“Il nome di mio padre – Una nuova indagine di Debora Nardi” di Elena Andreotti – Boodinterviste.

Il nome di mio padre

“Quella faccenda le appariva intricata e sfuggente. Cercava di afferrare i suoi stessi pensieri che, nel momento in cui li formulava, svanivano.” Citazione tratta dal libro.

Sarà successo anche a voi e a me capita spesso, molto più spesso di quanto vorrei: le intuizioni, qualche volta, fuggono via, lontano, in un angolo remoto della memoria o chissà dove. La buona abitudine, soprattutto per chi scrive, dovrebbe essere quella di avere sempre a portata di mano un taccuino per appuntare, ma non sempre è facile, non sempre è possibile. A volte i pensieri appaiono come un fulmine rapido, come un lampo che illumina e si spegne con la fretta di un battito di ciglia e il dopo è spesso il tempo del dubbio, del vuoto.

Tuttavia, quando quel fulmine cognitivo appare nella mente di un personaggio come Debora Nardi – la ormai consolidata consulente in macabre scoperte create dall’abile Elena Andreotti – difficilmente svanisce nell’ombra. L’intuizione e l’ingranaggio del pensiero, in lei, si mettono in moto e questo le permette di giungere sempre a risultati, non immediati, ma certi.

“Il nome di mio padre” è il titolo dell’opera che tratta l’ultima avventura che vede protagonista questa eclettica donna e che, stavolta, si trova ad affrontare un delitto diverso dal solito, più legato alla sfera familiare – come recita il titolo – e più intimo, forse anche più toccante, per certi versi.

Siamo a Monte Alto, nella campagna laziale, e Giovanni Belli – un uomo conosciuto per le sue numerose avventure amorose  –  perde la vita in circostanze misteriose. Sul suo corpo martoriato vengono ritrovate alcune fotografie e questo aspetto genera ulteriori dubbi e spinge le indagini verso un terreno delicato che l’autrice ha elaborato con la sua consueta precisione.

Debora Nardi, in questa veste consolidata di consulente ufficiale delle indagini, non ha perso la sua personalità e questo è una ulteriore certezza, per il lettore. La troviamo in compagnia di Flora, l’amica-vicina di casa, in un’analisi dei fatti accaduti mentre controllano la crescita di zucchine e pomodori nell’orto oppure a tavola, davanti a una fumante lasagna di radicchio e provola. La ritroviamo, ancora, dedita ad accudire il cagnolino Lina, e non soffrire la solitudine di casa data da marito e figlia assenti per ragioni lavorative; avvertiamo anche la sua forza psicologica nell’affrontare una situazione intricata ma, per lei sempre più intrigante, in un crescendo di fatti e analisi che spingono la lettura fino all’ultimo capitolo e oltre, nelle note finali dell’autrice che, ho trovato, particolarmente dettagliate, frutto di uno studio accurato.

Per curiosare ancora più a fondo, ho invitato l’autrice a rispondere a qualche domanda.

VG: Buongiorno Elena, grazie di aver accettato il mio invito.

EA: Buongiorno a te.

VG: Come già accaduto per “Il delitto va servito freddo” ritroviamo anche ne “Il nome di mio padre” molti dei protagonisti delle tue opere. Oltre a Debora, infatti, appare anche Filippo Maria Vanzitelli. Restiamo anche nelle ambientazioni alle quali ci hai abituato: Monte Alto e il Castello con annesso campo di golf. A chi ti sei ispirata, se possiamo saperlo, per la creazione di due personaggi così diversi tra loro? 

EA: Per Debora, come ho dichiarato nel primo libro in modo palese, nasce dalla mia ammirazione per il personaggio televisivo di Jessica Fletcher dell’arcinota serie televisiva “La signora in giallo”; Fil Vanz è un personaggio di assoluta fantasia, emerso nel mio immaginario, durante la revisione di “Quando il ciliegio sfiorirà”. Come ben sai, le revisioni sono noiosissime, pertanto, la mia mente comincia a fantasticare su altro. Quindi, ho immaginato un hacker abbandonato dalla moglie a causa delle sue passioni. La location doveva essere sontuosa, perché i guadagni di Fil lo permettevano. Ho pensato al castello di Laura Biagiotti che non è molto lontano da casa mia, come pure i luoghi di Debora sono ispirati a dove vivo.

VG: Circa a metà delle indagini, Debora ammette che vorrebbe una soluzione immediata ma, invece, è obbligata ad attendere i tempi tecnici. Questo passaggio mi ha colpito perché ho sempre pensato che nelle indagini, invece, è necessario battere il tempo e anticipare le mosse. Quali sono, secondo te e anche a fronte dei tuoi studi, le attitudini necessarie per svolgere un’indagine delicata come quella che hai narrato?

EA: Credo che un buon investigatore debba essere dotato di grande empatia e debba essere un profondo conoscitore della natura umana. Inoltre non può mancare di una buona capacità deduttiva e anche di un pizzico di fantasia.

VG: Sempre Debora porta alla luce un altro concetto che ho trovato molto interessante quando, immersa nei suoi pensieri, si rende conto che a volte “con gli esseri umani neanche le parole bastano”. Per uno scrittore, invece, le parole contano, e parecchio. Quanto tempo dedichi alla scrittura, nell’arco di una giornata? Anche a te capita di dover trovare la parola esatta e di faticare, nel riuscirci?

EA: Io scrivo principalmente di mattina, dalle 9 alle 11. Sì, a volte le parole non vengono, ma non ricorro al vocabolario dei sinonimi e contrari, quanto piuttosto cerco di forzare la mente a cercare la parola, perché un buon vocabolario fa parte della preparazione di chi ha frequentato il liceo classico come me.

VG: L’amicizia è un tema molto ricorrente, in questa e nelle tue precedenti opere. Debora e Flora hanno un rapporto semplice ma di grande rilevanza e, sempre Debora, con il comandante della Polizia ha un rapporto a tratti scontroso ma vero e, a momenti, anche divertente. Sono rapporti che alleggeriscono la narrazione e che creano buone emozioni, nella lettura globale. Quanto è importante, secondo te, nella narrazione gialla bilanciare il bene e il male?

EA: Credo che in un giallo classico il bene debba sempre prevalere e anche durante la narrazione deve emergere che il male è un’eccezione. Non per niente il comportamento criminale viene considerato una devianza. Per quanto mi riguarda mi sento naturalmente portata per il giallo soft.

VG: Cosa farebbe Debora Nardi se non ci fossero delitti per un periodo medio/lungo?

EA: Debora è anche impegnata nella comunità e scrive gialli in cui romanza le storie che vive personalmente; quindi, da fare non le manca. Certo, ogni tanto, soffre per non poter essere sul campo.

VG: So che ami molto la fotografia. Cosa rappresenta, per te, l’arte visuale e che ruolo ha – se ce l’ha – nella stesura di un libro?

EA: Quando scrivo e l’ambientazione è lontana dalla possibilità di un mio sopralluogo, uso molto Google maps e Street View. Se nella storia si parla di un ristorante, cerco le immagini del locale e consulto il menu.

Per i titoli e alcuni particolari della storia, in qualche caso hanno giocato le mie stesse foto, che poi compaiono nella copertina: parlo di “Di porpora vestita”, in cui compare un garofanetto del mio giardino, e “Quando il ciliegio sfiorirà”, in cui compaiono i fiori del mio ciliegio. Le foto hanno influenzato notevolmente la storia.

VG: Raccontaci, se puoi, il tuo prossimo progetto anche non letterario.

EA: Ho due romanzi rimasti in sospeso, perché ho cominciato a realizzare audio del mio primo romanzo su Spreaker, un luogo virtuale per podcast.

VG: Hai uno spazio a disposizione, per comunicare con i lettori. Cosa vorresti che sapessero di te?

EA: Quando scrivo i miei gialli io mi diverto e vorrei che anche loro percepissero questo e traessero lo stesso divertimento dalla lettura. C’è un che di implicito e non detto ‒ e tuttavia molto presente ‒, in tutti i miei scritti, che parla di leggerezza e di buoni sentimenti e che vorrei non andasse perduto.

Si ringrazia l’autrice per il file lettura in omaggio e per la foto di copertina.

Nota biografica dell’autrice:

Elena Andreotti è Sociologa (Laurea alla Sapienza di Roma) con Perfezionamento avanzato in Bioetica (diploma conseguito presso la Facoltà di Medicina e chirurgia del policlinico Gemelli di Roma). Esperienza lavorativa ventennale presso la P.A. con mansioni amministrative. Per una decina di anni si è occupata di informatica e sistemi informativi, acquisendo conoscenze di programmazione, analisi e progettazione dei software gestionali, curando anche la formazione dei colleghi sull’informatica di base e la cultura dei sistemi informativi. Ha collaborato con un periodico locale per circa dieci anni per la rubrica di bioetica. Attiva nel volontariato si è occupata della formazione dei volontari. Nel 2017 apre un blog su Wordpres: (https://nonsolocampagna.wordpress.com/)

a cui segue il blog https://elenaandreottiscrittrice.wordpress.com/

Sul primo blog pubblica a puntate i tre racconti che poi confluiranno nel primo giallo, Vorrei essere Jessica Fletcher, pubblicato prima sulla piattaforma StreetLib ‒ con distribuzione a tutte le librerie online ‒, e poi in esclusiva per Amazon. All’attivo quattro collane di libri, tre sono di gialli. (Pubblicati su Amazon, dove sono consultabili nella Pagina autore).

5 pensieri riguardo ““Il nome di mio padre – Una nuova indagine di Debora Nardi” di Elena Andreotti – Boodinterviste.

Rispondi a Bood Cancella risposta

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: