorativa e le prime gratificazioni.

Ad un certo punto, è arrivata quella che per me è stata una svolta e un nuovo inizio. La ripresa degli studi universitari. Era un cerchio che si chiudeva. Prima la laurea in lingua e letteratura russa con una tesi sull’Assedio di Leningrado, poi la seconda sulla Shoah nell’ambito della letteratura femminile e della trasmissione della memoria di terza generazione. Un’esperienza che mi ha permesso di ricongiungermi ai miei studi, di fare esperienze formative anche all’estero –sia in Europa che in Russia – e che mi ha dato notevoli spunti per la stesura del romanzo.

Adesso, posso definirmi una donna che è riuscita a realizzare molti dei suoi sogni. Mi sento grata alla vita per ciò che ho ricevuto e riconquistato. Spero, attraverso le cose che scrivo e nel mio quotidiano, di poter rimettere in circolo quest’energia positiva che avverto e che muove i miei passi.

VG: Inizio subito con una domanda che mi ha riconcorso per quasi tutta la narrazione. Quanto c’è, di te, in Maia e negli altri protagonisti?

MC: Questa è una domanda che mi fanno spesso. Preciso però, che il romanzo non è autobiografico. Sicuramente in Maia c’è parte di me. Maia nel romanzo è l’unico personaggio che scava a fondo nel passato per cambiare il futuro, che si interroga sulle sue radici e, se vogliamo, sul senso della vita. Attraversa le vite dei suoi avi analizzandole, ma senza elargire giudizi, lasciando libero il lettore di costruirsi la propria opinione. Inoltre, nella creazione di Maia, ho potuto menzionare luoghi a me familiari, come la Toscana o la Francia dove ho vissuto per un certo periodo. Maia è la figura narrativa che più si avvicina alla psicologia. Gli altri protagonisti, a modo loro, assumono il volto di un’umanità intera, talvolta con le sue gesta eroiche, talaltre con le sue contraddizioni e le sue fragilità. Le vicende narrate sono reali, ma non riconducibili necessariamente ai parenti di Maia. Non nego che, scrivendo alcuni passi del libro, il ricordo dei miei nonni paterni affiorasse nitido alla mia memoria e portasse con sé tanta tenerezza e un Amore puro, con la A maiuscola.

VG: Polenta e latte… Confesso che hai toccato un ricordo, anche mio, ed è un ricordo a cui mi piace tornare, di tanto in tanto. La polenta, infatti, è anche per me un piatto custode di ricordi. Possiamo considerarlo come l’alimento che parla di storia di nonni e nonne, di un tempo in cui il focolare era sempre acceso e le generazioni di ritrovavano a raccontarsi, a tramandare, o anche solo per il gusto di scaldarsi un po’. Raccontaci un’immagine, un ricordo, o da dove hai colto l’ispirazione, quando hai inserito questo alimento che io definisco “narrativo”.

MC: Cara Valeria, anche per me la polenta è custode di ricordi. Dell’infanzia, soprattutto. In effetti, quando ero bambina, la nonna la preparava spesso la domenica. E mentre lei girava il mestolo nel paiolo, io mi accoccolavo sulle ginocchia del nonno paterno accanto al fuoco. Quel momento diventava un luogo magico di racconti e coccole, che mi scalda il cuore ancora adesso.

E allora, quell’alimento, la polenta, diventa davvero anche un elemento narrativo, una sorta di fil rouge che nutre non soltanto lo stomaco, ma anche lo spirito e unisce generazioni di uomini e donne grazie ai gesti che si perpetuano nel tempo.

VG: La Storia è un altro elemento che hai saputo dosare e che ha arricchito la tua opera. Quali sono le tue fonti?

MC: La prima fonte è stato il nonno paterno che, effettivamente aveva combattuto durante la Campagna d’Africa ed era stato in un campo di prigionia scozzese. Poi, le persone della sua generazione. Spesso i loro ricordi, a distanza di tanto tempo, erano frammentati e allora, è stato necessario, in un secondo momento, ricorrere alle documentazioni storiche e agli archivi per verificare la congruenza dei racconti. La scelta di riportare in vita la memoria del nostro territorio e di quel periodo attraverso una narrazione che dia spazio all’emotività e ai sentimenti è anche frutto degli studi compiuti in precedenza: la tesi sull’Assedio di Leningrado per la quale ho intervistato alcuni sopravvissuti in loco, l’attuale San Pietroburgo, condotto ricerche negli archivi e tradotto alcune testimonianze da un libro di memorie popolari. Anche la seconda tesi è stata formativa, poiché verteva sulla Shoah e sulla trasmissione della memoria di seconda e terza generazione senza che essa diventi un esercizio autoreferenziale da parte dell’autore/artista. Nel mio libro perciò la storia, intesa come contenitore ermetico di eventi, non è che lo sfondo di uno scenario che privilegia la trasmissione dei ricordi individuali, umanizzandoli. Non dimentichiamoci, infatti, che il libro non è un trattato di storia, ma un testo letterario.

VG: La solitudine. È una sensazione che si avverte, è quasi palpabile, quasi viva. Qual è il personaggio che consideri più solo e per quale ragione?

MC: Questa è davvero una bella domanda, quasi filosofica. Dici bene la solitudine è una sensazione e può essere avvertita nonostante la moltitudine di persone che circonda i personaggi ed è un tema ricorrente anche nel romanzo attraverso i racconti dei protagonisti. Ulisse è solo alla nascita perché assieme al cordone ombelicale viene reciso uno dei legami più forti dell’esistenza: quello con la madre. Ed è solo, con la Bibbia che gli ha donato la sorella Maria, durante la prigionia in Africa. Anche Ulisse, il personaggio più controverso, nonostante la vita agiata, si ritrova a fare i conti con sé stesso e con il proprio vissuto alla chetichella e in solitudine. Lavinia e Penelope, benché circondate dall’affetto dei familiari, sprofondano in una solitudine imperfetta e inaccessibile agli altri, frutto dell’età che avanza e della malattia. Anche Maia, a modo suo, fa i conti con una sensazione di solitudine penetrante data dai luoghi e dai ricordi che non può più condividere con gli altri personaggi del romanzo. Eppure, in queste varie forme di rappresentazione della solitudine che appartiene un po’ a tutti gli esseri umani in alcuni momenti della propria vita, c’è sempre quella coperta di lana di cui parlavi prima.La lana: un materiale adatto sia in inverno per coprirci dal freddo che in estate, per ripararci dal caldo torrido. E quella coperta è fatta appunto di ricordi e di legami che nessuno ci può sottrarre perché sopravvivono a tutte le temperature e a tutte le stagioni. Quindi, un messaggio non di tristezza ma di luce e calore umano.

VG: Un altro elemento di spessore è il tema della condizione della donna, tema di cui hai parlato con molta grazia. Quale delle tue protagoniste ha sacrificato maggiormente sé stessa?

MC: Ti ringrazio per la molta grazia, Valeria. Anche questo è un tema a me caro. Ho cercato in effetti, di rappresentare l’universo femminile nelle sue molteplici sfumature. Le donne non hanno un ruolo marginale nel romanzo, benché, come dice Tessa, non abbiamo compiuto le gesta eroiche di Ulisse e non abbiano combattuto al fronte. Voglio raccontarti un fatto per me significativo, anche se rischio di allontanarmi dalla domanda iniziale. Quando andai a San Pietroburgo la prima volta, rimasi stupita di fronte ai memoriali sulla Seconda Guerra mondiale e sull’Assedio, perché accanto ai soldati si ergevano statue gigantesche che rappresentavano donne e bambini. Mi piacquero molto queste forme artistiche che celebravano anche le vittime civili. Anche la letteratura era intrisa di narrazioni al femminile su quel periodo. Così, mi sono resa conto di quanto fosse importante il loro contributo per una visione meno celebrativa, ma più umana dei fatti. Inoltre, mi piaceva l’idea di dipingere la donna e i suoi processi di emancipazione in un arco temporale più ampio per delinearne l’evoluzione. Secondo me è Penelope quella che ha sacrificato maggiormente sé stessa. Prima per amore dei suoi genitori, poi, dopo l’abbandono del marito, per allevare la figlia. Un’attesa lunga un’intera vita. Come dice lei in un passo del romanzo: «Non un merletto, ma un filet di spazi vuoti.»

VG: Quale personaggio, maschile o femminile, è stato il primo, quello che ti ha spinta a scrivere? Ci piacerebbe conoscere le fasi preliminari dell’opera.

MC: Il primo personaggio che ha visto la luce è stato quello di Lavinia. Un racconto che è arrivato a me come un flusso emotivo inarrestabile in una grigia domenica di gennaio. Aveva nevicato e il silenzio attutiva persino il rumore dei passi in casa, tanto era fitto. Dovevo scrivere un testo per un laboratorio creativo con Edizioni Convalle, mi sdraiai con una copertina sulla chaise-longue vicino a un termosifone acceso. Dalla finestra entrava una luce diafana e muta. Leggera e penetrante come la neve che si attacca addosso. Iniziai a scrivere pensando a mia nonna, all’ultima volta che la vidi nella casa di riposo in cui soggiornava da qualche mese. Quando ci salutammo, le promisi che sarei tornata presto a trovarla. Da lì a poco, arrivò la pandemia e con essa il primo lock-down. Non potei mantenere la promessa e forse, una parte di me non se lo perdona ancora. Era strano perché quel giorno, mentre scrivevo, non avevo bisogno di cercare le parole giuste. Era come se loro avessero trovato me. Il racconto piacque molto a Stefania Convalle, l’editrice. Dopo qualche giorno, altre storie bussarono alla mia porta: avevano trovato un varco nella mia memoria con cui raggiungermi. Allora, mi vennero in mente le testimonianze tradotte durante la tesi sull’Assedio di Leningrado che erano ancora oggetto di studio e sulle quali avevo intenzione di scrivere. Pensai che sarebbe stato bello poter rendere omaggio alle molte vite che avevano attraversato quel periodo storico anche nel mio territorio, tra esse anche quelle dei miei nonni e di molti dei loro coetanei. Ne avevano di cose da raccontare. Così, abbandonai temporaneamente l’idea del saggio sugli assediati di Leningrado e iniziai a dedicarmi alle storie dei miei corregionali.

VG: Quali sono i tuoi progetti per il futuro – letterari e non?

MC: Nei prossimi mesi ho in programma una serie di incontri letterari e interviste a proposito di “A passi leggeri tra i ricordi”. Nel frattempo ho partecipato ad alcuni concorsi letterari classificandomi tra i finalisti e aggiudicandomi la pubblicazione di alcuni racconti su riviste e su antologie. In futuro, ho anche in progetto di attivare un sito tutto mio in cui dar spazio a opere letterarie contemporanee e non, anche a supporto di studenti che vogliano addentrarsi nella letteratura con un approccio multidisciplinare. Ho cominciato anche a raccogliere altre storie di vite durante la seconda Guerra mondiale e nel periodo della ricostruzione.

Nel frattempo ho iniziato a scrivere un altro romanzo ambientato tra la Russia e l’Italia, ma per il momento non svelerò altri dettagli su questo futuro libro che potrebbe assumere le caratteristiche di un thriller contemporaneo.

VG: Restiamo in attesa, allora, di conoscere il seguito di questi progetti, augurandoti di vederli realizzati esattamente come li hai ideati.

Si ringrazia l’editore per il file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Martina Campagnolo è nata a Udine. Per motivi di studio ha vissuto a Firenze, soggiornato a Parigi e a San Pietroburgo per alcuni periodi e ora lavora in Friuli come insegnante. Animo sensibile, incline all’arte e al volontariato, sin da giovane ha collaborato con diverse istituzioni.

Si è laureata in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee presso l’Università di Udine con una tesi sull’assedio di Leningrado e una sulla Shoah nell’ambito della letteratura femminile contemporanea. Ha partecipato a progetti europei sulla storia della Prima e della Seconda Guerra mondiale. Interessata alla scrittura ha frequentato corsi di scrittura creativa e di editing. Nel 2019 ha tradotto dal francese alcuni capitoli di Qui, a Bouc, 50 anni dopo! di Elisabeth Fabre Groelly (autoedizione).

Nel 2021 ha partecipato al premio letterario Dentro l’amore, organizzato da Edizioni Convalle qualificandosi tra i finalisti in varie sezioni e aggiudicandosi il primo premio in quella dedicata agli Haiku – forma di componimento poetico sviluppatosi in Giappone nel XVII secolo -.

Nel 2021 ha pubblicato inoltre, La via del Pane in I racconti di Natale (Antologia), Un cioccolatino per il viaggio, Lettera a Gianmarco, Cielo e terra in Antologia Premio Letterario Dentro l’amore VI Edizione 2021.

Di recente ha partecipato al Concorso Letterario Racconti-Friulani organizzato da Historica Edizioni qualificandosi tra i finalisti e aggiudicandosi la pubblicazione del racconto Storia di una Marchesa e di una governante in tempo di guerra (1943-1945) in un’antologia che sarà pubblicata ad aprile 2022.

Con il libro A passi leggeri tra i ricordi, e altre pubblicazioni in antologie sarà presente alla XXXIV edizione del Salone del libro di Torino 2022.

Post in evidenza

“Pentàgora(c)conta – Un fior fiore di narrazioni” a cura delle Narratrici e Narratori di Pentàgora.

Racconti per unire emozioni in tempo di distanze.

Come reagire agli effetti malefici dei tanti lockdown nei quali siamo precipitati? C’è chi non ha smesso di lavorare e chi di sperare, chi ha ritrovato vecchie scatole di ricordi e di idee non sviluppate, chi si è dedicato alla cucina (io ne so qualcosa…) e chi ha vissuto con rabbia e dispiacere il tempo sospeso e – all’apparenza – infinito del distanziamento sociale. Un gruppo di scrittori, invece, come potrebbe affrontare un evento così straordinario, reso ancora più straordinario da un invito che proviene direttamente dalla casa editrice che ha pubblicato i loro sogni di carta e parole?

Questo è il principio di “Pentàgora(c)conta – Un fior fiore di narrazioni” a cura dei Narratori e delle Narratrici di Pentàgora Edizioni.

Nella Notarella a cura della redazione, mi trovo subito a mio agio quando leggo che “si è partecipato al banchetto di Pentàgora con la stessa libertà con cui si arriva a una festa fra amiche e amici, senza accordi preliminari: alcuni hanno portato quel che era già pronto in frigo (dolce, piccante o amaro… non importa), altre hanno confezionato pietanze nuove per l’occasione…”. Grazie a queste semplici metafore, il clima che mi attende è invitante e ha il sapore di ritrovo, di un’occasione speciale, di un momento di condivisione a base di una forte identità, come solo le raccolte di racconti sanno essere. Tante penne, stili diversi e trame sempre nuove mi attendono. Mi immergo nella lettura e le sorprese sono tante, tutte di pregio.

Non ho intenzione di segnalare titoli o nomi degli autori in ordine di apparizione, né di raccontarvi le sole trame, i visi dei personaggi (così come li ho immaginati) o le loro voci: entrerei in una fase di spoiler che non amo mai, soprattutto quando si tratta di un’opera a più mani.

Preferisco concentrarmi su elementi che hanno saputo emozionarmi, che mi hanno trasportato in un angolo lontano, eppure vicino, tra le righe e le metafore che mi hanno convinta.

La prima evidenza è l’ambientazione: come da premessa, ogni autore ha compiuto una scelta netta, ma molte sono le somiglianze. Una di queste è la Liguria – la terra nativa di molti degli autori e dell’editore stesso – che qui viene descritta come culla, casa, protettrice di panorami mozzafiato, landa di mare e vento, di montagna e torrenti che, a causa di forze ancestrali, diventano portatori di distruzione. La Liguria è anche la terra dei profumi: la focaccia appena sfornata, le castagne d’autunno che colorano i boschi, i taggèn all’uovo (i taglierini) fatti di forza, delicatezza e amore.

Per quanto riguarda il periodo storico, gli autori hanno spaziato lungo la linea del tempo: la guerra del secolo scorso e la moderna pandemia sono diventate sfondo e protagoniste. La grazia della narrazione, in ogni caso, è percepita e molto gradita.

I protagonisti sono tutti viscerali, vibranti: ci sono uomini di valore, una madre e un figlio incastrati in un rapporto silenzioso, una dolce bambina che vive una fiaba, donne che conoscono il significato dell’amore, un gruppo di amici che non si arrende all’avanzare dell’età e molti altri ancora, tutti degni di essere chiamati protagonisti.

I temi che emergono, tra gli stili diversi, sono tanti, come immaginerete, e in questa sede ne citerò solo alcuni: la condizione della donna, la speranza, la solidarietà, la comunità, il rapporto tra uomo, natura e i suoi frutti, la povertà, il lavoro e il sacrificio.

In conclusione, “Pentàgora(c)conta – Un fior fiore di narrazioni” è un patchwork di immagini, emozioni, suggestioni e personaggi distinti, creati ognuno sulla base di una forte identità.

Si ringrazia l’autrice Helena Molinari (suo il racconto “La neve speciale”) per il file lettura omaggio.

Il sito della casa editrice è : https://www.delfinoenrileeditori.com/pentagora/.

Post in evidenza

“Nehustan – Viaggio tra esoterismo e realtà” di Francesco Colamartino, Scatole Parlanti.

“Un labirinto di congetture così intricato che il pensiero avrebbe facilmente rischiato di trovarvisi prima o poi prigioniero.” Citazione tratta dal romanzo.

Mai come oggi, ritrovarsi prigionieri all’interno di un mondo basato su congetture, pensieri, immagini e parole è una condizione piuttosto frequente. Stiamo vivendo in un’epoca storica gravata da un senso di incertezza e questo, inevitabilmente, ci porta a cercare, sempre più, una guida che ci tenga per mano. Una luce, un sostegno, un faro… qualsiasi mezzo disponibile, pur di ritrovare la strada e raggiungere la meta. A questo, purtroppo, si aggiunge il peso del potere, della cattiveria, dell’ingiustizia e della prevaricazione che inevitabilmente causa disorientamento, cadute, perdite: una battaglia nella battaglia, insomma.

Leggere ““Nehustan – Viaggio tra esoterismo e realtà” di Francesco Colamartino, edito da Scatole Parlanti, mi ha fatto riflettere su come l’uomo abbia, ancora e forse sempre più, il bisogno di cercare sé stesso quando le condizioni si rivelano avverse.  

La trama di questo romanzo avventuroso trae spunto da un fatto realmente accaduto che, qualche anno fa, coinvolse il mercato del lusso – pietre preziose, per la precisione – in una truffa ai danni di risparmiatori (alcuni dei quali erano personaggi famosi). Il protagonista creato da Colamartino si chiama Stefano, è un giornalista milanese, e ha il compito di indagare su ciò che sta accadendo alla sua famiglia che è implicata, all’apparenza, in questioni poco chiare (brokeraggio di pietre preziose dall’Africa, ecco il riferimento al fatto di cronaca). Artuto, zio e fondatore, sembra aver perso la ragione; la zia Myriam– la mente che ha creato l’impero – sembra aver perso le forze mentre una pietra verde dai poteri unici è svanita nel nulla. Il protagonista vola in Africa per affondare nell’indagine: l’attendono incontri fantastici, personaggi misteriosi, un piatto di wat incompleto ben lontano dai ricchi sapori che egli aveva immaginato, poche risposte, una guerra e un vuoto che deve colmare. Intanto, a Milano, la famiglia, la città e l’azienda sono precipitate nel buio e nella follia: solo Stefano può riportare la luce e la pace.

Il punto di vista del protagonista emerge con determinazione, per tutta la durata della lettura, mentre gli scenari si alternano, la suspense cresce e i misteri diventano sempre densi di magia e spiritualità. L’avventura, in generale, è ben costruita: l’autore si è avvalso di miti e leggende, di storia e religione, e questa scelta ha influito positivamente, nella narrazione, perché ha reso il racconto più ricco, più ricercato. Una sorta di porta, insomma, che si apre su concetti e valori che cambiano l’uomo e che lo mettono di fronte al Bene e al Male: potere e giustizia, violenza e civiltà, obbligo e scelta, segreti e verità, amore e solitudine, incredulità e stabilità. E il viaggio, naturalmente. Un viaggio spirituale, contro le paure e i sospetti, tra i limiti del nostro io e alla ricerca della propria, innata, forza.

Consiglio di lettura. Vista la sua ricchezza di contenuti e il genere avventuroso, leggete “Nehustan – Viaggio tra esoterismo e realtà” quando avvertite il bisogno di vivere un’esperienza che, altrimenti, non potrete vivere.

Si ringrazia l’ufficio stampa per il file lettura in omaggio.

Nota brografica dell’autore:

Francesco Colamartino, nato in Abruzzo nel 1988, vive e lavora a Milano. Giornalista professionista dal 2014, dopo aver mosso i primi passi nell’informazione finanziaria (Gruppo Class Editori), attualmente scrive per la testata “Citywire Italia”. È attivo nella realtà dei club filantropici da circa dieci anni. Nehustan – Viaggio tra esoterismo e realtà è il suo primo romanzo.

Post in evidenza

“Tutto Torna – Le indagini dell’avvocato Joe Spark” di Marcella Nardi. #boodinterviste.

“Joe non era certo che Ely non lo stesse prendendo in giro. Era così brava a mascherare le proprie reale intenzioni.”

Ho amato la citazione che vi ho riportato. L’ho amata perché la considero una delle più interessanti e rilevanti, una delle più semplici ma fondamentali per comprendere l’andamento di “Tutto Torna”, la nuova indagine che vede come protagonista Joe Spark, l’iconico avvocato statunitense creato dalla talentuosa Marcella Nardi.

Siamo sempre a Seattle, la città in cui Joe Spark vive e lavora e, in questo capitolo della sua vita, egli si trova a dover affrontare molto più che un caso, molto più che un’indagine, molto più che un’inchiesta intricata. La persona che scompare è sua moglie Ely, la donna che è stata la sua donna e che ha il potere di spostare i suoi equilibri, sgretolare le sue certezze, appannare la sua forza. Ancora, nonostante il loro passato.

Joe vacilla, più volte, si perde in congetture, lascia che la rabbia gli scorra nelle vene, sprofonda nei sensi di colpa e si domanda – spesso – quali siano state le vere intenzioni di Ely, i suoi dubbi, i motivi che l’hanno spinta a tacere silenzi e scelte discutibili. L’avvocato cerca di mascherare l’impotenza mangiucchiando in una caffetteria; si nasconde nelle sue abitudini, sorseggiando una birra al banco del solito bar irlandese; afferra un raggio di speranza, quando pensa a una cena in un ristorante italiano.

Per tutta la durata della lettura, ho avvertito una profonda sensazione di umanità che l’autrice ha fatto indossare al suo personaggio (uno dei più coraggiosi e decisi, a mio avviso). Ha lasciato emergere la fragilità di un uomo davanti all’amore, alla passione, al tempo che non è mai – davvero –  trascorso. Il quadro psicologico complessivo è chiaro, ben delineato, e il lettore viene coinvolto in egual misura dall’indagine e dallo smarrimento di Joe.

Non vi dirò altro perché l’autrice ha accettato il mio invito a raccontarsi: un ottimo modo per inaugurare l’anno di Bood!

Buongiorno Marcella. Grazie per aver accettato il mio invito.

  • Grazie a te, Valeria. Felice, ancora una volta, di essere tua ospite.

Tre pregi e tre difetti per raccontarti.

  • PREGI – Amo la vita, amo sorridere e dare un sorriso. Ma il pregio, forse maggiore, è la voglia e la forza di realizzare i miei sogni, e crederci.
  • DIFETTI – Oddio!!! Tanti. Vediamo… Sarà l’età, ma non riesco più a tenermi le cose dentro. Sono paziente, ma quando esplodo… è per sempre. Un altro difetto è l’ordine. Credo di avere una specie di ossessione. Se devo dormire e la luce ovviamente è spenta, non riesco sapendo, per esempio, che un cassetto non è chiuso bene. Mi volete torturare? Bene… tenetemi in una stanza disordinata per oltre due o tre ore. Mi scoppia un gran mal di testa. Non sono brava a seguire le ricette. Spesso le sbaglio alla grande. Devo riprovarle tante volte.

In “Tutto Torna” ho affrontato un viaggio nei sentimenti di Joe. Siamo alla quarta indagine e, avendo avuto il privilegio di averle lette tutte, sento di conoscerlo, almeno in parte. Da dove è nata l’ispirazione per creare questo fortunato personaggio?

  • Avevo voglia di cimentarmi con un personaggio maschile.
  • Ho cercato di concentrare in Joe il grosso degli aspetti caratteriali che amo in un uomo.
  • Gli ho anche affibbiato molte caratteristiche che degli uomini mi fanno ridere o mi danno fastidio: la paura della malattia, la paura di aprire nuovamente il proprio cuore dopo una delusione, come se la vita fosse eterna, l’incapacità di fare più di una cosa alla volta.
  • Da quasi quattordici anni vivo alle porte di Seattle, città molto bella e a misura d’uomo. Ha una popolazione che non supera i 750 mila abitanti. Volevo offrire ai miei lettori uno spaccato di vita e una specie di tour costante per le strade di Seattle e del suo hinterland.
  • A quanto pare sono riuscita a creare un bel personaggio. Non posso che esserne felice.  

C’è un luogo e un orario in cui trovi maggiore ispirazione?

  • Scrivo quasi sempre dopo le due o tre del pomeriggio. Non mi piace scrivere la mattina.
  • L’ispirazione mi viene in momenti vari. Annoto sempre tutte le idee e se non ho da scrivere, appunto nella app di promemoria del cellulare quello che mi è venuto in mente di scrivere o modificare.
  • La maggiore ispirazione è la cronaca nera o le serie tv o film.

Quanto conta, secondo te, la copertina di un libro? Nei tuoi, sei tu a scegliere o hai qualcuno che ti consiglia?

  • C’è un gran caos in merito.
  • Ci sono venditori di fumo che per 5 euro vendono copertine, senza specificare bene che il grosso sono sempre le stesse con qualche variante. Potrebbero andare benino per gli ebook, non per i cartacei. Per i cartacei si deve sempre sapere le pagine e il formato.
  • Poi c’è chi chiede varie centinaia di euro. Io rispetto molto questi ultimi. Fare una copertina non è cosa di qualche oretta e basta.
  • Le mie sono pensate e realizzate da me. Quando ho realizzato due o tre varianti, le sottopongo al giudizio di un paio di persone di cui mi fido in termini di gusti e di sincerità. Con Adobe Photoshop le realizzo, sia per l’ebook sia per il cartaceo. Ho lavorato come hobby per uno studio grafico dal 1996 al 2001.

Domanda di rito: raccontaci i tuoi progetti per il futuro (anche non letterari).

  • Letterari: ne ho due nuovi, anche se per ora sto lavorando al quinto romanzo di Joe Spark. Vorrei realizzare un libro fotografico con foto da me scattate su questo pianeta nei miei tanti viaggi. Sto ancora pensando al format. Vorrei anche realizzare una specie di biografia, anche questa con un format simpatico. Vedremo…
  • Altro: sto pensando a dei viaggi futuri. Vorrei vedere il nord est dell’Australia; alcune nazioni dell’Asia e dell’Africa, anche se con questa situazione di pandemia non so quando. Sto pensando al mio nuovo lavoro di modellismo medievale. Vorrei realizzare il castello aragonese di Taranto. E tante altre cose…  

E se vorrai, un posto qui, per condividere i tuoi progetti, ci sarà sempre!

Ringrazio l’autrice per la sua disponibilità e per il file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice.

Marcella Nardi è nata nel borgo Medievale di Castelfranco Veneto e ha lavorato per ventidue anni, tra Segrate e Milano, come Project Manager, dopo la laurea in Informatica nel 1986. Dal 2008 vive a Seattle, USA, dedicandosi all’insegnamento dell’italiano, alle traduzioni tecniche e alla scrittura di romanzi. Tra le tante passioni c’è la Storia antica e medievale, la fotografia, i viaggi, la lettura, il modellismo storico e, soprattutto, un grande amore per la stesura di romanzi. Negli anni ha vinto 3 premi nazionali, nel Lazio, Lombardia e Sicilia. Dal 2013 continua a scrivere e ha al suo attivo oltre 15 pubblicazioni. Due serie poliziesche: Le indagini del commissario Marcella Randi Le indagini del detective Lynda Brown”. Una serie di genere Legal thriller, ambientato a Seattle, USA: Le indagini dell’avvocato Joe Spark. Sulla scia dei mitici “gialli per ragazzi” degli anni ’60 e ’70, ha dato vita a una serie di Gialli Young Adult: Le indagini di Étienne e Annabella, dove due studenti universitari si cimentano a fare i detective. Ha anche scritto un romanzo mystery/storico dal titolo Joshua e la Confraternita dell’Arca, un paranormale, un romance/erotico e alcuni racconti.

Post in evidenza

“Anime animali” di Amelia Belloni Sonzogni- #boodperglialtri

“Ad Ufinta piaceva il castagnaccio, forse per il profumo di bosco, o l’aroma del rosmarino; o per l’uvetta, così dolce…”

“Anime animali” di Amelia Belloni Sonzogni inizia con questa frase. Una frase che, per chi non ha ancora letto la raccolta di racconti, anticipa moltissimo e per chi, come me, è già arrivato alla parola fine, ha un potere evocativo di altissimo pregio.

C’è una parola, all’interno di questa frase, sulla quale vorrei portare la vostra attenzione, cari lettori. È l’aggettivo “dolce” che chiude il periodo, come una sorta di conclusione, ma anche di avviamento a qualcosa che verrà, che il lettore è chiamato a scoprire.

La dolcezza, dunque, è un’emozione che si apre sui capitoli come un ventaglio, che affianca la narrazione e la sostiene, che accompagna le avventure dei protagonisti. Protagonisti umani o animali, ovviamente.

L’umanità degli animali, come sostiene la stessa autrice nella breve ma intensa presentazione che ha dedicato in apertura ai lettori – ma di pregio è anche la prefazione del Professor Mantegazza -, è un tema che ritroviamo, anche in quest’opera e che, spesso, mi ha ricordato l’opera prima “Io ho sempre parlato” – https://wordpress.com/post/bood.food.blog/300 – per la sua semplice autenticità e per quel dolce coinvolgimento che giunge con spontaneità.

Protagonisti e trama sono variegati, come è giusto che sia quando ci si imbatte in una raccolta di racconti, e le foto che aprono ogni racconto sono un’ulteriore narrazione nella narrazione. Non voglio svelarvi troppo, sulle variopinte trame e relative avventure, ma Ufinta – la mula coraggiosa che ama il castagnaccio -; il cane Dog – lui che ha il compito di cambiare la vita di una famiglia -; la piccola cagnolina Jessy – lei che cattura l’attenzione di una famiglia a cena – sono solo alcune delle anime che incontrerete.

L’autrice, attraverso la sua visione del mondo animale –  un mondo di zampette e occhietti umanizzato –  narra storie di famiglie divise, di rapporti tra genitori e figli, di silenzi da spezzare, di ricordi, di viaggi fisici e sentimentali, di rapporti ritrovati, di raccordi e ritorni, di pranzi di famiglia a base di piatti della propria e unica tradizione famigliare. Il quadro finale è un melting pot di istantanee di vita, di case, di cucine, di suoni, di sguardi e mani, di quotidianità, abitudini e novità, di valori e ricordi.

Infine, le ultime note vanno sullo stile e sull’ambientazione, entrambi frutto di una capacità espressiva notevole.

La prima persona, il narratore onnisciente, la forma epistolare, i dialoghi e le descrizioni precise sono usate ad hoc, e aiutano il lettore a entrare in sintonia con la narrazione.

L’ambientazione, infine, rispecchia ulteriormente l’insieme armonico che l’autrice ha voluto dare, in quest’opera: Adige e Brenta, Liguria, la città di Milano sono luoghi che ritornano con toni sempre diversi. Perché l’autrice, grazie alla variegata moltitudine di personaggi, accompagna il lettore in scenari diversi: strade di città, sentieri di montagna nei quali l’eco della guerra si fa sentire, la spiaggia e il mare in un periodo insolito… Giusto per citarne alcuni.

Mi piace definire “Anime animali” un insieme. Un insieme di sentimenti e stili di scrittura, di avventure e ricordi, di scenari e viste, di animali e persone. Il tutto legato da un unico denominatore comune: la dolcezza.

Consiglio di lettura. Consiglio di leggere “Anime animali” quando hai bisogno di una carezza e quando hai necessità di guardare il mondo da un’altra angolazione.

Si ringrazia l’autrice per il file lettura in omaggio.

I diritti d’autore che “Anime animali” riceverà saranno interamente devoluti all’associazione Save the dogs and Other Animals per il progetto contro il randagismo “Non uno di troppo – Calabria”.

Nota biografica dell’autrice:

Amelia Belloni Sonzogni, nata a Milano, già insegnante di lettere e storica, si dedica ora alla scrittura per il piacere di raccontare e con lo scopo principale di aiutare le creature deboli e indifese, cani soprattutto.

Post in evidenza

“Terra sporca” di Marco Speciale, AltreVoci Edizioni.

L’atmosfera natalizia è entrata nel vivo: le luci calde della sera sfidano i venti gelidi e l’aria vibra di attesa, di novità. Non solo. In questo periodo dell’anno, parole come speranza e legame assumono un sapore ancor più speciale e i profumi delle case iniziano a sapere di buono, di qualcosa che, ancora, riesce a stupirci. Questa è un’ambientazione che fa gola a molti scrittori, senza dubbi, non solo per le dolci novelle natalizie antiche e moderne, ma anche per un giallo intrigante su sfondo d’inchiesta.

Il giallo che ho letto, ambientato nello spazio temporale pre-natalizio, è “Terra sporca” di Marco Speciale, edito da AltreVoci. Siamo nella città di Monza che sta per essere illuminata dalle luci di Natale e la Val Padana tutta sta per essere travolta da un’inchiesta denominata “Terra Sporca”, per l’appunto, e che ha inizio con l’omicidio di un noto imprenditore: Giulio Malacorda. L’indagine è nelle mani di un curioso (e molto ben assortito) gruppo: il questore Alvaro Seppi, un uomo che sta per affrontare un dramma; l’agente Amina Spalma, la donna dalla pelle ambrata e sorrisi decisi; l’agente Innalfo, detto la Volpe ; l’agente Martì, preciso, semplice, costante; l’agente Locatelli, un bergamasco che lavora d’impegno. Il gruppo di agenti lavora a stretto contatto col vicequestore, Matteo Caserta, originario di Benevento, trapiantato al Nord con moglie e figli, per via della carriera, della possibilità di crescita, del miglioramento.

Addentrandosi nella lettura di “Terra sporca” si evince subito quella dolce leggerezza mista a umanità che l’autore ha scelto, come stile, per raccontare una vicenda cruda, che riserverà non pochi colpi di scena. La vena ironica non stride, anzi, è una piacevolissima compagnia ed è una costante che si ripete per tutta la durata della narrazione.  

Nel delineare la personalità dei personaggi, l’autore ha mantenuto la promessa e il risultato è una lettura coinvolgente, sincera. Non mi dilungherò nel raccontarvi le particolarità di ognuno, sono convinta che il lettore debba avvicinarsi alla sostanza con la mente vergine, ma mi permetto di raccontarvi quanto Caserta sia speciale.

Innanzitutto, il rimando alle sue origini. È un tema che ricorre, con

gradevole puntualità, e la nostalgia che si percepisce riesce a emozionare.

“… era quasi ora di pranzo. Decise per un atto ardito, una sfida a se stesso: entrare in una pizzeria del Nord. Già sapeva come sarebbe finita, rimpianti e recriminazioni come se piovessero…”

Un esempio, questo della pizza che con la sua semplicità riesce a far emergere una chiara immagini di chi è, davvero, Matteo Caserta: un uomo autentico, che nonostante la determinazione e il coraggio che la sua professione richiede, non ha mai perso il contatto con la realtà, con la vita, con se stesso.

Nel mezzo della narrazione, quando ormai l’indagine è avviata e il lettore si trova catapultato in una vicenda che ha il sapore amaro della corruzione, delle bugie e degli intrighi più pericolosi – soprattutto perché il danno inflitto è sempre rivolto ai più deboli – l’autore presenta un’ulteriore immagine di Caserta che ho trovato irresistibile:

“…l’atmosfera della sua casa era quella di un circo senza spettatori. Per non inalare quell’aria triste, si diede da fare in cucina, bisognava pur mangiare. L’ulcera consigliava prudenza e optò per una semplice pasta in bianco. Ma la sua disabitudine a cucinare lo portò a disattendere una semplice regola legata al buon senso: per salare c’è sempre tempo…”

Anche adesso, dunque, ci giunge con chiarezza la forte personalità del personaggio, attraverso una scena intima, di casa, nella quale la solitudine fa da padrona.

Per tutta la durata della lettura, infine, ho gradito la coinvolgente ironia di cui la narrazione è ricca, quei passaggi commoventi, quei rimandi alla giustizia e al coraggio, al sacrificio e alla speranza e, soprattutto, al senso più profondo che si nasconde nella verità.

Consiglio di lettura. Leggete “Terra sporca” quando volete entrare in un’indagine “sporca” che vi strapperà sorrisi e qualche lacrima.

Si ringrazia l’ufficio stampa AltreVoci per il file lettura omaggio.

Nota biografica dell’autore:

Marco SPECIALE

Nasce a Milano nel 1963. Durante gli anni dell’Università collabora con riviste e giornali della piccola editoria, una vera palestra. Partecipa con racconti e poesie ad alcuni concorsi letterari, ottenendo pubblicazioni in antologie e alcuni piccoli successi. Il suo lavoro di educatore finisce però per assorbirlo totalmente, al punto da arrestarne il percorso di scrittura. Nel 2015 riprende la sua antica passione con nuova consapevolezza. Con il racconto La scomparsa della verità vince il concorso Giallomilanese 2015. L’anno successivo viene pubblicato il suo romanzo d’esordio, Prima dei titoli di coda (ExCogita), che ottiene diversi riconoscimenti, tra cui il podio al Premio Letterario “Città di Arcore”. Nel 2017 è finalista al Premio Alda Merini (sez. racconti noir) e al Premio Gozzano (sez. racconti). Nello stesso anno viene pubblicato il suo secondo romanzo: Il nome della notte (ExCogita). Del 2018 è il romanzo Il palazzo dei percorsi perduti (ExCogita)

Il sito internet della casa editrice è: http://www.altrevociedizioni.it

Post in evidenza

“Natale con amore” di Elena Andreotti.

L’atmosfera natalizia è una delle più versatili, in letteratura. Sarà per via del calore che contrasta il freddo stagionale, delle luci o dell’attesa, dei buoni sapori che consolano o del bisogno degli Altri, … insomma l’Avvento genera un clima speciale, così unico che la penna dello scrittore sa cogliere e trasformare in gradevoli letture.

“Natale con amore” di Elena Andreotti ne è un valido esempio. L’autrice, già ospite del blog in passato, è una giallista, come ricorderete. Il suo stile di scrittura schietto e sintetico ha raccontato molte indagini e continua a coinvolgere i lettori ma, al tempo stesso, sta dando prova di un’autentica e molto interessante prova di ampliamento delle sue capacità, anche in altri generi, più soft e romantici. “Natale con amore”, infatti, non ha nulla a che vedere con la suspence che rapimenti e omicidi generano: è più da considerarsi una dolce novella, una storia d’amore semplice, di quelle che hai bisogno di leggere, di tanto in tanto, per ritornare ai momenti lieti e quel briciolo di speranza che è indispensabile, nella vita di tutti i giorni.

In questa trama, l’autrice ha affidato il ruolo di protagonista ad Alexandra. Lei è una donna che ha raggiunto il successo lavorativo a New York e che sta per tornare a casa – nella fredda e selvaggia Alaska – per guardare il suo passato da una nuova angolazione. Il Natale alle porte, la neve, il vento tagliente, il villaggio della sua infanzia, i sapori ritrovati (salmone, pudding, bevande al cioccolato, carne alla brace, vino ai mirtilli), i giochi da tavolo che allietano e strappano sorrisi, l’amicizia e il senso di comunità sono tutti elementi che riempiono la trama e spingono Alexandra – e il lettore – verso un finale lieto, in cui l’Amore si guadagna il ruolo di nuovo protagonista della novella.

Lo scenario che l’autrice ha creato è un ulteriore elemento di spessore, invitante e affascinante, che spicca nel racconto e che ne diventa parte integrante.

Il ruolo della donna, inoltre, come già ho colto in passato nelle opere di Elena Andreotti, qui torna con determinata dolcezza, con coraggio, con audacia e con una spinta verso il futuro ben delineata, chiara, comprensibile.

Infine la scelta: è un tema ricorrente, che insegue la protagonista per gran parte della trama e che alimenta la curiosità del lettore, fino all’ultima pagina, fino all’ultima riga.

Consiglio di lettura. Leggete “Natale con amore” per scoprire qualche curiosità circa una terra lontana come l’Alaska e, soprattutto, quando sarete prossimi a compiere una scelta d’Amore.

Si ringrazia l’autrice per il file lettura in omaggio e per la foto.

Nota biografica dell’autrice:

Elena Andreotti
Sociologa con perfezionamento in bioetica.
Ha lavorato per circa venti anni nella P.A. dove si è occupata a lungo di informatica, partecipando a progetti riguardanti il sistema informativo aziendale e curando la formazione dei colleghi.
Attiva nel volontariato, attualmente cura la formazione dei volontari.
Ha collaborato per una decina d’anni con un periodico locale, occupandosi della rubrica di bioetica.
Appassionata di pittura, fotografia e macrofotografia che pratica dilettantisticamente, ma con buoni risultati. Lettrice onnivora, predilige la letteratura gialla’ e fantascientifica.

Libri già pubblicati
Due collane e un romanzo rosa che trovate dettagliatamente nella Pagina autore di Amazon
• Blog personale: Non Solo Campagna – Il blog di Elena
• Blog personale: Elena Andreotti ‒ scrittrice
• Profilo Facebook: Elena Andreotti
• Pagina Facebook: Non solo
Campagna – Il blog di Elena
• Profilo di Instagram: @elena.andreotti.autrice

Post in evidenza

“Non ho mai visto inciampare l’amore” di Chiara Briani, Augh Edizioni.

“…Ci sono momenti della vita in cui il tempo di ferma e le circostanze diventano eventi…” Citazione tratta dal libro.

Un’affermazione intensa, questa tratta da “Non ho mai visto inciampare l’amore” di Chiara Briani, Augh Edizioni. L’ho scelta senza dubbi, perché credo fermamente in questo concetto: la vita è fatta di momenti nei quali il tempo si prende il ruolo di protagonista e proprio in questi frangenti avviene il cambiamento, quello che non ti aspetti, quello che determina il prima e il dopo. Un tempo che separa o unisce, che sbiadisce o colora, che insegna o che insegue.

Andrea ed Elena, i protagonisti del romanzo, sono una coppia normale, una tra tante. Un amore nato per caso, o per via del destino; una promessa strappata con un sorriso – quella di rivedersi al museo, in un futuro lontano ma ben visibile -, un progetto di vita insieme; una cucina ampia, dove le spezie di Andrea emanano profumi lontani legati a tempi lieti. Un figlio, un’ottima posizione sociale e professionale per entrambi, la passione per l’arte, per le cose belle. Una vita perfetta, insomma.

Andrea ed Elena vivono, si amano, si tendono la mano, si sorreggono. Andrea dichiara che la vita è fatta di momenti semplici: una pizza con gli amici, una zuppa calda, l’amore. Elena ama gli impressionisti, l’arte è una delle sue più grandi passioni.

Il tempo, tuttavia, si ferma ed è una fermata ingiusta che cambia l’ordine delle cose, il loro valore, inevitabilmente, senza pietà.

Chiara Briani, con una scrittura intensa, ti trascina all’interno di una trama commovente e coinvolgente. Il dolore viene elargito in dosi massicce ma con una dolcezza struggente che lascia, nel lettore, una scia di emozioni e suggestioni. L’autrice ha usato la tecnica di narrazione mista: la prima voce è quella di Elena, poi subentra quella dolce di un narratore che afferra momenti di un passato felice e li inserisce nel presente sbagliato. Appare anche la forma epistolare, una forma che, in questo contesto, ho apprezzato molto. Tra passato e presente non troverete un percorso statico e questo aspetto crea una danza tra fatti, impressioni, emozioni (tante, tantissime) e la personalità dei personaggi che diventa sempre più delineata, certa. Mentre leggi affronti il tema dell’Amore, del rapporto tra figli e genitori, della solitudine e dei silenzi, dell’accettazione, del tentativo di sopravvivere in compagnia di un peso ingiusto, della speranza, della vicinanza e del sostegno. E degli eventi che diventano circostanze, appunto, dai quali fuggire è impossibile.

Consiglio di lettura. Leggete “Non ho mai visto inciampare l’amore” quando avete bisogno di ritrovare il senso delle cose, quello più autentico.

Si ringrazia Valentina Petrucci dell’ufficio stampa per il file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Chiara Briani è nata a Padova. Vincitrice del premio giovani di critica letteraria “Giovanni Comisso” e di altri premi minori, ha lavorato come giornalista pubblicista. Con Alter Ego ha già pubblicato Voglio potermi arrabbiare(2016), Mrs Grace (2017) ed è presente nell’antologia 80 voglia di ammazzarti (2020) con il racconto Flashdance.

Il sito della casa editrice è: http://www.aughedizioni.it

Post in evidenza

“Sarai Solo Mia – Le indagini del detective Lynda Brown” di Marcella Nardi.

Mi chiamo Lynda Brown e sono americana, del Massachussetts…” Citazione tratta dal romanzo.

Questa è una parte dell’incipit tratta del romanzo giallo dal titolo “Sarai Solo Mia – Le indagini del detective Lynda Brown” dell’autrice Marcella Nardi. Ho scelto di proporvi questa breve frase perché credo che queste poche parole siano molto rappresentative e siano un ottimo spunto per introdurvi questa lettura.

Marcella Nardi ci porta a conoscere uno dei tanti protagonisti che ha creato con la sua penna precisa: Lynda Brown è una donna che ha fatto del suo mestiere – il detective – uno stile di vita, un bisogno, una sorta di estensione di sé. Il guaio è che ha raggiunto il traguardo tanto ambito: la pensione. Una bella illusione, per una donna come lei che, pur essendosi creata una vita ricca di interessi, resta nel profondo una donna di giustizia e dovere, di princìpi e valori. La “pensione” e l’Italia – Ostia Antica, per la precisione, alle porte della Capitale – dovrebbero essere la sua nuova vita: tranquilla, morbida, familiare.

Invece…

La classica coincidenza, che nel genere giallo è una componente di particolare interesse, accade e Lynda si trova un caso tra le mani che la coinvolge subito, senza attese, senza titubanze: la figlia di una delle sue più care amiche, infatti, viene brutalmente assassinata. Questo sarà solo il primo omicidio sul quale la detective dovrà indagare e, nel farlo, la sua forte personalità dominerà piacevolmente la trama.

Marcella Nardi inizia il racconto dando voce alla sua protagonista: il primo capitolo è narrato in prima persona e questo conferisce al testo una nota intima ma già piena di suspence. Dal secondo in poi, un narratore dalla voce fluida entra in scena per accompagnare il lettore in una storia a tratti cruda, dalla quale emergono molti aspetti psicologici di grande rilievo.

Primo tra tutte l’amicizia. Le amiche sono un gruppo coeso, che si ritrova al solito bar, per iniziare la giornata con piacevoli scambi di opinioni a base di caffè espresso, succo d’arancia fresco e dolci evasioni. Nel loro piccolo mondo vive un mondo più grande, più profondo, perché è nei legami che si trovano le risposte, la forza e la determinazione ad andare avanti. L’intenso legame – quello che è parte fondamentale del team – si percepisce con ulteriore coinvolgimento quando Lynda inizia a lavorare all’indagine insieme a Isabella Rigolli, un altro personaggio di grande spessore. 

Un altro aspetto che emerge dalla lettura e come si evince dal titolo, è l’evidente riferimento all’atto di violenza ai danni delle donne. L’autrice spazia, scava, porta alla luce tradimenti, segreti, silenzi, vite parallele. La sicurezza, il senso di famiglia e l’impegno costante che ciò richiede vengono messi in discussione, a tratti tagliati di netto, come una lama che separa. La narrazione accelera ulteriormente, nel corpo del romanzo, e il lettore si trova ad affrontare un viaggio pieno di salite, di domande, di ipotesi e il bisogno che si percepisce è lo stesso di Lynda e Isabella: arrivare prima che il peggio accada.

Un ulteriore elemento interessante, in questo libro, è legato alla sfera personale della protagonista. L’autrice presenta una donna autentica: forte ma piena di dubbi e contrasti; determinata ma dolce e attenta ai bisogni della sua famiglia. Una donna che lotta, che non si arrende, che non evita la sofferenza e che guarda alla solitudine con gli occhi saggi di chi ha capito che è una parte fondamentale della vita.

E, infine, l’autrice scrive la violenza con tagliente precisione, senza eccessiva brutalità, ma porta al lettore un quadro completo di rabbia e dolore che coinvolge e che lascia trapelare molte riflessioni.

Consiglio di lettura. Leggete “Sarai Solo Mia” – Le indagini del detective Lynda Brown” quando avete voglia di immergervi in una storia avvincente e quando avete bisogno di ritrovare il senso del dovere.

Si ringrazia l’autrice per l’invio del file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Marcella Nardi nasce nel ridente borgo Medievale di Castelfranco Veneto. Si laurea in Informatica, campo in cui lavora per ventidue anni, tra Segrate e Milano. Nel 2008 si trasferisce a Seattle, USA, dedicandosi all’insegnamento dell’italiano, alle traduzioni tecniche e alla scrittura di romanzi. Molte sono le sue passioni: la Storia antica e medievale, la fotografia, i viaggi, la lettura, il modellismo storico e, soprattutto, una grande fantasia nella stesura di romanzi. Come amante di “gialli” e di Medioevo, Marcella si è classificata al terzo posto, nel 2011, al concorso “Philobiblon – Premio letterario Italia Medievale” con uno dei sei racconti che hanno dato vita al suo primo libro, un’antologia, dal titolo di “Grata Aura & altri gialli medievali”, la cui prima edizione si chiamava “Medioevo in Giallo”.

Nel dicembre 2014 ha vinto il Primo Premio al concorso “Italia Mia”, indetto dalla Associazione Nazionale del Libro, Scienza e Ricerca, con un racconto ambientato a Gradara.

Continua a scrivere e dal 2013 ha al suo attivo oltre 15 pubblicazioni. Ha creato due serie poliziesche: “Le indagini del commissario Marcella Randi(6 romanzi in cui la detective è proprio lei: quasi lo stesso nome e con le sue stesse caratteristiche, fisiche e caratteriali) e Le indagini del detective Lynda Brown. Ha anche creato una serie di genere Legal thriller, ambientato a Seattle, USA: “Le indagini dell’avvocato Joe Spark”. Sulla scia dei mitici “gialli per ragazzi” degli anni ’60 e ’70, ha dato vita a una serie di Gialli Young Adult: Le indagini di Étienne e Annabella, dove due studenti universitari si cimentano a fare i detective.

Marcella Nardi ha anche scritto un romanzo mystery/storico dal titolo “Joshua e la Confraternita dell’Arca”, un paranormale, un romance/erotico e alcuni racconti. Ultimi lavori: “Virus – Nemico Invisibile”, Spionaggio/Thriller & Suspense e la seconda indagine della detective Lynda Brown, dal titolo “Io Non Dimentico”.

Il suo sito web ufficiale è: www.marcellanardi.com

La sua pagina autore su Amazon è: Clicca qui

La sua bacheca Facebook è:

https://www.facebook.com/Marcella.nardi.5

Il suo gruppo Facebook di Cultura e Libri:

https://www.facebook.com/groups/Marcella.nardi.scrittrice/

Post in evidenza

“Case” di Helena Molinari, Pentàgora

…“Si fugge dentro le case per fuggire la vita, trascurando quanto esse facciano i conti con la vita stessa, quanto esse siano ripiene delle presenze, ma anche delle assenze.”…Citazione tratta dal romanzo.

Ci sono molti modi differenti per viaggiare: c’è chi ha bisogno di una meta definita o, al contrario, di un viaggio senza destinazione; c’è chi insegue un sogno, una nuova esperienza, un brivido; chi si merita riposo e svago; chi fugge e ha necessità di respirare un’aria più nuova, tersa, libera.

Chiara, la protagonista dell’ultimo romanzo di Helena Molinari, pubblicato da Pentagora, fa parte di quel gruppo di viaggiatori un po’ spaesati, coloro i quali stanno per affrontare uno dei passaggi più delicati di sempre: la scelta della propria casa.

Helena Molinari ci porta in una epoca contemporanea: Chiara ha perso il padre, vittima della pandemia e della solitudine che essa ha generato, un padre che le ha lasciato una casa in Alto Adige, una delle tipiche abitazioni in pietra, profumata di legno e di erbe aromatiche. Chiara ha perso anche “l’innominabile”: l’uomo che faceva parte della sua vita ma che, approfittando del lockdown e del distanziamento sociale, si è allontanato da lei. Vive a Milano, si occupa di redazione editoriale, ha una zia che vive a ridosso del mare, in Liguria, in una casa che profuma di focaccia e torta di riso.

Il tema chiave dell’intera trama è racchiuso in una lettera che Chiara riceve da suo padre: cerca il luogo che chiamerà “casa”, lo stesso che parlerà di te, ancor prima che sia tu a farlo. La protagonista, dunque, si muove nel testo portando con sé il bisogno di trovare un luogo che l’accolga e che la faccia sentire viva. Non è sola, Chiara, anche se all’apparenza potrebbe sembrare. Intorno a lei ci sono molti personaggi che hanno un ruolo ben preciso: quello di indicarle la strada, la direzione, la luce che cerca.

La voce dell’autrice è intima, dolce, poetica, ricca di suggestioni che ti restano addosso e che soddisfano la lettura; usa dialoghi brevi per ampliare le descrizioni vive ed esplora molti temi, oltre quello già menzionato, temi che diventano sfondo e riflessione, vista la loro complessità. Si sfiorano le difficoltà economiche legate al lockdown, le restrizioni e il bisogno concreto di trovare soluzioni alternative per evitare il peggio; si legge la spiritualità cara all’autrice che, in quest’opera, trova le sue risposte nella Basilica di San’Ambrogio, a Milano; ci si imbatte nel ruolo dei ricordi, della famiglia; della donna come amministratrice di sé, delle sue capacità di scelta. Infine i luoghi: la montagna, il mare, la città. Tre luoghi distanti che raccontano storie diverse, eppure così strettamente legate.

Il punto di vista gastronomico è un tripudio di sapori e aromi, tanti quanti sono i ricordi che essi stessi evocano: le mele, lo strudel, lo speck, i formaggi, il sidro; le meringhe, il panettone anche se non è Natale, la frutta fresca appena colta, la puccia, e molto altro ancora.

L’ultima nota positiva va dedicata al prodotto completo: la copertina, i ringraziamenti, una serie di illustrazioni bianco e nero che aprono alcuni capitoli e una originalissima concessione privata dell’autrice, nelle ultime pagine, fanno di “Case” un piccolo gioiello.

Consiglio di lettura. Leggete “Case” quando sentite il bisogno di fare un viaggio in alcune delle località più affascinanti del nostro Paese; quando vi sentite persi e avete bisogno di ritrovare la strada attraverso le cose più semplici.

Si ringrazia l’autrice per il file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice.

Helena Molinari (Chiavari, 1969). Scrittrice e conduttrice radiofonica. Ideatrice del Festival della Parola (Chiavari, dal 2014). Con Pentàgora ha pubblicato il romanzo Emma (2019).

Il sito internet della casa editrice è: www.pentagora.it

Post in evidenza

“Niente come prima” di Silvana Da Roit, Edizioni Convalle.

”… Cosa credi, i pensieri sono di tutti, anche se quelli dei bambini non fanno rumore. …”

Qualche volta vi sarà capitato di vedere un fiore sbocciare tra le faglie dell’asfalto. Vi sarà successo di osservare i suoi petali (bianchi per le margherite, dei più svariati colori per le viole) e vi sarete chiesti come la nascita, la crescita e la resistenza siano state possibili in un terreno tanto ostile. Domanda lecita e logica che non prevede una risposta, ma molte, tutte ricche di riflessioni, coincidenze, emozioni, commozioni e ingiustizie. Ho pensato a un fiore solitario, forte e di straordinaria bellezza, durante la lettura di “Niente come prima” di Silvana Da Roit, una delle ultime novità pubblicate da Edizioni Convalle.

Questo romanzo narra una storia tutta al femminile, lungo tre generazioni: Maria, Bianca, Miria, Ilaria. Maria è nonna, la sua è la tempra tipica delle donne che, durante il secolo scorso, ha dovuto affrontare il sacrificio, la solitudine, il silenzio; Bianca è una bambina che sembra conoscere le dinamiche dell’amore meglio degli adulti; Ilaria e Miria sono due anime distanti l’una dall’altra eppure straordinariamente vicine nei desideri e nelle ombre che solo la sopraffazione sa generare. Maria, Bianca, Miria sono tre donne per una famiglia e Ilaria è la luce, destino e opportunità, a voi la scelta. Proprio lei, Ilaria, un giorno, alla stazione, si ritrova coinvolta in un incontro casuale, incontro dal quale nella sua vita entra la bambina. La presenza di Bianca è decisa, semplice, dolce, autentica come solo quella dei bambini sa essere.

Ilaria – Lili – e Bianca ripiegano sulla piacevole sazietà che generano i dolciumi e il latte caldo per allontanare un dolore fresco e si lasciano avvolgere dal sapore confortevole della pizza per suggellare la loro amicizia che diventerà così forte e unica da far comprendere alla perfezione il concetto espresso dal titolo. Niente sarà come prima, e questa certezza ruota attorno a tutti i personaggi che partecipano alla trama. Non c’è modo di fermare la forza del cambiamento: l’autrice ha deciso che il Bene – quello vero che nasce dal Dolore – esiste. Per Lili inizia la rinascita e insieme alla sua nuova direzione ci sono risposte, c’è coraggio e desiderio di non arrendersi. Renata e Giacomo – gli amici di sempre– sono presenze indiscusse: la sera della farinata ci sono ricordi e sorrisi indispensabili per guardare avanti e per gettare le basi di un futuro insieme, più determinati a restare ancorati alla vita e alle sue discese impervie.

Silvana Da Roit spinge il lettore in una trama commovente: l’innocenza violata, il dolore e il sacrificio di essere madre, la violenza e l’impotenza, i segreti e i silenzi, il tradimento e la violenza fisica nonché psicologica. C’è poi il migrare in un viaggio che corre lungo l’Italia: Roma, Bologna e la Carnia dove i personaggi esplorano luoghi e ricordi per affrontare sé stessi, le proprie frontiere, e convinzioni.

In tutto questo l’autrice, attraverso una scrittura travolgente, calda, fluida ed emozionante, accende fiamme, luci, devia i destini; spalanca i cuori e sparge solidarietà; dimostra che anche in situazioni estreme è l’Amore – sempre e il solo –  valore per cui vale la pena lottare. Sempre.

Consiglio di lettura. Leggete “Niente è come prima” quando sentite il bisogno di riaccendere una luce, una speranza, quando vi sentite persi, quando avete bisogno di ritrovare l’essenza di voi stessi.

Si ringrazia l’editore per il file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Silvana Da Roit è nata nel 1960 a Domodossola, nella provincia del Verbano Cusio Ossola. Dal 2015 scrive articoli sul sito “I racconti del viandante”, storie della valle Ossola per parlare della sua terra. Nel 2019 decide di seguire il Laboratorio di Scrittura Creativa di Stefania Convalle e nel 2020 partecipa al Premio Letterario “Dentro l’amore” ottenendo una menzione speciale. Ha pubblicato nel 2020 “I tunnel di Oxilla”, il suo primo romanzo.

Il sito dell’editore è: http://www.edizioniconvalle.com

Post in evidenza

“Sorelle 2.0” di Marcello Morgera, Pathos Edizioni.#boodinterviste #boodperglialtri

Raccontare storie è un bisogno? Scrivere racconti è una necessità, una sorta di dovere verso i personaggi e la trama? Mi piacerebbe conoscere il vostro parere, cari lettori, perché questa è una delle domande fondamentali alle quali, secondo me, uno scrittore dovrebbe rispondere. Il mio parere è senza dubbio che sì, sono le storie a chiamare gli scrittori e non il contrario. Mi piace immaginare le voci dei personaggi, gli intrighi che si celano nella costruzione del loro percorso all’interno della trama, del loro passato che si affaccia a volte in modo diretto altre volte in maniera più velata, i loro dialoghi che alimentano la narrazione e, in tutto questo, vedo lo scrittore come un mezzo attraverso il quale una semplice trama diventa una storia completa.

Leggere “Sorelle 2.0” di Marcello Morgera, edito da Pathos, ha sigillato questa mia convinzione.

Prima di scendere in profondità sul ruolo dell’autore, però, vi propongo una breve nota sul romanzo. Siamo in un’epoca moderna, a Roma, ma la trama è iniziata da lontano, durante la guerra dei Balcani, dove un gruppo di militari trova una bambina, nel pieno di una scarica di bombe. Le bambine sono due in realtà, ma solo una di loro verrà adottata da Attilio Martinelli, ora Generale dell’Arma, all’epoca a comando delle operazioni sul campo. La bambina, ora donna, è Angela, un personaggio costruito con grazia e determinazione, che ti conquista all’istante. Anche lei ha scelto l’Arma, per mestiere, ed è coraggiosa e ribelle. Mentre la trama viaggia, il lettore s’imbatte in Gabriella. Lei è una donna che sta subendo violenza, che vive nella paura e nella povertà più dura da accettare. Il legame è palpabile, vicino, potrebbe sembrare ovvio, e proprio per questo l’autore ha creato un intreccio ben riuscito e molto gradevole che non ha nulla di banale, anzi.

“Sorelle 2.0” racconta una trama originale con una scrittura originale e, a mio avviso, molto coraggiosa.

Ora, però, vorrei passare la parola direttamente all’autore che ha accettato l’invito a raccontarci il suo progetto.

Buongiorno Marcello. Benvenuto, raccontaci qualcosa di te.

Valeria buongiorno a te e buongiorno a tutti coloro che ti seguono con affetto. Sono una delle persone più “normali” di questa terra, parlare di me è una cosa estremamente facile, se non addirittura banale. Sono il classico padre di famiglia, e marito totalmente innamorato perso da quasi trent’anni della stessa unica donna, da cui trae ispirazione e fonte di vita. Oltre gli affetti, nella mia vita ho due grandi passioni (se non veri e propri bisogni): la prima sono i libri e la letteratura in generale; la seconda è quella per le cause perse quando sembrano irrimediabilmente perse. Ecco perché le mie storie si snodano sempre sulla tematica dei diritti civili, soprattutto quelli negati alle donne. Molte volte chi si dedica ad una causa persa e colui che non ha idea che sia persa, ed è così sprovveduto ed inconsapevole, che in rari casi riesce a cambiarne l’esito. Ecco io spero e mi batto affinché un giorno non ci siano più donne violate nel corpo o nell’anima.

Dopo aver letto la scheda introduttiva del tuo libro, e per tutta la durata della lettura, ho pensato a quanto sia vero il fatto che scrivere una storia sia un’esigenza. Vorresti raccontare ai lettori la tua esperienza e perché questo progetto è così importante per te?

Questo progetto per me è molto importante per due essenziali risvolti. Il primo, come ho accennato prima, è il rispetto dei diritti delle donne (calpestati brutalmente da tempo immemore), il secondo è a carattere un pò più  personale e si lega a quelle patologie, oggi comunemente chiamate, disturbi specifici dell’apprendimento  “DSA”, con cui anch’ io convivo. Molte volte chi è affetto da DSA, non essendo compreso, si allontana dalla cultura, o peggio dalle scuole, ed è questo il principale motivo per cui ho voluto presentare al pubblico questa opera in maniera non del tutto editata e lasciando in evidenza alcune imperfezioni che contraddistinguono noi DSA. Del resto come ho detto, io sono un amante delle cause perse, e quando mi è stato ripetuto, più volte sarcasticamente, che le donne non hanno bisogno d’aiuto e che un autore dislessico è una cosa che in natura non esiste, io ho risposto che in natura non esisteva nemmeno un compositore sordo, (lungi da me di paragonarmi con il grande Beethoven ) ed ho sentito forte l’esigenza di dire – o meglio di scrivere –  ciò che io penso. Il riscontro che ho avuto mi rincuora e mi fa ben sperare, perché mi ha dimostrato che le persone sono molto meno superficiali di quanto le si dipinga.

Come e quando hai avuto l’ispirazione per questo tuo romanzo?

Purtroppo i casi di maltrattamento che ho letto sono davvero tanti, tra questi, due mi hanno ispirato in modo particolare. Il primo era quello di una giovane donna montenegrina, che dopo aver vissuto gli orrori della guerra ed essere rimasta sola con sua sorella minore, si è ritrovata a vivere gli orrori di una relazione distruttiva, perché legatasi inconsapevolmente ad un compagno violento. La seconda scelta, più che a un caso di maltrattamento, mi è rimasto impresso per la risposta d’aiuto che hanno dato le forze dell’ordine, nello specifico i Carabinieri, ad una donna perseguitata ed in pericolo di vita. Non potendo agire a tutela della vittima per via istituzionale, un gruppo di appartenenti all’arma, finito il loro turno di lavoro, hanno stazionato per più di un anno, assolutamente non retribuiti, sotto casa di lei, fin quando il giudice non ha potuto definitivamente allontanare l’aggressore. E da questo intreccio è nata l’idea di SORELLE 2.0.

Ho percepito rispetto e stima nei confronti della donna e nel quadro generale emerge la tua grande sensibilità narrativa. Vorresti raccontarci qualcosa a riguardo, magari una curiosità circa la creazione del personaggio di Angela e/o Gabriella?

In realtà, Angela e Gabriella rappresentano ciò che per me è la donna nel suo intero essere, la forza di superare limiti ed ostacoli, di non arrendersi mai e, soprattutto, ho cercato di mettere in luce un tratto tutto femminile –  che ahimè – è molto carente se non a tratti inesistente in noi uomini, ossia il puro e nobile SPIRITO DI SACRIFICIO. Ovviamente qui ho avuto gioco facile perché, per costruire sia Angela che Gabriella, mi è bastato guardare negli occhi di mia moglie.

Avrai notato l’#boodperglialtri, sotto al titolo del tuo romanzo. Come sai, in questa sezione raccolgo le opere i cui diritti (anche parziali) vengono devolute in beneficienza. Il tuo è uno di questi. Vuoi parlarci di questo ulteriore progetto-nel-progetto?

Sì, con molto piacere. A dire il vero questo è uno dei fattori che ha contribuito a legare me e Pathos Edizioni (nelle persone di Luigia Gallo, Claudio Sturiale e Davide Denegri). Loro sono delle splendide e solidali persone, e di comune accordo, come è giusto che sia, si è deciso di dare una mano ha chi ne ha più bisogno. Anche quando si è parlato di progetto DSA a favore dei giovani, loro sono stati subito concordi e partecipi con la mia idea, ed insieme abbiamo dato forma ad un progetto mai realizzato prima, senza mai minimamente porci il problema di non essere capiti da una parte di lettori che pretende una forma letteraria impeccabile, e anche  per stimolare ed aiutare una persona affetta da disturbi dell’apprendimento: bisogna aiutarlo a credere fortemente in se stesso. Quale migliore messaggio potevamo dare, se non quello che alcune volte bisogna saper andare oltre la forma per apprezzare il contenuto? Ovviamente è di assoluta importanza ribadire che i giovani con disturbi del tipo DSA devono sempre avvalersi dell’aiuto di professionisti che operano in questo campo.

Hai a disposizione uno spazio per lasciare un messaggio ai lettori che ti conoscono e a chi ancora non ha letto i tuoi romanzi.

Ho già ampiamente parlato del messaggio che cerco di lanciare nei miei scritti, che in definitiva si lega al rispetto dei diritti umani, per cui voglio concludere lanciando un ulteriore messaggio, che è quello dell’incentivo alla lettura e rimarco questa cosa perché davvero ci credo molto.

Leggete, leggete, leggete! Non importa se sceglierete Marcello o qualsiasi altro autore, ogni volta che regalate o leggete un libro, state arricchendo non solo voi stessi, ma anche me e tutto il mondo, perché la cultura è davvero l’unica cosa che ci rende liberi.

Si ringrazia l’autore per il file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autore:

Marcelo Morgera, nato il 20 giugno del 1972, a Cava de’ Tirreni. Da sempre risiede in una cittadina della provincia di Salerno, che l’autore ha molto a cuore, Nocera Inferiore. Città che più volte lo ha sostenuto e incentivato per il suo impegno sociale, soprattutto a favore dei diritti civili negati alle donne e contro la violenza di genere. Amante assoluto dei libri, e storico, tema a cui non ha mai smesso di dedicarsi.

Il suo primo romanzo UNA DONNA TRA DUE MOSTRI, sempre sulla scia della tematica violenza di genere, ha ottenuto non pochi riconoscimenti, facendolo conoscere da una buona fetta di pubblico che come lui ama pensare che uno scrittore, non sia né più né meno che un sognatore che ha avuto la fortuna di saper trascrivere i propri sogni.

Il sito web dell’editore è: http://www.pathosedizioni.it

Post in evidenza

“Solo cinque” di Gaia Valeria Patierno. #boodinterviste – #boodperglialtri

C’è una figura professionale che è nata per soddisfare i sogni dei bambini: è la Baby Party Planner. Si tratta di un professionista che si colloca tra il Wedding Planner e il più generico Party Planner ma, appunto, vista la categoria di utenti alla quale si rivolge, questa figura, negli anni, si è specializzata, affinando le mansioni al fine di rispettare e garantire le richieste e i desideri dei più piccoli. Starete immaginando palloncini festosi a forma di unicorno o torte a strati a forma di astronavi o automobili, festoni allegri e luci colorate… sì, è proprio così. Questa professione rappresenta a tutti gli effetti l’ilarità, l’innocenza, i sorrisi e la spensieratezza e, non credo sia un caso, che sia stata usata in “Solo cinque” di Gaia Valeria Patierno.

Irene, la protagonista, è mamma di due gemelli di tre anni prossimi all’ingresso alla scuola materna, è fedele moglie di Mauro, e si è costruita un’attività indipendente che gestisce con impegno. Il suo mondo è fatto di zucchero, cacao, farina, nuove idee e allestimenti all’alba, di una moka gorgogliante e di colazioni avvolgenti, di merende al parco e di gelati che consolano come solo sanno fare. Questo è il mondo in cui lei appare, si muove, si sveglia, chiede a sua madre quel pasticcio che rende i pranzi speciali. Ma un mondo non basta, a volte, ed è proprio questo che accade a Irene. Mentre la vita le ruota attorno, lei mette un piede fuori dal cerchio: inizia a concedersi un brivido alcolico, a sfidare lo sguardo superficiale di Mauro, a domandarsi se sia giusta, quella solitudine, il bisogno di scoprire il suo ruolo diventa sempre più solido e reale mentre un’ossessione s’impadronisce di lei, l’avvolge, la spinge in una direzione che la confonde. La spinta, tuttavia, è troppo forte per essere domata: Irene diventa presto qualcuno che non avrebbe mai pensato di poter diventare.

L’autrice ha creato un mondo parallelo, occulto, violento, eroico, nel quale la giustizia e l’ingiustizia corrono lungo il ciglio di un burrone, nel quale la verità e la bugia si scambiano di posto e nel quale le vittime e i carnefici s’incontrano sulla stessa strada. Il ruolo della donna, inoltre, è narrato attraverso ruoli e posizioni: c’è la maestra dei gemelli – ambigua e gelida –, la mamma di Irene – pilastro tenace – e Sofia – energica e sicura di sé. In questo stesso mondo l’autrice, con coraggio e ardore, ha scelto di spingersi tra le ombre della violenza nel mondo dell’infanzia.  Il risultato è un libro complesso ma originale, la cui lettura, a volte, diventa gravosa, non certo per lo stile narrativo, quanto per le domande e le emozioni che scaturiscono, le stesse che sono opera di una penna di grande talento.

Dopo questa premessa, vi voglio portare a conoscere l’autrice che, con grande disponibilità, ha accettato di rispondere a qualche domanda.

Buongiorno Gaia Valeria e benvenuta. Raccontaci di te.

Ciao io sono Gaia, ho 47 anni, sono sposata e ho due bimbi, di 10 e 6 anni. Lavoro da anni in un Ministero e per passione … mi sono scoperta autrice!

Innanzitutto, vorrei che ci raccontassi come e dove hai trovato l’ispirazione per “Solo Cinque”.

La storia da cui prendono spunto gli avvenimenti di Solo Cinque è realmente avvenuta nell’estate del 2019 a pochi passi da casa mia. Come Irene, la mia “eroina”, anche io sono rimasta spiazzata da un evento così brutale e ne è scaturita, a poco a poco, l’intera trama del libro. Del resto, non solo la vicenda della bimba gettata nel fiume è reale ma lo sono tutte le storie narrate nel romanzo tranne, ovviamente, quella dei protagonisti, che lo è solo in minima parte. Sono tutte vicende di cronaca nera italiana, alcune tristemente note e facilmente riconoscibili.

Ho introdotto la professione di Irene. Ho inteso la tua scelta di affidarle questo ruolo così festoso e gioioso per “bilanciare” la brutalità nella quale lei si ritrova protagonista. È giusta, questa mia osservazione?

Sì, hai colto nel segno e, inoltre, c’è dentro anche un elemento fortemente autobiografico… Proprio sabato scorso alle 7 di mattina io stessa annodavo palloncini sotto il gazebo di un parco pubblico per il compleanno del mio figlio minore…

Nel libro tratti anche il tema del lavoro delle mamme, un tema sempre molto attuale perché pone in essere il principio del conflitto eterno che investe le donne. Ci vuoi dire qualcosa in più?

Il mio libro si sofferma sulla condizione femminile, la donna all’interno della famiglia, ad una prima lettura sembra inneggiare fortemente all’emancipazione poi, però, se ci si addentra ci si rende conto che la stessa Irene … non ha cognome, se non quello del marito!

Forse le catene che stringono certe realtà sono più radicate di quanto si pensi …

Quali sono le tue passioni, oltre la scrittura?

Realizzo cake design per le feste di bambini e mi piace allenarmi in palestra, sono una piccola Irene anche io!

Raccontaci, se puoi, i tuoi prossimi progetti letterari e non.

Solo Cinque ha un suo seguito che si chiama Lo Spettacolo, che è uscito il 28 agosto scorso e sta seguendo brillantemente le orme del suo predecessore; sto lavorando a un breve spin off natalizio che spero di riuscire a portare a termine, ma non dico di più per scaramanzia.

Ci tengo a ricordare che tutti i miei romanzi devolvono la totalità dei proventi in beneficienza, a vantaggio delle famiglie di bambini affetti da malattie rare o gravi disabilità; nel corso del 2020 abbiamo raccolto circa 15000 euro per un totale di quasi 5000 copie vendute tra cartaceo ed ebook. Spero di bissare questo successo anche quest’anno.

Lo speriamo anche noi!

Si ringrazia l’autrice per il file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Gaia Valeria Patierno nasce a Roma nel 1974. Nel 1992 consegue il diploma di liceo classico, successivamente si laurea tre volte: nel 1998, in giurisprudenza, nel 2004 in politiche pubbliche e nel 2006 in pubblica amministrazione. Dal 2001 è specialista del settore giuridico presso il Ministero della Salute. È sposata e madre di due figli. Il suo romanzo di esordio è “Solo Cinque”, pubblicato nel luglio 2020 e collegato a un progetto di solidarietà che ha devoluto tutti i proventi a bambini affetti da gravi disabilità o patologie rare. “Lo Spettacolo” è il seguito del precedente romanzo e sposa la stessa causa.

Post in evidenza

“Tutto il bene, tutto il male” di Carola Carulli, Salani Editore

Siete stressati? Dormite poco e il vostro sonno è spesso agitato? Siete protagonisti di risvegli arrabbiati e giornate pesanti come una coperta bagnata sulle spalle a ferragosto? C’è un rimedio naturale che forse non avete ancora provato: latte caldo e vaniglia la sera, prima di coricarvi. Consiglio valido sempre: non esagerate con la bevanda e in caso di allergie presunte o sospette contattate il vostro medico, altrimenti il risultato che otterrete sarà una notte tutt’altro che lieta. La vaniglia è un frutto della terra che è di uso comune, pur essendo piuttosto costoso per via della sua raccolta. La usiamo prevalentemente nei dessert e il suo aroma dolce e avvolgente è stato elaborato da molte case cosmetiche, per la realizzazione di profumi e prodotti di vario genere, anche per la casa, pensate alle bacchette di incenso, alle candele o ai detersivi. Insomma, potremmo dire che la vaniglia – dal Messico, suo paese d’origine – è riuscita a conquistare il Mondo, a suon di scie profumate e sapori caldi. Se ora vi dicessi che è stata usata anche per un libro, come reagireste? Non intendo in senso letterale, ma mi riferisco a un filo conduttore che è stato adattato con grande abilità e che ha saputo emergere con dolcezza negli attimi più coinvolgenti della narrazione.

Non vi è chiaro? Forse lo sarà dopo aver letto la seguente citazione, tratta direttamente dal libro: una delle ultime pubblicazioni dell’editore Salani intitolata “Tutto il bene, tutto il male” di Carola Carulli.

 “…Quando apro i suoi libri c’è quel profumo di vaniglia, se lo faceva preparare apposta da una specie di alchimista fiorentino che aveva una bottega puzzolente tanto era profumata…  Ne ho ancora due boccette, una è sigillata, l’altra l’annuso quando mi manca…”

Siamo solo a pagina dodici… e continuando la lettura, il legame tra il personaggio a cui si riferisce la voce narrante e un profumo che la contraddistingue diventa ancora più forte.

I personaggi che compongono la trama sono raccontati attraverso la voce diretta e istintiva di Sveva: una giovane donna divisa tra la ricerca di sé, lo studio, il teatro e i rapporti famigliari non proprio semplici. Sarah è sua madre, una donna che vive di silenzi e abiti firmati; il nonno Emanuele intelligente e fiero e Alma, la zia ribelle. C’è suo padre, il cui legame è bloccato da distanza e indifferenza; Dafne la stravagante amica di Alma e altre anime, ognuna con il proprio ruolo ben preciso. Ruolo che non intendo svelarvi.

La narrazione è composta da un’alternanza di capitoli brevi che rendono la lettura dinamica, empatica. Sveva è in preda al bisogno impellente di raccontare il suo rapporto con Alma e così ti trovi catapultato in una storia in cui un personaggio dipende direttamente dall’altro. Sveva racconta di sé attraverso Alma: ci sono i periodi nella villa al mare dove la libertà, il sostegno e la presenza sono ovunque; le confidenze a base di uova al bacon; i bicchieri di vino che spezzano la solitudine; la carbonara per raccontare un viaggio e le trattorie per avvertire quel calore tipico delle cose semplici. Sveva spiega, si arrabbia, mostra tutta la sua delusione, il suo rancore, l’amore che prova per Alma attraverso una delle strategie narrative più emozionanti: i ricordi. Sono come una valanga, questi suoi ricordi: invadenti, coraggiosi, sinceri. E poi c’è il futuro: una luce in lontananza che Alma vede prima di Sveva.

Carola Carulli affronta il tema della maternità e della genitorialità senza sconti. Non ha lesinato sul distacco, sulla perdita (quella più definitiva di sempre), sulle incomprensioni, sulla possibilità di essere madri fuori dai canoni prestabiliti. Non si è risparmiata sul significato di famiglia: un ampio mondo in cui l’amicizia, il sostegno e l’amore coesistono. Non ha dimenticato il rapporto che genera il passato all’interno del futuro, né il bisogno di appartenere, di trovare le risposte, di accettarsi, di accogliere le fragilità, di ascoltarsi e di saper ascoltare. Infine, l’autrice è riuscita a raccontare il coraggio di vivere e di uscire dagli schemi per essere sé stessi fino in fondo. Ci è riuscita lasciando libera Sveva di esprimersi, di vagare tra i ricordi lontani e vicini, nella quotidianità e nei sogni, nella speranza e nel fallimento e tra le dolci note della vaniglia che hanno invaso – con estrema dolcezza– la narrazione.

Consiglio di lettura. Consigliato a chi ama le storie di famiglia – complesse e non lineari (sempre che ne esistano); a chi ama la narrazione intima, in prima persona e non convenzionale, empatica e libera; a chi ama la commozione che solo le storie al femminile sanno suscitare.

Si ringrazia l’ufficio stampa per il file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Carola Carulli è giornalista, si occupa di cultura da molti anni. È conduttrice del Tg2, cura le rubriche Achab e Tg2 Weekend dedicate alla lettura. Segue come inviata i più grandi eventi musicali, letterari e cinematografici. È autrice di diversi documentati.

Il sito della casa editrice è: http://www.salani.it

Post in evidenza

“Nomadland – Un racconto d’inchiesta” di Jessica Bruder – traduzione di Giada Diano – Edizioni Clichy

“… La verità, per come la vedo io, è che le persone sono capaci di lottare e allo stesso tempo di conservare il proprio ottimismo, anche davanti alle sfide più dure. Non significa negare la realtà. Piuttosto, dimostra la notevole capacità del genere umano di adattarsi, di cercare un significato e un senso di affinità di fronte alle avversità…”

Le parole che avete appena letto sono tratte da “Nomadland” di Jessica Bruder, edito per il nostro paese da Edizioni Clichy e tradotto da Giada Diano: non è un caso che io abbia scelto di iniziare l’articolo con questa citazione. Ne ho selezionate molte, in verità, durante la lettura e come faccio d’abitudine ormai, ma, nonostante ciò, anche dopo l’ultimo capitolo, sono tornata, ancora, su questo concetto che, per me, rappresenta “Nomadland”.

Jessica Bruder, giornalista statunitense nativa della East Cost, è l’ideatrice di un’inchiesta coraggiosa: vivere a bordo di un van e guidare lungo il territorio americano per narrare la vita di un infaticabile gruppo costretto alla vita nomade. Un genere di persone che si inserisce in un contesto ben preciso: sono coloro i quali hanno subito gli effetti più devastanti della crisi economica. Sono laureati, professionisti, dipendenti, imprenditori. Sono uomini, ragazzi, nonne, coppie, single. Gente normale, insomma, con un futuro diverso da ciò che avevano immaginato. Persone che si sono trovare a dover prendere una decisione: abbandonare la propria casa per sopravvivere.

La voce della giornalista è la presenza costante dell’opera: è un timbro che irrompe, narra e trascina. Il racconto è fedele, come lo sono le storie d’inchiesta: ci sono cifre, statistiche, luoghi, annotazioni, ma questo non interrompe – anzi accentua – la conferma che tutto ciò che hai tra le mani è reale, tangibile, provato. Questo aspetto mi ha coinvolta, molto più di quanto vorrei ammettere. Perché “Nomadland” è una costruzione di esperienze, di anime, di vite che sono state realmente lì, in quell’ambientazione, in quel tempo. Loro hanno davvero sofferto, si sono rialzati, si sono inventati un nuovo modo di abitare per continuare a esistere.

Nei primi passaggi dell’opera incontri lei, Linda May, la donna che si è prestata come personaggio chiave dell’inchiesta: una donna forte, sorridente, intelligente, colta, instancabile, ingegnosa. Un’anima che ha deciso di intraprendere un viaggio nomade per non essere di peso alla sua famiglia e per portare a termine un sogno: risparmiare denaro per costruire una Earthship (una casa a energia zero, totalmente indipendente, provvista di un orto). L’amicizia tra Jessica e Linda non è scontata eppure nasce, cresce, si rinforza fino a diventare un sentimento solido, attivo. Loro percorrono strade pericolose, dormono sotto lo stesso cielo, dividono uova, bacon, verdure e tortilla. La semplicità e la resilienza di Linda diventano gli ingredienti perfetti per alimentare, di continuo, il loro rapporto di stima e fiducia.

L’amicizia e il sostegno sono entrambi elementi che ricorrono spesso, nell’opera. Durante i viaggi, all’arrivo nei campeggi per i lavori stagionali, o nei magazzini, la forza del gruppo dei workamper dirompe. Mi sono convinta – ancor più –  di quanto sia indispensabile tendere la mano, a volte afferrarla, e tutto questo non ha nulla a che vedere con la debolezza, anzi, è forse vero il contrario: la forza sta nel fare rete, soprattutto quando la situazione è precaria.

La precarietà è un ulteriore pensiero che mi ha accompagnato durante la lettura. È la netta sensazione di essere sul ciglio del burrone, laddove è sufficiente un passo falso e si cade nel vuoto. La precarietà che si racconta in “Nomadland” è, però, come una moneta: ha un doppio aspetto che durante la narrazione esplode in forma piacevole, per la narrazione stessa, e di particolare rilievo per la sorte della community. Si tratta di una forma di unione, di spinta, che genera un equilibrio che non ti aspetti: tutti – e dico tutti – i workamper sono legati da un unico grande sistema che – come ho scritto nel paragrafo precedente – emerge con forza. In sostanza, appare evidente il bisogno di accettarsi, sostenersi, aiutarsi. Perché il baratro è lì vicino, e tutti ne scorgono il profilo ingiusto.

Questo costante moto di collaborazione torna puntuale, durante l’intera narrazione, come la raccolta delle barbabietole, un evento che genera il viaggio di centinaia di lavoratori stagionali che, sulle loro case mobili, oltre a lavorare, si uniscono per studiare un metodo di risparmio alternativo; leggere blog ricchi di suggerimenti pratici su come affrontare l’inverno seguente, e si ingegnano per tutelare la propria salute al fine di evitare incidenti o malattie perché ammalarsi significa, inevitabilmente, perdere l’unica opportunità di lavoro.

Questi sono solo alcuni dei temi che “Nomadland” ha esplorato, ce ne sono molti altri per cui vale la pena una sana riflessione: la disparità, i rapporti familiari, i sogni, la paura, il tormento, il diritto, l’appartenenza a un gruppo e a un luogo, le denunce, i soprusi.

Converrete con me: ci sarebbero tutti gli ingredienti per una trama dal sapore amaro, pietoso, irrisolto. Indubbiamente la drammaticità degli eventi è commovente, ma l’autrice – complice anche il sorriso di Linda che non si vede ma si avverte – è riuscita a bilanciare le emozioni e i fatti in modo egregio, rendendo la speranza e la sfida qualcosa in cui credere, fino in fondo. Qualcosa che ti fa pensare che il senso di ottimismo nella citazione non è follia, ma anzi un valore da conservare e divulgare.

Nota: la trasposizione cinematografica di “Nomadland” ha ottenuto una serie di riconoscimenti, tra i quali: vincitore di tre Premi Oscar 2021 (Miglior Regia, Film e Attrice), vincitore del Leone D’Oro 2020, del Golden Globe 2021, del BAFTA. 2021. Tra i premi vinti dall’opera narrativa si ricorda il Discovery Award 2017.

Nota biografica dell’autrice:

Jessica Bruder è una giornalista che si occupa di sottoculture e questioni sociali. Per scrivere Nomadland ha vissuto per mesi in un camper, documentando la vita degli americani itineranti che hanno abbandonato la loco casa per vivere la strada a tempo pieno, unica via per non essere travolti da un’economia sempre più precaria, nella completa assenza di un welfare state. Il progetto ha richiesto tre anni e più di quindicimila miglia di guida – da costa a costa, dal Messico al confine canadese.

Il sito della casa editrice è: http://www.edizioniclichy.it

Post in evidenza

“Rinascere a Midsommar” di Elena Andreotti.

Quanto tempo è necessario per guarire dalle proprie ferite, quelle più profonde e taciute? Quali sono i mezzi attraverso i quali possiamo provare ad attuare la famosa svolta? Quali sono le spinte che ci inducono a prendere una direzione piuttosto che un’altra?

Queste sono solo alcune delle domande che ho affrontato durante la lettura di “Rinascere a Midsommar” di Elena Andreotti. L’autrice, questa volta in una veste insolita e molto diversa dai gialli tecnici ai quali ci ha abituato, racconta una trama che mi ha tenuta incollata alle pagine per un lasso di tempo breve ma intenso. Siamo in un’epoca moderna e Linda, la protagonista, si rende conto di aver vissuto (e di continuare a vivere) una vita schiava, tossica, dipendente. Un’esistenza che l’ha spinta all’angolo delle sue possibilità, tra ombre e incertezze e, forse per un consequenziale risultato, ad affrontare una malattia che la rende ancora più sola. Sarebbe facile abbandonarsi al dolore, ai silenzi, alla quiete della tristezza, ma lei è una donna che vuole vivere, che ha nel sangue la passione di esistere, che trova il coraggio di dire quel “no” che tante volte è stato taciuto. Linda ha una seconda possibilità: in Svezia, nel paese in cui ha trascorso le vacanze da ragazza, nella casa in cui la zia le aveva insegnato a dipingere e a essere felice.

Siamo di fronte a una storia moderna di rinascita – come del resto recita il titolo – è a tutti gli effetti l’autrice focalizza l’attenzione su molti degli aspetti che inducono a tale processo: il viaggio, la lotta contro i sensi di colpa, la sana attenzione verso sé stessi, la spiritualità e la tradizione, la motivazione, il bisogno di mettere distanza tra un passato malato e lo spiraglio di luce che si apre quando c’è speranza. Tuttavia, c’è un aspetto che mi ha colpito maggiormente rispetto a tutti gli altri, che restano comunque di grande spessore: la malattia di Linda. Non è mia intenzione svelarvi aspetti della trama che è giusto scopriate in autonomia, ma, nonostante ciò, il legame psicologico-emotivo nel quadro fisico generale, in questo contesto, diventa un tema nel tema. È una scoperta, una fase interessante, una rispettosa forma di riflessione che non mancherà di coinvolgervi.

La scrittura di Elena Andreotti si conferma completa e, anche in questo genere letterario, riesce a essere lineare e precisa così che la lettura procede senza intoppi. In generale, le descrizioni essenziali, le informazioni pratiche di cui l’autrice cita anche la fonte e l’intreccio tra i personaggi sono tutti fattori ben costruiti, a mio avviso.

L’aspetto gastronomico non delude: il lettore si aspetta di captare i sapori e i profumi di una terra affascinante come è la Svezia ed è piacevolmente accontentato. Ci sono gli sgombri conditi con salsa di mirtilli che compongono una delle cene a base di ricordi; decotti misteriosi che aprono la mente e il cuore; un picnic per celebrare la tradizionale e propizia festa di Midsommar a base di polpette, salmone, aringhe, fragole e acquavite.

Non è tutto. Linda resta legata al suo passato perché non tutto è da archiviare. Cosi la pasta, il vino bianco, il caffè sono sapori che continua ad amare.

E proprio attorno all’Amore l’autrice tesse la sua trama, e riesce bene a trasmettere ciò che la protagonista prova. Non aspettatevi, però, la magia delle favole: per Linda il viaggio sarà costellato di rinunce, domande, riflessioni, strappi, lacrime, certezze e delusioni.

Nel complesso, “Rinascere a Midsommar” è una lettura che mette in evidenza tratti psicologici di grande rilievo attraverso una narrazione delicata e sublime.

Consiglio di lettura: Inserirei questa lettura nella mia casella personale “evergreen”: per la scelta stilistica, i temi affrontati e la magia che si sprigiona è un libro che può essere letto in qualsiasi “stagione” della vita. Una lettura al femminile che sarebbe appropriata anche per un pubblico maschile.

Si ringrazia l’autrice per il file lettura inviato in omaggio e per la foto copertina.

Nota biografica dell’autrice:

Elena Andreotti è sociologa con perfezionamento in bioetica. Ha lavorato per circa venti anni nella P.A. dove si è occupata a lungo di informatica, partecipando a progetti riguardanti il sistema informativo aziendale e curando la formazione dei colleghi. Attiva nel volontariato, attualmente cura la formazione dei volontari.

Ha collaborato per una decina d’anni con un periodico locale, occupandosi della rubrica di bioetica.

Appassionata di pittura, fotografia e macrofotografia che pratica dilettantisticamente, ma con buoni risultati. Lettrice onnivora, predilige la letteratura ‘gialla’ e fantascientifica classica.

Da circa due anni scrive libri gialli, pubblicati su Amazon. Da poco si è cimentata in un sick_romance.

Libri già pubblicati

Li trovate nella Pagina autore di Amazon

Post in evidenza

“Amare una volta” di Davide Mosca, Salani Editore.

L’autunno è arrivato, e con lui i colori caldi della Terra: l’arancio deciso delle foglie, le sfumature intense dei sempreverdi, la scia della nebbia che scende calma e il cielo azzurro che cede spazio ad albe, tramonti e a nuvole talvolta dense.

Questa è una delle stagioni più celebrative, in termini naturalistici, e uno dei luoghi dove l’Uomo può ammirare al meglio lo splendore è sicuramente il bosco: un ecosistema affascinante, quasi mistico, dove la calma e il silenzio fanno da padrone e dove ogni vita ha un suo spazio definito. Il bosco che si sviluppa tra le colline, poi, in autunno ma non solo, esprime un fascino ancora più autentico: pensate a quei saliscendi naturali che ricordano un andamento simile alla vita, alle ombre che si avvicinano e si allontanano dal sole che rimandano a gioie e dolori e, anche, quel paesaggio che, da lontano soprattutto, cattura lo sguardo spezzando la monotonia della pianura per dimostrare che abbiamo bisogno di stimoli, di cambiamenti.

Il bosco, la collina, i colori e i profumi sono alcuni dei protagonisti del romanzo “Amare una volta” di Davide Mosca, edito da Salani: siamo nelle Langhe, un territorio che, data la sua naturale bellezza, è diventato Bene protetto dall’UNESCO. La struggente presenza di questo luogo è – appunto – una costante: l’autore ha usato una scrittura descrittiva, ricca di particolari, quasi fotografica: il risultato è un quadro nel quale il lettore s’immerge e, nella sua natura semplice e visiva, resta fino alla fine. Il luogo è sempre lì, accanto al lettore, nelle pagine che si rincorrono, nella lettura che ti avvolge e che ti arricchisce.

Se l’area naturale è uno degli aspetti che maggiormente ho percepito, la casa è uno degli altri luoghi che non dimentichi facilmente, quando hai terminato questo romanzo. Si tratta di un ambiente grande, dove la cucina è il fulcro della famiglia, dove la famiglia fonde le sue origini. La casa è come un faro – e come potremmo esprimere il contrario – e, anche in questo, l’autore esprime una notevole delicatezza narrativa: le descrizioni saziano e i sentimenti che nascono sono di spessore, autentici, e rispecchiano l’essenza dei personaggi che ci vengono raccontati da una voce senza eguali. Lei è Virginia – Ginia – ed è lei che conduce il lettore nella sua famiglia, i Costamagna, nella sua casa, una grande villa attorno alla quale ci sono filari d’uva e bacchi da seta, alberi da frutta rigogliosi e orti da curare, nella sua terra, quel basso Piemonte che a ridosso della fine della seconda guerra mondiale era ancora un punto nascosto ma strategico.

L’ambientazione temporale, lo avrete capito, è proprio la metà del secolo scorso quando il nostro Paese soffriva perdite umane e povertà, quando il benessere di un tempo era stato reso nullità a causa del conflitto mondiale (come è successo alla famiglia di Ginia) e le donne erano una forza indispensabile, anche se loro non ne erano consapevoli.

Il ruolo delle donne, in questo romanzo, è un tema che ritroviamo spesso e che, a mio avviso, è stato trattato con grande rispetto. In primis, la sensibilità dell’autore che si cala nei panni di una voce narrante femminile è stata una gradevole scoperta (scoprirete da soli l’immensa empatia di Ginia). L’autore, infatti, non ha timore di affrontare il suo personaggio: asseconda la sua ribellione, traccia la sua furbizia, narra i suoi ricordi, accende il suo desiderio ed esprime ogni sua riflessione. Il tutto con semplicità e naturalezza e, così facendo, la narrazione risulta omogenea, fluida. C’è poi un altro personaggio femminile che ho amato: la mamma di Ginia. Sempre attraverso gli occhi della ragazza, conosciamo una figura matriarcale perfettamente in linea con il periodo storico: una fine intelligenza e uno spirito di adattamento da far invidia, un contenitore umano ed ermetico di confidenze e un cuore mite, inspiegabilmente. La sua presenza, la sua vicinanza, le sue parole dolci sono stati un altro gradevole incontro. La terza figura femminile è la Duchessa, la nonna di Ginia. L’altro lato dell’essere donna, direi. Una miscela di rigore e autorevolezza, di infelicità e strigliate gratuite, di solitudine e incomprensioni, di rammarico e nostalgie taciute.

“Amare una volta” potrebbe essere, al primo sguardo, una storia d’amore e per certi versi lo è. L’amore che travolge Ginia è certamente il perno del racconto, un amore acerbo ma totalizzante, come solo il primo amore sa essere. Tuttavia mi permetto di dire che parlare solo di amore, in riferimento a questa lettura, sarebbe riduttivo. I temi che ho letto meriterebbero, tutti, un articolo a parte: il ricordo degli avi che costituisce le nostre radici che, anche lontani, sono vivi; la violenza verbale e fisica che mette in luce situazioni di disagio; il ruolo della famiglia nella sfera sociale, comunitaria, e nei confronti dei componenti stessi; la crisi economica (che in ogni epoca torna, puntuale e severa); la libertà, la morte, la guerra (e non solo quella che si compie al fronte); l’istruzione e il sapere come diritto di ognuno; il futuro che qualche volta fa a pugni col passato e la voglia di riscatto; la felicità che crediamo ci debba appartenere e, infine, il bisogno di casa, quel bisogno che, ancora oggi, qualche volta, non trova la giusta definizione. Ne ho citati alcuni, ma questo spazio è davvero troppo esiguo per implementare l’analisi. Lascio a voi, lettori, la possibilità di scovarne altri e di apportare le giuste riflessioni.

Infine, la nota gastronomica. In un contesto letterario come questo, complesso e strutturato, i sapori costituiscono un aspetto irrinunciabile. Ci sono i frutti dell’orto e del frutteto: peperoni e fichi; i frutti della natura: i preziosi noccioli; i frutti del lavoro: le marmellate, le conserve, il moscato, il dolcetto e il barbera, il grano e i legumi. L’autore usa piatti di minestra per riscaldare la cucina resa gelida da uno degli interventi della Duchessa; vassoi di robiola e toma per far ritrovare l’appetito al padre di Ginia; colazioni a base di latte caldo e pane, per iniziare una giornata nuova e il brasato, a cena, per celebrare una giornata proficua.

Consiglio di lettura: “Amare una volta” è una storia di famiglia, densa di ricordi e sentimenti, ingiustizie e scoperte. Una trama gradevole, e un’ottima compagnia, in vista delle fresche sere d’autunno.

Si ringrazia l’ufficio stampa per l’invio della copia elettronica in omaggio.

Breve biografia dell’autore:


Davide Mosca è nato a Savona e vive a Milano, dove dirige la libreria Verso. Ha pubblicato vari romanzi, l’ultimo è Breve storia amorosa dei vasi comunicanti (2019).

Il sito internet dell’editore è: http://www.salani.it

Post in evidenza

“Dentro l’amore” di Stefania Convalle, Edizioni Convalle.

L’edizione 2021 del premio letterario “Dentro l’amore” sta per dirigersi verso la serata finale, durante la quale conosceremo titoli e autori vincitori. L’evento culturale, giunto ormai alla sesta edizione, è ideato da Stefania Convalle. La notizia, giunta qualche giorno fa sul Gruppo Facebook di Edizioni Convalle circa l’impossibilità di premiare i vincitori in teatro e di assistere a una serata in presenza, non ha certo impedito all’acuta Stefania di portare a portare a termine il suo intento: ha annunciato, infatti, con il giustificato dispiacere, che la serata finale sarà in diretta, proprio sulla pagina Facebook, e che non ci saranno più limiti ai posti disponibili. Insomma, siamo tutti (ma proprio tutti) invitati a partecipare a un evento che ci condurrà in racconti, poesie, fotografie e molto altro ancora.

“Dentro l’amore” è un titolo avvincente per un premio letterario, e lo è ancor più per una raccolta di racconti: Stefania Convalle lo scelse per la sua seconda opera edita da Demian nel 2013, e più recentemente, nel 2019, con una nuova edizione dalla casa editrice di cui è fondatrice.

Quando ho iniziato la lettura di questa raccolta, ho avvertito subito una forte componente sentimentale. Il titolo è un chiaro rimando al sentimento principe –  il protagonista indiscusso della storia della letteratura –e in apparenza potrebbe sembrare solo questo a coinvolgere il lettore. Non è così. Io l’ho capito subito, quando nel primo racconto, ho trovato questa frase “Non so se l’amore esista, ma esito io”. Ho letto e riletto, e ancora lo sto facendo mentre scrivo, questa frase. Breve ma complessa e, soprattutto, un insieme così vasto di significati che, con molta probabilità, non sono nemmeno riuscita a cogliere per intero.

La prima cosa che ho provato è stata quella punta di orgoglio che tratta spesso, la penna di Stefania. Non è arroganza né presunzione, semmai è il risultato di un viaggio che si presenta sempre arduo, articolato e mai semplice. L’amore, in fondo, è proprio questo: una sfida, un percorso, una perdita, un ritrovamento.

Una seconda osservazione è relativa alla consapevolezza di sé che, nelle opere dell’autrice, ho spesso ritrovato, tra le tante figure femminili che sono state protagoniste di vicende amorose dalla straordinaria complessità psicologica: tra i racconti di “Dentro l’amore” questa capacità deriva da un destino avverso, da prove, da viaggi fisici e mistici.

Una terza considerazione deriva dal verbo scelto: esistere. Un significato forte, determinante, perché esistere significa affermare la propria presenza nonostante tutto, anche se la vita ci ha messo davanti un muro, anche se noi, quel muro, non siamo certi di poterlo scavalcare. Eppure… esistiamo. Se siamo vivi, insomma, un motivo c’è. Ed è in questo che si trova la forza reattiva, la scelta, la destinazione, la ripartenza.

Non vi racconterò trame né vi presenterò i personaggi che brillano nell’opera. Non ho intenzione di farlo perché in ognuno di loro ho trovato una forza distinta, una determinazione all’esistenza che mi ha riportato, spesso, alla frase che vi ho evidenziato ed è giusto che i lettori che sceglieranno quest’opera ci arrivino vergini, senza influenze da parte mia.

Mi preme invece raccontarvi di come l’autrice abbia spaziato nelle tecniche di scrittura, creando così un patchwork narrativo di grande spessore: narratori che come un soffio di vento raccontano la storia di un uomo e di una donna (come accade per Anna e Ettore); la prima persona singolare, una delle più intime e personali, che esalta il considerevole lavoro psicologico che ha compiuto l’autrice (come nel racconto che chiude l’opera “Gli occhi non invecchiano mai”). Alcuni di questi racconti sono brevi e delineano una presenza maschile forte (“Amami” per esempio); altri seguono lo schema-libro e si compongono di prologo, corpo ed epilogo (“L’osteria dell’oppio”); altri appaiono come un esempio di come si possa giocare, con le parole, quando la padronanza della lingua è tale (“Cento parole: una storia”). Ogni racconto è un universo a parte, nel quale il denominatore comune è, senza dubbio, l’Amore. Chi conosce la scrittura di Stefania Convalle sa anche che il suo raccontare l’amore non è quasi mai una fiaba principesca dalle tinte rosa antico: le esperienze che porta al lettore sono forti, dense di significato e di sfide, di coraggio, di dolori taglienti, di perdite e di amicizia, di amore per la scrittura, di famiglia convenzionale o meno, del rapporto con gli Altri (adulti o piccini). Questo è “Dentro l’Amore”: una testimonianza autentica del sentimento più famoso al mondo.

Infine, la nota gastronomica che, in questo insieme, ha la forza di un’àncora: i bicchieri di whisky sono necessari per accompagnare un sogno nel quale la protagonista del primo racconto deve credere; il tè bollente – dal sapore deciso – è una rivelazione per la protagonista del racconto “Tutto in una stanza”; una “cena leggera e del buon vino rosso” sono entrambi complici dell’amicizia che nasce tra Elisa e Sofia, due donne che mi hanno commossa, durante la lettura del racconto intitolato “Verde Pistacchio”.

Difficile trovare una conclusione degna di questo nome, e che possa essere adatta a rappresentare l’opera, perché l’autrice è entrata davvero nella profondità del sentimento a cui il titolo fa riferimento. Non c’è modo di evitare il viaggio né il percorso che lei ha creato per il lettore e questa capacità crea una fortissima empatia. Una lettura a tutto tondo, insomma, che vale la pena.

Consiglio di lettura: per la sua notevole quantità di stili di scrittura, consiglio “Dentro l’amore” a chi vuole imparare; per la sua innata capacità di scendere nel profondo, inoltre, è una lettura che vi permetterà di avvicinarvi alle tante forme di amore, alcune delle quali, forse, non avreste mai considerato.

Si ringrazia l’autrice per la copia cartacea in omaggio.     

Nota biografica dell’autrice:

Stefania Convalle ha al suo attivo numerose pubblicazioni: romanzi, poesie, opere sperimentali a più mani e un manuale di scrittura. Tra i riconoscimenti più importanti, il Premio Giovani “Microeditoria di qualità”: nel 2017 con il romanzo “Dipende da dove vuoi andare” e nel 2018 con “Il silenzio addosso”; entrambe le opere sono state presentate nel programma “Milleeunlibro” di Rai Uno. Nel 2020 “Anime Antiche” si aggiudica il “Marchio della Microeditoria”.

Scrittrice, organizzatrice di eventi culturali, ha fondato il Premio Letterario “Dentro l’amore”. Writer Coach, Talent Scout, Stefania Convalle è anche editrice dal 2017, anno di fondazione della Edizioni Convalle, “una casa editrice col cuore d’autore”, come ama definirla.

Il sito dell’editore è: www.edizioniconvalle.com

Post in evidenza

“Anime” di Maria Cristina Buoso, Lettere Animate Editore.

Nella botte piccola c’è il vino buono” recita un antico proverbio che, sembrerebbe, sia nato nell’ottocento, quando i viticoltori si resero conto che il vino più aromatico nasceva da un più stretto contatto con il legno. Insomma, minore era lo spazio più grande era il risultato. Un detto semplice ma significativo, perché a volte perdiamo di vista l’essenziale e ci troviamo a navigare in uno spazio grande che ci disorienta. In letteratura, l’essenziale è giudicato un valore, un sinonimo di maestria e tecnica. Quando ho iniziato la lettura di “Anime” di Maria Cristina Buoso, edito da Lettere Animate, il primo pensiero è caduto proprio sulla brevità dell’opera: si tratta infatti di circa ottanta pagine. Un’altra curiosità, che mi ha colpita prima di iniziare la lettura, risiede nella copertina: c’è una farfalla in primo piano, il cui corpo e le cui ali sono divise a metà e, per questo, la scala cromatica delle due sezioni cambia del tutto. Il lato destro a colori, il sinistro in bianco e nero; nel primo si coglie la bellezza e la luce, nel secondo un’ombra piuttosto esplicativa. Nel simbolo – la farfalla, appunto – io ho visto la libertà, il volo, l’aria. Tuttavia, l’effetto specchio nella forma ma non nel colore ha messo in evidenza una sorta di oscurità obbligatoria con la quale, è stato evidente, il lettore si sarebbe scontrato.

Nelle prima fasi della lettura è apparso lo stile narrativo che ha coinvolto l’intera opera. Si tratta di una scrittura intima, personale, affidata alle parole dei protagonisti, come una sorta di diario. Si tratta di una famiglia composta da padre, madre e figlia che s’imbatte in un cambiamento radicale tutt’altro che semplice. Angelo è l’anima che deve affrontare la parte di sé che ha messo a tacere tempo addietro: è un avvocato, ed è nell’ambiente lavorativo che avviene la sua svolta, inaspettata ma travolgente. Quando il processo inizia, subentra anche la voce spezzata dei suoi affetti più cari che esplode con rabbia e dolore. È un lutto vero e proprio perché una parte di Angelo se ne andrà per sempre.

L’analisi di questa lettura non è facile perché l’autrice – attraverso la presenza costante dei suoi personaggi – guida il lettore in una discesa ardua. La rabbia, l’incomprensione, la diversità, la paura, il cambiamento, l’affetto e l’amore sono sentimenti ed emozioni che traspirano con forza e precisione. La sfera temporale è creata su un breve passato che estrapola i fatti salienti e, nel presente, c’è un’abbondanza di riflessioni, domande, insicurezze, vuoti che stentano a riempirsi. Anche dell’ambientazione geografica si saprà poco o niente e, in questo caso specifico, mi è parsa una buona scelta proprio per trattenere il lettore nella sfera emotivo-sentimentale.

L’universo femminile è marcato, analizzato con precisione, così come il mondo della coppia: è un ulteriore viaggio molto intimo e coinvolgente, a tratti commovente.

La sfera gastronomica, nel contesto generale, è molto esplicativa. L’autrice ha affidato al (giovane) Angelo il ruolo di panettiere: il pane, nella sua semplicità, è considerato l’alimento base, comune, ma essenziale, appunto. Un elemento di indiscutibile valore che aggiunge significato alla sintesi di cui si accennava in premessa e che gioca un ruolo di semplificatore nella complessità che è dentro il personaggio Angelo.

Infine, “Anime”, per le caratteristiche citate, ha tutte le caratteristiche de “il vino buono”: un concentrato di intensità e dolcezza, novità e passato, amore e pazienza, cambiamento e solidità.

Consiglio di lettura: “Anime”, pur essendo un libro “breve” contiene molti significati: uno fra tutti il coraggio di accettare sé stessi. Si consiglia ai lettori che hanno necessità di ritrovare coraggio, a chi teme che il giudizio altrui sia l’unico metro di misura, a chi ha bisogno di ritrovare la speranza.

L’ultima nota la voglio riservare alla nobiltà che ha dimostrato l’autrice nell’affrontare un tema così delicato con precisione, attenzione e infinita dolcezza.

Si ringrazia l’autrice per il file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Scrive le prime cose quando era giovanissima, inizia con fiabe e poesie, crescendo amplia la sua scrittura con racconti brevi, copioni, romanzi e gialli.

La poesia “Aiutami” è stata inserita nell’Antologia Multimediale “Una poesia per Telethon”, a scopo benefico (2004). La poesia “Pace in Guerra” nel concorso indetto da A.L.I.A.S.  (Melbourne – Australia), ha ricevuto la Menzione D’Onore. La poesia “Bugie” (Stones of Angles) è stata inseritanel Vol. 6 – In Our Own Words: A Generation Defining Itself – Edited by Marlow Perse Weaver U.S.A. (2005).

Ha vinto il terzo premio nel Concorso Letterario “Joutes Alpines” dell’Associantion Rencontres Italie Annecy (Francia) per la Sez. Prosa (Italia) con il racconto “Il vecchio album” (1997). Questi sono solo alcuni dei vari riconoscimenti che ha ricevuto.

Ha pubblicato diversi libri, nel 2017 “Anime” e nel 2021 Vernissage.

I suoi contatti social & blog sono:

https://mcbuoso.wordpress.com/

https://www.instagram.com/mcbmipiacescrivere/?hl=it

https://www.facebook.com/groups/366743647118908/

L’autrice ci informa che il libro è disponibile su Amazon e Youcanprint.

Post in evidenza

“La Bestia – Le indagini dell’avvocato Joe Spark” di Marcella Nardi.

Qual è la domanda che vi accompagna per tutta la lettura di un giallo, cari lettori?

Mi spiego meglio. Io non nasco come giallista, tuttavia sto iniziando ad apprezzare sempre più questo genere letterario ad alta precisione stilistica e logica. Detto ciò, quando affronto un giallo (Legal Thriller, Noir, Spy o simili) cerco di raggruppare le mie forze mnemoniche e intuitive per seguire lo svolgimento della trama e per anticipare le mosse del cattivo di turno e del detective. Ammetto che trovo i gialli letture impegnative e, proprio per questo, come una sorta di equilibrio tra impegno e risultato, riesco a farle diventare una gradevole gratificazione, anche se, molto spesso, non riesco nell’intento di scovare il colpevole in largo anticipo. Ma questa è un’altra storia…

Dunque, nel mio mondo giallo, io cerco risposte, prevalentemente. Risposte che trovo all’interno di una scrittura schematica e decisa, una sorta di calamita che mi permette di riprendere la narrazione, anche a distanza di giorni, e di ritrovarmi esattamente dove sono stata interrotta. Se poi, ancora prima dell’incipit, trovo una mappa della città (che non conosco) nella quale si svolge il dramma, allora sono altamente motivata ad arrivare in fondo e ad affiancare il protagonista nell’indagine. 

Questa lunga premessa serve per presentarvi “La Bestia”, l’ultima pubblicazione di Marcella Nardi che, come scritto e già dalle prime battute, si è rivelata un’ottima compagnia.

Ma, andiamo con ordine, c’è molto da dire su quest’opera.

Innanzitutto, permettetemi di rubarvi qualche minuto per ricordarvi che il protagonista – l’avvocato Joe Spark – è già stato ospite del blog e l’autrice lo è stata con molte altre sue opere. Questo è un fatto piuttosto importante, per me: leggere opere di uno stesso autore crea inevitabilmente un legame con l’autore stesso. Un legame di fiducia reciproca che significa apprezzare ulteriormente il lavoro che l’autore svolge, nella creazione di tutto ciò che noi chiamiamo libro. Assomiglia alla scelta della stessa località, durante le vacanze, quella certezza che ti mette tranquillità e che ti fa tradurre un qualsiasi imprevisto in novità da vivere.  

Ritrovare Joe Spark, dunque, è stato come ritrovare una gradevole certezza. Lui resta un personaggio complesso: non è solo un avvocato, non è solo un uomo. È un’anima che, mi permetto di dire, in quest’opera è stata resa ancora più forte e umana, più intelligente e sensibile, più arguta e fine. La sfera emotiva del personaggio è stata ulteriormente ingrandita e studiata e il risultato rivela una gradevolissima immagine che ti resta in mente, anche oltre la fine della lettura. Perché l’avvocato è determinato ma qualche volta inciampa nei suoi stessi tormenti. La solitudine, per esempio, che ogni tanto gli appare davanti come uno specchio nel quale non vorrebbe specchiarsi; oppure la logica del business, lui che è a tutti gli effetti un uomo d’affari e che, stavolta, deve accettare le regole del gioco; il ruolo della famiglia, che nonostante la sia singletudine, resta comunque un perno sul quale erge certezze o sconfitte. E poi, il rapporto con le donne che, in questo romanzo, appaiono come vittime e quel senso di impotenza che lo spinge dentro al caso con coraggio. Lo avrete capito, già nel titolo è evidente, lui, “La Bestia” è colui che semina violenza ai danni di giovani donne indifese, in una Seattle che ha sempre più paura. Sullo svolgimento della trama e dei fatti in essa narrati, non vi dirò altro perché sarebbe difficile evitare dettagli circa lo svolgimento dei fatti.

Mi soffermerò, invece, come feci con altre opere dell’autrice, sui temi che lei ha deciso di inserire e sui quali è molto preparata. Innanzitutto, la mente criminale. Un groviglio di rabbia, vendetta, menzogne che vive di vita propria e che, purtroppo e in alcuni casi, è destinata a vincere sull’emisfero del bene. Inoltre, il ruolo della donna, un che le è molto caro all’autrice e che ha già trattato in altre sue opere. In questo romanzo, nello specifico, la donna diventa un oggetto, un mezzo, un trofeo. Non solo. Con le vittime, l’autrice si spinge nel profondo della loro paura, senza aggredire, portando in luce dolore e terrore.

E poi ci sono le domande. Tante, impegnative. Nella narrazione ne sorgono parecchie grazie alle voci e alle vicende dei personaggi. In seguito ne citerò solo alcune.

Joe mentre pensa alla cena vegetariana che ha in mente per conquistare la bella Amy, si sente chiedere perché accade ancora che le donne debbano avere paura ad attraversare un parco, nelle ore buie della sera; accetta un bicchiere di birra, quando il suo facoltoso cliente – David Harrison – gli chiede di partecipare a una visita completa della sua tenuta lussuosa e chic ma all’apparenza vuota di calore, il calore tipico delle famiglie; ci sono le birre fredde che aiutano il flusso di risposte, quando si ritrova seduto a guardare il mare, in compagnia dell’amico ex poliziotto; e poi c’è il Johnnie Walker notturno che lo obbliga a chiedersi perché è rimasto solo, ancora.

E poi, infine, la domanda che vibra tra le pagine, tra le vie di Seattle, nei ristoranti dove si serve la zuppa di vongole che tanto piace a Joe, nel silenzio della sera e tra i rumori di fondo dell’ufficio legale, quella che io, lettore, non sono riuscita a risolvere, fino alla fine: chi è la Bestia?

Consiglio di lettura: un libro per chi ama la suspense, il brivido, l’indagine; per chi vuol conoscere una Seattle diversa dalle solite guide turistiche e per chi vuole avere un assaggio di cultura americana.

Si ringrazia l’autrice per l’invio del file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Marcella Nardi nasce nel ridente borgo Medievale di Castelfranco Veneto. Si laurea in Informatica, campo in cui lavora per ventidue anni, tra Segrate e Milano. Nel 2008 si trasferisce a Seattle, USA, dedicandosi all’insegnamento dell’italiano, alle traduzioni tecniche e alla scrittura di romanzi. Molte sono le sue passioni: la Storia antica e medievale, la fotografia, i viaggi, la lettura, il modellismo storico e, soprattutto, una grande fantasia nella stesura di romanzi. Come amante di “gialli” e di Medioevo, Marcella si è classificata al terzo posto, nel 2011, al concorso “Philobiblon – Premio letterario Italia Medievale” con uno dei sei racconti che hanno dato vita al suo primo libro, un’antologia, dal titolo di “Grata Aura & altri gialli medievali”, la cui prima edizione si chiamava “Medioevo in Giallo”.

Nel dicembre 2014 ha vinto il Primo Premio al concorso “Italia Mia”, indetto dalla Associazione Nazionale del Libro, Scienza e Ricerca, con un racconto ambientato a Gradara.

Continua a scrivere e dal 2013 ha al suo attivo oltre 15 pubblicazioni. Ha creato due serie poliziesche: “Le indagini del commissario Marcella Randi(6 romanzi in cui la detective è proprio lei: quasi lo stesso nome e con le sue stesse caratteristiche, fisiche e caratteriali) e Le indagini del detective Lynda Brown. Ha anche creato una serie di genere Legal thriller, ambientato a Seattle, USA: “Le indagini dell’avvocato Joe Spark”. Sulla scia dei mitici “gialli per ragazzi” degli anni ’60 e ’70, ha dato vita a una serie di Gialli Young Adult: Le indagini di Étienne e Annabella, dove due studenti universitari si cimentano a fare i detective.

Marcella Nardi ha anche scritto un romanzo mystery/storico dal titolo “Joshua e la Confraternita dell’Arca”, un paranormale, un romance/erotico e alcuni racconti. Ultimi lavori: “Virus – Nemico Invisibile”, Spionaggio/Thriller & Suspense e la seconda indagine della detective Lynda Brown, dal titolo “Io Non Dimentico”.

Il suo sito web ufficiale è: www.marcellanardi.com

La sua pagina autore su Amazon è: Clicca qui

La sua bacheca Facebook è:

https://www.facebook.com/Marcella.nardi.5

Il suo gruppo Facebook di Cultura e Libri:

https://www.facebook.com/groups/Marcella.nardi.scrittrice/

Post in evidenza

“La crisi colpisce anche di sabato” di Christophe Palomar, Ponte alle Grazie.

Era il dicembre 2014 quando venne pubblicato un singolo che scalò le classifiche, posizionandosi al top, come solo una hit di successo sa fare: “Sabato” era il titolo e Lorenzo Jovanotti Cherubini era il cantautore. Il sound elettronico, spinto, psichedelico, abbinato a un testo a tratti malinconico, che raccontava l’Italia del sabato sera, appunto, in un paese di provincia che si fida più di un giorno della settimana piuttosto che delle proprie forze, formarono un insieme armonico di grande spessore, tant’è che il cantautore vinse il prestigioso Disco di Platino.

Il sabato è, nell’immaginario collettivo, il giorno più propenso, il fortunato: il lavoro si è fermato o sta per fermarsi, la famiglia si riunisce, è concesso fare tardi, il divertimento è un dovere. Ma allora, mi chiesi a suo tempo, perché proprio il sabato era diventato oggetto di dubbio, di scomposizione dell’attesa? Il perché era evidente: il premio del riposo non è per tutti, e non lo è soprattutto per chi ha perso una fetta consistente di obiettivi e certezze. È nell’universo di queste anime che la festività (o anche semplicemente l’attesa) diventa un macigno che trascina a fondo, così a fondo che per riemergere serve una forza che non tutti possiedono.

Questo concetto viene oggi ripreso in un romanzo di recentissima pubblicazione che ho avuto l’onore di leggere in anteprima: “La crisi colpisce anche di sabato” di Christophe Palomar, Ponte alle Grazie. Ciò che mi ha colpito, in prima analisi, è stato proprio il titolo. In una frase, infatti, si celano ben tre concetti che, a mio avviso, costituiscono una entrée calda e gustosa. “La crisi”: non una qualsiasi né un concetto vago di smarrimento. In questo caso, l’articolo determinativo rappresenta la precisione che non dà adito a dubbi. Si tratta, certamente, della crisi globale – economica con l’aggiunta della pandemia – che ha travolto le nostre vite, il nostro futuro. Il verbo “colpire”: in questo caso, il significato applicato è “centrare senza pietà”. Non c’è scampo, aggiungerei, a questa crisi e nessuno può sentirsi al sicuro.  Infine, il tanto discusso “sabato” che, ancora, rimedia un posto d’onore tra le vicende tristi che coinvolgono l’animo umano. Inutile tornare su concetti già detti.

Già nell’incipit, il lettore viene “colpito” da una voce originale, trasparente, sincera e molto intima: quella del narratore. Un narratore che scava, che porta a galla, che riduce a pezzettini, che s’intromette e che conosce tutto ciò che c’è da conoscere:

“Adriano sente freddo. Non il freddo indubbio di gennaio e nemmeno quello di marzo. Tutto mentale il freddo di marzo, sempre in bilico fra le cose come stanno e le cose come dovrebbero essere…”

E, nel proseguo della lettura, il tono non cambia, resta fedele a questa coraggiosa indagine che l’autore svolge, tra le pieghe di una società che si sta accartocciando su di sé, vittima delle sue stesse azioni, cosciente (o incosciente) di ciò che sta per accadere, di quella spada che sta per cadere e spezzare fili invisibili e sottili.

Il romanzo si può definire corale anche se, in principio, il lettore si prepara a vivere tre esistenze: Adriano di Testaccio, un ex dipendente pubblico che vive di solitudine, rimorsi e fughe; Gioia, una donna manager finita in una crisi d’identità e un gruppo di giovani innominati (per loro, infatti, basta una lettera identificativa) che a Ferrara si trova davanti alla solita pizza, nella solita serata piatta che genera la consueta certezza ormai più simile alla noia che ad altro.

All’interno delle vicende, il lettore vive principalmente il presente nel quale cascano a pioggia riferimenti circa un passato denso di ombre e un futuro immediato che, in virtù di una crisi già in atto, sta per travolgere tutto e tutti, irrimediabilmente. La trama, dunque, comprende storie diverse, vite al limite, fughe e ribellioni, anime psicologicamente instabili e strettamente legate a quella condizione di “crisi” logorante nella quale chi sopravvive deve avere il coraggio di considerarla un nuovo punto di partenza.

Nella costruzione dei personaggi il carico emotivo è un nucleo sul quale l’autore non ha lesinato. Non entrerò nei particolari per non svelarvi parti salienti, ma vorrei proporvi una breve nota su Gioia, il personaggio che mi ha maggiormente commossa. Nel suo monologo, un fiume inarrestabile in prima persona –  a differenza del resto dell’opera –  porta a galla la condizione della donna moderna, il sacrificio, la solitudine, l’incertezza, quel sentirsi fuori luogo che è solo nostro e la maternità che entra in conflitto con la carriera, la lotta quotidiana per l’affermazione e quelle incomprensioni che anticipano la gravità della situazione nella quale una donna come lei può cadere. Questo flusso di ricordi brucianti e di prospettive devastanti mi ha colpito, in modo particolare (e non perché il resto dell’opera non lo abbia fatto, sia chiaro). Tuttavia, mentre leggevo il suo sfogo sincero e rabbioso, un pensiero ricorrente mi ha accompagnato: un autore che riesce in un’analisi così chiara e veritiera della sfera psicologica femminile è certamente una persona (prima che essere uno scrittore, s’intende) di grande umanità e sensibilità.

Nel complesso dell’opera, un altro aspetto mi ha colpito positivamente: la sfera gastronomica fa emerge un quadro complesso ma reale e, proprio per questo, l’autore è stato molto bravo nell’usare il cibo come mezzo di comunicazione. La Roma di Adriano è un pranzo completo, coi suoi mercati e botteghe, e Testaccio viene addirittura definito “lo stomaco di Roma”. Lui è l’unica mano nella sua cucina, ormai, e i suoi piatti sono sempre gli stessi, per sua ammissione: “… alici impanate con mozzarella e piatti di spaghetti aglio e olio …”. Ma la cucina, luogo indiscusso della famiglia, torna spesso, nel racconto su Adriano. Questo simbolo di condivisione, infatti, è la causa iniziale di uno strappo che non si ricucirà. Per Gioia il rapporto con il cibo si presenta sotto forma di fiumi di vodka, vino e patatine alla curcuma. Ma non finisce qui, perché da lontano, nella sua famiglia, appare una figura che, proprio attraverso la cucina, ha tratto ispirazione e molta saggezza.

In conclusione, “La crisi colpisce anche di sabato” descrive un paese che sta per affrontare il sabato più difficile della sua storia. I riferimenti economici e sociali, la condizione della donna, la genitorialità, la sconfitta, il fallimento, i giovani in cerca di sé stessi, la cultura, il business coi suoi ideali malati e le lotte interne, le bugie, l’amore, i tradimenti, il ruolo della famiglia (anch’essa vittima di una crisi indelebile): i valori messi in campo sono di grande attualità e sono stati trattati con abilità, sensibilità, profondità e conoscenza.

Consiglio di lettura: si consiglia a un pubblico che desidera penetrare nei traumi del nostro paese con una giusta dose di ironia.

Si ringrazia Matteo Columbo dell’ufficio stampa per la copia cartacea in omaggio.

Nota biografica dell’autore: Christophe Palomar è nato in Alsazia da padre italiano e madre spagnola, cresce a Tunisi. Studia alla HEC di Parigi e alla Bocconi prima di intraprendere la carriera di manager. Dal 2017 divide il suo tempo fra la consulenza per le aziende e la letteratura. Dopo la partecipazione al libro collettivo Occhi mediterranei (Pendragon, 2019) pubblica per Ponte alle Grazie Frieda (2020), che ottiene ampi e qualificati consensi. La crisi colpisce anche di sabato è il suo secondo romanzo.

Il sito internet della casa editrice è: http://www.ponteallegrazie.it

Post in evidenza

“Piccolo mondo antico” di Antonio Fogazzaro, Bur Rizzoli. #boodclassici

Vi è mai capitato di entrare nel regno che ha visto nascere un capolavoro letterario? Vi è mai successo di varcare la soglia di una casa antica, nella quale l’aria è rimasta impregnata di ispirazione e talento? A me è successo e, in questo breve articolo, vi condurrò in un paese che, nel caso non lo conosciate, potrebbe diventare una delle mete di un vostro prossimo viaggio. La destinazione è Oria, un caratteristico e ordinato borgo che si specchia nel lago di Lugano, in una valle – la Valsolda – che si trova in una posizione da sempre strategica. Mettere piede in un borgo simile, silenzioso e composto, mi ha rimesso in pace col mondo: è stato come passeggiare in un luogo che è rimasto autentico, che non ha subito mode, che non si è arreso alle leggi del turismo di massa. La strada scende, ricordo, verso il lago e il dolce gorgoglio delle onde che danzano aggiunge pace alla pace, il viale lastricato continua e quando sono giunta davanti a una costruzione chiusa sotto a un arco, non ho afferrato, subito, il senso di ciò che avrei visto. Una cosa è certa: ho avvertito, di nuovo, quel senso di pace che mi sarei tenuta addosso per tutto il giorno e una forza che non saprei descrivere a parole, ma che mi ha spinto a varcare la soglia della casa con lo stupore tipico dei bambini: leggero e sincero. Qualcuno di voi avrà già capito dove sono stata, tempo fa… Ebbene sì, si tratta di Villa Fogazzaro Roi, uno dei beni tutelati dal FAI, a Oria, in provincia di Como, in quel confine estremo che sfiora la Svizzera. È proprio qui che Antonio Fogazzaro trasse l’ispirazione per “Piccolo mondo antico”, forse il suo romanzo più famoso. Ecco, dunque, svelata la fitta e spessa scia di letteratitudine che mi ha avvolto, durante la visita del paese e della villa.

Gli interni della dimora sono stati restaurati dal pronipote dello scrittore e, proprio per custodire e continuare a testimoniare la bellezza di questo luogo, è stata affidata alle cure del FAI, la cui opera consiste proprio nel mantenere attiva la volontà dei donatori e, in questo caso, continuare a divulgare ciò che significò, per il famoso autore, questo luogo. Le stanze, dunque, sono come un tempo ma rimodernate e, quando sono giunta di fronte al lago, sul famoso terrazzino che si protende verso i colori decisi delle montagne che dividono cielo e acqua, mi sono trovata a immaginare personaggi, trame, intrighi, amori e misteri, come se avessi dovuto scriverlo io, un libro di eterna bellezza.

Da lì, in quello spazio angusto ma vasto, li ho visti. Il primo è stato Franco. Il suo sguardo è ricco di futuro: la luce che brilla nelle sue pupille è quella del coraggio, di chi non teme il sacrificio pur di vedere la luce dei diritti splendere nella propria vita. L’ho visto nel suo giardino, tra le piante da frutta, sicuro di sé, con le braccia tese e il sole che illumina i suoi prossimi passi. Dal fondo, inevitabilmente, è giunta lei, Luisa. La donna che ama Franco, la donna che lo ricambia con tutta se stessa.  

Nel mentre, la breva ha preso vigore, l’aria è diventata più spessa, e io mi sono ricordata la trama, i nomi dei personaggi, l’ambientazione, ma ho deciso che non mi sarei accontentata di ricordi vaghi. Mi è presa una voglia irrefrenabile di rileggere “Piccolo Mondo Antico” perché è stata una lettura di tanto tempo fa, quando ancora i miei occhi erano acerbi e poco propensi ad apprezzare lo stile classico.

Così ho fatto. Ho ripreso “Piccolo Mondo Antico” e, credetemi, è stata un’ottima compagnia, in quest’estate non troppo calda, almeno dalle mie parti.

L’edizione che ho letto è di Bur Rizzoli. La copertina mi fatto riflettere, per qualche istante. Perché è stato scelto “Il passeggio” (o “Bazille e Camille”) di Claude Monet e questa è un’ottima scelta, secondo me. Nell’immagine, infatti, un uomo e una donna sono raffigurati a ridosso di un bosco. Gli abiti di lei, soprattutto, raccontano l’epoca antica nella quale si trovano, ma a colpire (e simboleggiare l’opera, come è giunto che faccia una copertina) sono le posizioni: lui proteso verso lei, col corpo e con lo sguardo; lei fuggevole, lo sguardo lontano, rivolto a un punto indefinito. Un uomo che cerca la sua donna; un uomo che non vorrebbe lasciare andare la sua donna. Franco e Luisa, chi altri? Lui che ha bisogno di lei, della sua determinazione, del suo essere donna, del suo coraggio autentico. E lei, che anche quando lotta per non volerlo, gli appartiene, come solo chi ha costruito un grande amore sa fare. Un amore che non ha nulla a che vedere con la dolcezza delle grandi storie romantiche, sorte sotto i migliori auspici. È tutt’altro, semmai. Franco e Luisa appartengono alla categoria dei lottatori: quelli che non possono fare a meno di resistere, di cercare risposte, di combattere per affermare la loro posizione di marito e moglie. E poi c’è il dolore. Quel dolore che strappa, che è tanto oscuro quanto le acque del lago nelle notti senza luna, che allontana o stringe, a seconda di quanta forza ha accumulato egli stesso, nel tempo che gli è stato concesso. È il dolore pungente della tragedia che investe la coppia e che rischia di succhiare la pace, tutta quanta, senza pietà. Un dolore che finisce nelle vene di Luisa, alimentando il suo nuovo corpo, reduce dalla tragedia che nessuna donna dovrebbe mai vivere.

Ma Luisa è Luisa e mi trovo d’accordo con le parole di Alberto Maria Banti che, nella prefazione scrive: “… Grandissimo personaggio. Tanto Lucia (fa riferimento ai Promessi Sposi) è l’immagine di una femminilità tremebonda e pronta a smarrirsi, se non ci fosse la fede in Dio, tanto Luisa è l’esatto opposto. In apparenza tutta lucidità, razionalità e gentile calore umano per i suoi familiari e per gli estranei; nel profondo un torrente di passioni …”. Non avrei trovato parole migliori per descrivere questo personaggio.

Antonio Fogazzaro usa uno stile descrittivo soave, poetico, pieno. Uno stile narrativo che riflette il momento storico nel quale il romanzo è ambientato, la sua stessa contemporaneità: siamo alla metà del 1800, in un lembo di terra chiuso tra mondi diversi, in un’Italia che è ancora lontana dall’unione. I dialoghi sono spesso in dialetto e, per meglio agevolare la lettura, sono state riportate delle note a piè pagina. Le stesse note sono anche curiosità e approfondimenti circa il luogo e il contesto storico e io le ho trovate precise, dettagliate.

“Piccolo Mondo Antico” è come una fotografia, mi sento di dire. C’è il luogo che fu caro allo scrittore, luogo che resta presente sempre, come uno sfondo immortalato da un potente obiettivo: il lago. Quel lago che rappresenta bene la malinconia e la nostalgia con la sua nebbia e i suoi colori offuscati; che è un mezzo di comunicazione, non solo fisico; che è fonte di sostentamento e che è, anche, un punto di riferimento per la società del tempo. Un luogo che, tuttavia, resta ciò che è: un elemento naturale di grande valore ma dal potere incontrollabile e, a volte, feroce.

Consiglio di lettura: “Piccolo Mondo Antico” è una lettura raffinata ma non immediata. Lo stile classico – antico – posiziona questo libro in quella categoria di testi da tenere in casa e da rileggere di tanto in tanto, nei momenti in cui siamo più propensi a staccarci dalla letteratura moderna, considerata più diretta per temi trattati e stile di narrazione.

Nota biografica dell’autore:

Antonio Fogazzaro (Vicenza, 1842-1911), scrittore e poeta italiano, fu senatore del Regno d’Italia. Fu scomunicato dalla Chiesa nel 1907 con l’accusa di modernismo. Tra le sue opere ricordiamo Piccolo Mondo Moderno, Malombra, Il Santo e Leila.

Post in evidenza

Colazione a base di concentrazione

Agosto volge al termine e per molti di noi anche il tempo delle vacanze sta per finire. Settembre si affaccia con timidezza, ma con piacevole determinazione e porta con sé, spesso, una valigia di propositi e impegni. Qualcuno è già pronto per la ripresa coi suoi ritmi serrati, qualcuno, invece, ha bisogno di affrontare la quotidianità un passo alla volta, senza stacchi bruschi. Altri non vedono l’ora di coccolarsi con le tisane calde della sera e per qualcuno, purtroppo, la nostalgia si farà sentire forte, come il soffio del vento nelle giornate di pioggia.

Chi, invece, una pausa non l’ha ancora avuta – per le più svariate ragioni – comprenderà ancora meglio ciò di cui vi parlerò tra poco.

Nel mio Diario di una mamma in quarantena( https://www.edizioniconvalle.com/diario-culinario-di-una-mamma-in-quarantena-_-978-88-85434-68-4-c2x34354178 ) ho dedicato uno spazio alla colazione: uno dei momenti determinanti, se non il più importante della giornata, secondo me. Sono una fan delle colazioni lente, che non devono essere confuse con le colazioni da vacanza quelle che, per intenderci, si prestano ai risvegli in tarda mattinata, che vivono di vita propria, senza un orario preciso da rispettare o da attendere. No, le colazioni lente sono tutt’altra faccenda e non dipendono dal tempo che avete a disposizione. Le colazioni lente sono un momento di riflessione necessario per affrontare la vostra giornata, sono il carburante indispensabile che vi permetterà di raggiungere la meta, sono la vostra carezza, il contenitore delle idee (quelle in fase embrionale) e delle soluzioni che avete scoperto durante la notte. Sostengo l’importanza di concedersi del tempo, al momento del risveglio, uno dei più delicati della nostra giornata: una fase in cui il corpo e la mente hanno bisogno di trovare il proprio ritmo.

Attraverso la colazione, dunque, permettiamo al nostro corpo – e alla nostra mente – di accogliere ciò che verrà e di trasformarlo in energia.

Settembre è alle porte, dicevo, e con esso il bisogno di ritrovare la concentrazione, la memoria, l’energia per affrontare al meglio le sfide della quotidianità. Qualsiasi sia la vostra occupazione, anche temporanea, il meccanismo mnemonico è fondamentale per il raggiungimento dell’obiettivo che vi siete preposti e, per questo, a seguire, trovate una lista di alimenti che favoriscono la concentrazione e il lavoro di memorizzazione di concetti e meccanismi.

Non è una dieta, ovviamente, né un menù. Si tratta di una semplice selezione di alimenti che potrete abbinare come meglio credete, a seconda del vostro gusto. Ricordate sempre, tuttavia, che una dieta è considerata sana solo quando avete imparato a conoscervi. No al fai-da-te, in alimentazione, perché le conseguenze possono essere serie. I dubbi sono sempre da sottoporre al vostro medico, il quale saprà consigliarvi al meglio.

Tè Nero:

Ho scelto questa bevanda perché, grazie alle sue proprietà, si posiziona in testa a quelle che aiutano la concentrazione e gli stimoli celebrali per memorizzare meglio e più rapidamente. (Attenzione alla caffeina: nel tè nero è presente ma in dose minore rispetto al caffè). Da preferire senza l’aggiunta di zuccheri ma, per chi è particolarmente tentato dai gusti più dolci, è consigliato un cucchiaino di miele.

Fragole e Kiwi:

Sono entrambi alleati della memoria grazie all’acido folico presente in quantità rilevanti. Associando a questi frutti del succo d’arancia e una spolverata della sua scorza grattugiata, otteniamo una macedonia che concede ulteriori benefici, grazie alla presenza della vitamina C. Tutti conosciamo il valore di questa vitamina ma pochi sanno che anch’essa partecipa attivamente al processo di concentrazione e, inoltre, contribuisce al mantenimento del buonumore.

Mandorle:

Anche la frutta secca è un alleato per migliorare il procedimento mnemonico. Le mandorle possono essere gustate intere oppure in granella, magari accompagnati da un cucchiaio di miele.

Cioccolato fondente:

Altro alimento importante per combattere lo stress e mantenere alto l’umore. È consigliato in situazioni particolarmente impegnative perché le sue proprietà favoriscono la reazione agli stimoli.

Infine, mi piace paragonare la mente a una spugna: assorbe sempre, anche quando sembra colma. È in continua espansione e questo meccanismo è qualcosa di intimo e privato: solo noi, infatti, siamo in grado di espandere la nostra mente. Favoriamo il flusso dei pensieri liberi, l’immaginazione, la creatività e ultimo, ma non per ordine di importanza, regaliamoci una buona lettura: i libri restano sempre i migliori alleati per la concentrazione e la memoria.  

Post in evidenza

“Compleanno in Noir” di Tiziana Mazza, Edizioni Convalle.

Tre numero perfetto: in matematica, astronomia, religione, astrologia. E poi negli studi dei simboli, in architettura: vi basterà collegarvi a Wikipedia e da lì partire per un viaggio studio così vasto da soddisfare anche i palati più raffinati.

Questo numero dai molti risvolti è diventato fondamentale in “Compleanni in Noir” di Tiziana Mazza, pubblicato da Edizioni Convalle. Infatti, tre sono le indagini e tre sono gli investigatori che la penna creativa dell’autrice ha inventato. Ed è davvero un numero perfetto, perché essendo i racconti indipendenti tra loro, il lettore riesce a seguire, passo dopo passo, assaporando eventi, intrecci, tensioni e scoperte. La lunghezza dei singoli racconti aggiunge armonia ed equilibrio all’opera e, anche questo, è un elemento importante, non da trascurare.

Prima di addentrarmi nella trama (senza svelare troppo, come sempre) riprendo quanto pubblicato in precedenza, sul blog, circa Tiziana Mazza. A questo link (https://wordpress.com/post/bood.food.blog/226) trovate la recensione della sua opera “Sulle tracce di Lucifero” e, nel rileggerla, mi fermo a riflettere: lo stile ironico, frizzante (come lo ha definito Tania Mignani nella sincera prefazione di “Compleanni in Noir”) è confermato. È uno stile autentico, un “marchio di fabbrica” apprezzabile che spero mantenga anche nelle future pubblicazioni. I passaggi sono rapidi, freschi, e perfettamente adatti alla narrazione di un racconto. La tecnica del racconto, per chi ama scrivere, è una delle più complesse, perché in esso la sintesi è fondamentale e Tiziana Mazza, in “Compleanni in Noir”, arriva al dunque con passi scelti, precisi, coinvolgenti. Il risultato, nel complesso, è molto piacevole.

All’interno delle trame che compongono l’opera, l’autrice ha spaziato e ha saputo creare tre icone, più che tre protagonisti. Li ho amati tutti e tre, ciascuno per la propria indole.

C’è l’ispettrice Michela Balestra: coraggiosa, capace, determinata. Addenta un tortello di crema e riflette su un amore che forse deve ancora nascere; smette di pensare (il tempo di qualche nota di sax) a quel serial killer che non riesce ad acciuffare e si concede una birra; addenta pizza, stringe una mano, e teme di non riuscire a venire a capo dell’indagine. Ma è forte, Michela. E i suoi dubbi sono solo da sciogliere.

Nel secondo racconto il capo delle indagini è Leonardo. È un personaggio che, per tutta la durata del racconto, si spiega al lettore in prima persona, creando così un’empatia duratura e gradevole. Anche per lui la strada è ripida, lo stress alle stelle e i pensieri contorti. Ci sono vite in bilico, altre già spezzate, e lui ha il dovere di indagare, di scovare, di mettere al muro chi è stato capace di tanta brutalità.

E infine, l’ultimo personaggio, sul quale vorrei potermi dilungare ma che, per ovvie ragioni, chiuderò in una semplice nota: il maresciallo Romeo. Il tre è il suo numero fortunato, ha una moglie di cui è pazzamente innamorato e geloso, ed è un uomo “da tavola”. Il giro dei ristoranti (tra una polenta uncia e una pizza quattro formaggi) in veste di detective lo rende autentico, umano, irresistibile. Ma quando è a casa, a tavola, in compagnia della sua dolce metà, è lì che Romeo esprime tutta la sua umanità ed è lì che cattura il lettore, senza se e senza ma. L’indagine è così costellata di sapori e gusti (lacustri, del territorio dell’alta Lombardia) e giunge all’epilogo, purtroppo. Si sa, anche i migliori personaggi prima o poi vanno lasciati tra le pagine dei libri…

“Compleanni in Noir” narra tre vicende diverse, è vero, ma con un denominatore comune evidente: tutte e tre esplorano la mente criminale e la psicologia dell’uomo nel suo essere il “Bene” o il “Male”. Nel farlo, l’autrice ha usato forme narrative diverse (la terza e la prima persona), contesti familiari diversi, ambientazioni differenti, ed è riuscita a creare un contesto ricco di colpi di scena e tensioni che abbinati a ironia e immediatezza rendono la lettura molto piacevole e coinvolgente.

Si ringrazia l’autrice per il file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Tiziana Mazza nasce nel 1962 a Milano dove compie gli studi umanistici con indirizzo in lingue straniere. Dopo aver lavorato per quindici anni nel settore delle televisioni private, per lo più come promoter video, si dedica ad attività imprenditoriali. La sua indole curiosa la porta a cercare sempre nuovi stimoli e a frequentare svariati corsi di formazione e perfezionamento tra cui il laboratorio di scrittura creativa tenuto dalla scrittrice ed editrice Stefania Convalle. In breve si appassiona a quest’arte e, da semplice lettrice, diventa ella stessa creatrice di storie.

 Partecipa a varie edizioni del Premio Letterario Dentro l’Amore con racconti e poesie entrando nella rosa dei finalisti e ottenendo così l’inclusione dei propri scritti nell’omonima Antologia. Nel 2021 ottiene il quarto posto nella III edizione del concorso Letterario Pierpaolo Fadda “Madri allo specchio” per la sezione poesia.

 Nel 2020 pubblica con Edizioni Convalle il suo primo romanzo “Sulle tracce di Lucifero”. “Compleanni in noir” è la sua seconda pubblicazione e consiste in una raccolta di tre racconti Gialli-Noir ambientati tra Milano e i paesi del Triangolo Lariano, due luoghi cari all’autrice: il primo per nascita, il secondo per adozione.

Il sito internet della casa editrice è: http://www.edizioniconvalle.com

Post in evidenza

“Nickname: fil_vanz_88 – Le indagini di Fil Vanz” di Elena Andreotti

Spingersi al limite è sinonimo di coraggio o imprudenza?

Apro questo nuovo articolo con una domanda provocatoria che racchiude variabili e ipotesi e che, per certi aspetti, resta sempre aperta, quasi che non esista una risposta adattabile, definitiva. Il coraggio è l’atto con cui riconosciamo un nostro limite, una nostra paura; l’imprudenza è la condizione secondo cui l’uomo si assume rischi senza tener conto delle probabili e possibili conseguenze. Due condizioni che, anche senza volerlo, fanno parte della nostra vita, con le quali dobbiamo convivere, a volte trattare.

Durante la lettura di “Nickname: fil_vanz_88 – Le indagini di Fil Vanz” di Elena Andreotti, ho pensato più volte a questa domanda e, ammetto, non sono riuscita a prendere una posizione, a riguardo. Difficile, davvero, perché Filippo Maria Vanzitelli è un uomo affascinante, ricco, intelligente oltre misura, ha un cuore dolce ed è un buongustaio. E, soprattutto, è sicuro di sé: ha un atteggiamento determinato, solido, il suo sangue è gelido, non soltanto freddo. Il suo esserci  – semplicemente – è una conferma perché lui è una guida indispensabile. È un personaggio che sprigiona determinazione, coraggio, e che ha il potere di sfidare il pericolo quasi senza fatica, come se fosse la cosa più naturale al mondo. Il suo è un mondo al limite, sempre, nel quale la sfida regna sovrana.

Fil Vanz non è uno sconosciuto, in questo blog. La sua prima indagine, infatti, fu ospite a febbraio, qui il link per rileggerla https://wordpress.com/post/bood.food.blog/332, ed è la prima che troverete, in questa raccolta di recente pubblicazione. Una rilettura gradevole come un gustoso antipasto, per me.

Le due nuove, seguenti, avventure hanno lo stesso aroma: quello pungente del delitto, ovviamente.

Nella seconda, Filippo è alle prese con una macabra scoperta nel muro di casa (o del castello, dovrei dire, visto che abita in una dimora fiabesca con annesso campo da golf e piscina). L’indagine si fa intricata, subito e senza attese come siamo abituati, e lui sguazza nel mistero, dipinge quadri, entra in rete (nel dark web che lo ha reso dipendente) e si delizia di antipasti, una carbonara “a modo suo” oltre che colazioni fuori casa in dolce compagnia. Il colpevole è nelle sue mani, anche se egli ancora non lo sa.

Nel terzo episodio, Elena Andreotti fa “il botto”, come si usa dire in gergo, e l’indagine diventa per due. Infatti, al “Castello” arriva lei, Debora Nardi, (per chi non la ricordasse, ecco il link dove, tra l’altro, fu proprio l’autrice a raccontarsi https://wordpress.com/post/bood.food.blog/350 ). Debora è la scrittrice– criminologa di Monte Alto che porta con sé, qualunque sia la sua direzione, una scia di delitti e misteri. E infatti, i due (con la presenza costante di Lidia e Francesca, sempre al “Castello” che è il teatro ideale) si spingono dentro a un’indagine ad alto tasso investigativo e culinario. I due (con Lidia, qualche volta) non si fanno mancare pause al ristorante, bicchieri di tè freddo e colazioni abbondanti per iniziare meglio ad analizzare fatti e congetture. La cultura culinaria laziale è, inoltre, una gradevole presenza costante che arricchisce la narrazione e non delude mai.

Lo stile narrativo è quello che conosciamo, a cui l’autrice ci ha abituato: dialoghi rapidi, testi scorrevoli, ambientazioni che diventano sfondi, tanto buon cibo. Anche nella costruzione della trama riesco a trovare le peculiarità di Elena Andreotti: ben articolata, non confusionaria, sempre lineare e logica.

L’ultima nota va a loro, ancora. Filippo e Debora si confermano due personaggi amabili: la loro abilità e la loro sostanza sono sempre una gradevole certezza.

Si ringrazia l’autrice per il file lettura in omaggio

Nota biografica dell’autrice: http://www.amazon.it/Elena-Andreotti/e/B07PMRP5LY

Post in evidenza

“Dinamiche della Malattia e della Guarigione” di Maria Teresa De Donato, Dottoressa in Salute Olistica

Negli ultimi anni, il concetto di salute è divenuto oggetto di dibattito globale: le notizie corrono su ogni organo di stampa, abbiamo fidelizzato complessi calcoli statistici, seguiamo indicazioni, applichiamo regole, sforniamo dubbi, affrontiamo timori e, soprattutto, guardiamo alla speranza che tutto ciò finisca come un bambino aspetta l’arrivo di Babbo Natale. La pandemia ha amplificato il senso di volubilità e ci ha fatto perdere l’orientamento; ha fatto emergere spaccature e fragilità sconosciute e inaspettate; ha acutizzato il bisogno di comprendere ciò che non avremmo mai voluto comprendere. La malattia ci fa paura, sarebbe inutile negarlo e per questo vaghiamo in cerca di conferme, di soluzioni.

Vi confesso che davanti al titolo “Dinamiche della Malattia e della Guarigione” – versione ridotta della Tesi di Dottorato “The Dynamics of Disease and Healing – The Role that Percepition and Beliefs Play in Our Health and Wellness” – di Maria Teresa De Donato (Dottoressa in Salute Olistica) ho provato l’effetto “calamita”: una voglia incredibile di apprendere le teorie del manuale. Lo stesso è stato pubblicato in inglese nel 2015 (in italiano nel 2021) quando la pandemia Covid avrebbe potuto essere un’ottima sceneggiatura per un film hollywoodiano. Credo che sia stata la suggestione, la curiosità, la novità a spingermi tra queste pagine, ma ripensandoci adesso, mi rendo conto che ciò che maggiormente ha attirato la mia attenzione è stata la guarigione che nel titolo viene associata alla dinamica. Ho iniziato la lettura con questa domanda rombante in testa: esiste una convergenza di elementi che, insieme, portano alla guarigione? Esiste un fattore dinamico che può aiutare la guarigione, in accompagnamento a una cura medica e specifica, per esempio? Insomma, mi son detta, basta un libro ed è fatta, come ho fatto a non pensarci prima?

Naturalmente, quest’ultima è una provocazione, la stessa Dottoressa pone una premessa onesta e inequivocabile quando scrive: “il materiale contenuto nella presente pubblicazione ha solo scopo informativo e non è da considerarsi in alcun modo parere medico. Qualunque sia il vostro problema di salute, consultate il vostro medico.”. Chiaro, no?

Dopo ciò, la lettura inizia con una consapevolezza giusta, serena, anche perché, solitamente, i trattati medici (o affini) sono complessi e quasi mai immediati, soprattutto per chi non conosce la materia: la percezione, dunque, di non trovare formule, concetti incomprensibili e termini sconosciuti è stata un’ottima motivazione.

Addentrandosi nella lettura si comprende con chiarezza l’intento della ricercatrice che, ponendosi una serie di domande, ha elaborato (e pubblicato) uno studio che coinvolge salute e malattia come se fossero elementi naturali e certi della vita di ognuno di noi. Le sue analisi iniziano con una parte teorica nella quale troviamo definizioni (malattia, energia, salute ecc), tesi, concetti scientifici e altri più emotivi e di natura psicologica. Il lettore, però, non si perde e riesce a seguire la discorsività: il merito va all’autrice che ha strutturato il testo evitando lunghe e corpose note a piè pagina che, qualche volta, e soprattutto nei manuali tecnici, disperdono. Infatti, i riferimenti alle pubblicazioni sono stati inseriti nel testo e solo nell’indice finale si trova la nota completa all’opera a cui si fa riferimento.

Nel proseguo della lettura, la chiarezza della narrazione si mantiene e nell’esplorazione delle dinamiche si trovano anche teorie molto curiose (quella dei tre strati dell’acqua mi ha colpito in modo particolare), fino alla parte di analisi vera e propria di casi che la Dottoressa ha seguito personalmente e di cui ha riportato uno studio olistico. Anche nell’atto di trascrivere le risposte ai quesiti a cui ha sottoposto i partecipanti alla ricerca la precisione non si perde, anzi, semplici ma utili tabelle (alcune in inglese ma, a mio avviso, comprensibili) completano la pubblicazione.

Ultima nota: per tutta la durata della lettura, ho avvertito una gradevole sensibilità da parte dell’autrice nell’affrontare le dinamiche di cui si è trattato, come una sorta di rispetto per la materia e per l’uomo. Nel complesso, dunque, questo manuale, che al suo interno propone teorie più o meno condivisibili ed esplora un tema così vasto e delicato, si è rivelato una lettura apprezzabile.

Si ringrazia l’autrice per il file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Maria Teresa De Donato: romana di nascita, dopo aver studiato lingue straniere e giornalismo in Italia, si è trasferita negli USA dove vive da oltre 25 anni ed ha ultimato i suoi studi giornalistici presso l’American College of Journalism e conseguito le lauree Bachelor, Master e Dottorato di Ricerca in Salute Olistica presso Global College of Natural Medicine, specializzandosi in Omeopatia Classica, Ayurveda e Medicina Tradizionale Cinese. Un’appassionata blogger, dal 1995 collabora con varie riviste, giornali e periodici in qualità di giornalista freelance. Scrittrice eclettica, olistica e multidisciplinare è anche autrice di numerose pubblicazioni, tra cui due romanzi. I suoi libri sono disponibili su tutti i canali di distribuzione Amazon, librerie incluse.

Post in evidenza

Novità in arrivo – #boodnews

Cari lettori,

c’è una novità di cui vi voglio parlare, novità che – vi confesso – non vedo l’ora di leggere.

Si tratta de “La Bestia”. È la terza indagine affidata a Joe Spark, uno degli avvocati penalisti più empatici del panorama letterario, ad opera, ovviamente, della brava Marcella Nardi, disponibile dal 5 agosto in formato cartaceo ed eBook.

Ecco a voi la breve sinossi:

IL FASCINO MISTERIOSO DEL DELITTO…


Il terzo Legal Thriller della serie mozzafiato “LE INDAGINI DELL’AVVOCATO JOE SPARK“.

  • Seattle 2021. La città è terrorizzata da una serie di feroci stupri.
  • Chi è lo spietato assassino soprannominato La Bestia?
  • Perché violenta brutalmente solo giovani donne bionde?
  • Perché indossa spaventose maschere animalesche?
  • Come mai Mary Harrison, la moglie di un cliente facoltoso di Joe Spark, sparisce improvvisamente?
  • È anche lei una vittima della Bestia?
  • Riuscirà il nostro avvocato-detective a dipanare questa intricata matassa?

Joe Spark è un affascinante avvocato penalista. Alto, capelli ricci nero corvino, e penetranti occhi azzurri, vive sulla baia di Seattle in un bellissimo paesino, Alki. Ama il buon cibo, le belle donne e detesta la tecnologia. Joe Spark, uomo dalla mente acuta, non riesce mai a voltare le spalle dinnanzi a un omicidio. Sente forte il bisogno di fare giustizia, nel tentativo di dare un senso ai misteri più oscuri della vita.

A breve ne sapremo di più.

Keep in touch!

Post in evidenza

“Un amore cucito addosso” di Roberta Colombari, Amarganta.

Quanti pensieri dedicate ai personaggi che incontrate nei libri che leggete? Mi spiego meglio, forse la domanda, così scritta, non è chiara. Un bravo autore – pur dedicando gran parte del suo lavoro alla trama, all’ambientazione e alla costruzione logica della struttura – non può dimenticare l’empatia che i suoi protagonisti devono sprigionare e quel legame che resta vivo, anche dopo la parola fine. Una sorta di filo immaginario, una specie di flash che si accende a intermittenza e che ti riporta, di tanto in tanto, alle azioni di quel personaggio, alle emozioni che ha suscitato in te e a quelle che ancora ti porti dentro.

Penso a questo, da quando ho terminato la lettura di Un amore cucito addosso” di Roberta Colombari, pubblicato da Amarganta, e il personaggio che mi ha spinta a scrivere questo lungo incipit è Lucia.

Prima di portarvi a conoscere questa donna straordinaria, un breve cenno alla trama è doveroso. “Un amore cucito addosso” è una storia di famiglia che, come tale, narra amori e dolori da un punto di vista molto particolare: il narratore è, infatti, una voce molto originale e schietta, che si presenta subito al lettore in tutta la sua semplicità. Una voce interessante che interviene al punto giusto e che presenta la famiglia Altavilla: una stirpe di imprenditori buoni, intraprendenti, lungimiranti. Giovanni e Lucia sono gli “ultimi” sposi, coloro i quali si sono innamorati davanti ai tessuti che lui vende e lei taglia, che sentono la fortuna sulla pelle, il potere del tutto e anche di più. Sarebbe tutto perfetto, non fosse che in letteratura (e nella vita) il destino prepara sgambetti e curve a gomito da affrontare con la giusta determinazione.

Lucia è una donna che vive ogni istante della sua vita e questa fine psicologia mi è piaciuta moltissimo: nel suo vivere ho trovato intensità, speranza, lotta, coraggio, commozione e resilienza. In Lucia c’è l’essere vivente che interpreta i messaggi della vita, che attraversa i dolori e che prosegue, nonostante tutto. Ed è questo che mi ha colpito: il suo vivere convinta di essere al posto giusto, nel momento giusto, anche quando il dolore è così grande che ti toglie il fiato. La sua bontà, il suo fidarsi della vita, il suo restare a galla: mi ha conquistata, totalmente.

Attorno a Lucia, poi, si stringe una corona di personaggi, tutti indispensabili, ognuno dei quali è incastonato come una pietra preziosa: il piccolo Lorenzo – intelligente, dolce e amabile -, l’avvenente Julia – una donna da scoprire -, i suoceri – anime sempre presenti –, e naturalmente Giovanni: l’uomo che ha scelto di amare.

Un’ulteriore nota positiva è data dall’ambientazione geografica. L’autrice ha scelto una cornice invitante, quasi romantica, per la storia di Giovanni e Lucia: siamo a Penne, un borgo dell’entroterra abruzzese. Un luogo che l’autrice riesce a far diventare una casa in cui tornare e da cui partire.

Nella sfera gastronomica, l’autrice ha puntato sulla semplicità, sui piatti di casa e della tradizione del luogo cosicché il quadro generale si mantiene in linea con il progetto iniziale. Lucia riceve la proposta di matrimonio davanti a un gelato; il banchetto propone gli arrosticini, pipindune e ove (una preparazione a base di peperoni cornetto abruzzesi), pinzelle (dolci base da farcire con fantasia) e, naturalmente, la classica torta nuziale; le colazioni, a casa Altavilla, sono a base di marmellata casalinga, l’unica nota spinta è Giovanni che usa il whisky per stemperare lo stress. Le cene nei ristoranti raffinati non mancano, ma è davanti alla tavola di casa che i due sposi si ritrovano.

Sì, avete letto bene: ho scelto il verbo ritrovarsi. Perché è questo che succede a Giovanni e Lucia. Infatti, “Un amore cucito addosso” non è uno sdolcinato inno all’amore a prima vista, all’entrata in scena di bellissimo principe azzurro che porta la sua amata sulle ali della felicità. In questo romanzo ci sono segreti, tanti e dolorosi, difficili da digerire e da tenersi addosso; ci sono i viaggi, quelli dai quali non puoi tornare come se niente fosse accaduto; c’è la paura oscura di perdere chi ami e la sofferenza che questo genera. In fondo a tutto, però, la forza (il destino, la buona sorte, il credo o come meglio preferite chiamare quella luce che brilla anche se il buio è fitto) subentra in ogni pagina, in ogni frase, per lei, Lucia, ma non solo.

Infine, una nota di merito va all’autrice: ho trovato una penna decisa, amichevole e fidata. Una penna da osservare, insomma.

Si ringrazia l’autrice per l’invio diretto del file lettura.

Nota biografica dell’autrice:

Roberta Colombari è nata a Villasimius, in provincia di Cagliari, figlia di uno chef e di una casalinga. Dopo la separazione dei genitori è affidata alle cure della nonna paterna e si trasferisce a Lugano, nella Svizzera italiana. In seguito risiede a Zurigo e nella Svizzera francese. Mamma e casalinga, ama la lettura, scrivere romanzi, la natura e gli animali. Crede nell’amicizia e nei rapporti umani, si definisce una donna semplice che ama la vita.

Il sito internet della casa editrice è: http://www.amarganta.eu.

Post in evidenza

“Il Mistero delle Spille Longobarde – Le indagini di Étienne e Annabella” di Marcella Nardi, Amazon Self Publishing.

La letteratura ci ha spesso presentato la figura dell’investigatore standard: uomo, empatico, più o meno ambizioso, più o meno ironico, preciso e arguto. Pensate agli intramontabili Hercule Poirot e Sherlock Holmes, giusto per citarne un paio. Oppure, spesso, nelle TV fiction, la parte investigativa è stata affidata a una coppia che, con il suo appeal, ha portato una nuova immagine, sempre più gradevole e coinvolgente. Negli anni ’80 sbarcarono in Italia “Starsky & Hutch”, poi venne il turno di “Miami Vice” e a seguire, negli anni, il filone poliziesco è stato uno dei più accattivanti di sempre con strutture sempre più complesse, coppie o squadre al maschile e femminile pronte a tutto pur di arrestare i criminali.

Pensate ora a qualcosa di completamente diverso da ciò che avete letto – o visto in Tv o al cinema. Pensate a un detective che non lo è ufficialmente – non ancora, per il momento – ma che ha tutte le carte in regola per entrare a pieni voti nel mondo investigativo: lui si chiama Étienne Pivot è un giovane universitario amante della storia medievale, ha un talento speciale per le analisi e la ricostruzione dei fatti, nonché un’intelligenza fine e una passione per casi particolarmente intricati. Passioni e talenti che condivide, totalmente, con la fidanzata Annabella.

Come avrete capito, Étienne e Annabella sono i protagonisti del romanzo “Il Mistero delle Spille Longobarde” di Marcella Nardi, e come avrete intuito, l’dea di accentrare un’indagine a sfondo storico a due giovani mi è parsa, da subito, originale e vincente. Mi piace l’idea che in un mondo sempre più social e digitale, l’autrice abbia messo in campo le sue spiccate conoscenze storiche al servizio di una narrazione fresca, giovane, empatica e coinvolgente. Giovani e Storia: un’accoppiata curiosa e interessante.

Siamo nel capitolo primo e il lettore viene già trascinato nella trama: i due ragazzi, di ritorno a Roma dopo una vacanza a Parigi, vengono avvicinati dal professor Claudio De Carolis. L’uomo chiede aiuto a Étienne per risolvere il mistero della scomparsa di un suo amico e collega – il dottor Alex Nardi – due spille longobarde e una tavoletta antica. Per il giovane, e per la sua compagna, inizia qui il viaggio nella Storia e nel presente: un viaggio articolato, energico, intricato e ricco di colpi di scena. Ci sono incontri spiacevoli, – come è giusto che sia, in un genere letterario così complesso – fughe, strategie, inganni, ma anche rapporti familiari che si consolidano davanti a un’ottima cena casalinga, dove il tavolo diventa un luogo di scambio di informazioni tra padre e figlio (Pivot padre era nella Squadra Omicidi), ma anche un luogo di ritrovo delle emozioni sopite, come solo la casa natale sa essere e, ovviamente, per godersi il merito dopo una lunga fatica. Infatti, le indagini circa le Spille Longobarde, il professore scomparso, e un misterioso tesoro a cui gli studiosi tengono particolarmente, assomigliano a una matrioska, ma è proprio questo che Étienne sa fare: scavare, a fondo e fino in fondo.

Una ulteriore nota di merito va al personaggio di Annabella. Già nel titolo, l’autrice ha deciso di inserire anche il suo nome, affidando così l’intero caso a entrambi. La presenza femminile – o meglio, le presenze femminili perché anche la mamma di Étienne sa il fatto suo, credetemi – è molto sentita. Annabella non è una spalla ma una guida, è una presenza costante, come la luna nel cielo.

Ultimo, e non certo per importanza, lo stile preciso e puntuale, pulito e lineare di Marcella Nardi si conferma ancora una volta una gradita certezza anche in questo genere letterario dedicato ai ragazzi (e non solo a loro…).

Breve nota biografica dell’autrice:

Marcella Nardi nasce nel ridente borgo Medievale di Castelfranco Veneto. Si laurea in Informatica, campo in cui lavora per ventidue anni, tra Segrate e Milano. Nel 2008 si trasferisce a Seattle, USA, dedicandosi all’insegnamento dell’italiano, alle traduzioni tecniche e alla scrittura di romanzi. Molte sono le sue passioni: la Storia antica e medievale, la fotografia, i viaggi, la lettura, il modellismo storico e, soprattutto, l’amore per la scrittura di romanzi. Come amante di romanzi gialli e di Medioevo, Marcella si è classificata al terzo posto, nel 2011, al concorso “Philobiblon – Premio letterario Italia Medievale” con uno dei sei racconti che hanno dato vita al suo primo libro, un’antologia, dal titolo di “Grata Aura & altri gialli medievali”, la cui prima edizione si chiamava “Medioevo in Giallo”. Nel dicembre 2014 ha vinto il Primo Premio al concorso “Italia Mia”, indetto dalla Associazione Nazionale del Libro, Scienza e Ricerca, con un racconto ambientato a Gradara. Continua a scrivere e dal 2013 ha al suo attivo oltre 15 pubblicazioni. Ha creato una serie poliziesca di 6 romanzi, in cui la detective è proprio lei: quasi lo stesso nome e con le sue stesse caratteristiche, fisiche e caratteriali. Ha anche creato una nuova serie di genere Legal thriller, ambientato a Seattle, USA. Il titolo del primo romanzo di questa collana è “Morte all’Ombra dello Space Needle”.

Marcella Nardi ha anche scritto un romanzo mystery/storico dal titolo “Joshua e la Confraternita dell’Arca”. Ha scritto anche un paranormale, un romance/erotico e alcuni racconti.

 Il suo sito web ufficiale è: www.Marcellanardi.com

La sua pagina autore su Amazon è: Marcella Nardi su Amazon.it: libri ed eBook Kindle di Marcella Nardi

La sua bacheca Facebook è:

https://www.facebook.com/Marcella.nardi.5

Il suo gruppo di Cultura e Libri:

https://www.facebook.com/groups/Marcella.nardi.scrittrice/

Il suo gruppo per gli autori INDIE:

https://www.facebook.com/groups/Marcellaeilsuoamoreperilibri/

Si ringrazia l’autrice per il file lettura in omaggio.

Post in evidenza

“Uno scialle sul fiume Temo” di Maria Lidia Petrulli – Pluriversum Edizioni

Ho una predilezione per le colazioni abbondanti, quelle lente, senza l’accompagnamento fastidioso dell’orologio che anticipa impegni e doveri. E, in questo contesto – casalingo, intimo e raccolto – immagino la tavola perfetta: tovaglia senza pieghe, tazze combinate, un cesto di pane ancora fumante, un caffè forte e un vasetto di marmellata fatta in casa. La confettura di frutta è molto più che un sapore dolce. È un insieme di azioni a ripetizione (la raccolta della frutta, la pulitura, la cottura) che culminano con un concetto che troppo spesso tendiamo ad accantonare: l’attesa. Quel tempo sospeso eppure prezioso, tradizionale, da ritrovare. Una colazione accompagnata dai profumi di una marmellata è sempre una festa, a mio avviso.

Quando parliamo di confettura, immaginiamo l’albicocca, la pesca, le fragole o i frutti di bosco. Tutti gusti delicati, morbidi. Se parlassimo di agrumi, invece, la mente andrebbe subito a un sapore diverso, più deciso, più spigoloso. La marmellata di limoni – e il suo complesso sapore dolce-amaro di cui parleremo tra poco – è molto più che un alimento, tra le pagine di “Uno scialle sul fiume Temo” di Maria Lidia Petrulli, edito da Pluriversum.

Prima di addentrarci in questo concetto di contrasto è bene una premessa circa la trama: siamo in un’epoca moderna e Aliena lascia Tolosa per rifugiarsi in Sardegna, a Monteleone Rocca Doria, un paese adagiato su un lago che prende acqua dal fiume Temo, al di là del quale ci sono colline e, infine, il mare. Aliena è un’illustratrice, è sposa di un uomo che non sente più suo, ha un passato certo alle spalle e un futuro incerto davanti a sé; è una donna che ha speso molte energie, che ha bisogno di ritrovarsi e soprattutto di accettarsi. È albina e il suo candore la rende diversa. Lo è stata per tutta la sua vita, in città, e lo è ancora adesso, dopo l’approdo in una comunità che vive di tradizioni e usanze.

Ecco il primo contrasto: immaginate una donna alta, sinuosa, dal fisico asciutto e longilineo e dalla pelle diafana che decide di trasferirsi un angolo remoto della Sardegna, terra che, per antonomasia, è una scala cromatica di colori mediterranei i cui abitanti ne sono diretta testimonianza.

L’aspetto della diversità, è uno dei temi che più ho apprezzato, in questo romanzo. Aliena deve affrontare l’ostacolo, ci deve passare attraverso, deve faticare, esattamente come avviene nella raccolta dei frutti della marmellata, quando le mani bruciano e vorresti fermarti, lasciar perdere. Gli abitanti di Monteleone Rocca Doria – che continuano ad amare le leggende di cui la loro terra è avvolta e che costituiscono un racconto nel racconto – la credono una bruxia, una strega, una persona che porterà sciagure e sfortune, qualcuno da osservare a distanza.

L’autrice con una buona capacità narrativa e descrittiva dei luoghi ci racconta la comunità chiusa che contrasta nettamente con la gioia improvvisa di accogliere una forestiera che non è più un pericolo e il quadro geografico/storico di grande rilievo e valore appare come uno sfondo magico, affascinante, ammaliante. Il lettore resta piacevolmente coinvolto dalla natura selvaggia, dalle storie narrate e dalle leggende del luogo, dall’arte culinaria – tripudio di sapori e profumi che, credetemi, già solo questo vale l’intera lettura– e dai legami solidi e imprescindibili che rappresentano l’uomo e la sua Terra. Una terra resa ospitale dall’uomo stesso che vede nella natura che lo circonda il suo fondamento, il luogo sul quale poggiare e restare.

Un ulteriore contrasto di grande coinvolgimento è sicuramente rappresentato dall’amicizia che nasce tra la protagonista e una donna anziana, Annalisa Doria. All’apparenza, come per la marmellata di limoni, sembra un accostamento improbabile: età, interessi, vissuto, futuro, sostanza… ogni elemento potrebbe essere discordante, incompatibile. Eppure, ancora una volta, Maria Lidia Petrulli sceglie la strada della semplicità e del cuore per rendere l’impossibile possibile e veritiero.

Un ultimo, ma non l’ultimo, tema che mi piace sottolineare dopo questa lettura è lo spazio che l’autrice ha dedicato alla solitudine di una donna (o di più donne, in questo caso, ma non vi svelerò altro). Un tema caro, in letteratura, osannato e a volte abusato. In questo romanzo, nello specifico, la dolcezza con cui viene trattato e la soglia di trasformazione dello stesso è un valore aggiunto particolarmente gradevole.

“Uno scialle sul fiume Temo” è una fiaba moderna in cui trama, temi e una buona narrazione costituiscono una base concreta che coinvolge il lettore nei contrasti che, quando sapientemente dosati, riescono a trasformarsi in qualcosa di buono e prezioso. Come la marmellata di limoni.

Si ringrazia l’autrice per la copia lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Maria Lidia Petrulli è medico psichiatra e psicoterapeuta. Appassionata di storia e mitologia celtica e medievale, inizia la sua carriera di scrittrice nel 2002 con Sui Sentieri di Avalon. Seguono Fara e Il Suo Cappello e La Realtà e Il Suo Enigma nel 2009; la trilogia fantasy Il volto segreto di Gaia e la saga per ragazzi Emilie Sanslieu; il fantasy storico Sotto le colline d’Irlanda; il noir Il collezionista di clessidre e l’antologia La bambina che voleva essere trasparente, vincitrice del premio Il Litorale 2015 e del premio Città di Dolianova 2014. Il volo della libellula (Edizioni Ensemble 2019) ha vinto il premio Graffiti Narrativa ed è stato finalista dei premi letterari Kobo Writing Life 2017 (sezione inediti), Como Poesia 2019 e Ioscrittore 2018. In Francia ha pubblicato il giallo Écrire ne tue pas assez (le Lys Bleu Éditions, 2019).

Il sito internet dell’editore è: www.pluriversumedizioni.it.

Post in evidenza

“Ritroviamoci alla fine del mondo” di Angelica Romanin, Amazon Self Publishing

Quali sono gli elementi che stuzzicano l’ispirazione di uno scrittore? Da dove provengono le scintille che innescano la visione, il viaggio? Domande aperte, cari lettori, le cui risposte racchiudono personalità e unicità: il vissuto e il vivendo, l’emotività e la sensibilità, i concetti e le ipotesi, le competenze e l’immaginazione e molto, molto altro.

Una significativa fonte d’ispirazione è sicuramente l’attualità. Penso al contesto sociale, alla struttura economica, alla storia di un luogo e alla sua geografia: il mondo che ci circonda, insomma. Un mondo che, agli occhi curiosi di un artista, diventa terreno fertile per lo sviluppo di un’idea.

Un esempio di quanto il mondo esterno riesca a essere influente è il nuovo romanzo di Angelica Romanin: Ritroviamoci alla fine del mondo”. L’autrice ha ambientato la narrazione nel 2012, un arco temporale che, oggi, molti di voi non classificherebbero come il più infausto, visti gli avvenimenti in corso, ma che allora venne marchiato come il più temibile di sempre. Si temeva, infatti, che un’antica profezia Maya si sarebbe avverata il 21 dicembre e il nostro mondo sarebbe finito in una catastrofe annunciata. Una sorta di fine del mondo causata da eventi inarrestabili.

All’interno di questo contesto di presagi e rischi, di cambiamenti e variabili, di pseudofidanzati e fedeli amici, l’umorismo di Martina – la protagonista del romanzo – è una luce che irradia energie capaci di sorprendere e di strapparti più di un sorriso.

A questo proposito, e prima di addentrarci oltre, una nota è doverosa. Angelica Romanin possiede l’invidiabile talento di comunicare attraverso una scrittura fluida, trasparente, ma, soprattutto, divertente, a tratti comica. Il contrasto che si genera, in questo modo, è appetibile e gradevole, e inoltre, questo effetto spezza l’andamento sentimentale che è parte fondamentale della trama.

Nella trama, dunque, troviamo gli elementi base di un romanzo rosa, fresco, giovanile e intenso: Martina perde lavoro e fidanzato, torna a vivere nella casa di famiglia e, da quel momento, si innesca una miccia che accende le sue avventure sentimentali, condite da nuove e vecchie amicizie e da un costante vagare tra le domande eterne alle quali le è sempre più difficile rispondere. È il suo posto nel mondo, il suo arrivare alla meta, e il suo viaggio verso una destinazione ignota: questa è Martina. Con Sara, la sorella, i battibecchi sono esilaranti, con la mamma, affetta da sciagura-fobia, ancor di più. E poi c’è la nonna, il personaggio che rispecchia il tema matriarcale-femminile sul quale è basata l’opera: una donna che sa. I muffin, le crostate, le lasagne bagnate da un’abbondante colata di ragù sono i mezzi che sceglie per portare in tavola ciò che davvero conta.

Angelica Romanin ha scelto uno stile narrativo spigliato, schietto. Martina ti trascina nelle sue sfortune, nei i suoi fallimenti, nella sua confusione arricchendo il racconto di ironia e sarcasmo. Per lei, l’Amore è un groviglio, una tela nella quale resta intrappolata, una strada senza cartelli stradali, e le cene romantiche, gli aperitivi, le fughe dalla città sono un espediente per cercare, di continuo, la risposta.

È di Martina, una citazione che riporto: mi ha colpito particolarmente, perché rappresenta al meglio la direzione del romanzo (e non a caso, l’autrice ha scelto un’immagine gastronomica):

“… Se Giuseppe era pane e Nutella, Filippo era fragole e champagne…”

 “Ritroviamoci alla fine del mondo” è ricco di similitudini e contrasti, in giusta dose e senza accavallamenti: l’ambientazione temporale scelta, come già detto; il negativismo mediatico –  e un evento sismico straordinario  – che si fonde alla leggerezza che usa la protagonista per narrare le sue sventure amorose; la struttura famigliare matriarcale, il ruolo sociale della donna e la forza che, un nucleo simile, possiede per natura; il tema della posizione lavorativa che, in questo caso, viene trattato con veridicità (sono certa che molte ragazze si ritroveranno in Martina) e, infine, il bisogno umano di stare nel gruppo, tra gli Altri, e di ritrovarsi sempre, fosse anche “alla fine del mondo”.

Si ringrazia l’autrice per la copia lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Angelica Romanin è nata e vive a Ferrara. È diplomata in lingue e ha frequentato la facoltà di scienze biologiche. Ha pubblicato il suo primo romanzo nel 2008 con Giraldi editore, riedito a luglio 2020 con il titolo  “Uomini, attacchi di panico e altre disgrazie”. 

È inoltre autrice della commedia romantica “Il Natale che non ti aspetti” e di una climate-fiction di fantascienza dal titolo “Nel futuro che ci attende”.

Il libro è disponibile su http://www.amazon.com

Post in evidenza

“Cambio vita – Vado a fare il soccorritore” di Francesco Nucera,Augh!Edizioni.

Quando il lavoro è una mansione e quando, invece, una vocazione? Qualunque sia la vostra professione, la domanda è sempre valida. Che siate manager o commessi, imprenditori o dipendenti, vi sarete domandati, ora o in passato, se il posto che occupate è davvero quello per cui siete nati. E, certamente, vi sarà capitato di sognare il cambiamento, un luogo diverso, colleghi più simpatici e superiori più umani, orari adattabili e meno stritolanti. Se poi volessimo soffermarci sullo stress (adesso si chiama sindrome da burnout) allora scriveremmo un volume di grandezza simile a un’enciclopedia.

Ogni casella della vostra professione, tuttavia, è inserita in un contenitore più ampio: il lavoro che svolgete parla di voi, anche se qualche volta non ve ne accorgete. Ed è proprio questo a fare la differenza: non siamo nati per fare tutti lo stesso lavoro. “A ognuno il suo” scrisse Sciascia e mi permetto di prendere in prestito questa citazione che sento appropriata e funzionale.

Immaginate, ora, il ruolo di un soccorritore. Quando scrivo “ora” intendo quest’epoca storica, pandemica, folle e triste ma anche densa di solidarietà e bontà. Vi viene in mente le vocazioni, la missione, la cura, il sacrificio, la generosità, l’impegno, la resistenza, la paura, il coraggio? E se, oltre questi valori, ci fosse l’esigenza di rientrare a pieni voti nella vita? Se ci fosse il bisogno di riscattare sé stessi, il proprio passato, per redimersi o per far parte di una normalità che, altrimenti, non ci sarebbe?

“Cambio vita – Vado a fare il soccorritore” di Francesco Nucera, edito da Augh!, ci racconta la storia di Marco e Bruno, due personaggi diversi (sotto tutti i punti di vista) eppure legati da un unico vincolo: il lavoro. Sono entrambi soccorritori (Marco è un volontario) e l’ambientazione storica è il primo capitolo della pandemia Covid, quando ancora si brancolava nel buio. L’ambientazione geografica è l’interland milanese, Rozzano per la precisione: siamo nell’occhio del ciclone, insomma.

Marco è un ragazzo di ventitré anni cresciuto tra violenza, criminalità, solitudine e rabbia; Bruno è un uomo che ha un vuoto dentro e attorno a sé, al suo attivo anni di lavoro e un matrimonio già fallito. Marco ha bisogno di un riscatto; Bruno sta per affrontare una valanga che lo metterà a nudo.

Marco organizza la sua vera prima cena romantica per Claudia e nel dubbio, prepara una bottiglia di vino e una di birra: è certo che la scelta determinerà l’esito della serata. Marco ha bisogno di Claudia, perché in lei vede il suo futuro, l’ancora di salvezza che gli permetterà di mettere a tacere il richiamo costante che proviene dal suo passato. Per questo si adatta a una serata sushi anche se preferirebbe una pizza.

Bruno si ciba di grana e ascolta la musica che la tecnologia ha scelto per lui; va in cerca del Kefir, al supermercato, come se questo bastasse a cambiare abitudini e a riportare indietro la moglie Katia; inghiotte tramezzini per colmare un vuoto che, invece, si allarga sempre di più, mettendo in luce le sue debolezze.

Intanto, le ambulanze macinano strade e curve, i soccorritori indossano tute protettive, la leggerezza dura il tempo di un caffè e la rabbia cresce. Non è la pandemia, la causa, ma una voragine profonda, frutto di cattiverie e rabbia, che non lascia scampo.

Francesco Nucera affronta il tema della precarietà lavorativa, del futuro incerto, del riscatto da ingiustizie, della vendetta e della violenza familiare, della criminalità e della prevaricazione sociale, del complotto e della verità, e, nel farlo, non si dimentica di inserire la solidarietà, l’amore, l’amicizia, il sostegno, il coraggio e un pizzico di ironia, soprattutto in alcuni dialoghi (un contrasto curioso e creato con una buona tecnica). Infine, è interessante (e determinante) la testimonianza che giunge, seppur in forma romanzata, della vita del soccorritore: un insieme di doveri, scelte, messaggi e azioni.

Si ringrazia Valentina Petrucci dell’ufficio stampa per l’invio del file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autore:

Francesco Nucera è nato a Milano nel 1979 dove ha vissuto fino all’adolescenza. Nel ’94 ha lasciato il capoluogo lombardo per trasferirsi con la famiglia nella vicina Rozzano. Ma è solo nel 2002, quando lo Stato lo ha obbligato a svolgere il Servizio Civile in ambulanza, che è entrato veramente in contatto con la sua nuova città.
In due decenni da soccorritore dipendente ha imparato a conoscere e apprezzare Rozzano, tanto da dedicarle libri e racconti con cui spera di trasmettere la sua passione per quel micro mondo che cresce all’ombra di Milano, ma che così poco condivide con la città della moda. Oggi vive nelle campagne tra il capoluogo lombardo e Pavia in compagnia di sua moglie e dei loro tre figli. Anche in questa pandemia continua a lavorare in ambulanza.
È il cofondatore di Minuti Contati, un portale online di scrittura creativa su cui organizza contest letterari.
Per AUGH! ha già pubblicato Le mille facce della stessa moneta (2017) ed Ernesto – Genesi di un eroe (2018). Tra le altre pubblicazioni: Nerd antizombie – Apocalisse a RozzAngeles (2019, Nero Press Editore), Il popolo delle sabbie (2020, PS Edizioni).

Il sito dell’editore è: http://www.aughedizioni.it

Post in evidenza

“Il Manoscritto” di Stefania Convalle, Edizioni Convalle – #boodnews.

Mi capita spesso di ricevere richieste di consigli di lettura e, altrettanto spesso, mi capita di non riuscire a sintetizzare, in poche parole, cosa sento dopo aver terminato un libro. Un libro è un universo, una vita intera, un mondo speciale, e io faccio fatica a semplificare aggettivi e concetti ad esso correlati. Ci ho provato, a raggruppare, ma ogni volta ho tralasciato elementi, emozioni, suggestioni. E questo non è raccontare un libro, anzi, è penalizzare ciò che l’autore ci ha dedicato.

In questo caso specifico, sintetizzare “Il Manoscitto” di Stefania Convalle, la sua nuova opera, è un’impresa praticamente impossibile ma, per ovvie ragioni, cercherò di fare del mio meglio.

Nel titolo, per iniziare, si racchiude un mondo fatto di immagini evocative di un tempo che troppo spesso abbiamo allontanato: le fasi di scrittura a mano, oggi sempre più rare, vista la tecnologia che è entrata a far parte del nostro quotidiano. Immaginate un diario, un’agenda, o anche solo un fascio di fogli all’interno dei quali non esistono solo parole e fatti, ma un insieme di emozioni che dal cuore arrivano alla mente e, da qui, alla mano che impugna una penna e li trascrive, con pazienza, cura, e qualche errore o cancellatura. Facile, dunque, comprendere come, nella scelta del titolo, l’autrice abbia già racchiuso un mondo tutto da scoprire.

Quando si inizia la lettura, quel mondo letterario che l’autrice ha creato, diventa un bel posto in cui stare. Il primo incontro è con Emilia, la protagonista. Una donna che si occupa di talenti letterari e sogni da pubblicare, una donna che scopre la sua fragilità dopo una storia d’amore che non l’ha resa felice e che ha bisogno di ritirarsi in un nido, lontano dalla sua quotidianità. Una storia di fine e principio, insomma e, in questa fase preliminare, il suo bisogno di ripartire da dove tutto ebbe inizio, in quel tempo felice e spensierato che è stata la sua infanzia, rende questo personaggio autentico e appassionante.

Quando Emilia lascia Milano alla volta di Trieste, la città nella quale ha vissuto la dolce e felice età dell’infanzia, sono partita anch’io. Adoro i ritorni, quelli verso le origini.

Immergendosi nella trama, il ritorno (e il bisogno in esso racchiuso) diventa ancor più forte. Ho apprezzato la scelta dell’autrice di inserire profumi che – se chiudi gli occhi – ti sembra di sentirli: come quello della berlina  – una montagna di panna e amarena –  che consumava al bar, in compagnia della zia Wanda che lavorava con l’uncinetto, oppure della “millefoglie” che volteggia in cucina. Sono profumi di casa, di cose belle, indimenticabili. Tutto ciò di cui ha bisogno Emilia (e anche noi).

Il tempo di ricostruire, quello lineare e senza intoppi (che poi, esiste davvero?) non è ancora giunto, per la protagonista: ci sono personaggi che entrano nella sua vita, senza che lei l’abbia scelto, c’è un’amicizia speciale, con una vicina di casa, che nasce davanti un goccio di slivovitz, un manoscritto che rincorre i suoi sguardie poi, naturalmente, l’Amore. Quest’ultimo tema è presente in molte forme, tutte di grande rilievo, a mio avviso, perché Emilia è capace di amare, di concedersi, di proteggere e di prendersi cura di Altri. Perché l’Amore esiste, ne “Il Manoscritto” ma non aspettatevi nulla di sdolcinato o troppo mieloso: è un sentimento, a tratti doloroso, che ha generato solitudine, che aspetta il perdono. Insomma, un sentimento autentico, che ti lascia addosso riflessioni da elaborare.

Nel viaggio di Emilia, Trieste è uno sfondo che regala emozioni su emozioni. La protagonista, insieme ad alcuni personaggi di cui non vi svelerò altro, esplora luoghi a lei cari e, in molte occasioni, mi è sembrato di vedere gli scorci della città, il mare che diventa specchio per i palazzi storici, i Caffè che sono luoghi d’incontro, tra sapori e sguardi, e che generano momenti eterni.

“Il Manoscritto” è un’opera che racchiude una trama, tante possibilità, vite e destini che s’incontrano per restare, di parole scritte per non dimenticare ciò che è stato; di sfide e incoraggiamenti, di verità e bugie, di vicinanza e speranza.

E, infine, una nota sulla “penna”. Non ho mai negato quanto mi senta bene, tra gli scritti di Stefania Convalle: la sua capacità di accarezzare con decisione, di far vivere sentimenti sopiti ed emozioni autentiche, di narrare con sintesi e semplicità, è un talento che merita di essere sostenuto e promosso.

Si ringrazia l’autrice per il file lettura in omaggio.

Nota biografica dell’autrice:

Stefania Convalle ha al suo attivo numerose pubblicazioni: romanzi, poesie, opere sperimentali a più mani e un manuale di scrittura. Tra i riconoscimenti più importanti, il Premio Giovani “Microeditoria di qualità”: nel 2017 con il romanzo “Dipende da dove vuoi andare” e nel 2018 con “Il silenzio addosso”; entrambe le opere sono state presentate nel programma “Milleeunlibro” di Rai Uno. Nel 2020 “Anime Antiche” si aggiudica il “Marchio della Microeditoria”.

Scrittrice, organizzatrice di eventi culturali, ha fondato il Premio Letterario “Dentro l’amore”. Writer Coach, Talent Scout, Stefania Convalle è anche editrice dal 2017, anno di fondazione della Edizioni Convalle, “una casa editrice col cuore d’autore”, come ama definirla.

Il sito dell’editore è: www.edizioniconvalle.com

Post in evidenza

Il mio primo articolo del blog

”Invincibili come noi” di Louise Pentland, Garzanti Editore

“La buona cucina è ovunque…”

.

“Invincibili come noi “, romanzo d’esordio dell’inglese Louise Pentland, Youtuber e Vlogger, edito da Garzanti e tradotto da Roberta Scarabelli, potrebbe ingannarci. Se ci fidassimo della trama, la favola moderna interpretata dalla giovane mamma single alle prese con la quotidiana fatica di vivere, ci fermeremmo al Baby Food.

…” mi vien voglia di piangere. Ieri non ho detto niente quando c’erano gli Smarties prima dei Fish and Chips, invece oggi, con pollo e verdure, è una bambina più felice …”

Oppure perderemmo ore a interrogarci su come curare il suo “Grande Vuoto” senza trovare un rimedio. E, nel frattempo, cucineremmo vassoi di “ … biscotti al cioccolato…”

Se ci limitassimo ad analizzare la struttura del romanzo, un diario moderno, temporale, ispirato al presente, con brevi flashback, organizzato secondo dialoghi diretti, ci gusteremmo un Brunch all’americana.

…” propendendo per una ciotola di frutti di bosco e un toast alla francese con panatura di mandorle, chiudo il menu con un tonfo soddisfatto…”

Questa è la superficie, un ottimo angolo, in tutta onestà.

Ma, un libro non è solo metafora e struttura. Un libro è un insieme di sentimenti, emozioni, domande e risposte.

In “Invincibili come noi “ c’è una dose di delusione, rimpianto, desiderio, paura, lacrime e riscatto. Tutto in egual misura. E, ciò che nasce da questo impasto è l’amore. Un sentimento puro che è appartenenza, calore, sorrisi e complicità. Un sentimento che diventa comprensione, accettazione, voglia di stare insieme.

“… sento il profumo di qualcosa che cuoce in forno (ti prego, fa che siano gli scones, ti prego!) e tutte le lampade sono accese, creando il perfetto bagliore caldo di cui ha bisogno questa grigia giornata d febbraio…”

“…mi siedo sullo sgabello vicino a Lyla e sorseggio la mia cioccolata calda appena versata. Sono come gocce di paradiso. Lo scone è ancora caldo ed è ancora più gustoso sapendo che l’ha fatto Kath con amore…”

Ed è proprio negli scones che si nasconde il significato più profondo di “Invincibili come noi “. Nel Regno Unito, questi prodotti si trovano ovunque: nelle panetterie, nelle pasticcerie e nei supermercati. Ma, soprattutto, nelle cucine casalinghe, dove non è raro trovare antiche ricette che si tramandano di generazione in generazione. Lo scone unisce ed è indispensabile non solo nel momento del tè.

Lo scone è come l’amore: largamente diffuso, dolce, qualche volta salato, ma indispensabile nella vita di ognuno di noi.

Bood è questo: un occhio vigile che tra vaga tra le parole e scova spunti gastronomici che sono indispensabili alla riuscita di un libro.

Siete pronti? Buona lettura e… buon Bood!

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito